Guerra del Peloponneso

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Guerra del Peloponneso
Alliances in the Pelopennesian War, 431 B.C. 1.JPG
Situazione politica della Grecia nel 431 a.C.
Data 431 a.C. - 404 a.C.
Luogo Grecia, Asia minore, Sicilia
Casus belli Crescenti tensioni tra Atene e Sparta
Esito Vittoria della Lega del Peloponneso
Dissoluzione della Lega di Delo
Schieramenti
Comandanti
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« Certo questo è stato il più grande sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci e per una parte dei barbari e, per così dire, anche per la maggior parte degli uomini. »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, I, 1, 2)

La guerra del Peloponneso, o anche Seconda Guerra del Peloponneso, per distinguerla da un conflitto antecedente, fu combattuta nella Grecia antica tra il 431 a.C. ed il 404 a.C., con protagoniste Sparta e Atene e le rispettive coalizioni.

Gli storici dividono la guerra in tre fasi: nella prima, la fase Archidamica, Sparta effettuò continui attacchi contro l'Attica, mentre Atene utilizzava la propria potente flotta per colpire le coste del Peloponneso. Questo periodo di scontri si concluse nel 421 a.C. con la firma della pace di Nicia, ma l'interruzione della guerra durò poco: al 415 a.C. risale infatti la spedizione ateniese in Sicilia, evento disastroso per le forze della Lega di Delo tanto da rinnovare il contrasto tra le due entità greche che si contendevano l'egemonia. Nel 413 a.C. si apre la fase Deceleica, caratterizzata dall'intenzione spartana di fomentare moti di ribellione tra le forze sottoposte ad Atene; questa strategia, unita agli aiuti economici provenienti dalla Persia e all'incapacità ateniese di difendersi, portò nel 404 a.C. alla vittoria della Lega del Peloponneso, dopo la battaglia navale di Egospotami.

La guerra del Peloponneso cambiò il volto della Grecia antica: Atene, che dalle guerre persiane aveva visto crescere enormemente il proprio potere, dovette sopportare alla fine dello scontro con Sparta un gravissimo crollo in favore della forza egemone del Peloponneso. Tutta la Grecia interessata dalla guerra risentì fortemente del lungo periodo di devastazione, sia dal punto di vista della perdita di vite umane sia da quello economico.

Fonte fondamentale per la ricostruzione storica rimane l'imponente opera di Tucidide, la Guerra del Peloponneso; lo storico ateniese concluse però la trattazione della guerra con la battaglia di Cinossema, e per la fase finale dello scontro dobbiamo rivolgerci alle Elleniche di Senofonte, il quale continuò l'esposizione del conflitto dove Tucidide l'aveva abbandonata.

Le fasi della guerra[modifica | modifica sorgente]

Prima fase della guerra[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pentecontaetia e Prima guerra del Peloponneso.

Dopo la fine politica di Cimone e l'assassinio di Efialte, la guida politica passata in mano di Pericle permise ad Atene di effettuare in chiave anti-spartana un'alleanza con Argo e con la Tessaglia, così da poter disporre di un potente esercito e di una cavalleria formidabile oltre che della flotta più potente dell'Egeo. Nell'ottica di alleanze c'è da tenere in considerazione la pace di Callia con l'impero persiano e la protezione fornita a Megara, con l'edificazione delle mura di collegamento fino al porto di Nisea e l'insediamento di una guarnigione ateniese.

Se infatti la prima garantiva ad Atene di non essere impegnata su due fronti, dopo la non felice campagna d'Egitto, la seconda le garantiva in chiave strategica il controllo dei passi che portavano dal Peloponneso in Attica oltre a permettere un più agile collegamento con Argo. Se la situazione non disturbava direttamente Sparta, impegnata nella terza guerra messenica, era di notevole intralcio ad una sua potente alleata, Corinto, che assieme ad Egina si trovò costretta a difendere i propri interessi commerciali.

Infatti l'aiuto garantito alla concorrente Megara e i continui disagi posti dalla presenza ateniese nei mari costrinsero le due città aiutate da Epidauro a ribellarsi, ma la flotta peloponnesiaca perdette ben 70 navi ed Egina fu messa sotto assedio, era il 459 a.C. Così l'anno dopo Corinto inviò un contingente militare per assediare la città concorrente, ma il pronto intervento dello stratega ateniese Mironide, con il suo esercito di veterani ed efebi, fu fatale. Il prestigio di Atene è al massimo splendore, grazie alla serie di alleanze e alle vittorie con Corinto, l'assedio a Egina e per il momento la felice campagna in Egitto. È in questo momento che vengono erette le Lunghe Mura difensive che collegano Atene al Pireo e alla baia del Falero, formando una fortezza triangolare.

La fine dell'assedio al monte Itome, con il rilascio degli assediati, permise agli efori di cercare alleati in Beozia, contrastando il legame di Atene con i tessali. L'intervento spartano permise a Tebe di riprendere il suo ruolo di leader militare nella regione, perso dopo le guerre persiane e la dissoluzione della lega Beotica. L'occasione si ebbe con la richiesta di aiuto della Doride attaccata dai focesi; Nicomede, reggente di Plistonatte (ancora fanciullo), vi trasferì 1.500 spartani e 10.000 opliti peloponnesiaci. Durante il trasferimento i nemici di Pericle gli chiesero di attaccare la città, quasi sguarnita, invece lo stratega riuscì a recuperare 13.000 uomini, 1.000 argivi unendoli alla cavalleria tessala.

È in questa situazione che si ebbe, nel 457 a.C., la prima battaglia di Tanagra e la successiva battaglia di Enofita, il cui esito permise ad Atene di mantenere il controllo sulla Grecia centrale, l'Istmo, oltre l'alleanza con la Tessaglia e Argo, soggiogando poi la Focide e la Locride orientale. Poco dopo cadde anche Egina, la quale entrò a far parte della lega di Delo, con un pagamento di 30 talenti annuali e per di più l'Acaia nel 455 a.C. stipulò un'alleanza con Atene, specie dopo la sua incursione a Sicione e l'insediamento degli iloti ribelli a Naupatto.

Atene era alla sua massima espansione territoriale, ma ben presto le cose cambiarono:

  • la sconfitta patita in Egitto pregiudicò la possibilità di approvvigionamento di grano a basso costo oltre alla perdita di 50000 uomini e 250 navi, incrinando il prestigio della città, la quale decise di trasferire il tesoro di Delo all'interno delle proprie mura. Tesoro che Pericle usò successivamente per abbellire la città;
  • a ciò si aggiunse il fallimento di restituire Farsalo, in Tessaglia, al partito filo-ateniese e la sconfitta subita nei territori di Sicione, dove una spedizione guidata da Pericle era intenta ad acquisire basi logistiche in Acarnania, presso la foce dell'Achelaoo;
  • il ritorno dall'esilio di Cimone, permette nel 451 a.C., di stipulare una tregua quinquennale tra le due leghe, dove Atene rinuncia all'alleanza con Argo.

L'anno seguente è al comando di una flotta alla volta di Cipro dove, nonostante la sua morte, gli Ateniesi liberano dall'assedio persiano l'isola. La sconfitta persiana diede la possibilità di raggiungere a breve una tregua tra le due potenze detta pace di Callia, permettendo ad Atene di concentrarsi sul fronte interno;

  • la pace in Grecia ben presto finì, infatti nel 448 a.C., gli Spartani intervennero a Delfi nella seconda guerra sacra, dove i Focesi si erano impadroniti della città;
  • l'anno seguente una rivolta di oligarchi in Beozia appoggiati da Tebe scalzò i regimi democratici alleati di Atene. Il comandante Tolmide con il suo esercito liberò Cheronea e Orcomeno, ma accerchiato a Coronea dovette abbandonare la Beozia. Ad Atene rimaneva come alleata la sola Tessaglia, per giunta del tutto inaffidabile;
  • nel 446 a.C., la rivolta si spostò in Eubea e a Megara, così il re spartano Plistonatte occupò l'Attica, ma forse corrotto da Pericle non attaccò venendo destituito, mentre Atene soggiogata la rivolta stipulò un trattato trentennale con Sparta.

Si chiudeva una fase per l'impero ateniese nella quale pur avendo compiuto immani sforzi non ebbe in cambio il controllo di Egina e Naupatto, quindi la politica estera di Pericle si può definire da questo punto di vista fallimentare. La pace trentennale non spostò certamente gli equilibri in Grecia, dove Atene continua a pretendere il phoros, dagli aderenti alla lega, utilizzandolo per abbellire la città e potenziarne le difese. Inoltre la sua sfera di influenza raggiunse la Calcidica con la fondazione della colonia di Anfipoli alla foce del fiume Strimone, a cui va ad aggiungersi l'alleanza con i Traci Odrisi, che assicurò lo sfruttamento delle miniere della regione e il commercio col Bosforo Cimmerio di frumento e pesce.

La goccia che fece traboccare il vaso fu però l'interessamento ateniese dei traffici marittimi con le colonie della Magna Grecia cosa che andava a cozzare con gli interessi di Corinto. L'Acarnania, regione strategicamente molto indicata nelle vesti di base di appoggio per i traffici con l'Italia, divenne il loro principale obiettivo.

La fase Archidamica (431-421 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Nell'estate del 432 a.C. su richiesta di Corinto si radunò a Sparta l'assemblea federale della Lega del Peloponneso, per discutere sui provvedimenti da prendere nei confronti di Atene, che era entrata in aperto conflitto con due città facenti parte della lega, Corinto e Megara. Tre erano i motivi di conflitto con Corinto:

  • Atene aveva fornito appoggio a Corcira (odierna Corfù), che era colonia di Corinto, nel conflitto che la opponeva alla sua colonia Epidamno (odierna Durazzo): era accaduto che ad Epidamno un colpo di Stato democratico aveva cacciato dalla città gli aristocratici i quali, dopo essere stati esiliati, fecero ritorno massacrando quelli che erano rimasti in città. I democratici di Epidamno si rivolsero così a Corcira, loro madrepatria, perché mettesse pace tra loro e gli esiliati e facesse cessare le violenze. I Corciresi però rifiutarono di prestare aiuto e così gli Epidamni si rivolsero a Corinto, città fondatrice della loro colonia, perché li aiutasse. I Corinzi dunque accettarono di prestare aiuto agli Epidamni, cosa che provocò l'ira dei Corciresi: dopo un ultimatum, cinsero la città d'assedio. Scoppiò la guerra tra le due città e lo scontro sul mare vide vittoriosi i Corciresi, cosa che alimentò ira e risentimento nei Corinzi, i quali, nell'anno successivo allo scontro, si prepararono al meglio al successivo conflitto. Sapendo dei preparativi dei nemici e temendo un ulteriore scontro, i Corciresi, che non erano alleati né con Atene, né con Sparta, decisero di rivolgersi ad Atene per avere aiuto. Saputo di questa mossa, i Corinzi si recarono anch'essi ad Atene per evitare quest'alleanza che avrebbe impedito che l'esito della guerra fosse a loro favorevole. Corinto accusava ora Atene di essersi intromessa in questioni che non la riguardavano, trattandosi di rapporti tra la città dell'istmo e le sue colonie.
  • Atene aveva inoltre imposto a Potidea, città della Calcidica membro della lega delio-attica, ma colonia di Corinto, di non accogliere più gli epidemiurghi, i magistrati che annualmente Corinto inviava a Potidea a scopo di controllo e supervisione, e di abbattere le mura che congiungevano la città al mare. Al rifiuto di Potidea di sottostare alle richieste ateniesi, Atene aveva inviato sul luogo una flotta che aveva dato inizio all'assedio della città.
  • Il motivo di attrito tra Atene e Megara consisteva nel divieto imposto per decreto da Atene ai cittadini di Megara di frequentare i porti di qualunque città facente parte della lega delio-attica: in questo modo Atene conseguiva lo scopo di bloccare i commerci della città rivale.

Questi tre elementi, però, come specifica chiaramente Tucidide nell'analisi dei presupposti della guerra, costituirono solamente i pretesti ("πρόφασις") della guerra, che invece trovava il vero motivo ("αἰτíα") nella volontà degli Spartani di opporsi allo strapotere di Atene, la quale, fin dalla fine delle guerre persiane, aveva intrapreso un percorso di progressiva estensione della sfera di dominio sul mondo greco, anche a scapito dell'autonomia e della libertà delle altre polis:

« Il motivo più vero, ma meno dichiarato apertamente, penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni, sì da provocare la guerra. Ma le cause dette apertamente, quelle per cui si ruppero i trattati e si entrò in guerra, furono, per entrambe le parti, le seguenti. »
(Tucidide, La guerra del Peloponneso, I, 23, 6)

All'interno del consiglio della lega peloponnesiaca, a favore della pace parlò il vecchio re spartano Archidamo II, ma l'assemblea riconobbe che Atene aveva violato i patti e si dichiarò favorevole alla guerra. Un ruolo in questa decisione, stando al racconto tucidideo, fu svolto anche dall'eforo Stenelaida, che ricordò agli spartani il loro ruolo di paladini della libertà di tutti i popoli della Grecia.[1] A questa dichiarazione seguì un ultimatum, che intimava ad Atene di ritirare i decreti contestati e di risolvere i contrasti con Corinto e Megara. La propaganda ateniese rispondeva alle accuse peloponnesiache ricordando i meriti della città verso la Grecia, dal momento che la vittoria di Salamina sui Persiani nel 480 a.C. era stata merito della flotta ateniese. Atene, spinta da Pericle, fu irremovibile e i Peloponnesiaci iniziarono le manovre di guerra. Pericle conosceva perfettamente i rapporti di forza tra i due schieramenti e sapeva che difficilmente gli Ateniesi e gli alleati avrebbero potuto opporsi alla fanteria oplitica lacedemone, ma era anche sicuro che la città potesse fare affidamento sulla propria struttura difensiva: Atene e il Pireo costituivano, infatti, un unico complesso protetto da mura, una immensa fortezza nel cuore dell'Attica, in grado di accogliere tutti gli abitanti del territorio, chiamato lunghe Mura. Secondo i piani, infatti, tutti i cittadini dell'Attica furono indotti a lasciare la propria residenza e a stabilirsi in città, lasciando che i Lacedemoni si sfogassero in annuali quanto infruttuose devastazioni del territorio. La flotta avrebbe garantito ad Atene il necessario approvvigionamento di viveri e avrebbe al tempo stesso consentito di portare attacchi alle coste del Peloponneso. L'idea di Pericle era dunque quella di condurre il nemico a un progressivo sfiancamento.

Il "casus belli" fu il tentativo di Tebe di ristabilire il proprio dominio in Beozia con il golpe dei 300 a Platea, città formalmente legata ad Atene. La polis simbolo di libertà dei Greci doveva tornare sotto controllo lacedemone, unica artefice di vera libertà. Nel giugno del 431 a.C. l'esercito della lega Peloponnesiaca, dopo un inverno speso nei preparativi, invase l'Attica sotto la guida di re Archidamo II.

Ai suoi ordini vi erano:

Ad esso la lega di Delo poteva contrapporre:

  • 300 triremi della marina ateniese;
  • 13.000 opliti;
  • 1.000 cavalieri;
  • 200 arcieri a cavallo;
  • la cavalleria pesante tessale;
  • il resto dell'esercito occupato a Potidea (3.000 uomini) e altri sparsi in Calcidica (1.600 circa), più le guarnigioni di confine e il contingente a difesa delle "lunghe mura".

Ma pur in circostanze di schiacciante superiorità, Sparta non poteva nulla contro una città ben difesa e continuamente alimentata dal mare; consapevole della mancanza di una efficace tattica poliorcetica, re Archidamo II cerca l'appoggio della flotta persiana dell'imperatore achemenide Artaserse I e poi di quella siracusana con esiti negativi, così egli non poté fare altro che saccheggiare campi e villaggi abbandonati, mentre Pericle guidava la flotta alla devastazione delle coste peloponnesiache. La flotta ateniese di devastazione conta un centinaio di navi a cui si aggiungono 50 triremi provenienti da Corcira, essa mette in difficoltà gli interessi dei corinzi e costringe gli abitanti di Egina ad abbandonare l'isola, che verrà in seguito colonizzata da ateniesi; in autunno tocca alla regione di Megara di essere invasa, mentre la primavera successiva Pericle invia 4000 uomini alla conquista di Epidauro, campagne d'armi che non danno risultati; mentre per mare gli ateniesi sono vittoriosi a Naupatto, mantenendo il controllo del golfo di Corinto.

Dopo il primo anno di guerra, però, le vicende presero un corso imprevisto. Le precarie condizioni igieniche in cui vivevano le migliaia di cittadini ammassati all'interno delle mura di Atene facilitarono il diffondersi nel 430-429 a.C., di un'epidemia di peste, descritta dettagliatamente da Tucidide, che, con tutta probabilità, era giunta dal mare, dall'Egitto. L'epidemia si diffuse ben presto all'esercito assediante di Potidea ed Epidauro e causò migliaia di vittime (si parla di un terzo dei cittadini) in città, nonché la morte di Pericle, influenzando così le sorti del conflitto.

Alla morte di Pericle, assunse la guida della fazione popolare Cleone, deciso a portare avanti la guerra ad ogni costo e in fretta, ben al di là della strategia attendista di Pericle e in opposizione alla parte aristocratica che, riunita intorno alla personalità di Nicia, premeva per richiedere una tregua a Sparta. La situazione di Atene era resa particolarmente precaria dalla decisione di Sparta e Tebe di cingere d'assedio Platea nel 429 a.C., dallo scoppio della guerra tra democratici ed oligarchi a Corcira, dalla decisione di Mitilene di uscire dalla lega delio-attica l'anno successivo (benché fosse diritto di ogni membro poter agire in tal senso, Atene, date le circostanze, non poteva consentire che un alleato, che per di più forniva un contributo importante quale il rifornimento di navi, abbandonasse con facilità la federazione, fornendo un esempio pericoloso agli altri membri).

Cleone spinse l'assemblea dei cittadini a votare l'invio di una spedizione militare che costringesse i Lesbii a tornare sui propri passi: Mitilene non cedette e gli Ateniesi intrapresero un assedio che riuscì vittorioso. Mostrando una ferocia inusitata, Cleone convinse l'assemblea a decretare la soppressione di tutti i cittadini maschi e la riduzione in schiavitù di donne e bambini. La notte, tuttavia, recò più miti consigli e l'assemblea, rimangiandosi la decisione presa, si limitò a far giustiziare circa mille cittadini mitilenesi, che considerava i principali fautori della rivolta, e a decretare la distruzione delle mura e la consegna della flotta. All'interno della lega delio-attica, la sola isola di Chio conservava una posizione relativamente autonoma, mentre Atene si atteggiava sempre di più a tiranna.

La guerra aprì un nuovo scacchiere in Magna Grecia, dove le città ioniche con a capo Reggio, si scontrarono con quelle doriche con a capo Siracusa, mettendo in crisi l'approvvigionamento di grano per il Peloponneso. Atene, con una flotta al comando del navarco Lachete, prende il controllo dello stretto di Messina, con una vittoria navale a Milazzo. In questa guerra senza quartiere, per il controllo del basso Adriatico e dei traffici con l'Italia, la spina nel fianco ateniese fu l'Ambracia e la Leucade con colonie corinzie ed è in questa situazione che si scatena nel 426 a.C. la battaglia di Olpe.

Nel 425 a.C. la flotta ateniese guidata da Demostene di Afidna, durante uno dei tanti peripli del Peloponneso volto alla devastazione del territorio, bloccò sull'isola di Sfacteria, che chiude la baia di Pilo in Messenia, un contingente di opliti spartiati. Alla richiesta di Demostene di ottenere altre forze, l'assemblea generale ateniese rispose votando l'invio di un contingente guidato da Cleone, che ottenne una vittoria memorabile per gli Ateniesi e catastrofica per gli Spartani (battaglia di Sfacteria), i quali, con 120 spartiati presi prigionieri, si ritrovarono menomati nel loro già ridotto corpo civico.

La situazione spartana fu risollevata dal generale Brasida nel 424 a.C., che trasferì la guerra fuori dal Peloponneso. Con una lunga marcia, condusse l'esercito fino in Tracia, presso la città di Anfipoli, che gli Ateniesi utilizzavano come base per rifornirsi di oro e di legname e grano proveniente dal Ponto Eusino. Nel frattempo Cleone con 80 navi e 2000 opliti cercò di insediare nel territorio corinzio una guarnigione, ma dovette rientrare ad Epidauro; pensò poi ad occupare Citera, isola dalla quale compiere raid in Laconia e Tirea, dove nel frattempo si erano rifugiati gli abitanti di Egina, la cui guarnigione spartana venne giustiziata.

Nello stesso anno un altro esercito ateniese, guidato da Ippocrate di Atene, fallì la coordinazione con le truppe di Demostene, che muovevano da Naupatto, e venne sconfitto a Delio (Beozia), nelle vicinanze di Tanagra, vanificando lo slancio prodotto dalla vittoria di Sfacteria. Il principale teatro di scontro rimase la Tracia, dove nel 422 a.C. Cleone tentò di riconquistare la città di Anfipoli, ma durante la battaglia sia Cleone che Brasida trovarono la morte, togliendo di mezzo i due principali attori di questa fase della guerra.

Atene e Sparta concordarono nel 421 a.C. una tregua che viene definita "pace di Nicia" dal nome di uno dei principali firmatari da parte ateniese. Dopo dieci anni circa di combattimenti, Atene appariva come vincitrice, essendo riuscita a resistere al tentativo di Sparta di frantumare la Lega delio-attica; tuttavia la città aveva subito perdite gravissime, sia sui campi di battaglia, sia a causa dell'epidemia e la parte popolare non era pienamente soddisfatta degli esiti della pace, che non comportavano l'acquisizione di nuovi territori e lasciavano sostanzialmente intatta anche la potenza spartana. Sparta, dal canto suo, da sempre affetta da oliganthropia, ossia da scarsezza di uomini, data la chiusura del corpo civico degli spartiati, cominciò a considerare con timore le perdite subite e comprese che senza un aiuto esterno non sarebbe mai riuscita a scalzare Atene dalla posizione di predominio.

Dalla Pace di Nicia alla spedizione in Sicilia (421-413 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Schema

Già durante i primi mesi successivi alla pace di Nicia, Sparta e Atene non riuscivano a imporre il rispetto dell'accordo ai rispettivi alleati. Infatti la tensione nei due blocchi portò alla ripresa della guerra che con la battaglia di Mantinea compì il primo passo verso una vera escalation che finì col coinvolgere tutto il mondo greco. Ad Atene con il diffondersi del malcontento la fazione radicale, favorevole a una soluzione militare definitiva, prese il sopravvento. Uno dei suoi capi era Alcibiade, nipote di Pericle, il quale riuscì a dare via libera al suo ambizioso progetto: mobilitare per la guerra tutte le risorse e le energie di Atene, aggredire Sparta con iniziative provocatorie ed estendere la battaglia alle regioni più imprevedibili.

In Sicilia la città di Segesta invocò l'aiuto dell'alleata Atene per sconfiggere Selinunte, città appoggiata da Siracusa, che era a sua volta alleata di Sparta. L'idea di Alcibiade era questa: Atene doveva impadronirsi della Sicilia per guadagnarsi numerose ricchezze da investire nella lotta contro Sparta e nuovi alleati. Così la battaglia si spostò dalla Grecia alla Sicilia. Atene allestì un'armata imponente: 134 triremi con un equipaggio di 25.000 uomini oltre alle 6.400 truppe da sbarco. Il comando fu affidato ad Alcibiade, a Nicia e a Lamaco. La flotta partì nel 415 a.C.

Tuttavia, un grave fatto aveva turbato la città (scandalo delle erme), poco prima della partenza della flotta: una notte, qualcuno aveva mutilato le erme, le statuette di Hermes che decoravano gli spazi pubblici, e la voce popolare aveva indicato in Alcibiade e nei suoi uomini i responsabili. Una accusa era stata anche presentata ufficialmente in questo senso presso il basileus. A tale supposto delitto si intrecciava la diceria che, durante un simposio, Alcibiade e i suoi amici avessero messo in scena una parodia dei misteri eleusini: evidentemente i nemici di Alcibiade cercavano di servirsi dell'accusa di empietà per mettere fuori gioco il rivale. Nell'imminenza della partenza e nella preoccupazione dei relativi preparativi, però, la procedura di accusa venne ritardata, probabilmente anche per l'accortezza degli accusatori, che temevano la personalità di Alcibiade e il favore di cui godeva presso gran parte della popolazione.

Le navi vengono dunque fatte partire e Alcibiade condivide il comando con Nicia. La spedizione sta per approdare in Sicilia quando Alcibiade viene raggiunto dalla nave di stato che gli reca l'accusa ufficiale di aver mutilato le erme e l'ordine di essere portato ad Atene per il processo. La responsabilità dell'episodio era invece dei suoi antagonisti politici appartenenti a una piccola fazione oligarchica. Egli si rifiuta di tornare in patria, fa perdere le proprie tracce e, per vendicarsi, si reca dalla rivale Sparta dove viene accolto con tutti gli onori e diventa un consigliere di valore inestimabile.

Intanto i comandanti ateniesi trovavano più difficoltà del previsto nell'espugnare Siracusa, difesa da Ermocrate. Tuttavia nel 414 a.C. strinsero la città in una morsa di ferro, sia dalla terra sia dal mare. La caduta della città sembrava imminente e tutti accorrevano al fianco dei futuri vincitori. Invece nel 413 a.C. i rinforzi guidati dallo spartano Gilippo piombarono sugli assedianti, rafforzarono le difese della città e riuscirono anche a spezzare la linea dell'assedio. Perse le speranze di prendere agevolmente la città e colpiti dalle perdite subite, gli Ateniesi decidono di abbandonare l'impresa e di ritirarsi, ma un'eclissi di luna consiglia a Nicia di ritardare la partenza per una notte: è l'errore definitivo. Gilippo ed Ermocrate ne approfittano per imbottigliare la flotta nel porto e distruggerla. Nicia allora tenta una ritirata strategica per via di terra, ma la temibile cavalleria siracusana insegue l'esercito ateniese e lo annienta. Demostene si suicidò, mentre Nicia venne giustiziato e gli Ateniesi superstiti vengono condannati ai lavori forzati nelle latomie, le cave di pietra di Siracusa.

La fase Deceleica (413-404 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

La disfatta convinse i membri della lega di Delo ad abbandonare la città egemone, specie quando aumentò l'imposizione di tributi per sostenere il riarmo della flotta. Se ne andarono uno dopo l'altra l'Eubea, Lesbo, Chio, Eritre, Clazomene, Efeso, Mileto e Mitilene. L'intervento in Sicilia dello spartano Gilippo segnò la ripresa diretta delle ostilità tra Atene e Sparta. I lacedemoni ripresero la strategia dell'invasione annuale dell'Attica, praticata nella fase della guerra archidamica, applicando però un'importante modifica occupando la fortezza di Decelea, a nord della regione, per rendere più agevole il controllo del territorio e il rifornimento delle truppe.

Nel frattempo, decisero di far rientrare i Persiani nel contesto dell'Egeo, stringendo un'alleanza con il Gran Re, che si impegnò a fornire loro una flotta: in questo modo ai persiani venne offerto il modo di superare i vincoli imposti dalla pace di Callia agevolando la riconquista delle città greche in Anatolia e gli spartani ottennero gli strumenti per fronteggiare Atene anche sul mare. Mentre Tissaferne, satrapo di Ionia, Caria e Lidia garantì solo un sostegno economico a Sparta, Farnabazo, satrapo di Frigia e Bitinia mise a disposizione una flotta agli ordini degli spartani; comunque entrambi avevano valide motivazioni perché lo stato di guerra continuasse in Grecia.

Tale alleanza produce importanti effetti anche su Atene, dal punto di vista istituzionale. Gli oligarchi iniziano a far circolare l'idea che i persiani avrebbero cambiato idea e scelto gli Ateniesi come alleati, se solo questi avessero mutato il regime istituzionale abolendo la democrazia. Gli oligarchi si mossero secondo un piano organizzato nei dettagli e sotto la guida di Antifonte, aristocratico dall'intelligenza acuta, restio a parlare in pubblico ma capace di tessere la tela occulta del colpo di Stato; uomini come Teramene e Pisandro funsero da braccio operativo, ma molti sono gli affiliati alla congiura istituzionale, tanto che quasi tutti gli ateniesi non osano opporsi, temendo che dietro il vicino di assemblea si nasconda un congiurato. È la stessa assemblea generale, convocata nel demo di Colono anziché nell'agorà, a decretare nel 411 il cambiamento istituzionale. Vennero spazzati via i cardini del regime democratico, la graphé paranomon, che consentiva a chiunque di denunciare chi avesse presentato all'assemblea una legge ritenuta illegale, e le indennità di magistratura. Il corpo civico venne ristretto a cinquemila cittadini e il potere affidato a una boulé, la c.d. Boulé dei Quattrocento, composta da quattrocento cittadini scelti dai fileti, i magistrati a capo delle tribù.

Gli oligarchi, tuttavia, rimasero poco al potere: malvisti dalla popolazione che, non a torto, temeva la loro propensione di accordarsi con Sparta, se non addirittura arrendersi al nemico, vennero spazzati via dalla rivolta cittadina seguita alla sconfitta militare di Eretria, che comportò la perdita, da parte di Atene, di tutta l'Eubea. Uno dei congiurati, Frinico, venne ucciso in piazza, Pisandro fuggì, Antifonte rimase in città, dove venne processato e condannato a morte con l'accusa di tradimento. Teramene, che aveva attivamente partecipato all'organizzazione oligarchica, riuscì invece a gestire la transizione alla democrazia: il potere non tornò immediatamente all'assemblea generale, ma venne temporaneamente gestito dai cinquemila. Secondo Tucidide, questo è il periodo in cui Atene gode della migliore amministrazione di tutta la sua storia.

Pochi mesi dopo, il governo democratico venne pienamente restaurato e si preparò a riaccogliere Alcibiade, il quale, nuovamente passato dalla parte di Atene, aveva combattuto in quegli anni per impedire la defezione degli alleati e aveva sconfitto il nemico spartano-persiano ad Abido e a Cizico. Nel 409 Alcibiade rientrò trionfalmente al Pireo e venne eletto stratego. La supremazia sui mari, però, era ormai in mano agli Spartani, guidati da Lisandro, grazie alla flotta fornita dai Persiani e all'appoggio del satrapo della Ionia Farnabazo. Alcibiade non riuscì a replicare i successi precedenti, (battaglia di Nozio) e nel 407, non essendo stato rieletto stratego, abbandonò definitivamente la città (morirà poco dopo in terra d'Asia, forse avvelenato). Nonostante le difficili condizioni in cui si trovarono, gli ateniesi riuscirono a cogliere, nello stesso 407 a.C., un'importante vittoria navale presso le Arginuse, ma i contrasti politici e l'esasperazione degli animi vanificarono il vantaggio acquisito: difatti gli strateghi vittoriosi vennero accusati di non aver prestato soccorso ai naufraghi e, giudicati davanti al tribunale popolare, vennero condannati a morte. Il solo Socrate si opporrà alla richiesta di condanna, rimanendo però inascoltato.

Poco dopo, nel 404 a.C., quello che resta della flotta ateniese venne bloccato e distrutto da Lisandro nella battaglia di Egospotami presso l'omonima baia. Atene, rimasta senza flotta, con il territorio attico occupato dagli spartani, senza più la possibilità di essere rifornita per mare, non può far altro che arrendersi. L'esercito spartano guidato da Pausania entra in città e impone condizioni di pace dure, ma più miti delle richieste dei tebani e dei corinti, che premono per la distruzione totale della città. Gli ateniesi sono condannati a consegnare quasi tutte le navi rimaste, a sciogliere quello che rimane della lega delio-attica e ad abbattere le mura che circondavano la città e la congiungevano al Pireo. In più, la città è costretta ad accogliere, al Pireo, una guarnigione spartana, con a capo un armosta, che ha il compito di sorvegliare il rispetto degli accordi. Gli spartani premono, inoltre, per un cambiamento istituzionale a favore dell'oligarchia e gli aristocratici, guidati da Crizia, colgono l'occasione per instaurare un regime tirannico e dittatoriale, molto più rigido di quello disegnato pochi anni prima da Antifonte: il governo dei Trenta Tiranni.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tucidide, 1985, op. cit., I, 86, 1.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie
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  • Bearzot, Cinzia. Manuale di Storia Greca, Bologna, Il Mulino, 2005, (ISBN 978-88-15-10686-5

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