Alcmane

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Un frammento delle poesie di Alcmane

Alcmane (in greco Ἀλκμάν; Sardi, ... – ...) è stato un poeta greco antico, vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C. Visse per lo più a Sparta dove, secondo la tradizione, era stato condotto come schiavo. Più verosimilmente, egli era nativo di Sparta, e la leggenda nacque in virtù della credenza, che vigeva fra gli altri Greci, che Sparta non potesse generare poeti al suo interno (un simile aneddoto viene raccontato anche a proposito di Tirteo). Secondo altre fonti era lidio o lacone (Messene) di origine. Studiò alla scuola di Terpandro.

La produzione poetica[modifica | modifica wikitesto]

La produzione poetica dell'autore fu poi raccolta dai filologi alessandrini in sei libri. L'ordine che è stato dato ai libri è poco chiaro ad eccezione dei primi due che contenevano i Parteni.

Fu considerato l'inventore della poesia melica e della lirica amorosa oltreché cantore di imenei, anche se celebri sono i suoi Parteni, ossia una forma leggera di lirica corale che svaria nei temi dalla solenne proposizione di un mito a motivi scherzosi o umoristici, svolta in onore degli dèi (Artemide, Apollo, Zeus, Afrodite). I Parteni (da παρθένος,"vergine") erano destinati all'esecuzione da parte di un coro di fanciulle durante rituali iniziatici, in cui si articolava il processo di educazione della gioventù spartana, in particolare per le ragazze. Uno dei temi più ricorrenti nei Parteni è l'amore. Scopo di questo procedimento pedagogico era infatti educare le fanciulle al loro futuro ruolo di madri e di mogli nella società, e dunque era di fondamentale importanza trasmettere le consuetudini fondamendali che regolano la sfera dell'eros. A giudicare da alcuni lunghi frammenti che ci sono pervenuti (il principale è il partenio di Agido e Agesìcora), sembra che le fanciulle, riunite in istituzioni affini ai tiasi lesbici, avessero rapporti omoerotici non solo con la maestra (come accadeva a Lesbo), ma anche fra di loro; esse erano infatti in una condizione di pari livello, in cui l'unico elemento gerarchico discriminante era la bellezza (sotto questo aspetto viene presentata Agesìcora, che per questo motivo viene scelta come corega). A questo proposito il partenio di Agido e Agesìcora è stato interpretato da alcuni come la celebrazione di un vero e proprio matrimonio tra le ragazze, anche se non mancano altri temi ispiratori, quali allusioni mitiche, sentenze morali, spunti conviviali ed erotici, descrizione di spettacoli naturali.[1]

(GRC)

« [...] ἐγὼν δ’ ἀείδω
Ἀγιδῶς τὸ φῶς· ὁρῶ
ὥτ’ ἄλιον, ὅνπερ ἇμιν
Ἀγιδὼ μαρτύρεται
φαίνην· ἐμὲ δ’ οὔτ’ ἐπαινῆν
οὔτε μωμήσθαι νιν ἁ κλεννὰ χοραγὸς
οὐδ’ ἁμῶς ἐῇ· δοκεῖ γὰρ ἤμεν αὔτα
ἐκπρεπὴς τὼς ὥπερ αἴ τις
ἐν βοτοῖς στάσειεν ἵππον
παγὸν ἀεθλοφόρον καναχάποδα
τῶν ὑποπετριδίων ὀνείρων.

ἦ οὐχ ὁρῇς; ὁ μὲν κέλης
Ἐνητικός· ἁ δὲ χαίτα
τᾶς ἐμᾶς ἀνεψιᾶς
Ἁγησιχόρας ἐπανθεῖ
χρυσὸς [ὡ]τ'ἀκήρατος·
τό τ’ ἀργύριον πρόσωπον,
διαφάδαν τί τοι λέγω;
Ἁγησιχόρα μὲν αὕτα·
ἁ δὲ δευτέρα πεδ’ Ἀγιδὼ τὸ Fεῖδος
ἵππος Ἰβηνῷ Κολαξαῖος δραμήται·
ταὶ Πεληάδες γὰρ ἇμιν
Ὀρθρίᾳ φᾶρος φεροίσαις
νύκτα δι’ ἀμβροσίαν ἅτε σήριον
ἄστρον ἀυηρομέναι μάχονται. »

(IT)

« Io canto,
la luce di Agido. Ecco, la vedo
come il sole, lo stesso
che Agido fa risplendere a noi.
Non posso io lodarla
né parlarne male: la corega illustre
non lo permette. Proprio ella mi sembra
spiccare sopra le altre, come quando
si mette alla pastura una giumenta
forte, che con gli zoccoli sonanti
supera il traguardo come alato sogno.

Non la vedi? È un corsiere
venetico. La chioma
sua, di mia cugina
Agesìcora, risplende
come oro purissimo,
come argento il volto.
Ma perché parlarti ancora?
Agesìcora, è questa;
Agido, seconda in bellezza
correrà come un cavallo colasseo contro uno ibeno;
e levatesi come Sirio
esse, le colombe, gareggiano
con noi, che offriamo in dono un aratro alla dea del mattino
nella divina notte. »

(Alcmane, fr. 3 Calame, vv. 39-63)

Notevoli sono i frammenti nei quali si descrive la quiete di un paesaggio notturno in Laconia, o ancora il lamento del poeta per non essere un cerilo, vale a dire il maschio degli alcioni, il quale, una volta invecchiato, è trasportato dalle femmine sul mare. Nel XIX secolo fu ritrovato un intero partenio nel quale si celebrava la vittoria dei Dioscuri sugli Ippocoontidi.

Stile e linguaggio[modifica | modifica wikitesto]

Alcmane, del quale ci restano circa cento frammenti, è il primo che sostituisce la grande strofe corale, composta da strofe, antistrofe ed epodo, all'impostazione più breve della lirica lesbica. Lo stile letterario, seppur definibile corale, è da considerare come un'anticipazione del genere soprariportato. Un piccolo esempio può essere rappresentato dalla presenza di una non definitiva voce dominante e, prendendo in analisi anche pochi versi dei suoi componimenti, suscita curiosità vedere un continuo cambiamento di soggetto ( dal noi si passa all'io soggetto ). La poesia corale è rivolta all'intera collettività, dunque l'uditorio a cui Alcmane si rivolgeva era costituito dalla comunità cittadina. Il poeta diventa il portavoce della vita associata, e la poesia veniva cantata durante cerimonie religiose di rilevanza sociale e politica.

Il dialetto di Alcmane è il dorico letterario, caratteristico della lirica corale, che presenta molti elementi comuni all'epos e alla lirica eolica. Frequenti sono gli elementi dialettali che completano l'impasto linguistico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "Le muse", De Agostini, Novara, 1964, Vol. I, pag.107-108

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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