Eros

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Eros che incorda l'arco - Copia romana in marmo dall'originale di Lisippo conservata nei Musei Capitolini di Roma.
La prima menzione di Eros armato di arco e frecce la si riscontra nell'opera di Euripide Ifigenia in Aulide[1]:
« Avventurato chi prova fa
della dea dell'amore con
temperanza e misura,
e con grande placidità
lungi dagli estri folli, perché
duplice è l'arco della beltà
che l'Amore (Eros) tende su di noi:
l'uno ci porta felicità,
l'altro la vita torbida fa. »
(Euripide Ifigenia in Aulide 542-50. Traduzione di Filippo Maria Pontani in Euripide Le tragedie. Milano, Mondadori, 2007)
"Eros con delfino", opera romana del II secolo d.C. in marmo bianco a grana fine, utilizzata come ornamento di una fontana: dalla bocca del delfino fuorusciva l'acqua. Già appartenente alla Collezione Farnese è oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La presenza di immagini di Eros accompagnato da un delfino è testimoniata da pitture vascolari risalenti fin dal V secolo a.C. e origina dalle iconografie proprie del "giovane sul delfino".

Eros (Ἔρως) è, nella religione greca, il dio dell'amore fisico e del desiderio[2][3].
Nella cultura greca ἔρως (ὁ) (eros (ho), l'amore) è ciò che fa muovere verso qualcosa, un principio divino che spinge verso la bellezza[4][5]. In ambito greco, quindi, non vi era una precisa distinzione tra «la passione d'amore e il dio che la simboleggiava»[6].

La nozione di Eros in Omero e nei lirici[modifica | modifica sorgente]

La prima apparizione della nozione di Eros è nelle opere attribuite ad Omero. In tale contesto Eros non viene personificato, quanto piuttosto come principio divino corrisponde all'irrefrenabile desiderio fisico come quello vissuto da Paride nei confronti di Elena:

(GRC)
« ἀλλ' ἄγε δὴ φιλότητι τραπείομεν εὐνηθέντε
οὐ γάρ πώ ποτέ μ' ὧδέ γ' ἔρως φρένας ἀμφεκάλυψεν »
(IT)
« Ma ora andiamo a letto e facciamo l'amore:
non mi ha mai preso il cuore un desiderio (ἔρως ) tanto possente »
(Iliade III, 441-2. Traduzione di Guido Paduano in Omero Iliade. Milano, Mondadori, 2007.)

o ancora lo stesso desiderio provato da Zeus nei confronti di Era:

(GRC)
« Ἥρη δὲ κραιπνῶς προσεβήσετο Γάργαρον ἄκρον
Ἴδης ὑψηλῆς· ἴδε δὲ νεφεληγερέτα Ζεύς.
ὡς δ' ἴδεν, ὥς μιν ἔρως πυκινὰς φρένας ἀμφεκάλυψεν,
οἷον ὅτε πρῶτόν περ ἐμισγέσθην φιλότητι
εἰς εὐνὴν φοιτῶντε, φίλους λήθοντε τοκῆας. »
(IT)
« Era raggiunse rapidamente la cima del Gargano,
sull'alto Ida, e la vide Zeus che raduna le nubi,
e quando la vide la passione (ἔρως) invase il suo animo saggio,
come quando per la prima volta s'unirono nell'amore
e andarono a letto, all'insaputa dei genitori »
(Iliade XIV, 293-5. Traduzione di Guido Paduano in Omero Iliade. Milano, Mondadori, 2007.)

o, infine, ciò che rende tremanti le membra dei proci di fronte a Penelope:

(GRC)
« τῶν δ' αὐτοῦ λύτο γούνατ', ἔρῳ δ' ἄρα θυμὸν ἔθελχθεν,
πάντες δ' ἠρήσαντο παραὶ λεχέεσσι κλιθῆναι. »
(IT)
« Ed ecco i ginocchi dei proci si sciolsero, furono sedotti da amore(ἔρω)
bramarono tutti di giacere al suo fianco nel letto »
(Odissea XVIII, 212-3. Traduzione di Aurelio Privitera in Omero Odissea. Milano, Mondadori, 2007)

Tale desiderio irrefrenabile si spiritualizza nei lirici greci del VII/VI a.C. ma presenta comunque delle caratteristiche crudeli e ingestibili. Manifestandosi improvvisamente, Eros agita in modo cupo le sue vittime:

« Ma per me Eros non dorme
in nessuna stagione:
come il vento di Tracia infiammato di lampi
infuria accanto a Cipride
e mi riarde di folli passioni,
cupo, invincibile,
con forza custodisce l'anima mia. »
(Ibico VI. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag.369)
(GRC)
« Ἔρος δηὖτέ μ' ὀ λυσιμέλης δόνει,
γλυκύπικρον ἀμάχανον ὄρπετον »
(IT)
« Eros che scioglie le membra mi scuote nuovamente:
dolceamara invincibile belva »
(Saffo 61. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag.273)
« Eros tremendo, le Follie ti furono nutrici:
per te cadde la rocca di Troia,
per te il grande Teseo, l'Egide, cadde, e Aiace Oileo,
il valoroso per la loro follia.[7] »
(Teognide II, 1231. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag.181)
« non è Afrodite, ma il folle e insolente Eros che come fanciullo gioca,
sfiorando il sommo dei fiori - ma che non me li tocchi - del cipero.
Eros di nuovo, a causa di Cipride, dolce mi invade, riscalda il cuore. »
(Alcmane 147-8. Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag.617-9)

In Anacreonte questo vissuto viene presentato come colui che colpisce violentemente:

« Ancora Eros m'ha colpito:
con un gran maglio, come un fabbro,
e mi ha temprato tuffandomi
in una fiumana invernale. »
(Anacreonte 19.Traduzione di Marina Cavalli, in Lirici greci. Milano, Mondadori, 2007, pag.335)

Il dio Eros e il suo culto[modifica | modifica sorgente]

Statua in marmo di Eros addormentato risalente al II d.C. di provenienza sconosciuta, è conservata al Museo archeologico nazionale di Atene. Il giovane Eros alato è addormentato su una roccia, il braccio sinistro funge da cuscino mentre un giovane leone fa la guardia al dio.

Nell'opera teogonica di Esiodo sono due i passaggi che riguardano Eros qui attestato per la prima volta come quel dio primordiale in grado di domare con la passione sia gli dèi che gli uomini:

(GRC)
« Ἦ τοι μὲν πρώτιστα Χάος γένετ᾽, αὐτὰρ ἔπειτα
Γαῖ᾽ εὐρύστερνος, πάντων ἕδος ἀσφαλὲς αἰεὶ
ἀθανάτων, οἳ ἔχουσι κάρη νιφόεντος Ὀλύμπου,
Τάρταρά τ᾽ ἠερόεντα μυχῷ χθονὸς εὐρυοδείης,
ἠδ᾽ Ἔρος, ὃς κάλλιστος ἐν ἀθανάτοισι θεοῖσι,
λυσιμελής, πάντων δὲ θεῶν πάντων τ᾽ ἀνθρώπων
δάμναται ἐν στήθεσσι νόον καὶ ἐπίφρονα βουλήν. »
(IT)
« Orbene, innanzitutto venne all'esistenza lo Spazio beante[8], poi a sua volta
la Terra dal largo petto, sede per sempre sicura di tutti
gli immortali che abitano le cime del nevoso Olimpo,
e il Tartaro nebbioso nel fondo della Terra dalle larghe strade,
poi Eros che è il più bello tra gli dei immortali
e scioglie le membra[9], e di tutti gli dei, come di tutti gli uomini,
doma nel petto il pensiero e la saggia volontà. »
(Teogonia 120-2. Traduzione di Cesare Cassanmagnago, in Esiodo. Tutte le opere e i frammenti con la prima traduzione degli scolii. Milano, Bompiani, 2009, pag.121)

A tal proposito Ilaria Ramelli e Carlo del Grande evidenziano come:

« La Teogonia Esiodea sembra riflettere la dottrina teogonica dei sacerdoti di Apollo delfico. In origine sarebbe stato il Χάος, il "vuoto primordiale" e poi αῖα, la Terra, ed Ἔρως o amore, come attrazione reciproca e principio di unione ed armonia »
(Ilaria Ramelli e Carlo del Grande. Teogonia in Enciclopedia filosofica vol.11. Milano, Bompiani, 2006, pag.11416)

In un secondo passaggio Esiodo evidenzia Eros come quel dio che, insieme ad Himeros, accompagna Afrodite appena nata[10]:

(GRC)
« Τῇ δ᾽ Ἔρος ὡμάρτησε καὶ Ἵμερος ἕσπετο καλὸς

γεινομένῃ τὰ πρῶτα θεῶν τ᾽ ἐς φῦλον ἰούσῃ. »

(IT)
« L'accompagnò Eros e il bel Desiderio[11] la seguì
non appena venuta alla luce e avviata a raggiungere la razza degli dei »
(Teogonia 201-2. Traduzione di Cesare Cassanmagnago, in Esiodo. Tutte le opere e i frammenti con la prima traduzione degli scolii. Milano, Bompiani, 2009, pag.127)

Connesso all'opera di Esiodo vi è il richiamo nella Biblioteca di Apollodoro dove, riferendosi a Io:

« Esiodo e Acusilao affermano che era figlia di Pirene. Io era sacerdotessa di Era, e Zeus la violentò. Scoperto da Era, toccò la fanciulla, la trasformò in una bianca giovenca e giurò che non si era unito a lei. Perciò Esiodo dice che i giuramenti fatti per amore (ἔρωτος) non attirano l'ira degli dei. »
(Biblioteca II,6. Traduzione di Maria Grazia Ciani, in Apollodoro I Miti greci (a cura di Paolo Scarpi. Milano, Fondazione Lorenzo Valla/Mondadori, 2008, pag.87)

Il culto di Eros è attestato da Pausania in Beozia, segnatamente a Tespi:

« Il dio che i Tespiesi onorano fin dai tempi antichi e più di ogni altro dio è Eros e di Eros hanno una statua antichissima, costituita da una pietra grezza. Chi abbia istituito presso i Tepiesi l'usanza di anteporre Eros a tutti gli dei, io non so. »
(Pausania. Periegesi IX, 22, 1. Traduzione di Salvatore Rizzo, in Pausania Viaggio in Grecia - Beozia. Milano, Rizzoli, 2011, pag.225)

L'origine mitica di tale culto, culto forse di origini preistoriche[12], è così spiegata da Conone:

« A Tespi, in Beozia (la città non è molto lontana dall'Elicona), c'era un ragazzo di nome Narciso, molto bello, ma che disdegnava Eros ei suoi amanti. Tutti quelli che l'amavano finirono per rassegnarsi, a eccezione di Amenia che si ostinava a corteggiarlo. Ma Narciso non cedeva alle sue preghiere e perfino gli inviò una spada. Amenia allora si uccise davanti alla porta di Narciso, implorando la vendetta del dio. E Narciso, vedendo il proprio viso e la propria bellezza riflessi nell'acqua di una fonte, divenne, stranamente, amante di se stesso: il primo e l'unico. Alla fine spinto dalla disperazione e avendo compreso che soffriva giustamente per aver respinto l'amore di Amenia, si uccise. A seguito di ciò gli abitanti di Tespi decisero di onorare e di servire Eros, e di rendergli sacrifici sia in pubblico che in privato. E la gente del paese pensa che il fiore del narciso è nato dal loro suolo, laddove fu versato il sangue di Narciso »
(Conone Racconti XXIV, tramandato da Fozio, III, 134b.)

Pausania riporta anche di un altare ad Eros posto di fronte all'ingresso dell'Accademia:

« Davanti all'ingresso dell'Accademia[13] c'è un altare di Eros la cui epigrafe attesta che Carmo[14] fu il primo degli Ateniesi che abbia dedicato un altare ad Eros »
(Pausania. Periegesi I, 30, 1. Traduzione di Salvatore Rizzo, in Pausania Viaggio in Grecia - Attica e Magaride. Milano, Rizzoli, 2011, pag.269)

Tuttavia, come nota Gerard Krüger[15]:

« a questa venerazione mancano realmente la piena dignità ed il valore di un servizio religioso: Eros non è un dio del culto statale. »
(Gerard Krüger. Ragione e passione: l'essenza del pensiero platonico. Milano, Vita e Pensiero, 1996, pag.34)

Tanto che così ci si lamenta nell'Ippolito di Euripide[16]:

« Invano, invano, sull'Alfèo,
nei templi di Febo a Delfi, addensa
la Grecia ecatombi se d'Amore
tiranno dell'uomo, ch'è custode
dei letti figliolo
d'Afrodite, non c'è riguardo, e non si venera
il dio che tutto rovina
e dà calamita
all'uomo, se giunge. »
(Euripide. Ippolito 535 e sgg. Traduzione di Filippo Maria Pontani, in Euripide, Le tragedie vol.1, Milano, Mondadori, 2007, p.279)

Eros nelle teogonie orfiche[modifica | modifica sorgente]

Eros possiede un ruolo fondante in alcune teogonie orfiche. Questo emerge già nella teogonia di tipo "parodistico", ma di derivazione orfica, presente in Aristofane (V-IV secolo a.C.) negli Uccelli (vv.693-702)[17]:

  • in principio vi sono Chaos, Nyx (Notte), Erebo e Tartato;
  • nel buio Erebo, Nyx genera un Uovo "pieno di vento";
  • da questo Uovo emerge Eros dalle ali d'oro;
  • unitosi durante la notte al Chaos, Eros genera la stirpe degli "uccelli";
  • quindi genera Urano (Cielo) e Oceano, Gea (Terra) e gli dèi.

Tale brano è ritenuto il testo più antico attribuibile all'Orfismo, «esso riproduce sinteticamente la forma scritta più antica delle Teogonie orfiche, evocata anche da Platone, da Aristotele e trasmessa da Eudemo»[18].

Un frammento, che richiama Eudemo da Rodi (IV secolo a.C.) riprende la Notte come origine di tutte le cose e Eros al terzo posto:

« La teologia esposta nell'opera del peripatetico Eudemo come se fosse di Orfeo ha taciuto tutto ciò che è intelligibile, in quanto totalmente indicibile e inconoscibile [...] ha posto come principio la Notte, dalla quale inizia pure Omero, anche se non ha reso continua la genalogia. Infatti non si deve accogliere l'affermazione di Eudemo che inizi da Oceano e Teti: infatti egli sembra essere consapevole che pure la Notte è una divinità grandissima, a tal punto che anche Zeus la venera: "Infatti egli temeva di compiere azioni sgradite alla Notte veloce". Ma Omero stesso deve cominciare dalla Notte; invece mi pare di capire che sia stato Esiodo per la prima volta, narrando del Caos ad aver chiamato il Caos la natura inconoscibile dell'intelligibile e compiutamente indifferenziata e a far derivare da lì la Terra come il principio primo, come il principio primo, se così si può dire, dell'intera generazione degli dei; a meno che il Caos non sia il secondo dei due principi, mentre la Terra, il Tartaro e Eros i tre oggetti dell'intuizione ed Eros è al terzo posto, in quanto contemplato secondo un ritorno. Questa espressione è impiegata pure da Orfeo nelle rapsodie: la Terra è al primo posto, in quanto per prima si è solidificata in una massa solida e stabile, il Tartaro a quello intermedio, perché già mosso verso una differenziazione. »
(Eudemo da Rodi. Frammento 150, in Orfici. Testimonianze e frammenti nell'edizione di Otto Kern, 28 [1]; traduzione di Elena Verzura. Milano, Bompiani, 2011, p.227)

Nel complesso queste teogonie presentano un inizio caratterizzato da un sfera perfetta nella Notte cosmica, quindi una totalità rappresentata da Phanes (Φάνης, Luce, "vengo alla Luce", anche Fane, Protogono Πρωτογόνος, Erichépaio Ἠρικεπαῖος) androgino e con le ali dorate, completo in sé stesso ma dai lineamenti irregolari, e, infine, da questa unità ancora perfetta un insieme di accadimenti conducono a dei processi di differenziazione. Quindi emerge Zeus in cui tutto viene riassorbito e rigenerato nuovamente per una seconda processione, dalla quale emerge Dioniso che, tuttavia, per una macchinazione di Era, sposa di Zeus, verrà divorato dai Titani. Zeus irato scaglia contro costoro il fulmine: dalla fuligine provocata dalla combustione dei Titani sorgono gli uomini composti dalla materia di questa, mischiata con la parte dionisiaca frutto del loro banchetto.

E «Primo nel governare il mondo, Fane-Protogono-Erichépaio si chiama anche Eros»[19].

Eros filosofo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eros (filosofia).

In Platone e precisamente nel Simposio è descritto, per bocca di Socrate e secondo l'insegnamento di Diotima di Mantinea, come figlio di Penia (Mancanza) e Poros (Espediente)[20])[21] Eros rappresenta così la ricerca di completezza che causa l'amore e le mille astuzie a cui sono pronti gli amanti per raggiungere i loro scopi amorosi. In chiave prettamente filosofica, la natura ingegnosa di Eros lo porta ad essere la via verso la filosofia attraverso la mania erotica.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fedro (dialogo) e Simposio (dialogo).

Pittura[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Categoria: Dipinti su Cupido.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ George M. A. Hanfmann. Oxford Classica Dictionary. Oxford Univeristy Press, 1970. In italiano Dizionario delle antichità classiche Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag.849.
  2. ^
    « Eros was the ancient Greek god of sexual (either homosexual or heterosexual) love or desire. »
    (M. L.West (1987) Eleonora Cavallini (2005). Eros in Encyclopedia of Religion, vol.4. New York, Macmillan, 2004, pag. 2832)
  3. ^ Il corrispondente dio romano è indicato come Amor o Cupido
  4. ^ Ivan Gobry. Eros in Le vocabulaire grec de la Philosophie 2002, trad.it. Vocabolario greco di filosofia. Milano, Bruno Mondadori, 2004, pag.80. Anche
    « The word erōs is the ordinary noun denoting that emotion; it could be personified and treated as an external being because of its unfathomable and irresistible power over humans (and animals and gods). »
    (M. L.West (1987) Eleonora Cavallini (2005). Eros in Encyclopedia of Religion, vol.4. New York, Macmillan, 2004, pag. 2832)
  5. ^ La corrispondente nozione latina è resa come desiderium, amor, cupiditas, libido
  6. ^ George M. A. Hanfmann. Oxford Classica Dictionary. Oxford University Press, 1970. In italiano Dizionario delle antichità classiche, Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag. 849.
  7. ^ Troia cadde per la passione di Paride. Aiace perse la vita sulla via del ritorno punito da Poseidon per aver egli violato, vittima della passione, la sacerdotessa Cassandra all'interno dello steso santuario dedicato ad Artemide. Per quanto attiene Teseo, forse si riferisce al voto di morte nei confronti del figlio espresso nella vicenda di Fedra e Ippolito.
  8. ^ Nota Cesare Cassanmagnago, allievo di Giovanni Reale, (Op.cit. pag.927 n.23) come sia del tutto inopportuno rendere Χάος (Chaos) con il termine italiano di "caos" indicando questo uno stato di confusione che nulla ha a che fare con la nozione greca. Lo scoliaste lo indica come kenòn, lo spazio vuoto tra cielo e terra dopo che una possibile unità originaria fu spezzata. D'altronde lo stesso Esiodo lo indica come eghèneto non il principio quindi, ma ciò che da questo per prima appare.
  9. ^ George M. A. Hanfmann, nell'Oxford Classica Dictionary (Oxford Univeristy Press, 1970, in italiano Dizionario delle antichità classiche Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag.849) nota il collegamento tra questo passo esiodeo e il precedente omerico.
  10. ^ Nota George M. A. Hanfmann, nell'Oxford Classica Dictionary (Oxford Univeristy Press, 1970, in italiano Dizionario delle antichità classiche Cinisello Balsamo, Paoline, 1995, pag.849) come molti studiosi ritengano che in realtà Eros non si limiti ad accompagnare Afrodite, ma può accompagnare qualsivoglia altra divinità quando ciò concerne episodi di amore.
  11. ^ "Desiderio ardente" (Ἵμερος, Himeros). Nota lo scoliaste che mentre Eros nasce dalla vista, Himeros nasce dal sentimento di brama (epythimeìn) dopo aver visto.
  12. ^ Il mito di Narciso e l’interpretazione di Plotino in L’Immagine riflessa, Anno X, 2001, n. 1, pag. 12
  13. ^ Qui intesa come quella vasta area a Nord-Ovest del Dyplon circondata a partire dal VI secolo a.C. dal Muro di Ipparco.
  14. ^ Aten.,13, 609d, da Clitodemo attidografo così riporta«Carmo fu amante di Ippia e fu il primo a innalzare la statua di Eros all'Accademia. L'iscrizione dice: "Eros dai varii inganni, a te quest'altare eresse/Carmo presso gli ombrosi confini del ginnasio». Cfr. Salvatore Rizzo. Op.cit. pag.432.
  15. ^ Gerard Krüger. Ragione e passione: l'essenza del pensiero platonico. Milano, Vita e Pensiero, 1996, pag.34
  16. ^ Cfr. 535 e segg.
  17. ^
    « Uomini nati nel buio della vostra vita, simili alla stirpe caduca delle foglie, essere fragili, impasto di fango, vane figure d’ombra, senza la gioia delle ali, fugaci come il giorno, infelici mortali, uomini della razza dei sogni, date ascolto a noi: immortali e sempre viventi, creature del cielo, ignari di vecchiezza, esperti di indistruttibili pensieri. Ascoltate da noi tutta la verità sulle cose del cielo e la natura degli uccelli, sull'origine degli dèi e dei fiumi, e dell'Erebo e del Caos. Conoscerete il vero, e da parte mia direte a Prodico di andare alla malora, per l'avvenire. In principio c'erano il Caos e la Notte e il buio Erebo e il Tartaro immenso; non esisteva la terra, né l'aria né il cielo. Nel seno sconfinato di Erebo, la Notte dalle ali di tenebra generò dapprima un uovo pieno di vento. Col trascorrere delle stagioni, da questo sbocciò Eros, fiore del desiderio: sul dorso gli splendevano ali d'oro ed era simile al rapido turbine dei venti. Congiunto di notte al Caos alato nella vastità del Tartaro, egli covò la nostra stirpe, e questa fu la prima che condusse alla luce. Neppure la razza degli immortali esisteva avanti che Eros congiungesse gli elementi dell'universo. Quando avvennero gli altri accoppiamenti, nacquero il cielo e l'oceano e la terra, e la razza immortale degli dèi beati »
    (Aristofane. Gli uccelli 685-702. Traduzione it. di Dario Del Corno, in Aristofane. Commedie. Milano, Mondadori, 2007, pag. 301)
  18. ^ Paolo Scarpi. Le religioni dei misteri vol. I, p.628; sull'attribuzione orfica del passo di Aristofane cfr. anche Giorgio Colli. La sapienza greca vol.1 p. 394 nota a 4[A 24].
  19. ^ Reyanal Sorel. Orfeo e l'orfismo- morte e rinascita nel mondo greco antico. Salento, Besa Editrice, 2003, p.52
  20. ^ Enciclopedia Garzanti di filosofia alla voce corrispondente. Per mantenere in italiano il genere maschile del termine greco poros questi viene tradotto anche con "Guadagno" (in Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone, ed. Vita e Pensiero, 2003, pag.469
  21. ^ Secondo altri autori "Poros" corrisponderebe al termine Ingegno (Cfr. Italo Gallo, Riflessioni e divagazioni sulla grecità, Edizioni dell'Ateneo, 2004, pag.54)

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