Abitudine

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

L'abitudine (dal latino habitudo, habitudinis, struttura fisica o morale) è la disposizione o attitudine acquisita mediante un'esperienza ripetuta. Questa disposizione è insita nel comportamento degli esseri umani e degli animali. È stata alla base della scoperta del rito dell'abitudine.

Modi di dire[modifica | modifica sorgente]

  • Prendere (o perdere) un'abitudine: assumere un modo di agire costante e quasi meccanico
  • Essere legato alle proprie abitudini
  • Per abitudine: senza riflettere e seguendo una consuetudine acquisita col tempo
  • Cattive abitudini: contrarie alle regole della morale o dell'educazione

L'abitudine in fisiologia e psicologia[modifica | modifica sorgente]

Il termine abitudine viene usato per indicare sia le attività motorie, sia le attività mentali, che dopo numerose ripetizioni vengono svolte in modo relativamente automatico o, più semplicemente, con maggior facilità e coordinazione.

L'abitudine è il processo mediante il quale un comportamento diventa abituale. I comportamenti si ripetono in un contesto coerente, vi è un aumento incrementale nel collegamento tra il contesto e l'azione. Per azione si intendono sia attività mentali che motorie che, dopo un periodo relativamente lungo in cui vengono ripetute, vengono poi svolte in maniera più sciolta o con maggiore coordinazione dei movimenti. Questo aumenta l'automaticità del comportamento in tale contesto.[1] Caratteristiche di un comportamento automatico possono essere: efficienza, mancanza di consapevolezza, la non intenzionalità, l'incontrollabilità.[2]

Cattive abitudini[modifica | modifica sorgente]

Una cattiva abitudine è un modello di comportamento negativo. Alcuni esempi includono: procrastinazione, irrequietezza, onicofagia.[3]

Un fattore chiave per distinguere una cattiva abitudine da una dipendenza o da malattia mentale è l'elemento della forza di volontà. Se una persona sembra ancora avere il controllo sul suo comportamento, allora è solo un'abitudine.[4] Le buone intenzioni sono in grado di escludere l'effetto negativo delle cattive abitudini, ma il loro effetto sembra essere indipendente e le cattive abitudini restano, ma sono sottomesse invece che annullate.[5]

Secondo l'autore Bill Borcherdt, il momento migliore per correggere una cattiva abitudine è prima che l'azione diventi regolare. Ecco perché è più facile che lo sviluppo di cattive abitudini possa essere impedito maggiormente durante l'infanzia.[6]

Ci sono molte tecniche per la rimozione di cattive abitudini una volta che esse si sono stabilizzate. Uno dei metodi prevede l'identificazione e la rimozione dei fattori che innescano l'abitudine e che incoraggiano la sua persistenza a lungo termine.[7]

Solitamente in psicologia e in pedagogia, l'abitudine viene classificata come meccanismo psicologico messo in moto dalla persona per adattarsi in maniera più proficua all'ambiente che lo circonda. L'abitudine diventa quindi uno dei fattori che contribuiscono in maniera maggiore alla formazione del carattere sin dalla prima infanzia.

L'abitudine nella filosofia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Abito (filosofia).

Nella storia della filosofia, sono individuabili due diversi approcci sistematici riguardo al fenomeno dell'abitudine. Una prima tendenza riduce il fenomeno ad una semplice azione motoria ripetuta in arco relativamente lungo di tempo e in maniera relativamente regolare. Tale concezione può essere ravvista già in Cartesio e, più in generale, nelle teorie degli atomisti, e prende il nome di teoria meccanicistica.

Il secondo approccio, più naturalistico, mette in evidenza la spontaneità delle azioni che, ripetute a più riprese, favoriscono la stabilità delle stesse e una loro regolarizzazione in arco di tempo relativamente lungo. Questa tendenza si rifà alle concezioni aristoteliche riprese poi da Maine de Biran, Emile Boutroux, Gottfried Leibniz, Felix Ravaisson-Mollien ed Henri Bergson e prende il nome di teoria vitalistica in cui il concetto di abitudine assume connotazione positiva e l'abitudine stessa diventa il mezzo per il divenire morale.

Di contro, Jean-Jacques Rousseau e Immanuel Kant classificarono l'abitudine in maniera negativa, ossia come ostacolo alla spontaneità dello spirito e alla naturalezza della libera iniziativa.

Il peccato d'abitudine[modifica | modifica sorgente]

Nella religione cattolica, l'abitudine diviene peccato quando un'azione si ripete continuamente per difetto di volontà, sia per la prevalenza della passione, ossia per una consuetudine negativa. Il grado di gravità del peccato d'abitudine varia a seconda della posizione reale del peccatore.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Wood W, Neal DT (2007). "A new look at habits and the habit-goal interface." Psychological Review, 114: 843–863
  2. ^ Bargh JA (1994). "The four horsemen of automaticity: Awareness, intention, efficiency, and control in social cognition." In Wyer RS, Srull TK (eds.), Handbook of social cognition: Vol. 1 Basic processes, pp. 1–40. Hove: Lawrence Erlbaun Associates Publishers
  3. ^ Suzanne LeVert, Gary R. McClain, The Complete Idiot's Guide to Breaking Bad Habits, Alpha Books, 2001, ISBN 0-02-863986-3.
  4. ^ Mariana Valverde, Disease or Habit? Alcoholism and the Exercise of Freedom in Diseases of the Will: Alcohol and the Dilemmas of Freedom, 1998, ISBN 0-521-64469-0.
  5. ^ Bas Verplanken, Suzanne Faes, Good intentions, bad habits, and effects of forming implementation intentions on healthy eating in European Journal of Social Psychology, vol. 29, 5–6, 21 giugno 1999, pp. 591–604, DOI:10.1002/(SICI)1099-0992(199908/09)29:5/6<591::AID-EJSP948>3.0.CO;2-H.
  6. ^ Bill Borcherdt, Making Families Work and What to Do When They Don't, Haworth Press, 1996, p. 172, ISBN 0-7890-0073-3.
  7. ^ Herbert Fensterheim, Jean Baer, Don't Say Yes When You Want to Say No, Dell, 1975, ISBN 0-440-15413-8.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]