Solipsismo

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Il solipsismo (dal latino solus, "solo" e ipse, "stesso": "solo se stesso") è la credenza secondo cui tutto quello che l'individuo percepisce venga creato dalla propria coscienza. Di conseguenza, tutte le azioni e tutto quello che fa l'individuo è parte di una morale prestabilita dal proprio io, ubbidendo pertanto solamente a quello che quest'ultimo dice, al di là delle leggi prestabilite dal mondo esterno, da altre soggettività, quindi. Contrariamente alle altre credenze, che hanno leggi e regole stabilite secoli addietro, il solipsismo si distingue in quanto le leggi da rispettare provengono direttamente dagli stati più interni dell'individuo, e pertanto hanno una credenza e una validità molto più veritiera di tutte quelle regole che altri individui avrebbero stabilito per conto nostro: gli stessi "non uccidere" e "non rubare" sono tali in quanto l'io, in quanto la morale personale sa ed è convinta che queste due azioni sono sbagliate, al di là del fatto che appartengono a leggi esterne. Psicologicamente, se l'io non sente quello che sentono gli altri, non può di conseguenza viverlo in contemporanea: se l'individuo è arrabbiato, gli altri in contemporanea vivono non sentendo questo sentimento, e in un certo qualmodo l'individuo per gli altri non esiste. Tutti gli io hanno diversi modi d'approccio alla realtà, soggettiva e caratterizzata da diversi punti di vista.

Linee di pensiero analoghe al solipsismo si incontrano nelle filosofie orientali: il Taoismo ed alcune interpretazioni del Buddhismo, sostengono che tracciare una linea di separazione fra il e l'Universo è arbitrario e senza senso, un accidente dovuto al linguaggio più che alla pura realtà dei fatti.

Argomenti a favore[modifica | modifica sorgente]

Cartesio, con la sua opera, si chiedeva cosa fosse possibile conoscere con certezza, rifiutando di accettare come conoscenza certa qualunque cosa di cui fosse possibile dubitare. In questo modo egli arrivò a concludere che l'unica cosa di cui non si può dubitare è la propria esistenza:

« Tutto ben ponderato bisogna concludere e tener fermo che questa proposizione io sono, io esisto, è necessariamente vera, ogni qual volta che io la pronuncio, o la concepisco mentalmente »
(Meditazioni, 2)

In altri termini, anche se l'affermazione io esisto fosse errata, nell'atto in cui la penso non posso dubitare del fatto che io esisto (in quanto essere che pensa); è questo il significato del Cogito ergo sum (penso, dunque esisto) cartesiano. Una volta stabilito questo però risultava difficile, se non impossibile, per Cartesio determinare qualche conoscenza certa che andasse al di là del Cogito. Cartesio risolve il problema appellandosi a Dio: Dio è buono e non ci inganna, pertanto ciò che i miei sensi sperimentano (un mondo esterno e "pubblico", condiviso da altri esseri umani), deve corrispondere alla realtà. Cartesio sfugge dunque alle conseguenze del suo ragionamento, essenzialmente solipsista, appellandosi a Dio.

Cartesio assumeva che la ragione umana, una volta eliminate le false conoscenze, avrebbe potuto risolvere ogni problema, Locke dubitava invece della stessa adeguatezza della ragione: egli sente la necessità di stabilire quali sono gli ambiti ed i limiti della conoscenza umana, prima di poterla utilizzare per la risoluzione di qualsiasi problema. Locke segue l'impostazione cartesiana che tutto e solo quanto possiamo conoscere direttamente sono le nostre idee (intese qui come qualsiasi cosa che sia oggetto dell'intelligenza, quindi emozioni, pensieri, sensazioni, etc.), egli però nega l'esistenza di qualsiasi idea innata, dichiarando che tutte le nostre idee ci vengono dall'esperienza (empirismo). Locke sosteneva che vi sono le idee di sensazione che derivano dall'esperienza esterna (come il colore di un oggetto) e le idee di riflessione, nate dall'introspezione (l'idea di pensare, percepire, etc.) e che la mente a partire da idee semplici (ossia non ulteriormente scomponibili, ma di per sé chiare e distinte) costruisse, tramite confronti, raggruppamenti, differenziazioni, etc., le idee complesse. Questa posizione non è esclusiva di Locke, ma egli fu il primo a portarla alle sue estreme conseguenze: negare che esistano principi innati significa negare che l'uomo possa in qualche modo cogliere leggi di natura o essenze metafisiche, che siano valide a priori ed esistano indipendentemente dal controllo dell'esperienza. Così, quando sperimentiamo le idee semplici di solido ed esteso creiamo l'idea di materia ma questo è solo un nome per una realtà di cui non abbiamo nessuna conoscenza diretta (non percepiamo la materia, solo la solidità e l'estensione), in altri termini, l'esistenza della materia non è un dato di fatto. Allo stesso modo, il principio di causa-effetto non è che un caso particolare di un gruppo di idee dette idee di relazione che nascono ogni volta che mettiamo in relazione le idee fra di loro: noi osserviamo che ogni volta che un'idea si presenta alla nostra mente essa è preceduta da un'altra idea che chiamiamo la sua causa, ma ancora una volta dire che A causa B non esprime una conoscenza diretta, né una necessità logica, ma solo una relazione fra idee. A questo punto abbiamo brevemente descritto come si sono venuti a delineare i principi del solipsismo che potremmo riassumere nei seguenti punti:

  • Le uniche cose che possiamo conoscere con certezza sono i contenuti della nostra coscienza (pensieri, emozioni, percezioni, etc.).
  • Le esperienze sono fatti interni e privati.
  • Non è possibile derivare necessariamente un legame fra gli stati mentali ed il mondo fisico.

Se accettiamo per buone queste premesse il solipsismo diventa una posizione logicamente inattaccabile (o almeno ritenuta tale da molti filosofi): le idee (nel senso definito sopra), le nostre stesse idee, sono l'unica cosa che ognuno di noi sperimenta (primi due punti) e diventa impossibile dimostrare l'esistenza di qualunque cosa al di là delle proprie idee (terzo punto); pertanto il solipsismo diventa l'unica posizione logicamente sostenibile.

Confutazioni[modifica | modifica sorgente]

James, Russell[modifica | modifica sorgente]

Diventa chiaro che qualunque obiezione seria al solipsismo dovrebbe attaccare una delle tre premesse esposte sopra. Le obiezioni che si basano su questioni altre quali: perché la gente soffre, perché muore? In altri termini, perché se creiamo il mondo, non creiamo un mondo migliore?, non sono una confutazione della posizione solipsista.

Una prima critica considera come ci formiamo i concetti relativi alla nostra vita mentale e come li applichiamo agli altri: come possiamo, ad esempio, sostenere che qualcuno è arrabbiato se abbiamo accesso solo ai nostri stati mentali? In base ai principi indicati sopra, tale conoscenza può essere solo indiretta e procedere per analogia: questa tesi (nota appunto come argomento per analogia) sostiene che, osservando che gli altri si comportano in modo simile a me in circostanze simili, ne deduco che i loro stati mentali siano simili ai miei. Questo argomento è usato da alcuni filosofi empiristi (es. William James, Bertrand Russell) come scappatoia al solipsismo, ma non è esente da problemi: in primo luogo, gli stati mentali altrui sono desunti in maniera indiretta e quindi non ho nessuna ragione di sostenere la correttezza di tale inferenza (in altri termini, gli stati mentali altrui rimangono sempre e comunque nascosti), ma non solo: in forza del terzo principio esposto sopra, derivare un legame fra gli eventi del mondo fisico e gli stati mentali non è lecito. Esiste poi un'altra obiezione ancora più radicale: come è possibile per me applicare agli altri, anche solo in via di principio, concetti psicologici che so si applicano solo a me stesso? In altri termini, io so cosa significa rabbia perché l'ho sperimentata come vissuto personale, quindi necessariamente la rabbia che conosco è in realtà la mia rabbia quindi applicare questo concetto a qualunque altra cosa che non sia me stesso è una cosa priva di fondamento logico. L'argomento per analogia non sembra quindi fornire una confutazione al solipsismo.

Wittgenstein[modifica | modifica sorgente]

Wittgenstein critica invece proprio questa visione relativamente alla creazione dei concetti psicologici: essi non sono derivati, tramite un processo di assimiliazione, a partire dal mio vissuto personale, al contrario essi nascono da un contesto intersoggettivo (sociale) e parte del loro significato è costituito proprio dal fatto che si applicano alle persone: noi prendiamo le persone come esempio paradigmatico per decidere cosa significa avere una vita mentale. Riprendendo il nostro esempio, noi impariamo concetti come rabbia perché li vediamo innanzitutto applicati ad altre persone: non facciamo un'inferenza del tipo: si comporta in quel modo, quindi è arrabbiato, al contrario noi sappiamo che un certo comportamento è parte del significato di essere arrabbiati. L'argomento per analogia cessa quindi di essere necessario per spiegare la vita mentale altrui in quanto avere una vita mentale significherebbe appunto comportarsi come gli esseri umani si comportano. Wittgenstein ammette che esiste una diversità fra la frase io sono arrabbiato ed egli è arrabbiato, ma tale diversità non nasce dalla differenza fra una conoscenza diretta e certa dei miei stati mentali, ed una conoscenza inferenziale e fallibile degli stati altrui. La differenza sta nel fatto che il pronome egli denota un ben preciso individuo al quale attribuisco uno stato mentale, tale operazione, per essere valida, necessita di soddisfare alcuni criteri intersoggettivi, mentre la prima frase può essere affermata a prescindere da qualsiasi criterio in quanto il pronome io non viene utilizzato per isolare un individuo in un gruppo che possiede qualcosa. Riassumendo, Wittgenstein accusa i solipsisti di confondere un'asimmetria, esistente, fra affermazioni che necessitano di un criterio giustificativo ed altre che non lo necessitano, con un'asimmetria, questa inesistente, fra conoscenza certa di fatti privati e conoscenza (incerta) di fatti altrui. Fin qui Wittgenstein critica il primo ed il terzo principio sopra esposti, egli comunque dimostra come anche il secondo sia falso. In particolare egli fa notare come esso possa essere interpretato secondo due significati:

  • Solo io posso conoscere le mie esperienze. Questa affermazione può essere ulteriormente scomposta in due parti: io so quando ho una certa esperienza e le altre persone non possono sapere quando ho una certa esperienza. La prima affermazione rappresenta, secondo Wittgenstein, un uso improprio del verbo sapere: noi non veniamo a conoscenza delle nostre esperienze, non le impariamo, le abbiamo e basta. Dire io sono arrabbiato non esprime una conoscenza nel vero senso del termine, è piuttosto una componente verbale del comportamento che definisce l'essere arrabbiato. La seconda affermazione risulta palesemente falsa: in alcuni casi diventa per noi impossibile nascondere le nostre esperienze, anche se lo vogliamo.
  • Solo io possiedo le mie esperienze. Questa affermazione risulta vera solo se presa in senso strettamente grammaticale: allo stesso modo posso affermare che solo io ho il mio raffreddore, ma questo non ha che fare con la nostra conoscenza dei raffreddori. Quando diciamo che due persone provano lo stesso dolore intendiamo che hanno gli stessi sintomi.

Un'altra linea di confutazione fa notare come il solipsismo sia necessariamente incoerente dal punto di vista logico: come qualsiasi teoria infatti il solipsismo necessita di un linguaggio per essere espresso ma il linguaggio è innanzitutto un fatto sociale: le regole linguistiche, anche se non rigide, non sono arbitrarie e personali, fanno parte di una serie di convenzioni sociali. Esprimere l'idea stessa di solipsismo usando il linguaggio significa negare l'esistenza di quello stesso contesto (gli altri) che dà significato al linguaggio stesso.

Il teorema di incompletezza[modifica | modifica sorgente]

Sia l'approccio empirista che quello di Wittgenstein si basano sul fatto che è possibile conoscere qualcosa con certezza. Tuttavia, con la dimostrazione del teorema di incompletezza da parte di Kurt Gödel, con l'interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, la fede nella certezza della conoscenza è venuta meno, e la questione non può essere considerata definitivamente chiusa.[senza fonte]

Queste due argomentazioni però suggeriscono soltanto che "non possiamo conoscere tutto" ma non che "non è possibile conoscere niente". Il teorema di incompletezza dice che la matematica non potrà mai spiegare tutto, ma non che essa non potrà spiegare alcunché, mentre in meccanica quantistica possiamo conoscere le probabilità statistiche di posizione e impulso di una particella, come ad esempio gli orbitali di un elettrone, pur non conoscendo esattamente contemporaneamente la sua posizione e il suo impulso, anzi non è questione di cosa sia possibile conoscere: l'interpretazione più diffusa della meccanica quantistica considera privo di senso pensare che la particella stessa abbia contemporaneamente posizione e impulso ben definiti, a prescindere da ciò che noi possiamo o non possiamo sapere. (per approfondire tale concetto, si vedano le voci su teoria delle variabili nascoste, paradosso EPR e teorema di Bell.)[senza fonte]

In definitiva il collegamento fra matematica e realtà viene evidentemente realizzato dall'uomo e quindi il teorema di incompletezza può essere interpretato filosoficamente in diverse maniere (infatti esso ammette che il valore di alcuni costrutti e formule non sono valutabili dalla matematica, ma non che siano conoscibili tramite altri strumenti). Purtroppo quindi il teorema di incompletezza lascia la porta aperta ma non fornisce ulteriori indizi oggettivi sulla natura della realtà od i limiti del pensiero umano, limitandosi ad evidenziare i limiti dei sistemi matematici e di ciò che nella tesi di Church-Turing viene definito come "intuitivamente calcolabile".

Psicologia cognitivista[modifica | modifica sorgente]

Ne L'Io della mente, gli autori spiegano che da Locke si avallò l'idea che nulla fosse celato alla visione della propria mente di cui tutti processi ci sono noti. I limiti che si scoprivano in un atto di introspezione era nei limiti della mente. L'inconscio di Freud quindi si scontrò con un deciso rifiuto: sembrava concettualmente impossibile avere dei desideri sconosciuti a se stessi. Si cercò di attribuire stati mentali sempre coscienti a proprietari interiori diversi. Da Freud si è arrivati allo sviluppo di una psicologia cognitivista che afferma che l'elaborazione dell'informazione non è soggetta ad introspezione: non si tratta di un'attività nascosta, ma al di fuori dalla portata della coscienza. Per Freud delle osservazioni superavano le negazioni dei pazienti; qua la mente non è solo accessibile agli estranei, ma addirittura l'accesso di estranei a certe attività supera quello dei proprietari. Nelle teorie più recenti gli omuncoli sono stati gettati via in quanto si ritengono non coscienti dei vari sottosistemi che lavorano come i reni. L'elaborazione dell'informazione priva di soggetto svolge quegli incarichi che si pensava richiedessero l’esistenza della coscienza come fantasma nella macchina. C'è differenza tra tutta l'elaborazione dell'informazione e il pensiero cosciente accessibile... ma accessibile a chi o cosa? Dovremmo parlare allora di due coscienze o di un soggetto che elabora l'informazione e poi suggerisce al soggetto con cui si parla? Un’idea di coscienza capace di reggere a tutte le complicazioni richiede una completa rivisitazione dei modi di pensare.

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