Sparta

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Resti della polis di Sparta

La polis di Sparta fu uno dei maggiori centri dell'antica Grecia per il suo formidabile esercito rimasto tuttora famoso.

Le tradizioni leggendarie e la Sparta di età micenea[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto immaginario di Agamennone

Secondo la tradizione greca, la città di Lacedemone, (Λακεδαίμων, Lakedaimon) esisteva già all'epoca della guerra di Troia, nel XIII secolo a.C., quando apparteneva al regno di Menelao, marito di Elena e fratello di Agamennone, che governava il Peloponneso nord-orientale dalla sua reggia di Micene. Il regno di Menelao passò al nipote Oreste e da questi al nipote Tisameno che ancora regnava quando l'invasione delle tribù doriche, originarie dall'estremo nord della Grecia, pose fine per sempre alla civiltà micenea e all'esistenza della stessa Lacedemone.

Nonostante le tradizioni mitologiche sulla Sparta di età micenea, l'esistenza effettiva di un palazzo con un archivio in lineare B era solo un'ipotesi. Prima del 2008 si aveva solo notizia dell'esistenza di una struttura abitativa dell'età del bronzo nel sito dove sorgeva l'heroon dedicato a Menelao. Nel 2008, nella zona di Xirocambi, in prossimità del Taigeto, a pochi chilometri dall'attuale centro di Sparta, affiorarono frammenti di tavolette di un archivio miceneo. La campagna di scavi condotta sul luogo a partire dal 2010 dall'archeologo Aghios Vassilios ha portato alla scoperta del vero e proprio centro palaziale e del suo archivio.

La Sparta dorica[modifica | modifica wikitesto]

La Sparta dorica (che era chiamata preferibilmente Lacedemone e più raramente con il nome prevalso in epoca moderna) ebbe origine nel X secolo a.C. per sinecismo, ossia riunendo almeno quattro villaggi distinti: Cinosura, Limne, Mesoa e Pitane. Questo fatto può spiegare in parte perché la città fosse governata da due re, di due diverse dinastie, la più antica, quella degli Agiadi, forse proveniente da Pitane, e quella degli Euripontidi, originaria di Limne o di Cinosura.[1] Come è tipico delle comunità primitive, quella spartana era formata da diverse tribù, gli Illei, i Panfili e i Dimani, ciascuna delle quali riuniva più fratrie, le quali, a loro volta, erano costituite ciascuna da un insieme di famiglie.

La struttura originaria, di uno stato formato da villaggi sparsi, non solo giustifica il nome Σπάρτη (che significa dispersa) dato alla città, ma si mantenne anche quando la città divenne una grande potenza. Scrive Tucidide[2] che «se Sparta restasse deserta e rimanessero solo i templi e le fondazioni degli edifici, le generazioni future non crederebbero che la potenza spartana fosse pari alla sua fama […] non raccogliendosi la città intorno ad un unico nucleo privo di templi e costruzioni sontuose, con la sua struttura in villaggi sparsi, secondo l'antico costume greco, parrebbe una mediocre potenza».

L'espansione e le guerre messeniche[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre messeniche.
L'espansione di Sparta dopo le guerre messeniche.

L'espansione di Sparta in Laconia sarebbe iniziata nell'VIII secolo, sotto la guida dei re Archelao e Carilao (ca 770-760) annettendo il territorio lungo il corso settentrionale dell'Eurota e poi, «durante il regno di Teleclo [ ... ] non molto prima della Guerra messenica»,[3] e cioè verso il 750, con la colonizzazione di Fari e Gerantre e l'annessione di Amicle e dei suoi abitanti nella comunità spartana[4] che consentì la rapida annessione di tutta la valle meridionale dell'Eurota, avvenuta dopo il 740 al comando del re Alcamene, compresa la città di Elo, i cui abitanti furono resi schiavi. Dal nome della città avrebbe avuto origine, secondo la tradizione greca, il termine di Iloti.[5]

L'eventuale espansione di Sparta a oriente e sul mare avrebbe dovuto scontrarsi con la potenza di Argo; fra la montagnosa Arcadia, a nord, e la pianura della Messenia, ad occidente, gli Spartani scelsero quest'ultima, «buona da lavorare e da piantare», come nota Tirteo. Prendendo a pretesto l'assassinio di re Teleclo (740) attribuito ai Messeni, e assistita da mercenari cretesi e corinzi - mentre la Messenia beneficiava del sostegno delle tribù arcadiche, di Argo e di Sicione - Sparta iniziò una guerra ventennale (la prima guerra messenica) che si concluse con la caduta dell'ultimo bastione messenico del monte Itome (intorno al 715 a.C.). Alcuni aristocratici messeni fuggirono[6] in Arcadia[7] mentre la massa della popolazione fu costretta a versare metà della sua produzione agricola ai nuovi padroni. Tirteo, che è la nostra principale fonte sull'argomento, scrive che: «Come asini sotto una pesante soma, erano costretti a trasportare per i loro padroni la metà di tutte le messi che un campo poteva produrre»[8] Non vi fu un'occupazione militare e una cinquantina d'anni dopo i nuovi tributari insorsero, approfittando della sconfitta subita da Sparta a Ilie nel 669 per mano di Argo, che aveva compreso da tempo la pericolosità dell'espansionismo spartano. La seconda guerra messenica durò una decina di anni e si concluse con l'annessione di gran parte del territorio della Messenia e la riduzione dei suoi abitanti alla condizione di Iloti; solo le città costiere mantennero una relativa indipendenza prendendo lo statuto di città periecie.

La conquista della Messenia influenzò tutta la politica spartana. A differenza delle altre città greche, che sopperivano alla mancanza di terre colonizzando i territori d'oltremare, Sparta - a parte l'episodio della colonizzazione di Taranto nel 708 - dedicò tutte le sue energie allo sfruttamento della nuova ricchezza che l'aveva resa la città più potente del Peloponneso.

Durante la seconda guerra messenica l'esercito spartano adottò una nuova tecnica militare, nella quale raggiunse l'eccellenza, basata sull'impiego di opliti schierati in formazione chiusa. Questa tattica, nella quale erano essenziali il coordinamento e la disciplina e non le iniziative individuali, influenzò profondamente la cultura spartana. L'ordinamento dello stato spartano che conosciamo in epoca classica è in misura significativa il risultato dell'organizzazione delle formazioni oplitiche.

Dopo la definitiva sottomissione della Messenia, i potenziali rivali ai confini di Sparta erano l'Arcadia e Argo; alla metà del VI secolo a.C. Sparta sconfisse la più importante delle città arcadiche, Tegea. Gli Spartani liberarono gli iloti per metterli in ambito militare, che a differenza di prima ora avevano dei diritti. Impegnandole ad "avere gli stessi amici e nemici dei Lacedemoni". Nasceva così il primo embrione di quella che sarà la Lega Peloponnesiaca. La posizione di Sparta nel Peloponneso si rafforzò ulteriormente dopo un'importante vittoria su Argo ottenuta intorno al 546 a.C., che le consentì di impadronirsi della regione nord-orientale della Cinuria e della fascia costiera fino a Capo Malea.

A metà del VI secolo a.C. Sparta aveva raggiunto lo status di potenza regionale, avviata verso l'egemonia del Peloponneso, e il tipico ordinamento, descritto nei prossimi paragrafi, che la rese famosa nel mondo greco e nel ricordo delle epoche successive.

Sparta in epoca classica[modifica | modifica wikitesto]

Le classi sociali[modifica | modifica wikitesto]

Licurgo

Sparta, come tutte le poleis greche, sin dal principio fu una monarchia, con la particolarità di avere due re (diarchia), appartenenti a due distinte dinastie. Secondo la leggenda, il legislatore Licurgo, conservando l'istituto monarchico, introdusse le altre forme caratteristiche della costituzione spartana. Per Aristotele, Sparta era la più democratica delle città greche, in quanto quella che spesso viene definita l'oligarchia che governava la città, era formata in realtà da tutti i cittadini, ossia gli Spartiati, cioè i discendenti dei Dori che occuparono la Laconia e sottomisero i Messeni.

L'Apella era l'assemblea di tutti gli spartiati che avevano compiuto trent'anni. Si riuniva una volta al mese, eleggeva gli efori e i membri della gherusia, approvandone o respingendone le proposte. La Gherusia, che era composta dai due re ed altri 28 componenti, eletti a vita tra gli spartiati di almeno sessanta anni, curava i rapporti con gli altri Stati, stipulava i trattati e faceva le leggi. Gli Efori erano cinque e controllavano l'applicazione delle leggi, il comportamento dei cittadini, l'amministrazione della giustizia e l'operato dei Re-sacerdoti.

Nel tempo le attribuzioni dell'apella (alla quale anticamente competeva anche l'iniziativa legislativa) furono sempre più limitate a favore della gherusia e il controllo da parte degli efori privò i re di molto del loro potere.

Gli Spartiati[modifica | modifica wikitesto]

Plutarco scrive:

« Bisogna sapere che a Sparta regnava un'abominevole disparità di condizioni sociali tra i cittadini e vi si aggirava un gran numero di diseredati, che non possedevano un palmo di terra, perché tutta la ricchezza era concentrata nelle mani di poche persone »... « Licurgo ripartì il territorio della Laconia in 30.000 lotti, dati in assegnazione agli abitanti del contado, i Perieci, e quello dipendente dalla città in 9.000, quanti erano gli Spartani veri e propri. »
(Plutarco, Vita di Licurgo, 8)

Le terre furono divise in parti eguali (kléroi);[9] ogni lotto veniva assegnato alla nascita a ogni spartiate[10] e coltivato dagli iloti, gli stessi ex coltivatori laconi e poi messeni resi schiavi, di proprietà dello Stato. Tali primitivi appezzamenti erano inalienabili, perché rimanevano di proprietà dello Stato, e ogni cittadino spartano aveva così la garanzia di indipendenza economica, equivalente al godimento dei diritti politici e al riconoscimento di «uguaglianza» con gli altri concittadini: gli Spartani liberi - gli Spartiati - si definivano infatti gli homòioi, gli eguali (anche se ciò si basava solo sull'uguaglianza politica e non su quella economica). Tuttavia le nuove terre conquistate potevano essere oggetto di commercio[11] e negli Spartiati sussistevano differenze anche notevoli di condizione economica.

Sollevati dal lavoro produttivo, erano tenuti a dedicare il proprio tempo e il proprio denaro solo alle armi e ai sissizi, i banchetti comunitari:[12] chi non fosse stato in grado di sostenere quest'onere avrebbe perduto i diritti di cittadinanza.

Per essere spartani occorreva soddisfare un insieme di condizioni. In primo luogo occorreva che entrambi i genitori appartenessero a famiglie spartiati. Coloro che erano nati da un padre spartiate e una madre di condizione ilotica erano detti motaci: essi godevano di alcuni privilegi, come la possibilità di ricevere la stessa educazione dei cittadini di pieno diritto e il poter essere ammessi occasionalmente ai sissizi, ma erano privi dei diritti politici. Secondo il mito greco, tramandatoci dallo storico Plutarco, i bambini nati da entrambi genitori spartiati venivano esaminati dagli anziani e, se non giudicati idonei fisicamente, abbandonati a morire sul monte Taigeto. Tuttavia questa teoria non è supportata da scavi archeologici ed è stata smentita dallo studio dell'antropologo Tehodoro Pitsios della Facoltà di Medicina di Atene, il quale ha appurato che tutti i resti umani ritrovati nell'area del monte appartenevano a individui di sesso maschile di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Per divenire effettivamente cittadini bisognava percorrere con successo l'iter educativo previsto. Infine, come abbiamo visto, per rimanere nella condizione di cittadino di pieno diritto occorreva avere un livello di reddito che consentisse di adempiere i propri obblighi: chi non riusciva a soddisfare questa condizione veniva retrocesso tra gli hypomeiones (inferiori), cittadini di seconda classe che, come i motaci, avevano alcuni diritti ma non quelli politici.

Gli Spartiati, fin dai sei anni, si dedicavano esclusivamente agli esercizi militari, compiuti in un regime di vita comunitario; a diciannove anni erano ammessi nell'esercito, divenendo opliti e a trenta potevano costituirsi una famiglia, continuando l'addestramento militare fino a sessant'anni. In questo modo riuscirono a costituire un esercito professionale, il più forte e disciplinato di tutta la Grecia, fino alla perdita della Messenia, il lavoro dei cui schiavi aveva reso possibile a ogni Spartano un regime di addestramento a tempo pieno.

Un ruolo importante nella classe degli spartiati era esercitato dalle donne; spettava infatti a loro la conduzione dell'economia familiare, per la quale agli uomini mancava il tempo e probabilmente la competenza: spettava in particolare alle donne sorvegliare e dirigere il lavoro degli iloti, dal quale dipendeva lo stato economico della famiglia[13].

Era uso degli Spartiati portare i capelli lunghi: secondo Erodoto tale uso venne introdotto dopo la conquista di Tirea, che ebbe luogo nel vasto contesto delle guerre contro Argo. Decisero Argivi e Spartiati di combattere per il possesso di quella città inviando ciascuno trecento campioni, affinché quelli combattessero facendo le veci degli eserciti. Solo Alcenore e Cromio resistettero tra gli Argivi, mentre l'unico sopravvissuto degli Spartani fu Otriade. Non riuscendo le due città ad accordarsi sul risultato della gara (gli Argivi sostenevano di aver vinto poiché alla fine dello scontro erano in superiorità numerica, mentre gli Spartiati leggevano l'allontanarsi dei due Argivi dal campo come una fuga) scoppiò un secondo conflitto, vinto dagli Spartati, che imposero agli Argivi il taglio dei capelli (era loro tradizione portarli lunghi); altresì da allora gli Spartiati introdussero l'uso di portare i capelli lunghi.[14]

Educazione degli Spartiati[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Agoghé.
Busto di oplita

Il caratteristico sistema educativo a cui obbligatoriamente veniva sottoposto ogni giovane spartiate era detto agoghé (ἀγωγή). A sette anni lasciava la famiglia e veniva inserito in un gruppo di coetanei guidati da un ragazzo più grande, imparando danza e musica e, «solo perché non se ne poteva fare a meno»[15] a leggere e a scrivere; ma lo scopo preminente era quello di indurire il carattere e addestrarlo all'arte della guerra.

Verso i vent'anni entrava a far parte degli ireni (εἴρηνες eirenes), soldati che continuavano il proprio addestramento istruendo a loro volta un gruppo di più giovani spartiati. Poteva allora anche essere impiegato nell'annuale caccia agli iloti (κρυπτεία krypteía): confinato in località periferiche, con mezzi limitati, armato di un pugnale e nascosto di giorno poteva derubare e uccidere legalmente gli iloti in cui si fosse imbattuto, in modo da sperimentare l'efficienza della propria formazione militare. Questa usanza è considerata da alcuni studiosi complementare alla formazione del cittadino spartano, orientata verso il sistema oplitico, e retaggio di una possibile tradizione precedente il nuovo ordinamento militare[16].

A trent'anni lo spartiate acquisiva il diritto di voto nell'assemblea (apella) e poteva sposarsi; non è chiaro se fosse ammesso ai sissizi (συσσίτια) della propria fratria a venti o a trent'anni. Il regime di vita, fondato su addestramento militare e banchetti comunitari - la specialità dei quali era il brodo nero[17] - rimaneva semplice e rustico per tutta la sua vita, spartano, appunto.

Un tipo di educazione con caratteristiche analoghe veniva impartito alle femmine: infatti anche alle bambine veniva applicato uno schema educativo in base al quale le fanciulle, dai sette anni all'adolescenza, venivano sottratte alla famiglia e vivevano in collegi, nel culto di Artemide[18], nei quali svolgevano esercizio fisico ed imparavano a tessere, a manipolare il grano, ad affrontare l'esperienza della sessualità e della maternità[19].

I Perieci[modifica | modifica wikitesto]

Rappresentazione di un soldato spartano.

I Perìeci (περι-οίκοι "quelli che abitano intorno") erano gli abitanti delle comunità presenti nei territori che circondavano la città, come le parti costiere del territorio, viventi, sebbene sotto il dominio politico di Sparta, in stato di libertà e di autonomia, soprattutto dediti a lavori commerciali e artigianali, attività che gli Spartani non potevano praticare. Sull'origine dei Perieci ci sono pareri discordanti: c'è chi ritiene che derivassero da popolazioni micenee o pre-micenee assoggettate dagli Spartani al momento della loro invasione del territorio (che, a differenza di quelle divenute Iloti, non avrebbero opposto resistenza militare); un'altra ipotesi è che la loro origine risalisse a insediamenti militari situati in prossimità della frontiera[20]; o ancora che si trattasse di Messeni privilegiati per spezzare la solidarietà fra i vinti[21]. I Perieci erano obbligati a combattere, in posizione subalterna, a fianco di Sparta in caso di guerra, formando battaglioni armati alla leggera costretti ad aprire il combattimento per indebolire l'avversario. Essi rimanevano autonomi nelle loro città, ma erano obbligati al pagamento di tasse a Sparta, senza godervi di alcun diritto politico.

Gli Iloti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Iloti.

Gli Iloti non hanno diritti: sono schiavi pubblici o prigionieri di guerra in quanto lavorano terre dello Stato, assegnate in usufrutto ai cittadini i quali, come non possono vendere i propri appezzamenti di terreno, così non possono né affrancare né vendere questi schiavi-agricoltori, che sono perciò anch'essi in usufrutto degli Spartani i quali possono al più prestarseli in caso di necessità «come fossero beni propri»[22].

Essi svolgono anche i lavori domestici e si accompagnano ai loro «padroni», se possiamo dar credito a Plutarco[23] quando scrive di Timaïa, moglie del re Agide II, che conversa con le sue serve ilote, confidando loro che padre del bambino che ella porta in grembo non è il marito ma l'amante. Oltre a essere anche artigiani, gli Iloti possono servire i giovani spartani durante la loro educazione: sono chiamati allora μόθωνες, móthones.

Essi devono consegnare una parte fissa - l'ἀποφορά, apophorà - della produzione agricola del fondo agricolo (kléros) al padrone, conservando il resto per il proprio sostentamento. La quantità da fornire sarebbe pari, secondo Plutarco, a 70 medimmi (un medimno è l'equivalente di circa 52 litri) d'orzo per ogni uomo e a 12 per ogni donna, oltre a quantità d'olio e di vino.

Ogni anno i magistrati spartani dichiaravano formalmente guerra agli Iloti, così da rendere lecite aggressioni nei loro confronti. Le dure condizioni in cui si trovavano gli Iloti e il loro numero, essendo stati sempre più numerosi degli Spartani (non si sa con sicurezza in che proporzione, forse è eccessivo il rapporto suggerito da Erodoto di 7 a 1 nel V secolo a.C.), facevano temere continuamente la possibilità di rivolte. Particolarmente significativa fu quella del 464 a.C., seguita a un terremoto che colpì la città, durante la quale gli Iloti si arroccarono sul monte Itome, nel cuore della Messenia.

L'organizzazione dello Stato[modifica | modifica wikitesto]

La costituzione spartana era peculiare e differiva da quella di tutte le altre città greche. Essa era fatta risalire a Licurgo, che si sarebbe basato su una rhetra (ῥήτρα), ossia un oracolo, ricevuto a Delfi. La sacralità dell'immutabile ordinamento spartano veniva così fondata direttamente sulla volontà del dio Apollo.

Ecco come Plutarco[24] riferisce la rhetra ricevuta da Licurgo: «Eretto un tempio a Zeus Sillanio e ad Atena Sillania, formate le tribù (Φυλή) e ordinati i villaggi (Ὠβά), istituito un Consiglio di trenta anziani (γερουσία), compresi i re (ἀρχηγέτας), raduna l'assemblea[25] di tanto in tanto tra Babica e Cnacione[26] ove presentare e respingere proposte di legge; al popolo spetti il potere di approvarle».

Lo stato era quindi organizzato in tribù e villaggi ed il potere risiedeva in tre istituzioni: i re, la gerusia e l'assemblea popolare di tutti gli spartiati. I dati demografici relativi ai villaggi (inizialmente quattro, poi cinque per l'aggiunta di Amicle, e poi forse anche di più[27]) e il loro rapporto con l'organizzazione militare sono piuttosto oscuri: una delle interpretazioni[28] ipotizza, a fronte di una popolazione maschile spartana di 9.000 unità, un esercito composto di 6.500 elementi, 9 villaggi di 1.000 uomini ciascuno che fornissero ognuno circa 720 uomini ad ogni mora (reggimento), essendo ogni mora composta da tre lochoi (schiere) ciascuna di 240 uomini, forniti a ogni schiera da una singola fratria.

La monarchia era stata la forma di governo usuale nella Grecia arcaica, ma solo a Sparta essa si conservò fino all'epoca classica, nella forma particolare della diarchia. I due re appartenevano l'uno alla famiglia degli Agiadi e l'altro a quella degli Euripontidi e si credeva che entrambe le dinastie discendessero direttamente da Eracle. Le competenze dei re, limitate dalle attribuzioni degli altri organi dello stato, erano in epoca classica esclusivamente militari e religiose. Si trattava comunque di due settori entrambi essenziali nella vita dello stato: ai re spettava il comando dell'esercito e la mediazione tra umano e divino, rappresentando la comunità presso gli dei e interpretando la loro volontà a beneficio della città. Non a caso quasi tutti gli spartani di cui si è conservato il ricordo, da Leonida ad Agesilao, furono re.

La gerusia, ossia il consiglio degli anziani composto da trenta membri compresi i due re, aveva importanti poteri giudiziari (in particolare nei processi capitali) e soprattutto politici. Spettava alla gerusia la formulazione e l'esame preliminare delle proposte da sottoporre all'assemblea, che poteva solo approvarle o respingerle, senza avere né potere di iniziativa né possibilità di discutere. La volontà dell'assemblea (costituita da tutti gli spartiati che avevano compiuto trenta anni) non veniva appurata contando i voti, ma per acclamazione, ossia con la forza delle grida: un sistema arcaico che le altre poleis avevano abbandonato. Inoltre Plutarco afferma che «qualora il popolo alteri la proposta prima di adottarla, gli anziani e i re possono togliere la seduta, cioè non ratificano la decisione ma si allontanano e sciolgono l'adunanza, perché perverte e cambia in peggio la proposta che è chiamata a votare».[29]

Antica edizione delle Vite parallele di Plutarco

Il senso di questo passo[30] sembra essere questo: la gerusia si riuniva una prima volta e presentava i suoi progetti all'assemblea che poteva approvarli immediatamente o avanzare delle proposte correttive, se non respingerli del tutto. In questo secondo caso, la gerusia si sarebbe nuovamente riunita a parte per valutare le obiezioni dell'assemblea: ripresentate una seconda volta le sue proposte, sia che fossero immutate sia che contenessero delle modifiche, l'assemblea poteva solo approvarle senza ulteriori discussioni. L'assemblea avrebbe avuto di fatto solo un potere consultivo e il regime spartano si qualificherebbe come oligarchico.

Va però osservato che l'appartenenza alla gerusia, a differenza di quanto accadeva per istituzioni apparentemente analoghe tipiche dei regimi oligarchici, non era un diritto ereditario: i suoi membri, detti geronti, erano eletti dall'assemblea tra tutti gli spartiati di almeno sessanta anni di età e restavano in carica a vita. Anche in questo caso si procedeva con le grida: un comitato di giudici determinava gli eletti in base al volume delle acclamazioni ricevute dall'assemblea. Anche se probabilmente la famiglia di appartenenza giocava un ruolo importante in queste elezioni, è un fatto che a Sparta all'interno degli spartiati, tranne l'eccezione delle due dinastie reali, non esisteva un'aristocrazia in senso proprio, con organi istituzionali riservati ai propri membri[31].

Il potere della gerusia e dei re era inoltre fortemente limitato da un altro organo istituzionale, che la tradizione attribuiva anche a Licurgo ma in realtà non era previsto dalla rhetra: il consiglio dei cinque efori (éphoroi, ossia ispettori, da ephoráô, sorvegliare). Erano eletti anch'essi dall'assemblea, ma tra tutti gli spartiati, senza limiti di età, restavano in carica un solo anno e non erano rieleggibili. I poteri degli efori, che dovevano decidere all'unanimità, erano molto estesi: avevano ampie competenze giudiziarie, ricevevano gli ambasciatori, firmavano i trattati, presiedevano l'assemblea (un incarico che in epoca arcaica era spettato ai re), potevano ordinare la mobilitazione dell'esercito, rimuovere i magistrati dai loro incarichi, e in generale controllavano che gli altri organi, re inclusi, esercitassero i loro poteri nei limiti stabiliti dalla tradizione. Uno degli efori, chiamato eforo eponimo, dava il nome all'anno in corso e ai documenti ufficiali. Poiché eletti dall'assemblea di tutti i cittadini, almeno teoricamente rappresentavano un importante elemento di garanzia di eguaglianza nella società degli spartiati. Cicerone, nel De re publica, li paragona in effetti ai tribuni della plebe, ma Aristotele, nella Politica, ai tiranni greci. Una volta scaduto il loro mandato, il loro operato poteva essere valutato dai loro successori e, se il caso, subire punizioni fino alla morte. Significativamente si sono tramandati moltissimi episodi e aneddoti che li riguardano, ma sempre come organo collegiale, mentre quasi mai si è conservato il ricordo di un particolare eforo.

In sostanza, il sistema politico che si costituì a Sparta nel VII secolo, era del tutto originale rispetto alle altre città greche. Esso riservò tutti i diritti a una casta minoritaria, riducendo gli iloti in condizioni di oppressione non confrontabili con quelli degli schiavi del resto del mondo greco, ma all'interno del gruppo degli spartiati riuscì a realizzare uno stabile equilibrio dei poteri fra i monarchi, le famiglie più potenti e la comunità di tutti i cittadini, che esprimeva un esercito professionale dotato di una straordinaria compattezza e capacità combattiva, specie se paragonata a quella delle milizie delle altre città greche, di scarsa istruzione militare, o alle bande mercenarie di altri paesi.

La struttura istituzionale spartana si conserverà a lungo immutata. Molto lodata da alcuni pensatori antichi - basti pensare a Platone - ed esecrata da altri, sarà modificata solo dopo cinque secoli, all'alba della crisi decisiva della città, ma rimarrà, nel bene e nel male, un modello di riferimento nel corso della storia successiva.

La condizione femminile a Sparta[modifica | modifica wikitesto]

A Sparta le donne godevano di maggiore libertà rispetto ad Atene. A differenza infatti delle altre donne greche, che trascorrevano praticamente la vita nel gineceo delle loro case, le spartane venivano educate a vivere liberamente all’aria aperta. Anche se sposate, non erano tenute a dedicarsi né ai lavori domestici, cui provvedevano le schiave, né alla crescita dei figli, affidata alle nutrici. Esse non godevano di diritti politici ma erano libere di dedicarsi al canto, alla danza e soprattutto agli esercizi ginnici, cui erano addestrate fin dalla più tenera età, in quanto si pensava che così facendo esse potessero crescere sane e robuste e quindi altrettanto sani e robusti sarebbero stati i loro figli. Vestivano con tuniche corte e potevano inoltre liberamente circolare con gli uomini. Gli altri greci, per queste abitudini peculiari delle spartane, favoleggiavano così della libertà anche sessuale delle donne di questa città, e del loro ascendente sugli uomini, dato che con questi si stabiliva una confidenza sconosciuta alle altre donne greche. Narra ad esempio Plutarco che un giorno una straniera avrebbe detto a Gorgo, moglie del re di Sparta Leonida: ”Voi Spartane siete le sole donne che comandano i loro uomini”. E Gorgo rispose: ”Siamo le sole che generano uomini”. I loro diritti sono scritti sulla "Grande epigrafe" di Gorinta, che garantiva loro perfino il diritto di evitare i matrimoni sgraditi.

La cultura a Sparta[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguarda la poesia e la musica, nel VII secolo a.C., alla stessa epoca in cui si formano lo stato e le sue istituzioni, Sparta è un centro di grande fervore creativo, che riesce a fondere la propria tradizione con quelle provenienti da altre aree geografiche, attirando artisti di diversa origine. Le feste religiose tradizionali erano solennizzate con l'organizzazione di agoni per gare solistiche di canto accompagnate dalla cetra (citarodia) e con l'affidamento dell'istruzione dei cori (la corodidascalia) a compositori di origine per lo più straniera. Soprattutto al nomos citarodico solistico dette il suo contributo Terpandro. Una delle invenzioni da lui introdotte riguardò la sostituzione della cetra dorica a quattro corde con quella lidia e lesbica a sette corde (eptacordo). A lui Pindaro inoltre attribuisce l'invenzione di un altro strumento musicale: il barbitos. Taleta fu il fondatore della seconda Scuola musicale e il primo che istituì le Gimnopedie, per le quali avrebbe composto dei peani. Nella sfera del canto apollineo e in una gamma musicale da lui stesso "escogitata" (quella "italica"), si cimentò Senocrito di Locri Epizefiri. I massimi esponenti della lirica a Sparta furono però Tirteo e Alcmane: il primo cantore dei valori militareschi che avrebbero condotto la città alla futura egemonia sulla Grecia; il secondo autore invece di gioiosa liriche amorose che furono utilizzate nelle feste religiose. Tirteo e Alcmane, come Terpandro, non erano originari di Sparta, che riusciva ad attirare e utilizzare talenti artistici del massimo livello di varia provenienza.

Mentre nel settore della lirica e della musica l'apice viene raggiunto nel VII secolo, nel campo delle arti figurative i migliori risultati sono raggiunti da Sparta nel secolo successivo, al quale appartengono, tra gli altri, lo scultore Bathykles e l'architetto Teodoro di Samo. Nello stesso VI secolo ceramiche e lavori in avorio e in bronzo di fattura spartana sono stati trovati in tutto il Mediterraneo e anche oltre.

La cultura incoraggiata a Sparta era tuttavia solo quella utile allo stato: non rientravano in questa categoria, nella mentalità dei Lacedemoni, prodotti culturali come la filosofia, la storiografia o il teatro. Rispetto al resto del mondo greco a Sparta si studiava e si scriveva decisamente di meno.

Dal V secolo a.C. in poi la creatività spartana si esaurì anche nell'ambito poetico e musicale: queste forme d'arte continuarono ad essere usate (ad esempio le formazioni oplitiche spartane, a differenza degli altri eserciti dell'epoca, affrontavano i nemici con una lenta marcia accompagnata da canti e dal suono dei flauti), ma per i bisogni dello stato bastò continuare ad usare le vecchie composizioni.

L'egemonia nel Peloponneso[modifica | modifica wikitesto]

Tra la fine del VI e l'inizio del V secolo a.C. Sparta ottenne l'incontrastata egemonia nel Peloponneso e, sviluppando un'attiva politica estera sostenuta da interventi militari, pose la sua candidatura a città guida di tutto il mondo greco.

Il principale artefice di questi sviluppi fu Cleomene I, re di Sparta approssimativamente dal 520 a.C. al 490 a.C. L'egemonia nel Peloponneso, conquistata grazie a nuove guerre vittoriose contro Argo (fino alla sua disastrosa e definitiva sconfitta nella battaglia di Sepeia nel 494 a.C.) fu esercitata con lo strumento che gli storici moderni hanno chiamato lega peloponnesiaca. Si trattava in realtà di una serie di trattati bilaterali tra Sparta e ciascuna delle altre città che si impegnavano ad avere "gli stessi amici e nemici dei Lacedemoni", garantendo così non solo il loro appoggio alle imprese militari esterne decise unilateralmente da Sparta, ma anche aiuto nel caso di rivolte degli iloti.

All'esterno del Peloponneso Cleomene distinse nettamente tra la Grecia continentale, che considerava potenziale sfera d'influenza di Sparta, e il resto del mondo greco, che considerava troppo lontano perché interventi militari spartani fossero consigliabili; rifiutò ad esempio di intervenire a Samo e nelle colonie ioniche dell'Asia minore, nonostante pressanti richieste.

I ripetuti interventi spartani nella politica ateniese finirono nell'insuccesso. In un primo momento Sparta dette un contributo essenziale alla cacciata del tiranno Ippia nel 510 a.C. Successivamente però, quando Cleomene cercò di usare le forze degli alleati peloponnesiaci per instaurare la tirannide di Isagora[32] e quando, deluso dalla sconfitta di Isagora ad opera di Clistene, tentò di riportare al potere Ippia, fu abbandonato sia dagli alleati che dal coreggente Demarato, provocando il primo importante scacco della politica spartana.

Sparta nelle guerre persiane[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra persiana e Seconda guerra persiana.
Sparta - Monumento a Leonida

Sparta non partecipò alla Prima guerra persiana: nel 490 a.C. rispose positivamente alla richiesta di aiuto da parte di Atene, ma adducendo motivi religiosi (alcuni storici sostengono che le forze spartane erano impegnate nella repressione di una rivolta di Iloti) ritardò la partenza dell'esercito, che non fece in tempo a partecipare alla battaglia di Maratona.

Il contributo di Sparta alla Seconda guerra persiana, nella quale assunse il comando delle operazioni, fu invece fondamentale e rafforzò la sua candidatura a stato guida del mondo greco. Il sacrificio dei trecento spartani al comando di Leonida alle Termopili nel 480 a.C., anche se non fu determinante dal punto di vista militare, rimase nell'immaginario collettivo greco come esempio di abnegazione ed eroismo. La squadra navale condotta da Euribiade dette un importante contributo alla vittoria di Salamina e fu il generale spartano Pausania a comandare le forze greche nella battaglia di Platea del 479 a.C., che concluse la guerra a favore dei Greci.

La guerra del Peloponneso e l'egemonia sulla Grecia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra del Peloponneso.

Dopo la fine vittoriosa delle Guerre Persiane, la crescente sfera d'influenza di Sparta, nonostante alcuni gravi problemi interni (una rivolta di Iloti, iniziata approfittando di un grave terremoto che aveva colpito la città, fu repressa a stento nel 464 a.C. e fu ricordata come la terza guerra messenica) finì fatalmente per scontrarsi con l'imperialismo ateniese. La Lega Navale Attica, nata come alleanza anti-persiana, si era trasformata infatti in un impero che legava ad Atene un insieme di città asservite. Dopo alcuni scontri limitati, conclusi con una tregua nel 445 a.C., si giunse alla guerra quasi trentennale passata alla storia con il nome di guerra del Peloponneso (431 a.C. - 404 a.C.), che vide tutto il mondo greco diviso in due campi e si combatté in Grecia, in Italia, in Sicilia, in Africa e in Asia Minore. Dopo alterne vicende, nelle quali da parte spartana si distinsero soprattutto il generale Brasida e poi il comandante della flotta Lisandro la guerra fu decisa dallo scontro navale finale ad Egospotami, nel quale la flotta ateniese fu distrutta. Atene dovette accettare dure condizioni di pace e Sparta divenne la potenza egemone sull'intera Grecia.

La fine dell'egemonia spartana[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto del generale Epaminonda

Il declino di Sparta iniziò subito dopo la sua conquista del potere sull'intera Grecia. Sparta organizzò i suoi domini inviando in molte città dei governatori con pieni poteri, detti armosti, ma per il controllo di tutta la Grecia sarebbe stata necessaria una base sociale più ampia di quella fornita da qualche migliaio di Spartani circondati dall'odio degli Iloti, soprattutto ora che non c'era più il timore di Atene a spingere i Greci ad accettare la sua guida[33].

Nonostante i successi militari del re Agesilao, ottenuti sia in Grecia sia nei confronti dei Persiani, due episodi resero manifesta la debolezza dell'egemonia spartana: la congiura di Cinadone, del 398 a.C., che tentò di sottrarre il monopolio del potere agli Spartani, e la guerra di Corinto, che contrappose dal 395 al 388 a.C. Sparta a una coalizione di cui facevano parte Atene, Tebe, Argo e Corinto in condizioni di sostanziale equilibrio.

Nel 386 a.C., in seguito ad una sconfitta navale, fu sottoscritto col re di Persia un trattato di pace alle sue condizioni, la pace di Antalcida, che limitava la sfera di influenza di Sparta nell'Egeo.

Sparta quindi entrò in conflitto con Tebe, che nel 379/378 a.C. si era ribellata al governo oligarchico impostole, e da questa, sotto il comando di Epaminonda, fu sconfitta nel 371 a.C. a Leuttra. L'anno successivo Epaminonda invase il Peloponneso, assediò Sparta e le tolse il controllo dalla Messenia, privandola della base del suo sistema di potere e instaurando una vera e propria egemonia tebana. Sparta tentò di reagire alleandosi con Atene contro Tebe, ma nel 362 a.C. venne di nuovo sconfitta da Epaminonda nella battaglia di Mantinea.

Dopo la vittoria di Filippo II di Macedonia nella battaglia di Cheronea del 338 a.C. sulle forze greche capeggiate da Tebe e Atene, Sparta, pur rimanendo formalmente autonoma, fu sottoposta all'egemonia macedone.

Tentativi di riforma e definitiva fine dell'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Nel III secolo a.C. alla crisi politica si aggiunsero quelle demografica ed economica: alla metà del secolo erano rimasti circa 700 Spartani, in massima parte oberati di debiti verso pochi latifondisti. In questa situazione un programma di radicali riforme, basate sulla remissione dei debiti e un sostanziale allargamento della cittadinanza fu portato avanti dai sovrani Agide IV e Cleomene III. Il secondo ebbe per qualche tempo successo, ma le speranze di una ripresa del ruolo politico di Sparta vennero meno quando la guerra contro la lega achea alleata dei Macedoni finì con la disastrosa sconfitta di Sellasia, nel 222 a.C. Con questa sconfitta finì anche l'autonomia politica di Sparta, che fu incorporata nello stato macedone fino al 206 a.C., quando Nabide tentò per l'ultima volta di restaurare l'autonomia e la potenza spartana.

Nel 195 a.C. Nabide fu sconfitto dai Romani e Sparta dovette entrare nella Lega Achea. Nel 146 a.C. entrò a far parte dei domini di Roma insieme a tutte le città greche.

Alla fine del IV secolo fu completamente distrutta dai Goti di Alarico e nei suoi pressi fu costruita la cittadina di Mistra (o Misitra).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il racconto di Erodoto (Storie, IV, 145-146) dell'arrivo a Lacedemone dei Minii che chiesero di assumere cariche di governo, può forse avvalorare l'ipotesi che la città fosse governata in origine da una sola tribù
  2. ^ La guerra del Peloponneso, I, 10
  3. ^ Pausania, Periegesi della Grecia, III, 2, 5-6
  4. ^ Gli abitanti di Amicle non furono dunque resi né schiavi né perieci, ma ebbero gli stessi diritti degli Spartani
  5. ^ Secondo un'altra teoria il termine deriverebbe dalla radice hel, cattura
  6. ^ Secondo Tirteo, cit.
  7. ^ Secondo Pausania, cit.
  8. ^ Tirteo, fr. 4
  9. ^ Non vi è accordo tra gli storici sulla determinazione della dimensione di un kleros: le stime vanno da 8 a 36 ettari: P. Oliva, Sparta and Her Social Problems, 1971
  10. ^ W. G. Forrest, cit., pp. 72 e 74
  11. ^ P. Anderson, Dall'antichità al feudalesimo, p. 32
  12. ^ Secondo Plutarco, si chiamavano fidìtia, perché suscitatori di amicizia o espressione di « semplicità », feidò: cit., 12
  13. ^ Ernst Baltrusch, op. cit., pp. 75-82.
  14. ^ Erodoto, op. cit., I, 82.
  15. ^ Plutarco, cit.
  16. ^ P. Vidal-Naquet, Il cacciatore nero. Forme di pensiero e forme di articolazione sociale nel mondo greco antico, Bari-Roma, 1988.
  17. ^ Piatto giudicato disgustoso da tutti gli stranieri, era ottenuto da cinghiale cotto nel sangue e nell'olio, secondo Ateneo, IIV, 141. Scrive Plutarco, cit., 12, che gli anziani bevevano solo il brodo, lasciando la carne ai più giovani
  18. ^ Sunelweb
  19. ^ Powered by Google Documenti
  20. ^ Cartledge P., Sparta and Laconia, A Regional History 1300-362 BC, London-Boston, Henley/Routledge and Kegan Paul
  21. ^ Salmon J.B., Sparta, Argo e il Peloponneso. in I Greci. Storia, cultura, arte, società, a cura di S. Settis, vol. II, Una storia greca, t. 1, Formazione, Torino, Einaudi, pp. 847-867
  22. ^ Aristotele, Politica, II, 5
  23. ^ Vita di Agesilao, III, 1
  24. ^ cit., 5
  25. ^ Letteralmente: Απέλλα, rinunitevi durante le Apelle, le feste del mese di Apollo
  26. ^ Sono due località di Sparta, il primo è un ponte e il secondo un fiume, secondo Aristotele
  27. ^ In numero di sei, aggiungendo il villaggio di Arkaloi, potrebbero essere stati anche di numero maggiore; è però da notare che cinque furono gli efori e cinque furono i lochoi, le schiere, che componevano il primitivo esercito spartano, secondo Aristotele, Costituzione di Sparta
  28. ^ W. G. Forrest, Storia di Sparta, p. 65
  29. ^ Plutarco, cit., 6
  30. ^ Una discussione è in W. G. Forrest, cit., pp. 67-71
  31. ^ Questo punto è sottolineato in E. Baltrusch, op. cit., p.22
  32. ^ Erodoto, Storie, V, 74
  33. ^ D. Campanella, Nascita, apogeo e caduta di Sparta, Nuova Cultura, Roma 2008, P. 63;

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Ernst Baltrusch, Sparta, Bologna, Il Mulino, 2002 (traduzione di Sparta. Geschichte, Gesellschaft, Kultur, München, C.H.Beck Wissen,1998).
  • Cartledge P., Sparta and Laconia, A Regional History 1300-362 BC, London-Boston, Henley/Routledge and Kegan Paul
  • Salmon J.B., Sparta, Argo e il Peloponneso. in I Greci. Storia, cultura, arte, società, a cura di S. Settis, vol. II, Una storia greca, t. 1, Formazione, Torino, Einaudi
  • Sergio Valzania, Brodo nero: Sparta pacifica, il suo esercito, le sue guerre, Roma, Jouvence, 1999.
  • Danilo Campanella, Nascita, apogeo e caduta di Sparta, Roma, Nuova Cultura, 2008.

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