Marco Giunio Bruto
| (LA) | (IT)
« Così sempre ai tiranni! »
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(Marco Giunio Bruto, nell'atto di pugnalare Cesare)
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| Marco Giunio Bruto | ||
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| Pretore della Repubblica romana | ||
| Busto di nobile romano identificato con Bruto | ||
| Nome originale | Marcus Iunius Brutus Caepio | |
| Nascita | 85 | |
| Roma | ||
| Morte | 23 ottobre 42 a.C. | |
| Filippi | ||
| Coniuge | Claudia (53 a.C.) | |
| Porcia (45 a.C.) | ||
| Figli | 1 figlio da Porcia (45 a.C. - 43 a.C.) | |
| Gens | Iunia | |
| Padre | Marco Giunio Bruto (tribuno 83 a.C.) | |
| Madre | Servilia Cepione | |
| Pretura | 45 a.C. | |
Marco Giunio Bruto Cepione (latino: Marcus Iunius Brutus Caepio) (Roma, 85 a.C. – Filippi, 23 ottobre 42 a.C.) è stato un politico romano, senatore della tarda Repubblica romana e uno degli assassini di Giulio Cesare.
Indice |
[modifica] Vita prima della cospirazione
Bruto era figlio dell'omonimo tribuno della plebe Marco Giunio Bruto, probabile discendente di Lucio Giunio Bruto, il fondatore della Repubblica romana, e di Servilia Cepione, sorellastra di Catone Uticense e amante di Giulio Cesare. Alcune fonti accennano alla possibilità che Cesare fosse suo padre, ma appare improbabile visto che Cesare al tempo della nascita di Bruto aveva solo quindici o sedici anni. Bruto fu educato alla filosofia dello stoicismo del celebre parente ma anche parzialmente, come Cicerone, alla dottrina accademica platonica, crescendo nell'ammirazione del mos maiorum, le più pure virtù romane di libertà, dignità e res publica.
Uno zio di Bruto, Quinto Servilio Cepione, fratello di sua madre Servilia, lo adottò quando era giovane e Bruto aggiunse il suo cognomen al proprio nome. La sua carriera politica cominciò quando divenne assistente di Catone, mentre questi era governatore di Cipro. Durante quel periodo, si arricchì praticando l'usura. Sin dalla sua prima apparizione in senato, Bruto si schierò con gli Ottimati (la fazione conservatrice) contro il Primo Triumvirato di Crasso, Pompeo e Cesare. Aveva del resto ottimi motivi per odiare Pompeo, il quale aveva fatto assassinare suo padre nel 77 a.C., durante le proscrizioni di Silla.
Quando però nel 49 a.C. scoppiò la guerra civile fra Pompeo e Cesare, Bruto seguì il suo vecchio nemico Pompeo, divenuto capo degli Ottimati. Dopo il disastro della battaglia di Farsalo, Bruto scrisse a Cesare porgendogli le proprie scuse: Cesare le accettò e lo perdonò. Cesare lo accolse quindi nella sua cerchia e lo nominò governatore della Gallia in occasione della sua spedizione in Africa all'inseguimento di Catone e di Metello Scipione. L'anno successivo (45 a.C.) lo nominò pretore.
[modifica] Il Cesaricidio e le sue conseguenze
Bruto era un conservatore per natura, e non celò mai le sue convinzioni. Sposò Porcia, che era sua prima cugina e figlia di Catone e scrisse un testo che elogiava le qualità del suo suocero defunto. Cesare era molto affettuoso nei confronti di Bruto e rispettava le sue opinioni. Tuttavia Bruto, come molti altri senatori, non era soddisfatto per lo stato della Repubblica. Cesare era stato nominato dittatore a vita e stava approvando una legislazione per concentrare il potere nelle proprie mani.
Insieme al suo amico e cognato Cassio ed altri uomini, Bruto cominciò a cospirare contro Cesare. Alle Idi di marzo (15 marzo; vedi calendario romano) del 44 a.C., un gruppo di senatori, tra i quali Bruto, assassinò Cesare sui gradini del Teatro di Pompeo. Nel Giulio Cesare di William Shakespeare, il dittatore rivolge le sue ultime parole famose a lui: "'quoque tu Brute?" ("Anche tu, Bruto?"). Svetonio afferma che Cesare abbia detto, in greco, "καὶ σύ, τέκνον;" (kai su, teknon? - "anche tu, figlio?") (De Vita Caesarum Liber I Divus Iulius, LXXXII) e anche Cassio Dione riporta le stesse parole (Hist. Rom. 44, 19) da cui poi nasce la traduzione più poetica (ma la più conosciuta): "Tu quoque, Brute, fili mi! ". La tradizione attribuisce a Bruto, dopo il cesaricidio, la pronuncia della frase "Sic semper tyrannis!" ("Così sempre ai tiranni!"). I cospiratori ebbero un'amnistia provvisoria da parte di Marco Antonio che alla morte di Cesare era diventato il capo dello stato. Tuttavia, la città stessa era contro di loro, perché la maggior parte della popolazione amava Cesare. Antonio decise di sfruttare le circostanze ed il 20 marzo parlò duramente contro gli assassini durante l'elogio funebre di Cesare. Poiché Roma non li vedeva più come i salvatori della Repubblica (si erano autoproclamati liberatores) e rischiavano l'accusa di tradimento, Bruto e gli altri cospiratori fuggirono in Oriente. Nel frattempo era emanata la lex Pedia che condannava all'esilio i Cesaricidi.
Ad Atene, Bruto si dedicò allo studio della filosofia e, cosa non meno importante, alla ricerca di fondi ed al reclutamento di soldati per formare legioni. Antonio ed il nipote di Cesare Ottaviano erano determinati a inseguire lui e Cassio per cercare vendetta.
Gli eserciti di Antonio e di Ottaviano fecero la loro apparizione nell'estate del 42 a.C. Il 3 ottobre, la Prima battaglia di Filippi non fornì un risultato decisivo. Gli uomini di Bruto sconfissero Ottaviano, ma Antonio aveva sconfitto Cassio. Cassio si era allora suicidato, senza sapere della vittoria del suo alleato. Entrambi gli eserciti si raggrupparono e combatterono nella Seconda battaglia di Filippi il 23 ottobre, dove Bruto venne sconfitto.
[modifica] Morte
Secondo Plutarco e Svetonio, Bruto era ossessionato dai sogni di Cesare e da altri presagi che annunciavano la sua sconfitta: è famoso il passo di Plutarco in cui si racconta che Bruto ricevesse in sogno la visione di un fantasma - secondo alcuni lo spettro di Cesare stesso. Quando il Cesaricida chiede all'ombra: "Chi sei tu? Da dove vieni?" Essa gli risponde: "Sono il tuo cattivo demone, Bruto: ci rivedremo a Filippi". Bruto, imperturbato, risponde a sua volta coraggiosamente: "Ci rivedremo!". Rivide il fantasma durante il sonno della vigilia della battaglia di Filippi. Questa volta Ottaviano ed Antonio furono i vincitori indiscussi: Bruto organizzò la fuga, ma non andò molto lontano. I suoi amici lo esortarono a fuggire ancora, ma egli rispose con una delle sue più celebri frasi: "Fuga, sì, ma questa volta con le mani, non con i piedi". Detto questo, si uccise.
Shakespeare nel Giulio Cesare, basandosi su Plutarco, descrive magistralmente il momento della sua fine: egli chiede ai suoi due uomini, Cito e Dardanio, di reggere la spada su cui intende trafiggersi (era il metodo diffuso tra i nobili romani per togliersi onorevolmente la vita). Essi inizialmente rifiutano ma, in seguito, esaudiscono il suo ultimo desiderio, permettendogli di morire con onore, invece di cadere con ignominia nella mani del nemico. Le ultime parole di Bruto furono:
| « Oh, sciagurata virtù!, tu non eri altro che un nome ma io ti ho adorata davvero, come se fossi vera; ma ora, sembra che tu non sia mai stata altro che una schiava della sorte » | |
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(Plutarco, Vite parallele, Vita di Dione e Bruto, frase non riportata in tutte le versione tramandate)
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Marco Antonio decretò funerali solenni per Bruto, coprendo il corpo con un panno color porpora in segno di rispetto. Con la contrarietà di Ottaviano, che avrebbe voluto esporne il corpo come per i traditori, Antonio lo fece cremare e consegnò le ceneri alla madre del defunto, affinché riposassero nel mausoleo della Gens Iunia.
[modifica] Cronologia
- 85 a.C. – nasce a Roma
- 58 a.C. – assistente di Catone, governatore di Cipro
- 53 a.C. – questura in Cilicia; primo matrimonio, con Claudia, figlia di Appio Claudio Pulcro, il console del 54 a.C.
- 49 a.C. – alleato di Pompeo in Grecia, durante la guerra civile contro Cesare
- 48 a.C. – perdono di Cesare
- 46 a.C. – governatore della Gallia
- 45 a.C. – pretore; secondo matrimonio, con Porcia, la figlia di Catone
- 44 a.C. – assassinio di Cesare con altri senatori; fuga ad Atene
- 42 a.C.
- 3 ottobre – Prima battaglia di Filippi – sconfigge Ottaviano, ma Antonio sconfigge Cassio, che si suicida
- 23 ottobre – Seconda battaglia di Filippi – il suo esercito è sconfitto definitivamente; Bruto fugge, ma si suicida poco dopo.
[modifica] Valutazioni successive di Bruto
- Dante considera Bruto il prototipo del traditore più vergognoso e nell'Inferno, (Inferno, XXXIV, 64-67), Bruto è nel livello più basso, assieme a Giuda Iscariota e Cassio, masticato, ma non consumato, da Satana. Dante, che aveva una visione provvidenziale dell'impero, vede Bruto soprattutto come attentatore alla perfetta istituzione (l'impero, appunto).
- Shakespeare presenta Marco Antonio che descrive Bruto come il "romano più nobile di tutti" nella scena finale del Giulio Cesare. Nelle moderne messe in scena è ritratto comunemente come una persona spinta dal senso dell'onore e la sua azione è un tirannicidio piuttosto che un assassinio. La critica storica moderna ha infatti messo in dubbio quella antica, sviluppatasi sotto gli influssi propagandistici dei suoi detrattori, Antonio prima e Ottaviano poi, che proprio sull'esaltazione del defunto e la condanna dei cesaricidi poggiarono le loro ambizioni di egemonia. Gli storici moderni raffigurano Bruto come un militare e uomo politico coerente con le proprie idee repubblicane, non come il sanguinario descritto dagli autori romani filo-augustei e poi da Dante.
- Michelangelo Buonarroti scolpì un busto di Bruto oggi al Bargello, forse volendo raffigurare simbolicamente Lorenzino de' Medici quale assassino del tirannico Alessandro de' Medici, duca di Firenze: in quest'ottica Bruto era visto come salvatore della Repubblica (la Repubblica fiorentina, appunto) contro l'usurpazione tirannica.
- Vittorio Alfieri nella tragedia Bruto secondo, descrive Bruto come un eroe tragico di libertà, ovvero un tipico "eroe alfieriano", combattuto tra il rispetto verso Cesare, che ritiene il suo padre naturale, e la devozione alla repubblica; Bruto viene celebrato come un tirannicida che si sacrifica per la libertà:
| « È spento di Roma il re; grazie agli Iddii sen renda...Ma ucciso ha Bruto il proprio padre;... ei merta da voi la morte... E viver volli io forse?.... » | |
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(Vittorio Alfieri, Bruto secondo)
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- Bruto fu un personaggio assai venerato sotto la Rivoluzione francese; prototipo del tirannicida, fu citato spesso anche da Robespierre nei suoi discorsi.
- Bruto Minore di Giacomo Leopardi è una poesia (8 strofe di 15 versi ciascuna) del 1821 che, facente coppia con l'Ultimo canto di Saffo ha come tema principale il trittico leopardiano di virtù, amore e suicidio, quest'ultimo visto come atto legittimo. Leopardi, che ammirava Bruto, umanamente e politicamente, sulla scia di Alfieri, uno dei suoi miti giovanili, scrisse anche due prose incompiute che hanno Bruto tra i personaggi, incluse poi nelle Operette morali intitolate: Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte e Dialogo: ...filosofo greco, Murco senatore romano, popolo romano, congiurati
[modifica] Altre apparizioni
- Nei videogiochi della serie Assassin's Creed viene indicato come il fondatore della Setta degli Assassini alla quale lasciò il suo pugnale (con cui accoltellò Cesare) e la sua armatura.
[modifica] Collegamenti esterni
- Le vite degli uomini illustri, vita di Bruto, di Plutarco, ediz. 1825.
- Le vite parallele, vita di Bruto, di Plutarco, ediz. 1846.
[modifica] Voci correlate
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