Menandro

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Pompei, affresco della Casa del Menandro

Menandro (in greco antico Μένανδρος, traslitterato in Ménandros; demo di Cefisia, 342 a.C. circa – 291 a.C. circa) è stato un commediografo greco antico.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Menandro scrisse ad Atene settant'anni dopo la morte di Aristofane: la società greca aveva in quel lasso di tempo subito cambiamenti di portata storica enorme.

Fu il massimo esponente della Commedia Nuova.

Vivendo in un periodo in cui la πόλις (polis) e la sua centralità egemonica erano divenuti un mero ricordo del passato, per il commediografo ateniese è difficile riprendere i temi di una commedia farsesca e satirica in termini politici, l'Ellenismo era un periodo in cui il ruolo predominante dell'intellettuale non si concretizzava nella partecipazione attiva alla vita politica in senso stretto, bensì nell'intrattenimento di un pubblico elitario e selezionato.

La produzione menandrea, quindi, mal si adatta all'interesse politico, bensì intende attuare un'indagine sull'uomo, non attraverso il lanternino di Diogene, ma attraverso uno squarcio nel quotidiano da cui possiamo tutti noi trarre i tratti più veri e autentici dell'individuo comune, "uno dei tanti", che costituisce però la quasi totalità del genere umano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Poche sono le notizie relative alla biografia menandrea, fornite dalla Suda, dal trattato anonimo Sulla commedia (περι κωμῳδίας), da un'iscrizione greca e da aneddoti - poco significativi nel delineare la vita del commediografo -, disseminati in alcune opere storiografiche antiche. Nacque nel 342/1 a. C. presso il demo di Cefisia.[1] Figlio di Diopeite ed Egestrata, rimase sempre legato ad Atene, città che non abbandonò mai, nonostante gli fossero offerte occupazioni in molte corti di sovrani, tra cui quella del re d'Egitto Tolomeo I. Alcuni giustificano questa scelta con la probabile relazione tra Menandro e un'etera di nome Glicera, ma la reale esistenza di questo legame è stata messa fortemente in dubbio.[2]

Di origine nobile, frequentò gli ambienti dei filosofi: fu compagno di efebia di Epicuro e, probabilmente, allievo di Teofrasto. Fu inoltre amico di Demetrio Falereo, filosofo e allievo di Teofrasto, che, dal 317 al 307, per volere di Cassandro, sarà anche governatore di Atene sotto il protettorato macedone.

Nel 322 scrisse l'Orgé e nel decennio seguente si affermò definitivamente come commediografo. Sebbene autore di poco più di cento commedie (l'esatto numero non ci è pervenuto), ebbe poca fortuna in vita: vinse, infatti, solo otto volte gli agoni comici.

Cacciato il Falereo, riuscì ad evitare di essere processato grazie all'intercessione di Telesforo, un cugino di Demetrio Poliorcete, nuovo signore di Atene.

Venne invitato presso la corte di Alessandria da Tolomeo Sotere, ma decise di rimanere nella sua città natale, dove morì attorno al 292/1, mentre nuotava nelle acque del Pireo, secondo la testimonianza di Ovidio.[3] Un passo di Pausania sostiene che la tomba del commediografo fu rinvenuta sulla via che dalla città conduceva al porto.[4]

Commedie[modifica | modifica wikitesto]

Misantropo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dyskolos.

Il Misantropo (in greco Δύσκολος / Dyskolos, talora tradotto come Bisbetico) fu rappresentata nel 316 a.C., ed è l'unica commedia menandrea rimasta integra, sebbene presenti alcune lacune.

Il vecchio Cnèmone vive in campagna con la figlia e la vecchia ancella Simìche, detestando tutti gli altri uomini. Un giovane cittadino, Sòstrato, è innamorato di sua figlia e minaccia la sua solitudine. Nonostante l'aiuto di Gòrgia, il figlio di primo letto della moglie, che era stata scacciata da Cnemone, Sostrato non riesce ad avvicinare il vecchio bisbetico. A Simiche cadono nel pozzo un'anfora e una zappa e Cnemone, nel tentativo di recuperarle, cade nel pozzo e rischia di annegare. Viene salvato da Gorgia e Sostrato. Cnemone affida a Gorgia la figlia, la quale viene data in sposa a Sostrato ormai divenuto amico di Gorgia. Sostrato, inoltre, chiede al padre di poter dare in sposa la sorella all'amico Gorgia; questi, però, inizialmente titubante a causa della misera condizione economica del pretendente, nega il permesso. Gorgia, avendo sentito la discussione tra padre e figlio, rifiuta umilmente di prendere in moglie la fanciulla. Alle insistenze di Callippide che apprezza il buon animo del ragazzo, Gorgia accetta con gioia la proposta. Si combinano le nozze tra le due coppie.

La comicità di Menandro[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Menandro

Menandro è comico molto sottile: non genera momenti di pura ilarità, ma sorrisi, tramite un senso del comico che coinvolge lo spettatore. Il senso del comico mette in risalto i caratteri veri dell'individuo e non è usato necessariamente per prendere in giro il personaggio in questione.

Un esempio ci è dato dallo Scudo, in cui viene fatto risaltare - soprattutto all'inizio - l'avarizia del vecchio Smicrine. Costui, di fronte alla notizia - che poi si rivelerà fasulla - della morte del nipote Cleostrato, accenna molto più interesse al bottino accumulato e portato in patria dal fedele servo Damo piuttosto che alla descrizione del fatto e al πάθος (páthos) dell'evento. Persino noi moderni non possiamo evitare quanto meno di sorridere di fronte a una così sfrenata sfacciataggine che non si limita nemmeno in un momento così triste.

DAVO: Giaceva con lo scudo, ridotto in pezzi (…) Il nostro buon comandante ci ha vietato di piangere i morti uno per uno, dicendo che si sarebbe perso troppo tempo a raccogliere i cadaveri. Li ha fatti bruciare (…) Ora sai tutto.
SMICRINE: Seicento stateri d'oro, hai detto?

Si può, dunque, notare che la funzione "derisoria" è praticamente assente: benché il momento comico ci sia, lo spettatore non può non trovare la condotta del vecchio molto immorale, che in questo contesto così diverso dalla vita di tutti i giorni risalta nettamente.

Questa caratteristica fondamentale del teatro Menandreo era stata teorizzata precedentemente da Aristotele nella sua Poetica. Il filosofo afferma che la commedia - a differenza della tragedia, con cui condivide il senso della μίμησις (mimesis) - culmina non nella catarsi (κάθαρσις, katharsis), bensì nel ridicolo (γελοῖον, ghelóion). Il ridicolo che non ride delle disgrazie altrui, ma solo di una certa tipologia di persone che - in un modo o nell'altro - se la meritano. Chi viene messo alla berlina non è certo il servo Davo, l'etera Criside (Σαμία) o il ricco Sostrato (Δύσκολος), i quali sono i modelli positivi delle vicende, ma l'avaro, il misantropo e l'iroso, i cui comportamenti deplorevoli vengono in qualche modo "esorcizzati" attraverso la funzione apotropaica ed etica del riso. In qualche modo, tutto si potrebbe semplificare con "non comportarti come lui, o ti ricoprirai di ridicolo".

Struttura confusa degli eventi[modifica | modifica wikitesto]

All'interno della vicenda vi sono molti intrecci, causati molto spesso da incomprensioni. L'esempio più notevole è dato dalla Samia, in cui il figlio di Moschione viene attribuito - da parte di madre - all'etera Criside, che conduce inevitabilmente alla cacciata della donna dalla casa del proprio innamorato. Tale struttura confusa richiama un altro concetto fondamentale: quello della Τύχη. Nelle vicende delle commedie, non vi è un ordine razionale delle cose, perché tutto è dettato dal caso. Ogni tentativo per risolvere le difficoltà e sciogliere l'intreccio è destinato a fallire o a non avere alcun riscontro, perché il Caso o crea ulteriore confusione - una parola che viene equivocata dal pensiero umano che è facilmente fallace - o scioglie la vicenda in un modo che nessuno si era aspettato: la caduta in un pozzo (Δύσκολος) o il ritorno inaspettato di un individuo creduto morto (Ἀσπίς). Non è una coincidenza, quindi, che sempre nell'Aspís è la Sorte stessa a rivelare il lieto risvolto della vicenda. Il concetto di Τύχη non è quindi negativo, perché ogni commedia ha un lieto fine, né tende a screditare la ragione umana. Menandro vuole solo far intendere che nella realtà non c'è nulla di certo, che anche nelle vicende più comuni può accadere di tutto: perciò, più che indagare il trascendente o esercitare l'ingegno in eventi più grandi di lui, si dovrebbe tendere ad esaminare l'uomo e la sua natura (e ciò coincide non solo con il pensiero ellenistico, ma anche con quello sofistico, che proliferava in quegli anni).

Indagine psicologica[modifica | modifica wikitesto]

Menandro rappresenta nelle commedie un uomo autentico e comune, con i suoi pregi e difetti. Questi ultimi vengono (come abbiamo già avuto modo di dire) amplificati. Il commediografo sperimenta la reazione di questi caratteri e di questi uomini a diverse situazioni, mostrandoci come un individuo di quel genere avrebbe provato e vissuto quell'evento. Tuttavia, l'indagine non è completa, poiché gran parte delle vicende sono avulse da una serenità generale, in cui il sentimento più forte è la tristezza per la morte di un caro, per cui mancano quei grandi sentimenti che sconvolgono l'uomo.

Filantropia[modifica | modifica wikitesto]

Menandro evidenzia ed auspica il sentimento di unione, fratellanza e amicizia tra gli uomini, i quali non devono combattersi tra di loro o odiarsi per il proprio pensiero, la patria di origine o la condizione sociale. Nelle commedie di Menandro, il ricco e il povero (basti vedere Demea e Nicerato nella Samia o Sostrato e Gorgia nel Dyskolos), il servo e il padrone (Davo e Cleostrato nell'Aspis) sono messi sullo stesso piano umano, ognuno di loro ha pari dignità e libertà di pensiero. Vi è anche il rispetto nei confronti delle opinioni altrui, come dice anche Cnemone nella parte risolutiva del Dyskolos:

CNEMONE: (…) Quanto a me, se vivo, lasciatemi vivere come mi piace

Confronto con Aristofane[modifica | modifica wikitesto]

La commedia menandrea, che influenzerà molto la comicità latina e posteriore, rompe inevitabilmente con la struttura delle commedie aristofanee, soprattutto per motivi sociali. Per comprendere appieno le differenze si deve però distinguere gli ambiti concettuali che le caratterizzano.

La funzione del teatro[modifica | modifica wikitesto]

Altro busto di Menandro

Se in Aristofane il teatro esaltava e promuoveva i valori civili della polis e attaccava e metteva alla berlina gli avversari politici, in Menandro serve per un'indagine sociale o per il diletto degli spettatori ed è priva, inevitabilmente, di quella invettiva politica.

Nel teatro di Aristofane l'eroe comico si presenta nella scena come unico e indiscusso protagonista della vicenda, prevaricatore e portavoce della sua idea che è superiore rispetto alle altre: tutto è subordinato al suo pensiero, e persino gli altri personaggi sono utili solo per farne risaltare ulteriormente la passionalità e il carattere. Per esempio nella Pace il contadino Trigeo libera di sua mano - o meglio, con l'appoggio del coro, mancante nella commedia di Menandro - la Pace, reclusa da Πόλεμος (Pòlemos, prosopopea della Guerra), riportando la concordia tra Atene e Sparta (ricordiamo che questa commedia viene scritta e pubblicata nel periodo della guerra del Peloponneso). E quando, tornato in patria vincitore, trova ancora chi giovava della guerra - il venditore di armi, ad esempio - Trigeo lo scredita e lo convince a trovare altra occupazione.

Insomma, è il protagonista stesso che risolve la situazione, la quale non è affatto intrecciata e dettata dal caso come sarà in Menandro. In contrapposizione alla Τύχη (Týche, cioè la Fortuna, nel senso del Caso), vi è invece un ordine razionale degli avvenimenti e delle cose, che coincidono strumentalmente con l'idea intesa dall'autore e protratta con passionalità dall'eroe comico.

Sostanzialmente la commedia di Aristofane aveva lo stesso pubblico della tragedia, e di questa ne parodizzava aspetti e stili. La tragedia infatti era un teatro destinato alla popolazione intera (o quasi), e quindi la sua parodia sfruttava in pieno gli stessi strumenti, primo fra tutti il coro. Durante il periodo ellenistico però la tragedia va scemando, e il commediografo non può più appoggiarsi alla sua parodia, ma deve costruire uno stile adatto al nuovo pubblico. Il complesso degli spettatori di Menandro non è quindi riconoscibile nel popolo (inteso in tutte le sue parti), bensì in una ristretta cerchia elitaria di aristocratici e (soprattutto) altoborghesi. Questo pubblico "alto" vuole commedie dai toni temperati e soprattutto vuole temi familiari, e così Menandro narra di eventi che spesso si esplicano nelle mura familiari, in contesti domestici (per dirla alla greca quel micro-cosmo che è l'οἶκος òikos, la casa), e in cui alla fine tutto torna alla normalità (spesso tramite l'agnizione, quel procedimento per cui ad esempio la cortigiana di cui si è innamorato il protagonista la si scopre essere di nobile stirpe, permettendo quindi l'amore, e il matrimonio, nel pieno della legalità etico-morale).

Il senso del comico[modifica | modifica wikitesto]

Come si è visto, la concezione stessa della comicità, e le basi socio-politiche su cui si costruisce, differisce enormemente fra Menandro e Aristofane. Nella critica quest'ultimo non concede pietà: chi è in antitesi con il suo eroe (come personaggio, come figura o come idee) viene screditato e (spesso) umiliato di fronte agli occhi della città intera. Ne Le nuvole la scuola socratica è rappresentata come un pensatoio di personaggi stravaganti, truffatori e buffoni che utilizzano l'arte della parola per raggiungere i propri scopi. Non vi è quella distaccata, pacata ed elegante ironia presente in Menandro, quel riso apotropaico che scaccia le preoccupazioni con la calma di chi sa che andrà tutto a finire bene, piuttosto un'enfatizzazione di quello che dal comico viene considerato "dannoso" (la guerra ne La Pace, il pensiero di Socrate che Aristofane riteneva destabilizzante per l'educazione dei giovani ne Le nuvole) che serve a rimediare alla situazione o a spingere la comunità intera a prendere dei provvedimenti, come fa appunto Strepsiade, protagonista de Le nuvole, con un grande rogo.

In Menandro non ci sono eroi, non ci sono quelli che con la loro passionalità risolvono i problemi. Anzi, le passioni vengono viste come un pericolo per la tranquillità dell'animo, come un furor (in latino furore appunto, nel senso peggiore che gli si possa dare) che sconvolge la serenità di un organismo fragile come quello della famiglia (basti vedere cosa comporti l'ira di Demea nella Samia); questo coincide anche con altri pensieri dell'epoca, quali l'epicureismo, il cui fondatore, commilitone di Menandro, operava ad Atene contemporaneamente a lui. All'eroe comico Aristofanesco viene quindi contrapposto "uno dei tanti" (in greco τῶν πολλῶν τις ὦν, ton pollòn tis hon), che vuole trascorrere la propria vita in serenità con i propri cari esercitando la φιλία (philìa, il valore dell'amicizia e dell'amore umano, simile al rapporto di filantropia cristiano) nei confronti del prossimo che lo circonda.

Confronto con i commediografi latini[modifica | modifica wikitesto]

Plauto e Terenzio presentano diverse analogie con il modello greco a cui si sono abbondantemente ispirati, basti vedere che tutte le loro produzioni sono molto simili a quelle di Menandro in fatto di trama e di intreccio. Sono sempre presenti i tipici topoi quali l'innamoramento contrastato, lo scambio di persona, il riconoscimento, il ritorno di una persona dopo tanto tempo che scioglie tutta la matassa, il lieto fine che culmina con il matrimonio. Alcune commedie, poi, riprendono addirittura gli stessi personaggi: un esempio è dato dall'avaro nell'Aulularia che viene ripreso dall'Aspis. Il concetto di Τυχη è predominante in tutti e tre gli autori e l'interesse per una realtà comune quali la famiglia è un altro aspetto utilizzato comunemente.

Ma in una società come quella romana, non tutti i concetti possono essere ripresi appieno; per lo più potrebbero essere simili o molto vicini, ma non equivalenti.

Plauto non riprende l'indagine psicologica o i riferimenti alle dottrine Epicuree, né tanto meno ripone quella speranza nel genere umano che aveva proposto Menandro o esamina l'uomo quale è. Plasma le commedie, semmai, per proporle agli uomini vissuti in un periodo storico differente e per renderle più congeniali al suo pensiero.

Terenzio, invece, è più vicino a Menandro perché riprende il concetto di filantropia, dal latino chiamato humanitas (Homo sum humani nihil a me alienum puto). Ma se Terenzio promuove questo concetto a una ristretta élite - mentre il resto delle persone compie volenterosamente il male e tenta di distruggere i valori avvalorati dal commediografo - Menandro lo ripropone all'umanità intera, in cui ha fiducia e spera, sogna che essa potrà un giorno trovare quella concordia che, con l'impero di Alessandro Magno, ha raggiunto almeno in parte.

Citazioni[modifica | modifica wikitesto]

Una citazione dalla Thais di Menandro si trova nella Prima lettera ai Corinzi 15,33: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». A sua volta questo detto deriva probabilmente da Euripide[5]. Collezioni di citazioni da Menandro erano raccolte in un libro di morale da destinarsi alle scuole. Quest'ultima, probabilmente, era la fonte della citazione di Paolo.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Aspis ("Lo scudo"; pervenuta per circa una metà)
  • Georgos ("L'Agricoltore")
  • Dis Exapaton ("Il duplice ingannatore")
  • Dyskolos ( "Il burbero"; l'unica opera pervenuta nella sua interezza)
  • Encheiridion ("Il manuale")
  • Epitrepontes ("L'arbitrato"; pervenuta in gran parte)
  • Heros ("L'Eroe")
  • Hypobolimaios
  • Karchedonios ("Il cartaginese")
  • Kitharistes ("Il citaredo")
  • Kolax ("L'adulatore")
  • Koneiazomenai
  • Leukadia
  • Methe
  • Misoumenos
  • Naukleros ("Il capitano della nave")
  • Orge
  • Perikeiromene ("La donna tosata")
  • Perinthia
  • Plokion ("La collana")
  • Pseudherakles ("Il falso Ercole")
  • Samia (La donna di Samo)
  • Sentenze. Non una commedia ma una raccolta di aforismi di saggezza popolare, sulle donne, l'amicizia, l'educazione, la fortuna.
  • Sikyonioi o Sikyonios
  • Synaristosai
  • Phasma ("Il fantasma")
  • Theophoroumene
  • Trophonios

Traduzioni[modifica | modifica wikitesto]

Raccolte[modifica | modifica wikitesto]

  • Guido Paduano. [1980] Commedie. Contiene Lo scudo, Il Misantropo, L'arbitrato, La donna tosata, La donna di Samo.
  • Rossi M. (1994) Commedie. Vol. 1: Aspis-Lo scudo.
  • Giuseppe Pompella (1997) Sentenze. Raccolta di aforismi di "saggezza popolare".
  • Gianpaolo Marin Grimani (1990) La raccolta contiene: Il misantropo, La donna tosata, La donna di Samo. Note introduttive di C. O. Zuretti. Edizione annotata con testo greco a fronte. La Spezia! : Solaria, 1990. - XVIII, 115 p. ; 23 cm - (Pantheon) ISBN 88-403-6543-5

Traduzioni di singole opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Pice N.; Castellano R. (2001) La Samia
  • Lamagna M. (1994) La fanciulla tosata. Testo greco a fronte. Ediz. critica

Dyscolos (Misantropo)[modifica | modifica wikitesto]

La donna di Samo[modifica | modifica wikitesto]

  • Massimo Vilardo [2000] La donna di Samo
  • Prosperi M. (2009) La donna di Samo
  • Lamagna M. (1998) La donna di Samo

Articoli[modifica | modifica wikitesto]

Massimo Rossi Il Pap.Oxy. Inv. 16 2B.52 e l'Aspis di Menandro, in "Prometheus" anno III (1977), pagine 43-48. Sul sito del prof. Massimo Rossi, all'url http://profrossi.altervista.org il titolare ha collocato, con files PDF liberamente scaricabili, la sua traduzione inedita di 4 commedie di Menandro, con note esplicative (Dyskolos, Epitrepontes, Perikeiromene, Samia)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Le fonti collocano la nascita di Menandro durante l'arcontato di Sosigene. La data è comunque approssimativa; Cronologia, in Menandro, Dyscolos, Milano, BUR, 2001, p. 19
  2. ^ Lo studioso Alfred Körte (1866-1946) ha scoperto come le fonti citino una sola etera con quel nome, ad Atene, attestata quando Menandro era ancora un bambino, ed ha inoltre fatto notare che Glikera è il titolo di una delle commedie menandree, onde la probabile origine dell'equivoco; vedere la citata Cronologia, p. 20
  3. ^ Ovidio, Ibis, 591 e ss.
  4. ^ Pausania, Geografia, 1.2.2
  5. ^ Socrate Scolastico, Storia ecclesiastica, 3.16

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