Passione (sentimento)

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Passione (dal greco pathos e dal latino patior) è un sentimento di forte intensità, di solito connotato da grande e intensa attrazione per un soggetto; assume comunque, come tutti gli stati affettivi, significati diversi secondo l'ambito in cui se ne parla[1]. La passione è stata oggetto di studio di molti filosofi, per esempio Aristotele, Tommaso d'Aquino, Cartesio, Spinoza; in ambito psicoanalitico, secondo Freud la passione basilare da cui dipende l'azione dell'uomo prende il nome di libido[2].

Indice

[modifica] Nell'antichità greca e romana

Nell'antichità occidentale, attraverso la letteratura omerica e la filosofia antica, la passione era vista come un eccesso improvviso, ma non sempre negativo. Essa infatti poteva guidare al gesto eroico, soprattutto per "furore" o "ira". Testimone di questa moralità quanto meno complessa è il teatro greco dove diversi personaggi si accendono per passioni: cupidigia, desiderio d'amore, paura paralizzante, esaltazione senza freni, tutta una serie di emozioni che rendevano i personaggi e gli stessi dèi che li guidavano come posseduti e fuori di sé. Quindi la passione cominciò a essere interpretata come malattia, ovvero lusinga e urgenza incontrollabile da parte del corpo che non poteva essere controllato dall'anima[3]. La passione, infatti, si subisce (come rivela etimologicamente una parola a essa associata, pathos).

Aristotele vedeva nella passione una forza controllabile dalla ragione, quasi un'energia primordiale che però va controllata e pensata[4] Con gli stoici l'anima diviene soltanto ragione e la passione è qualcosa che viene da fuori e ne contrasta l'equilibrio e il programma. Crisippo arriva a dire che sia una condizione estatica sfrenata che produce un errato giudizio sul mondo e sulle sue norme[5]. In questo senso parlare di passione è significato parlare fin dall'inizio della educazione e della minaccia sociale che il soggetto può arrecare se lasciato preda di sole pulsioni elementari e senza intelligenza conoscitiva.

La passione quindi viene medicalizzata, osservata, catalogata e se possibile curata.

[modifica] Modello tassonomico stoico

Il modello nosologico delle passioni secondo Diogene Laerzio (con la rivisitazione dello Pseudo-Andronico) prevede quattro gruppi di passioni: piaceri, dolori, paure e desideri. Tra i piaceri, intesi come esaltazioni irrazionali, troviamo l'incanto (quando la vista e l'udito vengono stravolti dall'insorgere della passione), la gioia malevola (che gode dei mali altrui), la delizia (o rammollimento dell'anima), l'effusione orgasmica e il maleficio vero e proprio (piacere procurato per inganno). Tra i dolori, intesi come contrazioni irrazionali, troviamo la pietà, l'invidia, la gelosia (quando l'altro possiede l'oggetto del proprio desiderio), la rivalità (quando l'altro possiede ciò che già si ha), l'affanno, la noia, il turbamento davanti alla falsità, l'angoscia, la costernazione (che impedisce una visione d'insieme), la desolazione, la sventura, lo spasimo, il lutto, la stizza, il tormento (davanti alle proprie riflessioni dolorose), il pentimento, il pianto, il lamento, lo sconforto, il fastidio, la preoccupazione, l'indignazione, la confusione (rispetto la visione del futuro), la sofferenza e l'afflizione. Tra le paure, che poi non sono altro che fughe dal dolore, troviamo il terrore, l'esitazione, la vergogna, lo sbigottimento, il panico, l'inquietudine, il timore (del futuro), lo stupore, la viltà, la titubanza, la trepidazione e la superstizione. Tra i desideri, intesi come tensioni irrazionali verso i piaceri, troviamo la brama (che non ha oggetto del desiderio), l'odio, l'ambizione, l'ira, l'eros, l'indignazione rancorosa e la collera.

Le passioni sono viste nell'arco del loro svolgersi, con un inizio, un culmine e il raffreddamento finale (che può lasciare un umore duraturo, come il risentimento o la nostalgia). La ricchezza anche solo lessicale del panorama di passioni analizzate divenne più complesso con la loro descrizione fisiologica, con sintomi, processi termici, motivi incerti tra arrossamento e pallore, vapori e fluidi che erano serviti a Ippocrate e Galeno per descrivere gli stati di salute e malattia dell'essere umano.

In qualche modo infatti le passioni erano dietro anche i tipi umani, li scoprivano, definivano e marcavano, anticipando quel che sarà la fisiognomica nei secoli successivi.

[modifica] I temperamenti di Galeno

Articolando i quattro principali umori della teoria medica ippocratico-galeana con le passioni si hanno i principali temperamenti: il sangue, la bile gialla, la bile nera e il flegma, nelle loro rispettive caratteristiche caldo/umido, caldo/secco, freddo/secco e freddo/umido portano a caratteri emotivi, o depositi della passione nella psiche: ecco allora apparire il tipo "sanguigno", "collerico", "malinconico" o "flemmatico", che interiorizzano le passioni corrispondenti, facendone delle predisposizioni organiche. Agli stimoli esterni (come il caso dell'ira di Achille, provocata da Agamennone) si vanno sostituendo i combattimenti interiori e le giuste terapie per controllare in sede morale e filosofica gli effetti delle passioni. Se si riusciva a curarle, si restava apatici.

[modifica] La critica di Cicerone, Sesto Empirico e Seneca

Nelle Tusculanae disputationes, Cicerone esprimeva la necessità di estirpare le passioni fino alla radice, evitando di potarle e quindi di lasciare che risorgano. Se gli stoici avevano proposto la meditazione e l'esercizio delle virtù come rimedio, per Cicerone, meno fiducioso verso la razionalità e il potere della conoscenza, si tratta di costruire una strategia educativa che le anticipi, evitando l'apatia, considerata questa volta in negativo.

Sesto Empirico e gli scettici consideravano le passioni come non naturali, ma piuttosto quali miraggi che distolgono dall'arte del vivere rendendoci prima ancora che infelici, distaccati dalle cose e invischiati nelle opinioni sulle cose stesse.

Seneca (e sullo stesso asse, più tardi Plutarco) fecero delle passioni non più (o non solo) il territorio della medicina, ma una questione antropologica centrale, le cui coordinate si muovevano sul rapporto tra vizi e virtù, e sul governo dell'uomo in mezzo agli altri uomini. La passione esce dall'antichità legata dunque alla psicologia e all'etica.

[modifica] Il controllo delle passioni nel Medioevo

Per lungo tempo la passione è stata vista come trasgressione più che come forte impegno o eccesso di sensibilità. La riflessione di Agostino si svolge intorno ai concetti di amor, passio, dilectio, voluptas e amicitia come luoghi in cui non si è più se stessi e si esce dalla "misura" dell'ordine divino. Fa eccezione naturalmente l'amore verso Dio, incondizionato, ineludibile, eterno e che restituisce eccellenza e potentia.

Dunque l'amore, ma anche la paura della perdita che si trasforma in appetitus e altre tendenze umane a uscire dal seminato, possono assumere un aspetto anche positivo e si può dire che la stessa caritas (opposta alla cupiditas) sia una forma di passione[6]. E tuttavia la passione è data per natura e coinvolge le relazioni tra essere umano e mondo e tra essere umano e essere umano in termini di comunità ordinata e guidata dalla gratia.

Sempre nel medioevo (ma dopo la dottrina esposta da Cicerone nel De Amicitia), soprattutto l'amore comincia a essere visto quasi come eroico, tramite il disinteressamento e la generosità dell'amante legati alla virtù dell'amato. Sono casi da considerare quello filosofico (legato all'amore di Eloisa e Abelardo) o narrativo (legato al ciclo di Tristano). La passione viene dunque narrata con esaltazione, ma al contempo vista come estranea ai vincoli dell'amore legittimo (come nel matrimonio, difeso teoricamente da Agostino e praticamente da Giustiniano con il suo Codex del 534). E tuttavia proprio l'amore, con la poesia cortese, mostra la passione meno come fragilità e più come forza.

Bernardo di Chiaravalle distingue affectio come inclinazione attiva e nobile del cuore verso qualcuno da affectus che si subisce e crea dolore. Le quattro passioni fondamentali sono la gioia, la paura, la tristezza e l'amore[7], ma è soprattutto l'amore che viene visto in quella che diventerà la classica partizione tra "sacro" e "profano".

Contribuisce all'idea di ciò che chiamiamo "passione" inteso come sentimento anche l'idea di follia come si andò sviluppando quando si passava dall'idea antica di possessione sacra alla retorica legata alla presenza di streghe e posseduti dal demonio da esorcizzare. Colui che pativa l'azione di qualche demone è ora preda del diavolo che muovendo l'anima e straziando il cuore e i sensi del "folle" lo travia dal giusto corso della vita.

La passione è dunque mania, esaltazione frenetica, fino all'estasi e alla perdita definitiva di sé. Questa idea offre il motore narrativo alla tragedia (più ancora che quella antica si consideri quella elisabettiana) e alle varie speculazioni sul peccato e sulla sua punizione (con l'aspetto antagonistico tra passione e inquisizione). In qualche modo dunque la passione diventa didascalica e didattica, segnando il confine tra il lecito e l'illecito, tra il doveroso e il libertario, tra norma e perturbazione. Da un punto di vista concettuale la passione si semplifica, diventando orientata al bene o al male (e quando coniugata al futuro guidata dalla speranza o dalla paura).

[modifica] Il moderno amore di sé

L'identità personale nel mondo moderno si traduce in vanità e desiderio di potere, ansia di approvazione ed egoismo. Poggiandosi su idee di eroismo e aristocrazia, la nuova società politica legittima anche la propensione e il diritto alla felicità. Tra XVII e XVIII secolo, allontanatosi dal medioevo, l'uomo si concentra su se stesso. Tra l'introspezione alla Montaigne e i miti di progresso alla Rousseau, complice anche la riforma protestante, l'uomo si studia e pone al centro delle proprie attività l'autoaffermazione (spesso narcisistica)[8]. Essere fedeli alle proprie mire, ai propri desideri, insomma a se stessi, è uno dei valori dell'io, conscio delle proprie possibilità cognitive e pratiche. La passione dominante è l'amore per se stessi, per la propria ragione (si pensi a Cartesio), per le proprie stesse passioni, che diventano tutte "buone" purché se ne abbia il controllo[9]. Con questa chiave si può leggere anche il teatro di Corneille, pieno di personaggi che cercano e impongono la padronanza di sé, la legittimità della propria gloria.

Allo stesso tempo esiste, però, una vulnerabilità dell'uomo moderno che si manifesta (ancora in ambito teatrale, per esempio, nei personaggi di Racine) nell'individuo che non riesce a controllare tramite la ragione tutte le proprie passioni, e per spirito di conservazione e per necessità di sopravvivenza, cede alla natura, e magari perché in opposizione al desiderio e alla vanità d'altri, genera passioni distruttrici, come dice Hobbes negli Elementi di legge naturale e politica (1640), e confrontandosi con gli altri nutre la propria passione della gloria. La "gloria, o sentimento di compiacenza o trionfo della mente, è quella passione che deriva dall'immaginazione o concetto del nostro potere, superiore al potere di colui che contrasta con noi"[10]. Da "gloria" si passa a "vanagloria" e la passione di essere "degni di se stessi" diventa una trappola di autocompiacimento. La felicità, con Hobbes, è incessante desiderio di dominio sugli altri e sul mondo, assicurandosi per quanto a lungo possibile e magari per sempre una posizione di vantaggio e potere.

Anche John Locke va in questa direzione, salvo che pone, a contrasto con la passione, la paura di morire. Attraverso la paura della morte, l'amore di sé come autoconservazione è più forte dell'amore passionale di sé. L'arbitro di tutte queste passioni, nel modello giusnaturalistico, diventa il "politico" che, quasi una persona artificiale, stabilisce un limite alle passioni e alla vita emotiva dei singoli. Essere "cittadino" non cambia la "natura" dell'uomo, ma lo tiene sotto controllo, gli fa rinunciare, in nome della società, alle proprie passioni. Come dirà Freud, "l'uomo civile baratta una parte della propria felicità possibile con la sicurezza"[11]. La riflessione attraversa due secoli, alla ricerca delle funzioni vitali e societarie, del loro combinarsi tra avarizia, lusso, invidia, lussuria e soprattutto orgoglio a favore dello sviluppo della società. Tra etica, politica, scienza della natura e filosofia pratica, il pensiero sulle passioni si lega al mito illuministico del progresso. È nato il diritto alla felicità[12] che inevitabilmente apre la strada alla passione amorosa dei romantici.

[modifica] Il romanticismo

[modifica] Freud e l'inconscio

[modifica] Bibliografia

  • Denis de Rougemont, L'amore e l'Occidente (1939, 1972), Rizzoli, Milano 1977
  • Remo Bodei, Ordo Amoris, Il Mulino, Bologna 1991
  • Silvia Vegetti Finzi (a cura di), Storia delle passioni, Laterza, Bari 1995

[modifica] Note

  1. ^ dizionari.corriere.it; Gazzetta medica italiana... Brancardi, 1854.
  2. ^ Battista Mondin, 2000
  3. ^ È il caso di Platone, nel Fedone, dove, secondo la tradizione orfico-pitagorica, vi è una lotta continua tra desideri, pulsioni erotiche, collere e paure con la necessità di purificazione dell'anima.
  4. ^ Ne parla nella Etica nicomachea.
  5. ^ Notizie prese dall'articolo di Mario Vegetti nel libro collettaneo Storia delle passioni citato in nota.
  6. ^ È una lettura critica che viene fatta più tardi, per esempio da Hannah Arendt, Il concetto d'amore in Agostino (1929), SE, Milano 2001
  7. ^ cfr. Étienne Gilson, Teologia mistica di san Bernardo (1934), Jaca Book, Milano 1987.
  8. ^ È la tesi centrale di Hans Blumenberg, La legittimità dell'età moderna, Marietti, Genova 1992.
  9. ^ Titolare di questo modo di vedere il mondo è appunto Cartesio, in particolare nel suo Le passioni dell'anima (1649), ora in Opere filosofiche, Utet, Torino 1969.
  10. ^ La nuova Italia, Firenze 1985, p. 64.
  11. ^ cfr. Il disagio della civiltà (1929), in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino 1978, p. 509.
  12. ^ cfr. A. O. Hirschman, Le passioni e gli interessi, Feltrinelli, Milano 1979.

[modifica] Voci correlate

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