Dialettica (filosofia)

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La dialettica è uno dei principali metodi argomentativi della filosofia, che deriva dai termini greci dià-legein (cioè "parlare attraverso", ma anche "raccogliere") + tèchne, ovvero "arte" del dialogare, del riunire insieme. Essa consiste nell'interazione di due tesi o princìpi contrapposti (simbolicamente rappresentati nei dialoghi platonici da due personaggi reali) usata come strumento di indagine della verità.

Indice

[modifica] Le origini

L'origine di questo metodo nella discussione di tesi filosofiche può essere ritrovato già in Zenone di Elea, il quale, sulle orme di Parmenide, affermava la tesi dell'immutabilità dell'Essere confutando le antitesi degli avversari tramite una dimostrazione per assurdo. Egli usava cioè la dialettica quale strumento di contrasto che approda alla verità sulla base del principio di non contraddizione, ricorrendo all'uso dei paradossi.

[modifica] Socrate

Socrate

Un metodo simile lo si ritrova nei dialoghi platonici, dove Socrate cerca di trovare le contraddizioni interne nelle tesi dell'interlocutore, scomponendone le enunciazioni e raffrontandole con livelli più elevati del sapere. Il vantaggio iniziale lasciato all'interlocutore più debole è lo strumento dialettico attraverso il quale si staglia più luminoso e conclusivo il parere del maestro.

Ad esempio, nell'Eutifrone, Socrate chiede ad Eutifrone di dare una definizione di pietà. Eutifrone risponde che pio è ciò che è amato dagli Dei. Socrate però gli rinfaccia che gli dei sono litigiosi, e che i loro litigi, come quelli umani, riguardano gli oggetti di amore ed odio. Eutifrone ammette che questo è infatti il caso. Perciò, prosegue Socrate, deve esistere almeno un oggetto che è amato da alcuni Dei ma odiato da altri. Di nuovo Eutifrone assente. Socrate poi conclude che, se la definizione di pietà data da Eutifrone fosse vera, allora dovrebbe esistere almeno un oggetto che è allo stesso tempo sia pio che empio (giacché è amato da alcuni Dei, ma odiato da altri) - il che, ammette Eutifrone, è assurdo.

Questo modo di procedere nel ragionamento, partendo da una tesi e cercando di trovarne le contraddizioni interne, è tipico della dialettica socratica, e si chiama maieutica.

[modifica] I Sofisti

Mentre il proposito di Socrate era essenzialmente quello di ricercare la verità, per i sofisti la dialettica coincide invece con l'eristica, ovvero l'arte di vincere nelle discussioni, confutando le affermazioni dell'avversario, ma senza riguardo alla loro intrinseca verità o falsità.

[modifica] Platone

Platone

Platone è generalmente considerato il padre della dialettica. Per Platone, essa è lo strumento per eccellenza della filosofia, essendo la via privilegiata per risalire dal molteplice all'unità dell'Idea, che è l’origine e meta finale della conoscenza.

Platone interpreta socraticamente la dialettica, come riflessione sociale, svolta dal filosofo nel dialogo con altri personaggi; e la identifica con la filosofia stessa intesa come espressione dell’eros, che è il desiderio bramoso del sapere. Il meccanismo dialogico consiste nell'opera maieutica di un conduttore che pilota la discussione, e concede dapprima spazio alla tesi meno probabile per farla poi confutare, lasciando emergere a poco a poco quella giusta e portatrice di verità.

Per comprendere la dialettica, occorre premettere che le idee, secondo Platone, sono strutturate gerarchicamente, da un minimo fino a un massimo di “essere”; in cima a tutte sta l'idea suprema del Bene. Proprio questa gerarchia permette la conoscenza, perché è il raffronto dialettico tra realtà di diverso livello, tra ciò che sta in alto (essere) e ciò che sta in basso (non essere) a rendere possibile il sapere. Così ad esempio bianco e nero rimangono termini contrapposti e molteplici sul piano sensibile; tuttavia, è solo cogliendo questa differenza di termini che si può risalire al loro fondamento e comune denominatore, cioè l'Idea di Colore. Non si può infatti avere coscienza del bianco senza conoscere il nero.

Pur non dando mai una definizione precisa di dialettica, si può dire che per Platone essa è al contempo un processo di "unificazione e moltiplicazione": da un lato la dialettica sale verso l'unità delle idee, dall'altro scende a definire e suddividere il molteplice, secondo un metodo dicotomico. Si tratta però di due procedimenti complementari, che rispecchiano la natura stessa delle idee che è quella di essere uniche in sé, ma anche a fondamento delle relazioni esistenti nel molteplice. La dialettica è quindi la ricostruzione logica di questi collegamenti che stanno a fondamento della realtà, ed è perciò la scienza per eccellenza. (cfr. Fedro, Parmenide, Sofista)

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ontologia e dialettica in Platone.

Da sottolineare, a ogni modo, che in Platone le idee si trovano al di sopra della logica dialettica: esse sono accessibili soltanto per via di intuizione. Non sono dimostrabili, né ricavabili dall'esperienza sensibile. Come già in Zenone, la dialettica non fa cogliere di per sé la verità, ma consente semmai di procedere alla confutazione degli errori e dei paradossi facendo uso della logica di non contraddizione.

[modifica] Aristotele

La dialettica di Aristotele deriva da quella socratica e platonica. Le premesse su cui i suoi predecessori ragionavano erano le opinioni emerse ed analizzate col metodo del dialogo (Analitici I, V, 57a); Aristotele, però, distingue la dialettica dall'analitica. Mentre quest'ultima studia la deduzione che parte da premesse vere (dimostrazione), la dialettica ha per oggetto i ragionamenti che si riferiscono ad opinioni probabili (cfr. Analitici, I, IV, 46a; Metafisica, II, 1, 995b). La dialettica è perciò una logica dell'apparenza, in quanto la conclusione, pur derivando logicamente dalle premesse, non è necessaria, perché non sono necessarie le premesse in sé da cui prende le mosse.

[modifica] Il neoplatonismo e la dialettica

La dialettica divenne quindi lo strumento filosofico usato dai neoplatonici, i quali ne diedero una definizione più precisa rispetto a Platone. La dialettica per costoro è uno strumento che ha una valenza esclusivamente negativa, nel senso che permette di risalire a Dio e alla verità unicamente tramite la consapevolezza del suo contrario, cioè del suo negativo: il falso. Fu il metodo proprio della teologia negativa.

Plotino ad esempio paragonò la verità alla luce, la quale non è un oggetto, ma si mostra solo in quanto rende visibili gli oggetti. Come essa risulta visibile dal contrasto con l'ombra, così l'Uno è intuibile solo tramite il contrasto dialettico col molteplice.

È la polarità del mondo, costituita nell'ottica neoplatonica dalle due estremità (Uno e molteplice, bene e male, essere e pensiero) che permette di stabilire un rapporto dialettico tra di esse, essendo l'una il negativo dell'altra. Ad esempio, la verità (assunta come il polo positivo) diventa definibile tramite il suo negativo, ovvero la falsità.

La polarità del mondo scaturisce per Plotino dal fatto che l'Uno stesso si struttura dialetticamente nelle ipostasi via via inferiori (Intelletto e Anima) dando vita all'universo, ma rimanendo trascendente rispetto ad esso. La dialettica dell'Uno ha quindi un carattere produttivo, cioè ontologico, perché genera l'essere e la molteplicità. Ciò nonostante, il Dio plotiniano non perde la sua unità, perché resta al di sopra di tutto: nell'Uno infatti sono presenti in forma unita e indissolubile quegli elementi intellegibili del cosmo che esplicandosi nella realtà materiale giungono poi a separarsi tra loro.

La teologia neoplatonica mirava allora a ricucire, tramite l'uso della dialettica e della logica formale, quell'unità immediata di soggetto e oggetto, spirito e materia, che nel mondo sensibile appariva invece terribilmente frantumata in un dualismo insanabile. Torna in proposito la duplice valenza propria della dialettica platonica, che ha un carattere ora discensivo (dall'Uno alla materia), ora ascensivo (dal molteplice all'estasi), formando un circolo.

Alla dialettica così intesa ricorsero numerosi filosofi, come Agostino, Tommaso, Cusano, Spinoza, Fichte, Schelling.

[modifica] Kant

La dialettica per Kant è la logica dell'apparenza, che ha lo scopo di mettere in luce il carattere illusorio dei giudizi trascendenti, mettendoci in guardia contro l'inganno della ragione, che è l'inganno della totalità, l'illusione con la quale l'uomo tende a superare sul piano della conoscenza il mondo dei fenomeni. Ma l'apparenza della dialettica, in quanto trascendentale è connaturata alla ragione umana e quindi continua a dare l'illusione di essere vera anche quando se ne dimostri la falsità. La dialettica in Kant rappresenta lo studio e la critica di questa illusione naturale ed inevitabile. (cfr. Critica della ragion pura, Bari, 1977, I, 102; II,288)

[modifica] Fichte e Schelling

Fichte

La concezione kantiana della dialettica, intesa come esercizio critico di riconoscimento del proprio limite, venne ripresa dagli idealisti Fichte e Schelling, i quali le attribuirono la capacità non solo di riconoscere, ma anche di creare o di porsi un tale limite. La dialettica diventa così lo strumento trascendentale in cui si articola l'attività dell'io, con cui il soggetto da un lato si auto-limita inconsciamente, ma dall'altro si accorge dell'errore insito nel senso comune, che lo portava a scambiare l'apparenza dei fenomeni per la vera realtà. Per Fichte infatti, la dialettica io/non-io ci fa prendere coscienza che il non-io non è una realtà assoluta, ma limitata e relativa all'io. (cfr. Dottrina della scienza)

Come già per i neoplatonici, la dialettica rimane però solo un mezzo, con cui il pensiero mira a ritornare alla propria origine annullandosi. Essa mantiene una valenza critica o negativa, perché non fa cogliere l'Assoluto stesso: se così fosse, il pensiero filosofico sarebbe creatore, poiché coinciderebbe con l'atto creativo dell'assoluto. La dialettica invece si limita a ricostruire per via teorica il processo con cui l'io crea il mondo. Similmente per Schelling l'Assoluto è intuibile solo per via negativa, tramite il rapporto dialettico tra i due poli (Spirito e Natura) in cui esso si articola. (cfr. Sistema dell'idealismo trascendentale)

[modifica] Hegel

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Con Hegel infine la dialettica si trasformò da strumento filosofico nel fine stesso della filosofia. Diversamente dal neoplatonismo, Hegel assegnò alla dialettica una valenza positiva, anziché negativa: mentre presso i neoplatonici la dialettica serviva a ricondurre alla verità, ma quest'ultima ne restava al di sopra (a un livello trascendente e ben distinto da quella), Hegel fece coincidere la verità con la dialettica, cioè col divenire. Anche sul piano ontologico Hegel capovolse la prospettiva precedente: ora la dialettica non è più il processo con cui Dio negava (e occultava) se stesso generando il mondo, bensì con cui afferma se stesso.

Ciò significa che egli concepiva l'essere (ossia la verità) come immanente alla razionalità conoscitiva: la contrapposizione logica esistente tra un concetto ed il suo contrario per Hegel non è soltanto logica, ma è presente anche nella realtà. Hegel in un certo senso riprese Eraclito affermando che ogni realtà scaturisce dal suo opposto: ad esempio, il rapporto dialettico esistente tra A e B, per Hegel non ha un valore soltanto conoscitivo o gnoseologico, ma anche ontologico. In tal modo, egli rinnegò la logica formale di non-contraddizione, in favore di una nuova logica "sostanziale", che è insieme forma e contenuto. Per Hegel, ogni realtà è al tempo stesso il suo contrario: A coincide con B, il nero coincide col bianco. Non ci sarebbe quindi bisogno di rifarsi a un principio trascendente: bianco e nero, ad esempio, non scaturiscono da una superiore e comune Idea di Colore, ma scaturirebbero l'uno dall'altro, secondo un procedimento a spirale caratterizzato dalla cosiddetta triade: tesi, antitesi e sintesi. L'Assoluto non ne è all'origine ma alla fine, e scaturisce dalla mediazione dei due termini contrapposti.

In virtù di questo movimento triadico, l'Essere (tesi) non è più concepito come statico e autonomo ma trapassa nel divenire, diventando non-essere (antitesi): la contraddizione tra essere e non-essere viene però superata dal momento della sintesi, che è a sua volta la negazione della negazione (il divenire). Il non-essere, così, non è la negazione dell'Essere, ma paradossalmente la sua affermazione.

[modifica] Le critiche di Schelling e Kierkegaard

Schelling

Questo modo di intendere la dialettica fu contestato in particolare dall'ultimo Schelling, secondo cui Hegel scambiava per oggettivo ciò che invece è soggettivo: è la nostra percezione degli oggetti a scaturire dalla loro differenza e diversità, non gli oggetti stessi. Ad esempio, la percezione soggettiva del bianco (A) scaturisce dal raffronto col nero (B), ma non si può dire per questo che il bianco stesso scaturisce oggettivamente dal nero.

Schelling concordava sul fatto che le contraddizioni della dialettica sono molto importanti, perché esse sono la molla del divenire, la ragione per cui Dio si fa storia e sconfigge le tenebre presenti nel Suo stesso fondo oscuro; ma questo per Schelling non vuol dire che siccome le contraddizioni sono importanti allora non c'è alcun bisogno di evitarle. Esse sono pur sempre un limite, rappresentano un elemento negativo, a cui è chiamata a fare da contraltare una filosofia positiva. (cfr Filosofia della Rivelazione)

Anche Kierkegaard obiettò che la dialettica hegeliana riconciliava illusoriamente le contraddizioni della realtà nel momento della sintesi. Secondo Kierkegaard, tesi e antitesi non possono logicamente convivere in un et et ("sia l'una che l'altra"), ma sono lacerate da contraddizioni insanabili in un drammatico aut aut ("o l'una o l'altra").

[modifica] Marx ed Engels

Marx
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Materialismo storico.

Di tenore diverso furono le critiche di Marx, che anzi applicò la dialettica hegeliana alla Storia affermando che questa scaturisce dalla lotta dinamica fra gli opposti. Le contrapposizioni della realtà non trovano conciliazione in un principio superiore (come ad esempio Dio), ma nella storia stessa, il cui esito finale, secondo Marx, non trascende le umane vicende, ma è immanente al raffronto dialettico tra le classi sociali, e in particolare tra la "struttura" economica (costituita dai rapporti materiali di produzione) e la "sovrastuttura" (gli apparati culturali che ne occulterebbero la vera natura).

Questo modo di concepire la filosofia della storia prese il nome di materialismo dialettico.

Con Friedrich Engels in particolare, il metodo dialettico hegeliano che Marx aveva inteso rimettere "con i piedi per terra", trasformandolo in uno strumento di lotta sociale e rivoluzionaria, trova un ulteriore campo di applicazione con la Dialettica della natura, da Engels enunciata ed elaborata ulteriormente nei suoi ultimi anni di vita.

[modifica] Schopenhauer

In polemica col dibattito filosofico precedente, Arthur Schopenhauer ha osservato che la logica ricerca la verità, ma la dialettica si interessa solo del discorso. L'unica dialettica veramente importante è dunque la dialettica eristica, ossia l'arte di ottenere ragione. Secondo Schopenhauer è più importante vincere la battaglia verbale, specie davanti ad un pubblico, piuttosto che dimostrare di aver ragione. Questo perché il pubblico potrebbe non essere interessato alla verità dell'argomento, ma solo allo scontro verbale, e quindi non avere la pazienza o la preparazione necessaria a seguire la dimostrazione. Per ottenere ragione, e vincere lo scontro, è dunque lecito utilizzare ogni argomento a favore: a tal fine Schopenhauer elenca 38 metodi derivati dai classici. I suoi appunti sull'argomento, sono stati raccolti postumi nel libretto L'arte di ottenere ragione esposta in 38 stratagemmi (ISBN 8845908569).

[modifica] Adorno

Per il filosofo della Scuola di Francoforte Adorno la dialettica assume un significato prettamente negativo poiché è utilizzata per rendere manifeste le disarmonie che permeano il reale, e non deve cercare di auto-fondarsi.

[modifica] Elenco per autori dei trattati dedicati al metodo dialettico

Hanno scritto trattati sulla Dialettica:

[modifica] Bibliografia

  • H. Kraemer, Dialettica e definizione del Bene in Platone, Introduzione di G. Reale, traduzione di E. Peroli, Vita e Pensiero, Milano 1996
  • V. Verra, Dialettica e filosofia in Plotino, Vita e Pensiero, 1993
  • L. Sichirollo, Antropologia e dialettica nella filosofia di Platone, Veronelli, Milano 1957

[modifica] Voci correlate

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