Pindaro

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Busto di Pindaro

Pindaro (in greco antico Πίνδαρος, traslitterato in Pìndaros; Cinocefale, 518 a.C. circa – Argo, 438 a.C. circa) è stato un poeta greco antico, tra i maggiori esponenti della lirica corale.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nacque a Cinocefale, presso Tebe, nel 518 a.C. o nel 522, da una nobile ed agiata famiglia originaria della Beozia. Morì nel 438 a.C. Autore di importanti carmi epici, viaggiò a lungo e visse e scrisse per sovrani e famiglie importanti.

Negli Epinici cantò le vittorie della gioventù aristocratica dorica - cui egli stesso apparteneva - ai giochi panellenici, che a scadenze fisse si tenevano a Olimpia (ed erano, questi, in onore di Zeus perciò i più importanti: appunto gli agoni olimpici), Delfi (Giochi pitici), a Nemea[1] nel Peloponneso (Giochi nemei) e sull'Istmo di Corinto (Giochi istmici).

Celebrando le competizioni agonistiche del suo tempo - articolate per lo più in tornei di lotta, pugilato, corse a piedi ma anche coi cavalli o su carri trainati da cavalli - alzò alte lodi ad Olimpia in versi rimasti memorabili:

« Come l'acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l'oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi »

Cantando i modelli di un ideale umano del quale l'eccellenza atletica era solo una manifestazione, Pindaro dava conto, sicuramente con consapevolezza, di uno dei principali canoni dell'etica greca, quello che coniugava bellezza e bontà, prestanza fisica e sviluppo intellettuale: in fondo, i valori di quell'educazione aristocratica alla quale egli stesso era stato formato. Nonostante la poesia da lui prodotta sia su commissione, è evidente che il prodotto sia comunque congeniale al suo credo e quindi non si possa definire una poesia "venale".

Pindaro trascorse diversi anni in Sicilia, in particolare a Siracusa ed Agrigento, presso i tiranni Gerone e Terone. Fu appunto in Sicilia che incontrò altri due celebri poeti greci Simonide di Ceo e Bacchilide, suoi rivali nella composizione. In forma maggiore rispetto a questi, Pindaro - di spirito religioso e profondamente devoto alle tradizioni aristocratiche - infuse nella sua opera quella concezione religiosa e morale della vita che gli permise - è il parere di molti critici - di mettersi alla pari, nei versi che scriveva, con l'eroe celebrato, anche nel caso si trattasse di un potente tiranno: il senso di questa operazione era che, mettendo in luce - immortalandola, appunto - l'impresa dell'eroe, il poeta poteva educare le nuove generazioni perpetuando gli antichi valori grazie alla forza della conoscenza data dagli scritti (in greco "gnome").

Interprete e mentore, quindi, della coscienza della grecità classica fusa in un'unica identità culturale interna alla costante presenza del mito come garanzia storica, Pindaro viene ancor oggi ricordato attraverso un motto diventato celebre, riferito, appunto, ai suoi voli poetici (i voli pindarici, appunto), vale a dire quella proverbiale capacità di dare vita a momenti narrativi ricchi di passaggi e scarti improvvisi che se apparentemente poco curanti di una necessaria coesione logica arricchiscono il testo di una particolare carica di tensione. Innalzando, inoltre, a livello sacrale la vittoria paragonava il vincitore al dio stesso.

Per il poeta latino Orazio, la poesia di Pindaro è da considerarsi inimitabile, e nonostante in epoca moderna alcuni critici abbiano tentato di ridimensionarne la figura, tacciandolo di eccessiva adulazione nei confronti di coloro per i quali i versi erano stati scritti, risulta temerario negare l'oggettiva grandezza di una lirica che quasi in ogni sua parte tende al sublime e le cui immagini potentissime l'hanno giustamente fatta preferire a quella del pur impeccabile Bacchilide (v. Sul Sublime).

La grandezza di Pindaro è testimoniata anche da un aneddoto di età ellenistica: si narra che quando Tebe fu rasa al suolo (nel 335 a.C.) Alessandro Magno ordinò che venisse salvata soltanto la casa in cui si diceva fosse vissuto il poeta in onore al significato che i versi di Pindaro avevano per il popolo greco.

Opere[modifica | modifica sorgente]

La copiosa opera poetica di Pindaro - raccolta dai filologi alessandrini in diciassette libri - è giunta a noi in maniera parziale. Infatti la tradizione medievale ha conservato integralmente solo i quattro libri di epinici comprendenti le 14 olimpiche (celebre, anche se a parere di molti in un certo senso un po' autoreferenziale, la prima, nella quale viene celebrato - insieme alle vittorie equestri di Gerone, paragonate a quelle dell'eroe mitologico Pelope - il valore della poesia, capace di dispensare gloria immortale a chi si rende protagonista di imprese epiche), 12 pitiche, 11 nemee, 8 istmiche. Restano inoltre diversi frammenti delle altre opere, dedotte da altre fonti[2].

  • Olimpiche, dedicate a Zeus. Titoli:
    • Olimpica I: Per Ierone di Siracusa vincitore nella gara del corsiero (celete);
    • Olimpica II: A Terone di Agrigento vincitore nella corsa dei carri;
    • Olimpica III: Ancora per Terone di Agrigento vincitore col carro in occasione delle Teoxenie;
    • Olimpica IV: A Psaumida di Kamarina vincitore con i cavalli;
    • Olimpica V: Allo stesso Psaumida vincitore colla quadriga, col carro da mule e nella gara del corsiero;
    • Olimpica VI: Per Agesia di Siracusa vincitore con il carro da mule;
    • Olimpica VII: Per Diagora di Rodi pugile;
    • Olimpica VIII: Ad Alcimedonte di Egina giovine lottatore;
    • Olimpica IX: A Efarmosto d'Opunte lottatore;
    • Olimpica X: Ad Agesidamo di Locri Epizefirio fanciullo pugile;
    • Olimpica XI: Allo stesso Agesidamo Epizefirio fanciullo pugile;
    • Olimpica XII: A Ergotele imerese vincitore nello stadio lungo;
    • Olimpica XIII: A Senofonte di Corinto, corridore dello stadio, vincitore nella corsa e nel pentatilo;
    • Olimpica XIV: A Asopico di Orcomeno vincitore nello stadio.
  • Pitiche, dedicate ad Apollo. Titoli:
    • Pitica I: Per Gerone di Etna vincitore nella corsa dei carri;
    • Pitica II: Per Gerone di Siracusa vincitore con il carro;
    • Pitica III: Per Gerone di Siracusa vincitore con il corsiero;
    • Pitica IV: Per Arcesilao di Cirene vincitore nella corsa dei carri;
    • Pitica V: Per Arcesilao di Cirene vincitore con il carro;
    • Pitica VI: A Senocrate di Agrigento vincitore con il carro;
    • Pitica VII: Per Megacle di Atene, vincitore con la quadriga;
    • Pitica VIII: Ad Aristomene di Egina lottatore;
    • Pitica IX: Per Telesicrate di Cirene vincitore alla corsa con le armi;
    • Pitica X: A Ippocle Tessalo fanciullo vincitore nella doppia corsa;
    • Pitica XI: A Trasideo Tebano fanciullo vincitore nello stadio;
    • Pitica XII: A Mida di Agrigento auleta.
  • Nemee, dedicate a Zeus. Titoli:
    • Nemea I: A Cromio Siracusano vincitore nella corsa con i cavalli (kròmio Aitnàio Ippòis);
    • Nemea II: A Timodemo Acarnese vincitore nel pancrazio;
    • Nemea III: Per Aristoclide Egineta vincitore nel pancrazio;
    • Nemea IV: A Timasarco Egineta fanciullo lottatore;
    • Nemea V: A Pitea Egineta vincitore nel pancrazio;
    • Nemea VI: Ad Alcimida Egineta lottatore fanciullo;
    • Nemea VII: A Sogene Egineta fanciullo vincitore nel pentatlo;
    • Nemea VIII: A Dinide Egineta vincitore nello stadio;
    • Nemea IX: A Cromio Etneo vincitore col carro;
    • Nemea X: A Teeo d'Argo vincitore nella lotta;
    • Nemea XI: Ad Aristagora di Tenedo pritane.
  • Istmiche, dedicate a Poseidone. Titoli:
    • Istmica I: Per Erodoto Tebano vincitore col carro;
    • Istmica II: Per Senocrate di Agrigento vincitore con il carro;
    • Istmica III: A Melisso Tebano vincitore coi cavalli e nel pancrazio;
    • Istmica IV: Allo stesso Melisso Tebano vincitore con i cavalli;
    • Istmica V: A Filicida d'Egina vincitore nel pancrazio;
    • Istmica VI: Ancora per Filicida d'Egina vincitore nel pancrazio;
    • Istmica VII: A Strepsiade di Tebe vincitore nel pancrazio;
    • Istmica VIII: A Cleandro d'Egina vincitore nel pancrazio.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ miti3000.it - Nemea
  2. ^ L'edizione di Eugenio Grassi, per la traduzione di Leone Traverso (Firenze: Sansoni, 1961) ne conta 153.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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