Ragione
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In filosofia, la ragione (dal latino ratio, con l'influenza del francese raison) è la facoltà per mezzo della quale, o il processo attraverso il quale, si esercita il pensiero, soprattutto quello astratto. La ragione è ritenuta dalla maggior parte dei filosofi una facoltà universale, tale da essere condivisa tanto dagli umani quanto, teoricamente, da animali o intelligenze artificiali. Sono molti i pensatori che si sono dedicati allo studio di questa nozione, dando luogo a molteplici prospettive, spesso reciprocamente incompatibili.
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[modifica] Definizioni
La ragione viene talvolta definita come la facoltà (o il processo) di produrre inferenze logiche. A partire da Aristotele, tali ragionamenti sono stati classificati sia come ragionamenti deduttivi (che procedono dal generale al particolare) sia come ragionamenti induttivi (che procedono dal particolare al generale), sebbene alcuni pensatori non siano d'accordo nel vedere l'induzione come un ragionamento[1]. Nel XIX secolo, Charles Peirce, filosofo americano, ha aggiunto a queste due una terza categoria, il ragionamento adduttivo, intendendo "ciò che va dalla migliore informazione disponibile alla migliore spiegazione", che è diventato un importante elemento del metodo scientifico. Nell'uso moderno, "ragionamento induttivo" include spesso ciò che Peirce ha denominato "adduttivo".
Occorre precisare, tuttavia, che lo stesso Aristotele era stato poco chiaro nel definire l'induzione come un "ragionamento", ossia come una prerogativa della ragione. Il termine greco epagoghé da lui usato, che oggi traduciamo appunto con induzione, non sembra avere per Aristotele alcun carattere di consequenzialità logica. Per lui, in realtà, l'unica forma di razionalità logica è quella deduttiva (dall'universale al particolare), mentre una "logica induttiva" sarebbe stata per lui una contraddizione in termini.
[modifica] Ragione e intelletto
Aristotele distinse inoltre la semplice ragione (da lui chiamata diànoia), dall'intelletto (o noùs): la razionalità deduttiva, infatti, la cui forma esemplare è il sillogismo, pur essendo capace di trarre conclusioni coerenti con le premesse, cioé di effettuare dimostrazioni corrette da un punto di vista formale, non può in alcun modo garantire la verità dei contenuti; per cui se il ragionamento parte da premesse false, anche il risultato finale sarà falso. Aristotele assegnò pertanto all'intelletto, distinto dalla ragione, la capacità di cogliere la verità delle premesse dalle quali scaturirà la dimostrazione, attraverso un processo intuitivo capace di astrarre l'essenza universale della realtà da singoli casi particolari; questo procedimento è avviato appunto dall'epagoghé, ma si tratta comunque di un procedimento di natura extra-razionale, il che, si badi, è diverso da "irrazionale": l'intuizione intellettuale è infatti situata da Aristotele ad un livello superiore rispetto alla ragione.[2]
La distinzione tra ragione e intelletto, passata attraverso la scolastica medievale, resterà valida almeno fino al Settecento, sempre basata sulla convinzione che, perché vi sia scienza, la ragione da sola non è sufficiente: questa infatti garantisce soltanto la coerenza interna delle proposizioni che costituiscono il ragionamento, ma non può condurre in alcun modo alla verità dei princìpi primi.
Sarà con l'avvento dell'età moderna che alla ragione verrà sempre più assegnato un ruolo egemone nel produrre scienza.
Hegel arrivò a concepire la ragione in termini assoluti, non come semplice strumento di ragionamento ma come entità suprema che si identifica con la verità ultima del reale, assegnando invece all'intelletto un ruolo secondario e subordinato a quella. Non mancarono critiche nei confronti di questa concezione assolutizzante della ragione, ad esempio da parte di Friedrich Schelling, Soren Kierkegaard, Friedrich Nietzsche, e più recentemente di Karl Popper.
[modifica] Altre accezioni
Al giorno d'oggi esistono accezioni più ampie del termine "ragione". George Lakoff e Mark Johnson hanno descritto così la ragione ed i suoi scopi:
| « La ragione include non solo la nostra capacità di produrre inferenze logiche, ma anche quella di condurre indagini, risolvere problemi, valutare, criticare, decidere il modo di agire e raggiungere la comprensione di se stessi, degli altri e del mondo. » | |
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(Lakoff e Johnson 1999, pp. 3-4)
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A volte si oppone la ragione alla sensazione, alla percezione, al sentimento e al desiderio; per David Hume la ragione è al servizio dei desideri (cioè il mezzo per ottenere ciò che si vuole).
Per i razionalisti la ragione è la facoltà con la quale si apprendono intuitivamente le verità fondamentali. Queste verità fondamentali sono le cause (ovvero le "ragioni") per cui è tutto ciò che è ed avviene tutto ciò che avviene. A sua volta, l'empirismo nega l'esistenza di una tale facoltà.
Per Immanuel Kant, la ragione (in tedesco Vernunft) è il potere di sintetizzare i concetti forniti dall'intelletto (in tedesco Verstand). La ragione in grado di fornire principi a priori è chiamata da Kant "pura" (aggettivo che dà il titolo alla sua opera principale, La Critica della ragion pura), per distinguerla dalla "ragion pratica" che riguarda invece la morale del comportamento.
[modifica] Ragione e teologia
In teologia, ed in particolare nella scolastica medievale, la ragione è vista come ancilla theologiae: essa è ben distinta dalla fede e consiste nell'esercizio dell'intelligenza umana a favore della chiarificazione di nozioni religiose. In questa visione, la religione pone i limiti all'interno dei quali la ragione può effettivamente essere esercitata. Questi limiti sono concepiti in maniera diversa a seconda delle diverse confessioni religiose e dei periodi storici di riferimento: in generale, si può dire che il cristianesimo dei nostri giorni, soprattutto quello protestante, tende a garantire alla ragione un ampio margine di azione, riservando tuttavia alla fede l'ambito delle verità "ultime" (sovrannaturali) della teologia.
Al di là di ogni definizione, la ragione è stata spesso vista come prerogativa dell'uomo, come tratto distintivo da ogni altro animale, tanto che, ad esempio, Aristotele parla di uomo come "animale razionale" (che cioè ha in comune con tutti gli altri animali il fatto di essere animale, e che ha come peculiarità rispetto a tutti gli altri quella di essere razionale).
Oggi l'idea di ragione come facoltà indipendente della mente, separata dalle emozioni, e come caratteristica appartenente solo all'uomo è fonte di grosse discussioni: basti considerare le teorie di George Lakoff e Mark Johnson.
[modifica] Ragione ed oggettività
La filosofia dell'oggettività si occupa, tra le altre cose, di imperniare sulla ragione la fondazione della filosofia.
[modifica] Note
- ^ Tra gli altri si ricorda qui Karl Popper, che in Congetture e confutazioni contesta che l'induzione possa essere un ragionamento.
- ^ Vedere in proposito: Terence Irwin, I principi primi di Aristotele, Vita e Pensiero, Milano 1996
[modifica] Bibliografia
- Raimon Panikkar, La experiencia filosofica de la India, Trotta, S.A., 1997 [tr. it. L'esperienza filosofica dell'India, Cittadella, Assisi (PG), 2000] (sul ruolo della ragione nella filosofia occidentale, a confronto con quella del continente indiano).
- Massimo Fini, La ragione aveva torto?, Marsilio, 2003.
[modifica] Altri progetti
[modifica] Collegamenti esterni
- (IT) Ragione e intelletto tra Aristotele e Popper
- (EN) Reasoning Exercises, un progetto Mediawiki

