Ibico

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Reggio Calabria, monumento a Ibico

Ibico, o Ibico di Reggio, noto anche come Ibico reggino (Ἴβυκος, Íbykos; Reggio Calabria, VI secolo a.C.Corinto?, VI secolo a.C.), è stato un poeta greco antico di lirica corale, attivo verso la metà del VI secolo a.C. in Magna Grecia.

Vita, opere e riferimenti[modifica | modifica sorgente]

Annoverato dagli alessandrini tra i nove poeti eccelsi della lirica greca, Ibico nacque a Rhegion (oggi Reggio Calabria) da una famiglia aristocratica. Figlio di Fitio, si formò alla famosa scuola poetica di Stesicoro, in età adulta andò a vivere a Samo presso la corte del tiranno Policrate dove incontrò il poeta Anacreonte.

Antiche fonti indicano che nella biblioteca di Alessandria d'Egitto le opere di Ibico fossero raccolte in sette libri; si trattava di carmi lirici di contenuto eroico (encomii) e poesie d'amore soprattutto in lode della bellezza degli efebi. Tuttavia la maggior parte della sua produzione è andata perduta, e di queste composizioni poetiche possediamo oggi solo una sessantina di frammenti.

Uno di questi, conservato da un frammento papiraceo, ci permette di leggere la parte finale del cosiddetto "encomio a Policrate", in cui Ibico elenca situazioni ed eroi della guerra di Troia aggiungendo però di non volersi occupare di questo argomento; egli preferisce invece ricordare alcuni eroi greci e troiani famosi per la loro bellezza, paragonando a questi lo stesso Policrate.

Alcuni aneddoti antichi ricordano Ibico come inventore di strumenti musicali; questa, ad esempio, è la testimonianza di Ateneo di Naucrati:

« Ma quest'ultimo strumento (la Lira fenicia, o sambuca) Neanthes di Cizico, nel libro primo dei suoi Annali, dice che fu ideato da Ibico, il famoso poeta di Reggio; così come Anacreonte inventò il 'barbiton' (strumento dalle molte corde) »
(Ateneo di Naucrati, I sapienti a banchetto IV, 175 d-e)

Questo tipo di notizia si trova in realtà applicata da varie fonti antiche a gran parte dei poeti lirici, e risulta perciò di credibilità assai dubbia.

Lo stesso Ateneo non sa se attribuire a Ibico o a Stesicoro un poema intitolato I giochi funebri; pare però più probabile, a giudicare da altre testimonianze, che tale poema fosse opera di Stesicoro:

« [...] Stesicoro o Ibico, nel poema intitolato "I giochi funebri", ha detto che i regali vennero portati alle donne, 'dolci al sesamo, cereali, dolci di olio e miele, altre buone paste e miele giallo'. »
(Ateneo di Naucrati, I sapienti a banchetto IV, 172 d-e)

Un tema comune in molte opere è quello della possessione amorosa, a cui però il poeta risponde stancamente poiché colpito dall'amore in vecchiaia. Un altro carme proclama radiosamente che ogni stagione è tempo d'amore, così forte da gelare il corpo, a differenza della primavera che feconda la terra.

La poetica di Ibico è caratterizzata da un grande uso degli aggettivi e dalla particolarità di inserire il significato del componimento nei versi centrali, anziché nelle battute finali, in un uso discostato dalla poetica lirica saffica. Cicerone lo lodò considerandolo poeta d'amore più ardente degli altri poeti della Magna Grecia:

« Il Reggino Ibico tra tutti il più infiammato d'amore. E vediamo che gli amori di tutti costoro sono sensuali »
(Cicerone, Tuscolane, IV, 71)
« O Ibico, che cogliesti il soave fiore di Peitho[1] e dei fanciulli »
(Antologia Palatina IX, 184)
« È diceria popolare che i lirici avessero la predilezione per le poesie di argomento maidico. Queste cose si riferiscono anche agli amori, che riguardano Alceo e Ibico e Anacreonte »
(Scolio a Pindaro, Istmica II, 1)

La curiosa leggenda della sua morte è così riportata da Plutarco:

« Ferito a morte dai ladri nei pressi di Corinto, il poeta in punto di morte vide uno stormo di gru e le pregò di vendicare la sua morte. I ladri nel frattempo giunsero a Corinto e, poco dopo seduti nel teatro, videro le gru sopra le loro teste. Uno di loro, sorpreso, esclamò: "Guardate, i vendicatori di Ibico!", così la gente capì cosa era successo accusando gli autori del delitto. »
(Plutarco, De Garrulitate, XIV)

Forse tale leggenda nasce per l'analogia tra il nome del poeta ed il nome di una specie di gru.

A Ibico è attribuito anche il primo riferimento noto al personaggio mitologico Orfeo, da lui definito Orfeo dal nome famoso. Ciò lascia pensare che il cantore di Tracia esistesse già in letteratura, in opere però non pervenute fino a noi.[2]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ In greco, Πειθώ, la Persuasione personificata
  2. ^ Simonne Jacquemard, Jacques Brosse, Orfeo o l'iniziazione mistica, Dag Tessore (trad.), Roma, Borla, 2001, ISBN 9788826313757.

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