Epicuro

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« La morte non va temuta perché quando ci siamo noi non c'è lei e quando c'è lei non ci siamo noi »
« Vuoto è l'argomento del filosofo che non dà sollievo all'umana sofferenza »

Epicuro

Epicuro (Samo341 a.C. – Atene271 a.C.) è stato un filosofo greco fondatore di una delle maggiori scuole filosofiche dell'età ellenistica e romana. Ebbe grande successo in epoca ellenistica ma, avversata dai Padri della Chiesa, subì un rapido declino con l'affermarsi del Cristianesimo.


Indice

[modifica] Epicureismo

Per approfondire, vedi la voce Epicureismo.

La dottrina filosofica di Epicuro è detta epicureismo.

[modifica] Il Quadrifarmaco

Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta.

"Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura".

Propone quindi un "tetrafarmaco", capace di liberare l'uomo dalle sue quattro paure fondamentali:

Mali Terapia
Paura degli dei e della vita dopo la morte Gli dei non si interessano degli uomini
Paura della morte Quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo
Mancanza del piacere Esso è facilmente raggiungibile
Dolore fisico se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza.

[modifica] Il pensiero

Di Epicuro ci restano tre epistole dottrinali riportate da Diogene Laerzio e due raccolte di aforismi:

Epicuro riprende nella fisica la teoria atomistica di Democrito e Leucippo. Quest'ultimo, secondo le dichiarazioni di Epicuro reseci da Diogene Laerzio, non sarebbe mai esistito, ma viene clamorosamente smentito dai suo stessi allievi in ambito campano. Nei Papiri Ercolanensi infatti (Vol Herc. coll.alt. VIII 58-62 fr.1), si parla di Leucippo e gli si attribuisce la Grande cosmologia negandola a Democrito, che se ne sarebbe presa arbitrariamente la paternità.

La novità introdotta da Epicuro rispetto a Leucippo sta però nel fatto che egli non considera più la forma degli atomi ma il loro peso. Questi atomi, infiniti di numero, eternamente si muovono in un vuoto a sua volta infinito.

Epicuro inoltre introduce nella sua teoria il fenomeno della deviazione (parenklisis, declinazione, inclinazione) [1] casuale che interviene nella caduta in verticale (Lettera ad Erodoto,43) degli atomi determinandone così collisioni in base alle quali gli atomi si aggregano originando i corpi estesi.

Mentre Democrito vedeva il moto degli atomi come vorticoso, per Epicuro esso si verifica per il peso degli atomi verticalmente, una sorta di pioggia di atomi sulla quale può intervenire una deviazione che interrompe il fenomeno naturale che si stava formando dando luogo ad un altro diverso effetto. Nella causalità meccanica e deterministica della natura Epicuro salva così l'elemento della casualità nella formazione degli eventi naturali.

Nell'etica Epicuro riprende concettualmente l'edonismo dei Cirenaici, ma mentre per questi il piacere è dinamico (ricerca del piacere) per Epicuro è statico (eliminazione del dolore), assicurando così la salute dell'anima. Un'anima che [63]: "è una sostanza corporea composta di sottili particelle" cioè di atomi molto mobili. Grazie a questa concezione egli libera l'uomo dalla paura della morte poiché quando questa si verifica il corpo, e con esso l'anima, ha già cessato di esistere e quindi cessa anche di provare sensazioni. Per questo motivo sarebbe stolto temere la morte come causa di sofferenza in quanto la morte è privazione di sensazioni.

Inoltre egli affronta anche la questione degli dei che, secondo Epicuro, non si occupano dell'uomo in quanto vivono negli intermundia, cioè in spazi situati fra gli infiniti mondi reali, e del tutto separati da questi; essi perciò non hanno esperienza dell'uomo. Affronta quindi la questione del male rispetto agli dei e procede per gradi:

  • Dio non vuole il male ma non può evitarlo (Dio risulterebbe buono ma impotente, non è possibile).
  • Dio può evitare il male ma non vuole (Dio risulterebbe cattivo, non è possibile).
  • Dio non può e non vuole evitare il male (Dio sarebbe cattivo e impotente, non è possibile).
  • Dio può e vuole; ma poiché il male esiste allora Dio esiste ma non si interessa dell'uomo (questa è la conclusione che Epicuro considera vera).

Queste considerazioni di tipo fisico, cosmologico e teologico spingono Epicuro a considerare la felicità come coincidente con l'assenza di paure e timori che condizionano l'esistenza in modo negativo. Ritiene inoltre che il male derivi dai desideri che, se non appagati, generano insoddisfazione e quindi dolore. Questi possono essere artificiali o naturali (necessari e non necessari).

È inoltre doveroso aggiungere che il motivo per cui Epicuro afferma che gli dei si disinteressino dell'uomo è che essi, nella loro beatitudine e perfezione, non hanno bisogno di occuparsi degli uomini. Affermare che per gli dei sia necessario occuparsi di qualcosa, in questo caso degli uomini, significherebbe dare un limite al potere immenso degli dei, che, invece, non hanno bisogno di interessarsi della vita terrena.

[modifica] La fisica

Il pensiero scientifico di Epicuro presenta molti aspetti che ricordano il pensiero scientifico moderno, la cui nascita viene tradizionalmente fatta risalire a Galileo Galilei.

Premettiamo che Epicuro fu uno scrittore molto prolifico, come ci viene testimoniato da Diogene Laerzio, ma ci rimane molto poco della sua produzione, per cui bisogna cercare di capire il più possibile dal poco che ci rimane. Molte delle sue opere erano trattati di alto livello scientifico, volti ad affrontare in modo sistematico lo studio della natura: Diogene Laerzio riferisce della sua opera "Della Natura", in 37 libri, o "Degli Atomi e del vuoto", o ancora "Del Criterio", ritenuta essere un'opera di logica, e così via. Vengono attribuiti ad Epicuro circa 300 libri.

Quanto ci resta sono tre lettere e varie raccolte di frammenti, materiale fra l'altro, a carattere divulgativo, come dice lo stesso Epicuro: il che rende difficile la ricostruzione precisa della sua dottrina che può comunque essere integrata tramite l'epistolario che ci è stato tramandato.

[modifica] Il metodo di ricerca

Come prima cosa nella Lettera ad Erodoto, Epicuro sottolinea come sia importante avere un modello di riferimento, una teoria, diremmo oggi, nella quale inquadrare i fenomeni studiati, e questo è possibile solo se si "riduce il complesso della dottrina in elementi e definizioni semplici". Egli chiama questo metodo di ricerca, preliminare alla ricerca stessa, canonica, ovvero studio del canone.

Il concetto di modello è effettivamente ciò che ha reso potente la scienza moderna, modello come qualcosa che si usa per spiegare la realtà, ma che non è la realtà: cioè un fenomeno può essere spiegato da un modello, ma non è il modello, anzi, un fenomeno può anche essere spiegato con modelli diversi, la cosa importante è che i diversi modelli siano in accordo con i dati sperimentali.

Dice Epicuro nella Lettera a Pitocle: "non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi teorici, ma in base a ciò che l'esperienza sensibile richiede". Questa è poi la base della scienza sperimentale.

[modifica] Gnoseologia

Importante è anche la teoria della sensazione che il filosofo tratteggia. Gli stimoli sensoriali dei corpi sono il prodotto di "simulacri" (pellicole atomiche che si distaccano continuamente dai corpi conservandone la configurazione) che toccano gli organi di senso del soggetto percipiente, in particolare la vista. Nella Lettera ad Erodoto il filosofo scrive: "La visione che in tal modo otteniamo, sia della forma, sia delle sue affezioni, per un atto di apprensione della mente o dei sensi, è la forma stessa del corpo solido risultante dalla presenza compatta del simulacro o dai residui di esso".

[modifica] Il piacere

« Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici.
Uomo o donna, ricco o povero, ognuno può essere felice. »

Epicuro ritiene che il sommo bene sia il piacere (edonè). È necessario comprendere a fondo questo termine; Epicuro distingue due fondamentali tipologie di piacere:[2]

  • Il piacere catastematico (statico)
  • Il piacere cinetico (dinamico).

Per piacere cinetico si intende il piacere transeunte, che dura per un istante e lascia poi l'uomo più insoddisfatto di prima. Sono piaceri cinetici quelli legati al corpo, alla soddisfazione dei sensi.

Il piacere catastematico è invece durevole, e consta della capacità di sapersi accontentare della propria vita, di godersi ogni momento come se fosse l'ultimo, senza preoccupazioni per l'avvenire. La condotta, quindi, deve essere improntata verso una grande moderazione: meno si possiede, meno si teme di perdere. Epicuro paragona la vita ad un banchetto, dal quale si può essere scacciati all'improvviso. Il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimorso. Il piacere catastematico è profondamente legato ai concetti di atarassia e aponia.

Importante è quindi l'amicizia, intesa come reciproca solidarietà tra coloro che cercano insieme la serena felicità. Per quanto riguarda la società egli riconosce l'utilità delle leggi, che vanno rispettate poiché calpestandole non si può avere la certezza dell'impunità quindi rimarrebbe il timore di un castigo che turberebbe la serenità per sempre. L'uomo dovrà quindi essere contento del vivere nascondendosi serenamente (è la concezione epicurea del "vivere nascostamente" o "vivi di nascosto", in greco λάθε βιώσας)

Il disimpegno degli epicurei, che teorizzano una vita serena e ritirata, congiunto ad una distorta interpretazione del termine "piacere", ha portato nei secoli ad una visione distorta dell'epicureismo, spesso associato all'edonismo con cui nulla ha a che fare. La filosofia epicurea si distingue al contrario per una notevole carica illuministica e morale, insegna a rifiutare ogni superstizione o pregiudizio in una serena accettazione dei propri limiti e delle proprie potenzialità.

[modifica] Nota

  1. ^ Il termine clinamen, l'equivalente latino della parola greca, compare con un significato più chiaro, nel II libro (verso 292) del De Rerum Natura di Lucrezio che scrive : "... id facit exiguum clinamen principiorum." precisando col termine inclinazione quanto già affermato ai versi 243-262.
  2. ^
    « Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non necessari, altri né naturali né necessari, ma nati solo da vana opinione »
    .Epicuro elabora una specie di catalogazione dei bisogni che se soddisfatti procurano eudemonia (letteralmente star insieme a un buon demone, serenità):
    • Bisogni naturali e necessari, come ad esempio bere acqua per dissetarsi: questi soddisfano interamente poiché essendo limitati possono essere completamente colmati.
    • Bisogni naturali ma non necessari: come ad esempio per dissetarsi bere vino, certo non avrò più sete ma desidererò bere vini sempre più raffinati e quindi il bisogno rimarrà in parte insoddisfatto.
    • Bisogni né naturali né necessari, come ad esempio il desiderio di gloria e di ricchezze: questi non sono naturali, non hanno limite e quindi non potranno mai essere soddisfatti.
    Da qui nacque l'accusa dei padri della Chiesa cristiani che Epicuro suggerisse uno stile di vita rozzo e materiale indegno dell'uomo. In realtà Epicuro non indica quali debbano essere i bisogni naturali e necessari da soddisfare poiché è demandato alla ragione dell'uomo stabilire quali per lui siano i bisogni essenziali, naturali da soddisfare. Per Cesare può essere ininfluente il bisogno di mangiare e bere mentre per lui è veramente naturale e necessario soddisfare il suo ineliminabile desiderio di gloria.

[modifica] Opere

  • Opere di Epicuro, a cura di M. Isnardi Parente, UTET, Torino, 1974.

[modifica] Bibliografia

  • Howard Jones, La tradizione Epicurea. Atomismo e materialismo dall'Antichità all'Età Moderna, ECIG, Genova 1999.
  • Diego Fusaro, La farmacia di Epicuro. La filosofia come terapia dell'anima, Il Prato, Padova 2006 (prefazione di Giovanni Reale).
  • Domenico Pesce, Introduzione a Epicuro, Laterza, Torino-Bari 1981.
  • Domenico Pesce, Saggio su Epicuro, Laterza, Bari 1974.
  • Ettore Bignone, L'Aristotele perduto e la formazione filosofica di Epicuro, 2 voll. La Nuova Italia, Firenze 1936.

[modifica] Voci correlate

Vedi anche la Lista delle opere filosofiche per autore

[modifica] Collegamenti esterni

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