Atarassia

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L'atarassia è un termine filosofico tipico dell'epicureismo e dello scetticismo; al di là delle diverse sfumature assunte nelle due scuole, il termine indica quella condizione esistenziale ideale caratterizzata da assoluta imperturbabilità di fronte alle passioni e, perciò, assente da ogni dolore.

Il termine proviene infatti dalla lingua greca: ἀταραξία (da α + ταραξις). Letteralmente "assenza d'agitazione".

Indice

[modifica] L'atarassia dell'epicureismo

Affine per certi versi al concetto di Apatia stoica, se ne distingue per la cornice filosofica in cui si inquadra: l'imperturbabilità stoica era il risultato della consapevolezza, da parte del saggio, della provvidenzialità e razionalità di ogni evento, da cui era persuaso a trascurare la contingenza del dolore e delle passioni (amor fati); l'epicureo si muove invece in un orizzonte materialista e meccanicista, che vede nella sensibilità e nel desiderio la fonte di ogni dolore. L'ideale dell'atarassia è quindi concepito sulla base dell'osservazione della natura umana: se ogni desiderio, in quanto tensione verso ciò che manca, è dolore, allora non sarà il piacere associato al soddisfacimento del desiderio a procurare quella felicità perfetta, immutabile, capace di allontanare le angosce profonde dell'animo umano, come la paura degli dei e della morte. Secondo Epicuro questa felicità può essere garantita solo dal piacere stabile (catastematico), che non deriva da un desiderio soddisfatto (piacere in movimento) ma da un dolore risparmiato - dunque, da un desiderio non seguito ("il culmine del piacere è la pura e semplice distruzione del dolore"). È dunque il distacco dell'animo da qualunque coinvolgimento troppo intenso e vincolante (l'atarassia, appunto) il segreto della felicità. Da qui la polemica con i cirenaici, che invece sostenevano la "positività" del vero piacere.

L'atarassia può essere conquistata raggiungendo quella consapevolezza sulla realtà materiale del mondo insegnata dalla fisica epicurea, che oltre a liberare dalla paura degli dei e della morte ("quando tu ci sei, lei non c'è, e quando c'è lei, non ci sei tu") stimola a seguire una vita appartata, tranquilla, dedita all'amicizia e alla filosofia, all'insegna sì dei piaceri ma anche di una "dieta esistenziale" che sappia distinguere quei bisogni e desideri naturali e necessari alla vita da quelli che sono solo fonte di passioni e turbamenti dell'animo, e dunque di dolore.

Il concetto di atarassia è la più profonda confutazione di quelle riduzioni dell'epicureismo a edonismo sfrenato e lussurioso.

[modifica] L'atarassia dello scetticismo

L'imperturbabilità dello scettico non deriva dal raggiungimento di una retta conoscenza del reale, ma piuttosto dalla consapevolezza che nessuna retta conoscenza è possibile, che ogni presunta verità non è dimostrabile con assoluta certezza. Anche le cause delle nostre emozioni, ciò che ci rende felici o angosciati, rientrano, come tutto, in questa zona d'ombra che rende tutto trascurabile perché potenzialmente illusorio. L'invito dello scettico è di fare epoché, di rivalutare (e ridimensionare) ogni aspetto della vita in base alla riflessione sulla limitatezza della mente umana, e raggiungere così una condizione di felicità perché sottratta all'errore e all'incertezza che derivano dall'accettare acriticamente la realtà.

[modifica] Atarassia nella letteratura

La letteratura latina ci ha lasciato mirabili espressioni di questa visione della felicità perfetta, versi di grandi poeti che oltre ad una genialità artistica rivelano anche una profonda sensibilità esistenziale. Nel "De rerum natura" di Lucrezio, un poema interamente dedicato a illustrare i principi etici e fisici dell'epicureismo, leggiamo questa celebrazione ispirata della beatitudine divina del saggio:

«  Ma niente è più dolce che occupare muniti/ dalla dottrina dei saggi i sublimi templi sereni saldamente,/ donde si possa abbassare lo sguardo sugli altri e vederli/ errare qua e là e, aggirandosi senza criterio, cercare la via della vita,/ lottare rivaleggiando in doti naturali, gareggiare per nobiltà,/ sforzarsi notte e giorno con grande fatica/ per emergere a somma ricchezza e impadronirsi del potere »
( Libro 2, versi 7-13 )

Anche Orazio, nelle sue Odi, ha più volte espresso questo ideale, sintetizzabile nel famoso carpe diem:

«  Meglio accettare quello che verrà,/ gli altri inverni che Giove donerà/ o se è l'ultimo, questo/ che stanca il mare etrusco/ e gli scogli di pomice leggera./ Ma sii saggia: e filtra vino,/ e recidi la speranza/ lontana, perché breve è il nostro/ cammino, e ora, mentre/ si parla, il tempo/ è già in fuga, come se ci odiasse!/ così cogli/ la giornata, non credere al domani »
( Ode 1,11)

[modifica] Voci correlate

[modifica] Bibliografia

  • Gisela Striker: Ataraxia: Happiness and Tranquility. In: The Monist Nr. 73 (1990), 97–110.
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