Vittorio Alfieri
| « Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli » |
| (dalla Lettera responsiva a Ranieri de' Calsabigi, 1783) |
Il conte Vittorio Amedeo Alfieri (Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803) è stato un drammaturgo, poeta e scrittore italiano.
«Nella città di Asti, in Piemonte, il dì 17 gennaio[1] dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti». Così Alfieri presenta se stesso nella Vita scritta da esso, autobiografia stesa intorno al 1790. Alfieri ebbe un'attività letteraria breve ma prolifica e intensa; il suo carattere tormentato, oltre a delineare la sua vita in senso avventuroso, fece di lui un precursore delle inquietudini romantiche. Era di madrelingua piemontese e conosceva il francese e curiosamente anche l'italiano solo come seconde lingue, imparate successivamente e non senza difficoltà.[2]
Biografia [modifica]
Infanzia e educazione [modifica]
| « Rimasto dunque io solo di tutti i figli nella casa materna, fui dato in custodia ad un buon prete, chiamato don Ivaldi… » |
| (da Vita di V. Alfieri, Epoca prima, 1755, capitolo II) |
Vittorio Alfieri nacque dal conte di Cortemilia Antonio Amedeo Alfieri e dalla savoiarda Monica Maillard de Tournon (già vedova del marchese Alessandro Cacherano Crivelli).
Il padre morì nel primo anno di vita di Vittorio e la madre si risposò nel 1750 con il cavaliere Carlo Giacinto Alfieri di Magliano, parente del defunto marito.
Visse fino all'età di nove anni e mezzo ad Asti a Palazzo Alfieri (la residenza paterna), affidato ad un precettore, senza alcuna compagnia. Dei due fratelli che aveva, Giuseppe Maria morì dopo pochi mesi di vita e la sorella Giulia fu mandata presso il monastero astigiano di Sant'Anastasio.
Nel 1758, per volere del suo tutore, lo zio Pellegrino Alfieri, governatore di Cuneo e nel 1762 viceré di Sardegna, fu iscritto all'Accademia Reale di Torino.
Alfieri frequentò l'Accademia dove compì i suoi studi di grammatica, retorica, filosofia, legge. Venne a contatto con molti studenti stranieri, i loro racconti e le loro esperienze lo stimolarono facendogli sviluppare la passione per i viaggi.
Dopo la morte dello zio, nel 1766 lasciò l'Accademia non terminando il ciclo di studi che lo avrebbero portato all'avvocatura e si arruolò nell'Esercito, diventando "portinsegna" nel reggimento provinciale di Asti. Rimase nell'esercito fino al 1774 e si congedò col grado di luogotenente.
I viaggi [modifica]
| « A ogni conto voleva io assolutamente morire, ma non articolai però mai tal parola a nessuno; e fingendomi ammalato perché l'amico mio mi lasciasse, feci chiamare il chirurgo perché mi cavasse il sangue, venne e me lo cavò. » |
| (da Vita di V. Alfieri, Epoca terza, 1768, capitolo VI) |
Tra il 1766 e il 1772, Alfieri cominciò un lungo vagabondare in vari stati dell'Europa. Visitò l'Italia da Milano a Napoli sostando a Firenze e a Roma, nel 1767 giunse a Parigi dove conobbe Luigi XV che gli parve un monarca tronfio e sprezzante. Deluso anche dalla città, a gennaio del 1768 giunse a Londra e, dopo un lungo giro nelle province inglesi, andò in Olanda.
A L'Aia visse il suo primo amore con la moglie del barone Imhof, Cristina. Costretto a separarsene per evitare uno scandalo, tentò il suicidio, fallito per il pronto intervento di Elia, il suo fidato servo, che lo seguiva in tutti i suoi viaggi.
Rientrò a Torino, dove alloggiò in casa di sua sorella Giulia, che nel frattempo aveva sposato il conte Giacinto Canalis di Cumiana. Vi rimase fino al compimento del ventesimo anno di età, quando, entrando in possesso della sua cospicua eredità, decise di lasciare nuovamente l'Italia.
Tra il 1769 e il 1772, in compagnia del fidato Elia, compì il secondo viaggio in Europa: partendo da Vienna, passò per Berlino, incontrando con fastidio e rabbia Federico II, toccò la Svezia e la Finlandia, giungendo in Russia, dove non volle neppure essere presentato a Caterina II, avendo sviluppato una profonda avversione al dispotismo.
Raggiunse Londra e, nell'inverno del 1771, conobbe Penelope Pitt, moglie del visconte Edward Ligonier, con la quale instaurò una relazione amorosa. Il visconte, scoperta la tresca, sfidò a duello l'Alfieri. Lo scandalo che seguì e il processo per adulterio pregiudicarono una possibile carriera diplomatica dell'Alfieri, che in seguito a questi fatti fu costretto a lasciare la donna e la terra d'Albione.
Riprese così il suo girovagare, prima in Olanda, poi in Francia, Spagna e infine Portogallo, dove a Lisbona incontrò l'abate Valperga di Caluso, che lo spronò a proseguire la sua carriera letteraria. Nel 1772 cominciò il viaggio di ritorno.
Ritorno a Torino [modifica]
Il ventiquattrenne Alfieri rientrò nel capoluogo piemontese nel 1773 e si dedicò allo studio della letteratura, rinnegando in tal modo, secondo le sue stesse parole, «anni di viaggi e dissolutezze»; a Torino prese una casa in piazza San Carlo, la ammobiliò sontuosamente, ritrovò i suoi vecchi compagni di Accademia militare e di gioventù. Con loro istituì una piccola società che si riuniva settimanalmente in casa sua per «banchettare e ragionare su ogni cosa», la "Societé des Sansguignon", in questo periodo scrisse «cose miste di filosofia e d'impertinenza», per la maggior parte in lingua francese, tra cui l'Esquisse de Jugement Universél, ispirato agli scritti di Voltaire.
Ebbe anche una relazione con la marchesa Gabriella Falletti di Villafalletto, moglie di Giovanni Antonio Turinetti marchese di Priero. Tra il 1774 e il 1775 portò a compimento la tragedia Antonio e Cleopatra, rappresentata a giugno di quello stesso anno a Palazzo Carignano, con successo.
Nel 1775 troncò definitivamente la liaison amorosa con la marchesa Falletti, e studiò e perfezionò la sua grammatica italiana riscrivendo le tragedie Filippo e Polinice, che in una prima stesura erano state scritte in francese.
Nell'aprile dell'anno seguente si recò a Pisa e Firenze per il primo dei suoi "viaggi letterari", dove iniziò la stesura dell'Antigone e del Don Garzia. Tornò in Toscana nel 1777, in particolare a Siena, dove conobbe quello che sarebbe diventato uno dei suoi più grandi amici, il mercante Francesco Gori Gandellini. Questi influenzò notevolmente le scelte letterarie dell'Alfieri, convincendolo ad accostarsi alle opere di Niccolò Machiavelli. Da queste nuove ispirazioni nacquero La congiura de' Pazzi, il trattato Della Tirannide, l'Agamennone, l'Oreste e la Virginia (che in seguito susciterà l'ammirazione del Monti).
La contessa d'Albany [modifica]
| « Un dolce foco negli occhi nerissimi accoppiato (che raro addiviene) a candidissima pelle e biondi capelli davano alla di lei bellezza un risalto, da cui difficile era di non rimanere colpito o conquisto. » |
| (da Vita di V. Alfieri, Epoca quarta, 1777, capitolo V) |
Nell'ottobre del 1777, mentre terminava la stesura di Virginia, Alfieri conobbe la donna che lo tenne a sé legato per tutto il resto della vita: Luisa di Stolberg-Gedern, contessa d'Albany, moglie di Carlo Edoardo Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra. Nello stesso periodo si dedicò alle opere di Virgilio e terminò il trattato Del Principe e delle lettere e il poema in ottave L'Etruria vendicata.
Nel 1780, con l'avallo del governo granducale, la contessa d'Albany riuscì ad abbandonare il marito rifugiandosi a Roma presso il convento delle Orsoline, con l'aiuto di suo cognato, Enrico Benedetto Stuart, cardinale e duca di York.
Dopo qualche tempo Alfieri, che nel frattempo aveva donato tutti i beni e le proprietà feudali alla sorella Giulia riservandosi un vitalizio e una parte del capitale[3], raggiunse a Roma la contessa e si recò poi a Napoli, dove terminò la stesura dell'Ottavia ed ebbe modo di iscriversi alla loggia massonica della "Vittoria".
Tornò a Roma stabilendosi a Villa Strozzi presso le Terme di Diocleziano, con la contessa d'Albany, che nel frattempo ottenne una dispensa papale che le permise di lasciare il monastero. Nei due anni successivi di soggiorno romano lo scrittore portò a compimento le tragedie Merope e Saul.
Nel 1783, Alfieri fu accolto all'Accademia dell'Arcadia col nome di Filacrio Eratrastico. Nello stesso anno terminò anche l'Abele. Tra il 1783 e il 1785 pubblicò in tre volumi la prima edizione delle sue tragedie stampate dai tipografi senesi Pazzini e Carli.
Ma questo periodo idilliaco fu bruscamente interrotto dal cardinale di York, il quale, scoprendo la relazione dello scrittore con la cognata, gli intimò di abbandonare Roma.
Alfieri, con il pretesto di far conoscere le proprie tragedie ai maggiori letterati italiani, intraprese una serie di viaggi. Conobbe Ippolito Pindemonte a Venezia, Melchiorre Cesarotti a Padova, Pietro Verri e Giuseppe Parini a Milano. Ma le tragedie raccolsero per la maggior parte giudizi negativi. Solamente il poeta Ranieri de' Calzabigi si complimentò con lo scrittore che con le sue opere aveva posto il teatro italiano sullo stesso piano di quello transalpino.
Nell'aprile del 1784, la contessa d'Albany, per intercessione di Gustavo III di Svezia, ottenne il divorzio dal marito e il permesso di lasciare Roma e si ricongiunse all'Alfieri ad agosto, nel castello di Martinsbourg a Colmar, in segreto, per salvare le apparenze e la pensione della contessa. A Colmar, Alfieri scrisse l'Agide, la Sofonisba e la Mirra.
Costretti ad abbandonare l'Alsazia alla fine dell'anno, per l'obbligo della contessa di risiedere negli stati pontifici, Alfieri si sistemò a Pisa e la Stolberg a Bologna.
La già insostenibile situazione fu aggravata dalla improvvisa morte dell'amico Gori. Sono di quel periodo alcune rime tra cui il Panegirico di Plinio e Traiano e le Note, sorte in polemica risposta verso le critiche negative alle sue tragedie.
Nel 1785 portò a termine le tragedie Bruto primo e Bruto secondo. Nel dicembre del 1786, l'Alfieri e la Stolberg (che sarebbe divenuta vedova due anni dopo) si trasferirono a Parigi acquistando due case separate; in questo periodo furono ripubblicate le sue tragedie per opera dei famosi stampatori Didot. Nel salotto della Stolberg Alfieri conobbe molti letterati, in particolare fece la conoscenza di André Chénier, che ne rimase talmente colpito da dedicargli alcuni suoi scritti.
La rivoluzione francese e Napoleone [modifica]
| « Laonde io addolorato profondamente, sì perché vedo continuamente la sacra e sublime causa della libertà in tal modo tradita, scambiata e posta in discredito da questi semifilosofi. » |
| (da Vita di V. Alfieri, Epoca quarta, 1790, capitolo XIX) |
Nel 1789, Alfieri e la sua compagna furono testimoni oculari dei moti rivoluzionari di Parigi. Gli avvenimenti in un primo tempo fecero comporre al poeta l'ode A Parigi sbastigliato, che poi però rinnegò: l'entusiasmo si trasformò in odio verso la rivoluzione, esplicitato nelle rime del Misogallo.
Nel 1792 l'arresto di Luigi XVI e le stragi del 10 agosto convinsero la coppia a lasciare definitivamente la città per tornare in Toscana (nel frattempo era stato emanato un ordine d'arresto per la contessa, in quanto nobile e straniera, ma non per Alfieri), e tra il 1792 e il 1796 Alfieri si immerse totalmente nello studio dei classici greci traducendo Euripide, Sofocle, Eschilo, Aristofane. Proprio da queste ispirazioni nel 1798 nacque l'ultima tragedia alfieriana: l'Alceste seconda. Si appassiona anche a recitare le proprie tragedie personalmente.
Tra il 1799 e il 1801 le vittorie francesi sul suolo d'Italia costrinsero l'Alfieri a fuggire da Firenze per rifugiarsi in una villa presso Montughi. Il suo misogallismo gli impedì persino di accettare la nomina a membro dell'Accademia delle Scienze di Torino nel 1801, dopo che il Piemonte era entrato anch'esso in orbita napoleonica. Un suo nipote acquisito, il generale Luigi Leonardo Colli[4], aderì all'esercito francese e l'Alfieri lo rimproverò in una lettera. Il poeta non si oppose apertamente al dominio francese in Toscana, ma si ritirò completamente dalla vita pubblica affidando alle rime il suo sdegno.
Tra il 1801 e il 1802, compose sei commedie: L'uno, I pochi e I troppi, tre testi sulla visione satirica dei governi dell'epoca; Tre veleni rimesta, avrai l'antidoto, sulla soluzione ai mali politici (quasi un testamento politico, in cui l'Alfieri, repubblicano, pare accettare una monarchia parlamentare in stile inglese), La finestrina, ispirata ad Aristofane e Il divorzio, in cui condanna i matrimoni nobiliari d'interesse, il cicisbeismo e tutti i cattivi costumi dell'Italia dei suoi tempi.
Si spense a Firenze l'8 ottobre 1803 all'età di 54 anni, probabilmente a causa di una malattia cardiovascolare[5], e venne sepolto nella basilica di Santa Croce. A sua memoria rimane lo splendido monumento funebre di Antonio Canova.
Opere [modifica]
Le tragedie [modifica]
Terminata l'Accademia militare a Torino, e dopo un lungo giovanile vagabondare in vari stati dell'Europa, nel 1775 (l'anno della conversione) rientra nel capoluogo piemontese e si dedica allo studio della letteratura, rinnegando in tal modo - secondo le sue stesse parole - anni di viaggi e dissolutezze; completa così la sua prima tragedia, Antonio e Cleopatra, che registra un grande successo; seguiranno poi Antigone, Filippo, Oreste, Saul, Maria Stuarda, Mirra.
La fama delle sue tragedie è legata alla centralità del rapporto libertà-potere e all'affermazione dell'individuo sulla tirannia. Una profonda e sofferta riflessione sulla vita umana arricchisce la tematica quando il poeta si sofferma sui sentimenti più intimi e sulla società che lo circonda.
Le sue tragedie furono rappresentate quando il poeta era ancora in vita ed ebbero un notevole successo nel periodo giacobino.
Le tragedie più rappresentate nel triennio giacobino furono la Virginia ed i due Bruti. A Milano al Teatro Patriottico nel 1796, il 22 settembre dello stesso anno, Napoleone presenziò ad una replica della Virginia.[6]
Il Bruto primo fu replicato anche alla Scala ed a Venezia, mentre a Bologna vennero rappresentate tra il 1796 e il 1798 ben quattro tragedie (Bruto II, Saul, Virginia, Antigone).
Le reazioni negli spettatori erano spesso molto singolari, ne parla anche il Leopardi nel suo Zibaldone (1823), che citando la rappresentazione a Bologna dell'Agamennone racconta che:
| « Destò vivissimo interesse negli uditori, e fra l'altro tanto odio verso Egisto, che quando Clitenestra esce dalla stanza del marito col pugnale insanguinato, e trova Egisto, la platea gridava furiosamente all'attrice che l'ammazzasse. » |
Anche Stendhal scriveva da Napoli:
| « 27 febbraio 1817. Esco or ora dal Saul al Teatro Nuovo. Si direbbe che questa tragedia tocchi le corde segrete del sentimento nazionale italiano. Il pubblico va in visibilio [...] » |
| (Stendhal, Roma, Napoli e Firenze) |
Negli intervalli degli spettacoli i patrioti ballavano la "Carmagnola" in platea.
Negli anni successivi, molti attori ottocenteschi si specializzarono nelle opere alfieriane : da Antonio Morrocchesi al teatro Carignano di Torino, a Paolo Belli Blanes a Firenze o a Milano.
Le tragedie sono ventidue, compresa la Cleopatra (o Antonio e Cleopatra) poi in seguito da lui ripudiata. L'Alfieri le scrive in endecasillabi sciolti, seguendo il concetto di unità aristotelica. Ecco l'elenco completo:
- Saul (1782)
- Filippo (1781, pubblicata nel 1783)
- Rosmunda (1783)
- Ottavia (1783, ripubblicata nel 1788)
- Merope (1785)
- Maria Stuarda (1788)
- Agide (1788)
- Bruto primo (1789)
- Bruto secondo (1789)
- Don Garzia (1789)
- Sofonisba (1789)
Tragedie greche:
Tragedie definite della libertà:
- La congiura de' Pazzi (1788)
- Virginia (1781, 1783, rielaborata nel 1789)
- Timoleone (1783, rielaborata nel 1789)
Tragedie pubblicate postume
- Cleopatra (da lui stesso poi rinnegata, 1774 - 1775, pubblicata postuma)
- Alceste prima (1798)
- Alceste seconda (1798)
Tramelogedia [modifica]
Alfieri volle coniugare il melodramma, molto in auge in quel periodo, con i temi più ostici della tragedia. Nacque così l'Abele (1786), un'opera che egli stesso definì tramelogedia.
Le prose politiche [modifica]
L'odio per la tirannia e l'amore viscerale per la libertà, vennero sviluppati in due trattati:
- Della tirannide (1777-1790), di tema interamente politico, scritto durante il suo soggiorno a Siena dove conobbe il suo più grande amico, il mercante Francesco Gori Gandellini. L'Alfieri fa una disamina del dispotismo, considerandolo la rappresentazione più mostruosa di tutti i tipi di governo. La tirannide è basata, per Alfieri, sul sovrano, sull'esercito, sulla Chiesa che costituiscono le basi di questo Stato.
- Del principe e delle lettere (1778-1786), di tema politico-letterario, dove l'Alfieri giunge alla conclusione che il binomio monarchia e lettere sia dannoso per lo sviluppo di queste ultime. Il poeta prende in esame anche le opere di Virgilio, Orazio, Ariosto, Racine, nate con il benestare di principi o monarchi munifici e le considera il frutto di uomini "mediocri", contrapponendoli a Dante.
- Panegirico di Plinio a Trajano (1787), personale rivisitazione dell'omonimo panegirico di Plinio il Giovane (Panegirico a Traiano).
- La Virtù sconosciuta (1789), il poeta in un dialogo immaginario con l'amico defunto Gori Gandellini, lo paragona a fulgido esempio di virtù cittadina ed indipendenza morale.
Le odi politiche [modifica]
- L'Etruria vendicata, poema in quattro canti e in ottave progettato nel maggio 1778, inizialmente con il titolo Il Tirannicidio, narra l'uccisione di Alessandro de' Medici ad opera di Lorenzino che l'Alfieri celebra come un eroe di libertà.
- L'America libera, un componimento di cinque odi, in cui Alfieri esalta la generosità disinteressata di La Fayette, che aiutò i ribelli e celebra l'eroismo di Washington, che Alfieri paragona a quello degli antichi eroi.
- Parigi sbastigliato, ode composta da Alfieri dopo la distruzione della Bastiglia. Rinnegata dopo la fuga dalla Francia.
L'odio antirivoluzionario: il Misogallo [modifica]
| « Io aveva riposto la mia vendetta e quella della mia Italia; e porto tuttavia ferma speranza, che quel libricciuolo col tempo gioverà all'Italia, e nuocerà alla Francia non poco. » |
| (da Vita di V. Alfieri, Epoca quarta, 1795, capitolo XXIV) |
Il Misogallo (dal greco miseìn che significa odiare e gallo che sta ad indicare i francesi) è un'opera che aggrega generi diversi: prose, sonetti, epigrammi ed un'ode. Questi componimenti si riferiscono al periodo compreso tra l'insurrezione di Parigi nel luglio 1789 e l'occupazione francese di Roma nel febbraio 1798.
È una feroce critica di Alfieri, sulla Francia e sulla Rivoluzione, ma egli rivolge l'invettiva anche verso il quadro politico e sociale europeo, verso i molti tiranni antichi e recenti, che dominarono e dominano l'Europa. Per l'Alfieri, «i francesi non possono essere liberi, ma potranno esserlo gli italiani», mitizzando così un'ipotetica Italia futura, «virtuosa, magnanima, libera ed una».
Alfieri è quindi un controrivoluzionario e un aristocratico (anche se la "nobiltà" non è per lui "di nascita", prova ne sia il disprezzo per la sua stessa classe sociale, ma quella dell' animo forte, dotato del "forte sentire") anche se non si può certo definire un reazionario, essendo un uomo che esaltava sempre e solo il valore della libertà individuale, che ritenne potesse essere preservata dalla nuova Italia che sarebbe nata.[7]
Le satire [modifica]
Pensate fin dal 1777 e riprese più volte nell'arco della sua vita, sono componimenti sui "mali" che afflissero l'epoca del poeta. Sono diciassette:
- Prologo: Il cavalier servente veterano, ridicolizzazione dei cicisbei.
- I re, sulla monarchia assoluta.
- I grandi, in cui sono presi di mira i grandi di corte.
- La plebe, invettiva contro la plebe volubile, feroce e sanguinaria.
- La sesquiplebe, che tratta della ricca borghesia cittadina.
- Le leggi, con una critica sul poco rispetto delle leggi in Italia.
- L'educazione
- L'antireligioneria, ispirata alle idee di Machiavelli, sulla religione come instrumentum regni (ovvero mezzo politico e non spirituale), è una caustica e durissima condanna di Voltaire e dei suoi epigoni, che nell'aver empiamente dileggiato e superficializzato il cristianesimo e la religione in generale, hanno di fatto gettate le basi per i disastri della rivoluzione francese. Secondo Alfieri è molto pericoloso distruggere un sistema di pensiero religioso, senza prima averlo sostituito con uno nuovo e altrettanto capace di essere compreso dal popolo, verso cui l'autore non nutre alcuna fiducia, e funzionare da garante di ordine.[8]
- I pedanti, contro la critica letteraria.
- Il duello, sulla meschinità dei duelli, ispirata a episodi giovanili.
- I viaggi, sull'inutilità dei viaggi, in cui l'Alfieri prende implicitamente di mira anche sé stesso, viaggiatore instancabile.
- La filantropineria, contro i teorici della rivoluzione francese, in particolare contro Rousseau.
- Il commercio, sulla bassezza morale dell'attività mercantile. Alfieri non considera un male il lavoro dei mercanti in sé, ma attacca i difetti e le meschinità di molti di essi.
- I debiti, sul malgoverno delle nazioni.
- La milizia, una critica agli stati militaristi come la Prussia di Federico II.
- Le imposture, sulle società segrete, in particolare i suoi ex confratelli della Massoneria, e sulle "fasulle" filosofie nate nel XVIII secolo, in particolare quella illuministica, adulatrice della rivoluzione francese.
- Le donne, in cui l'Alfieri considera il "gentil sesso" sostanzialmente migliore degli uomini, ma imitatore dei loro difetti.
Le commedie [modifica]
Alfieri scrisse sei commedie:
Le prime quattro costituiscono una specie di tetralogia politica, La finestrina è un'opera a carattere etico universale, Il divorzio tratta dei costumi italiani contemporanei.
Furono scritte nell'ultima parte della vita dell'Alfieri, intorno al 1800, anche se l'idea di produrre commedie fu concepita alcuni anni prima. Lo stesso Alfieri racconta nella Vita di essersi ispirato a Terenzio per creare un proprio stile di autore comico:
| « Pigliai anche a tradurre il Terenzio da capo; aggiuntovi lo scopo di tentare su quel purissimo modello di crearmi un verso comico, per poi scrivere (come da gran tempo disegnava) delle commedie di mio; e comparire anche in quelle con uno stile originale e ben mio, come mi pareva di aver fatto nelle tragedie. » |
| (da Vita di V. Alfieri, Epoca quarta, 1790, capitolo XX) |
I giudizi sulle commedie dell'Alfieri sono in genere assai negativi. Uno studio su queste composizioni è quello di Francesco Novati,[9] il quale, pur considerandole «un importante documento, una pagina notevolissima della storia della letteratura», principalmente perché le ritiene «un tentativo originale, nuovo, ardito», le definisce nel complesso «opere imperfette, in parte rifatte, emendate, limate» e ne elenca numerosi difetti: la lingua in cui sono scritte «è un faticoso miscuglio di vocaboli e modi famigliari, popolari talvolta, anzi prettamente fiorentini, e di forme auliche, lontanissime dall'uso comune», e il dialogo che ne consegue «manca di vivacità, scioltezza e spontaneità»; il verso «è riuscito duro, stentato, fiacco, cadente, senza suono, senza carattere»; in generale sono «ideate e condotte secondo teoriche sull'indole e sullo scopo del teatro comico che non si possono approvare». Lo stesso Novati riporta altri giudizi ancora più severi, come quello di Vincenzo Monti, che giudicava «insopportabili» tutte le opere postume di Alfieri, o di Ugo Foscolo, che disse le commedie «modelli di stravaganza».
In un altro studio sulle commedie di Alfieri[10], Ignazio Ciampi sostiene che l'autore «dimostra non aver troppo ben pensato sullo scopo e sulla utilità della commedia quando insegna un po' troppo assolutamente che in questa non si debbono dipingere i costumi del tempo in cui si scrive, ma l'uomo in generale», individuando tuttavia in queste opere alcuni «pregi d'invenzione e di esecuzione».
Autobiografia [modifica]
Alfieri cominciò a scrivere la propria biografia (la "Vita scritta da esso" ) dopo la pubblicazione delle sue tragedie. La prima parte fu scritta tra il 3 aprile ed il 27 maggio 1790 e giunge fino a quell'anno, la seconda fu scritta tra il 4 maggio ed il 14 maggio 1803 (anno della sua morte).
"La vita" è universalmente considerata un capolavoro letterario, se non il più importante, sicuramente il più conosciuto, infatti, secondo M. Fubini, l'Alfieri fu per molto tempo l'autore della "Vita", che ancora inedita, madame de Staël leggeva rapita in casa della contessa d'Albany e ne scriveva entusiasta al Monti. Non a caso l'opera all'inizio del XIX secolo venne tradotta in francese (1809), inglese (1810) tedesco (1812), e parzialmente in svedese (1820).
In quest'opera analizza la sua vita come per analizzare la vita dell'uomo in generale, si prende come esempio. A differenza di altre autobiografie (come ad esempio le Mémoires di Goldoni) Alfieri risulta molto autocritico. In maniera cruda e razionale, egli non si risparmia neppure quando deve accusare il suo modo di fare, il suo carattere e soprattutto il suo passato; tuttavia, Alfieri non ha né rimorsi né rimpianti per quest'ultimo.
Rime [modifica]
Alfieri scrisse le Rime tra il 1776 ed il 1799. Stampò le prime (quelle scritte fino al 1789) a Kehl, tra il 1788 e il 1790.
Preparò a Firenze nel 1799 la stampa della seconda parte, che costituì l'undicesimo volume delle Opere Postume, pubblicato per la prima volta a Firenze nel 1804 per l'editore Piatti.[11]
Le Rime di Vittorio Alfieri sono circa 400 e hanno un carattere fortemente autobiografico: difatti costituiscono una sorta di diario in poesia e nascono da impressioni su luoghi e vicende concrete o come sfogo legato a particolari occasioni amorose, e questa qualità si evince anche dal fatto che ogni poesia di norma reca l'indicazione di una data o di un luogo. Si tratta soprattutto di sonetti, forma poetica assai cara all'autore, poiché gli permettevano di esprimere i suoi sentimenti e le sue idee con una grande concentrazione concettuale.
Le Rime si ispirano soprattutto alla poesia di Francesco Petrarca sia nelle situazioni sentimentali sia nel ricorrere di parole, formule e frasi, spesso tratte dal Canzoniere. Ma Alfieri, diversamente dal petrarchismo settecentesco degli arcadi, trae da Petrarca l'immagine di un io diviso tra forze opposte, portando il dissidio interiore ad una tensione violenta ed esasperata. Alfieri poi si ispira al linguaggio musicale e melodico dell'autore del Canzoniere, ma solo esteriormente: infatti il suo è un linguaggio aspro, antimusicale, caratterizzato da un ritmo spezzato da pause, inversioni ardite, violente inarcature degli enjambements, scontri di consonanti e formule concise e lapidarie. Un linguaggio simile a quello delle tragedie dunque, che deve rendere lo stato d'animo inquieto e lacerato del poeta: infatti la poesia per Alfieri deve puntare all'intensificazione espressiva delle proprie angoscie e sofferenze.
Grande importanza ha in Alfieri il tema amoroso: si tratta di un amore lontano e irraggiungibile, causa di sofferenza e infelicità. Ma il motivo amoroso assume un significato più vasto: costituisce infatti un mezzo per esprimere il proprio animo tormentato, in eterno conflitto con la realtà esterna. Alla tematica sentimentale si intreccia quindi il motivo politico, anch'esso vicino al clima delle tragedie: compare la critica contro un'epoca vile e meschina, il disprezzo dell'uomo che si sente superiore contro una mediocrità che egli avverte come vittoriosa e dominante nel mondo, l'amore per la libertà, la nostalgia verso un passato idealizzato, popolato da grandi eroi disposti a sfidare il proprio tempo pur di perseguire i propri ideali.
Alfieri poi delinea un ritratto idealizzato di sé: difatti si presenta come letterato-eroe e negli atteggiamenti titanici e fieri dei protagonisti delle sue tragedie. E' l'ideale di un uomo in cui domina più il sentimento (il "Forte sentire") che la ragione.
Compare poi nelle Rime la tematica pessimistica che costituisce il limite della tensione eroica di Alfieri. Sempre presenti sono in lui "Ira" e "Malinconia", da una parte il generoso sdegno di un'anima superiore verso una realtà vile, dall'altra un senso di disillusione e di vuoto, di noia, di vanità. La morte diventa dunque un tema ricorrente e viene vista dal poeta come l'unica possibilità di liberazione e anche come l'ultima prova davanti alla quale bisogna confermare la saldezza magnanima dell'io. Questo pessimismo porta quindi all'amore per i paesaggi aspri, selvaggi, tempestosi e orridi, ma anche deserti e silenziosi: l'io del poeta vuole infatti intorno una natura simile a sé, una proiezione del proprio animo. E questo è un motivo già tipicamente romantico.
Traduzioni [modifica]
Alfieri dedicò molto tempo allo studio dei classici latini e greci. Questo portò ad alcune traduzioni pubblicate postume:
- la Congiura di Catilina e La Guerra di Giugurta di Sallustio
- l'Eneide di Virgilio
- i Persiani di Eschilo
- il Filottete di Sofocle
- l'Alcesti di Euripide
- le Rane di Aristofane
Lettere [modifica]
La raccolta più completa delle sue lettere è quella pubblicata nel 1890 dal Mazzatinti, intitolata Lettere edite e inedite di Vittorio Alfieri, considerata da molti studiosi di non particolare importanza letteraria.
Il pensiero letterario: Alfieri tra l'Illuminismo e il Romanticismo [modifica]
| « Ma non mi piacque il vil mio secol mai: / e dal pesante regal giogo oppresso, / sol nei deserti tacciono i miei guai » |
| (Tacito orror di solitaria selva, in Rime) |
Le influenze letterarie di Alfieri provengono dagli scritti di Montesquieu, Voltaire, Rousseau, Helvétius, che l'astigiano conobbe nei suoi molteplici viaggi in Europa, durante il processo di "spiemontizzazione".
Lo studio ed il perfezionamento della lingua italiana avvennero con la lettura dei classici italiani e latini (Dante e Petrarca per la poesia, Virgilio per il verso tragico).
Il suo interesse per lo studio dell'uomo, per la concezione meccanicistica del mondo, la lontananza dalla religione (vista, influenzato da Machiavelli, solo come un mezzo di stabilità politica per la plebe) per l'assoluta libertà e l'avversione verso il dispotismo, collegano Alfieri alla dottrina illuminista.
I temi letterari illuministici, volti a chiarificare le coscienze e ad apportare il progresso sociale e civile, sono affrontati dal poeta non in modo distaccato, ma con l'emotività e le inquietudini del pensiero Romantico.
Alfieri è considerato dalla critica letteraria come l'anello di congiunzione di queste due correnti ideologiche, ma l'astigiano al contrario dei più importanti scrittori illuministi dell'epoca, quale Parini, Verri, Beccaria, Voltaire, che sono disposti a collaborare con i monarchi "illuminati" (Federico di Prussia, Caterina II di Russia, Maria Teresa d'Austria) e ad esporre le proprie idee nei salotti europei, rimane indipendente e reputa umiliante questo genere di compromesso.
D'altronde Alfieri fu un precursore del pensiero romantico anche nel suo stile di vita, sempre alla ricerca dell'autonomia ideologica (non a caso lasciò tutti i suoi beni alla sorella Giulia per poter abbandonare la sudditanza dai Savoia) e nel non accettare la netta distinzione settecentesca fra vita e letteratura, nel nome di valori etico-morali superiori.
Libertà ideale, titanismo e catarsi [modifica]
Fin da giovane Vittorio Alfieri dimostrò un energico accanimento contro la tirannide e tutto ciò che può impedire la libertà ideale. In realtà risulta che questo antagonismo fosse diretto contro qualsiasi forma di potere che gli appariva iniqua e oppressiva. Anche il concetto di libertà che egli esalta non possiede precise connotazioni politiche o sociali, ma resta un concetto astratto.
La libertà alfieriana, infatti, è espressione di un individualismo eroico e desiderio di una realizzazione totale di sé. Infatti Alfieri sembra presentarci, invece che due concetti politici (tirannide e libertà), due rappresentazioni mitiche: il bisogno di affermazione dell'io, desideroso di spezzare ogni limite, rappresentato dall'"eroe alfieriano", e le "forze oscure" che ne ostacolano l'agire. Questa ricerca di forti passioni, quest'ansia di infinita grandezza, di illimitato è il tipico titanismo alfieriano, che caratterizza, in modo più o meno marcato, tutte le sue opere.
Ciò che viene tanto osteggiato da Alfieri è molto probabilmente la percezione di un limite che rende impossibile la grandezza, tanto da procurargli costante irrequietezza, angosce e incubi che lo costringono a cercare nei suoi innumerevoli viaggi ciò che può trovare soltanto all'interno di sé stesso.
Il sogno titanico è accompagnato da un costante pessimismo che ha le radici nella consapevolezza dell'effettiva impotenza umana. Inoltre la volontà di infinita affermazione dell'io porta con sé un senso di trasgressione che gli causerà un senso di colpa di fondo, che verrà proiettato appunto nelle sue opere per trovare un rimedio al proprio malessere; fenomeno, questo, che viene chiamato catarsi.
L'eredità spirituale [modifica]
| « Il seme che hai piantato, o Alfieri, fruttò ed ora l'Italia combatte e sarà grande » |
| (da una dedica sul libro delle firme in Palazzo Alfieri, 1849) |
| « [...] uom non è sorto, / O sventurato ingegno, / Pari all’italo nome, altro ch’un solo, / Solo di sua codarda etate indegno / Allobrogo feroce, a cui dal polo / Maschia virtù, non già da questa mia / Stanca ed arida terra, / Venne nel petto; onde privato, inerme, / (Memorando ardimento) in su la scena / Mosse guerra a’ tiranni » |
| (Giacomo Leopardi, Ad Angelo Mai, quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica, vv. 151-160) |
Alfieri ha fortemente ispirato la letteratura ed il pensiero italiano del XIX secolo: dopo la sua morte, e persino negli ultimi anni di vita ritirata del poeta, a partire dai primi giovani intellettuali e patrioti di epoca napoleonica, sorse un vero e proprio culto della persona di Alfieri.[12]
Foscolo lo ha cantato nei Sepolcri e ha ispirato alcune sue opere, come le Ultime lettere di Jacopo Ortis, all'atmosfera delle tragedie alfieriane[13], mentre la figura del Parini, rappresentata nel romanzo, più che al poeta lombardo trae in parte ispirazione, soprattutto per il carattere fiero e combattivo, direttamente dal drammaturgo piemontese[14]; Leopardi lo ha immaginato suo maestro nella canzone Ad Angelo Mai, e lo ricorda anche nel sonetto giovanile Letta la vita dell'Alfieri scritta da esso e nelle Operette morali (Il Parini ovvero della gloria), Manzoni si è ispirato ai suoi saldi principi, Gioberti che scrisse che l'astigiano aveva creato di sana pianta la tragedia italiana difendendola contro la servitù letteraria e civile dei suoi tempi[15] e così Oriani, Mazzini e Carducci. Giosuè Carducci affermò che l'Alfieri, insieme all'Alighieri e a Machiavelli è il
| « Nume indigete d'Italia[16] » |
I primi uomini del Risorgimento italiano, sia liberali, sia moderati (monarchici che si rifacevano al suo atteggiamento controrivoluzionario) sia di altre fedi politiche, da Santorre di Santarosa a Cesare Balbo, si riconobbero nei suoi ideali e la casa natale di Asti fu meta di moltissimi uomini che combatterono per l'unità d'Italia. In particolare Santorre scrisse che:
| (FR) « Alfieri allumera dans votre coeur les héroiques vertus et elevera votre pensée; ses expression rudes, mais plein de force et d'energie sont toutes marquées au coin du génie de Melpomene » |
(IT) « Alfieri illumina nel vostro cuore le virtù eroiche ed eleva il vostro pensiero; le sue parole dure, ma piene di forza e di energia sono tutte recanti il timbro del genio di Melpomene » |
| ("Delle speranze degli italiani" Milano, 1920) | |
Luigi Provana del Sabbione, storico e senatore del Regno di Sardegna, dichiarò che anche lui come molti patrioti aveva baciato la tomba di Vittorio Alfieri in Santa Croce ed aveva fissato gli occhi sulla finestra del poeta che si affacciava sull'Arno.[15] Fu visto anche come una sorta di figura decadentista del "dandy" ante litteram, come un personaggio di artista aristocratico e libero.[17] Anche dopo il Risorgimento l'ammirazione di molti intellettuali verso la personalità dell'astigiano continuò: il pensiero politico di Alfieri, quale emerge dalle tragedie e dai trattati, fu visto di volta in volta come un precursore dell'idea anarchica[18], dell'individualismo[19], del nazionalismo fascista[20][21], del pensiero libertario[22], e persino di forme di liberalismo estremo come il cosiddetto libertarianismo.[23]
Nel primo novecento ispirò alcune opere e, in parte, il pensiero del giornalista liberale e antifascista Piero Gobetti, anche lui piemontese[24], come nell'articolo Elogio della ghigliottina, in cui Gobetti si rifà ad alcune idee espresse nel trattato alfieriano Della tirannide: se tirannide deve essere (il bersaglio di Gobetti è il fascismo), è meglio, paradossalmente, che non sia affatto una dittatura morbida, ma che sia oppressiva, in modo che il popolo capisca cos'è davvero un regime e si ribelli apertamente ad esso.[25] Nell'epoca contemporanea, le tragedie alfieriane non vengono sovente rappresentate, al di fuori della città di Asti, a causa della difficile fruizione di esse per un pubblico poco preparato in materia[26], mentre è tuttora molto citato e preso come esempio, anche per la realtà moderna, il trattato Della tirannide, specialmente la definizione data dal drammaturgo piemontese di questo tipo di governo.[27]
Alfieri e la massoneria [modifica]
Nel I capitolo dell'Epoca quarta della Vita, riferito all'anno 1775, l'Alfieri narra che durante un banchetto di liberi muratori declamò alcune rimerie:
| « Egli ti additi il murator primiero, Del grande Ordine infin l'origo estrema |
Egli chiede scusa ai fratelli se la sua musa inesperta osa cantare i segreti della loggia. Poi il capitolo in terzine prosegue menzionando il Venerabile, il primo Vigilante, l'Oratore, il Segretario.
Negli elenchi della massoneria piemontese il nome dell'Alfieri non è mai comparso. I suoi primi biografi supposero che egli fosse stato iniziato in Olanda o in Inghilterra, nel corso di uno dei suoi viaggi giovanili.
È assodato che moltissimi suoi amici furono massoni e dall'elenco, posseduto dal centro alfieriano di Asti, che menziona i personaggi ai quali il Poeta inviò la prima edizione delle sue tragedie (1783), compaiono i fratelli von Kaunitz, di Torino, Giovanni Pindemonte e Gerolamo Zulian a Venezia, Annibale Beccaria (fratello di Cesare), Luigi Visconte Arese e Gioacchino Pallavicini di Milano, Carlo Gastone Rezzonico a Parma, Saveur Grimaldi a Genova, Ludovico Savioli a Bologna, Kiliano Caraccioli Maestro venerabile a Napoli, Giuseppe Guasco a Roma.
L'Alfieri compare alcuni anni dopo, al numero 63 dell'elenco nel Tableu des Membres de la Respectable Loge de la Victoire à l'Orient de Naples in data 27 agosto 1782, con il nome di "Comte Alfieri, Gentilhomme de Turin". La sua affiliazione alla loggia di Napoli fu sicuramente favorita dai frequenti soggiorni in quella città e soprattutto dall'importanza che Napoli accrebbe nei confronti della massoneria, dal momento che i Savoia,di lì a poco chiusero ogni attività massonica in Piemonte (1783), costringendo il conte Asinari di Bernezzo, capo della massoneria italiana di rito scozzese, a cedere la carica proprio al principe Diego Naselli di Napoli.
Durante il periodo dell'affiliazione, Alfieri si cela per la sua corrispondenza ai confratelli sotto lo pseudonimo di conte Rifiela.
Con il sopraggiungere in Europa dei venti rivoluzionari che sfoceranno poi nella rivoluzione francese, l'Alfieri prese le distanze dalla massoneria, forse perché essa accentuò l'impegno giacobino, antimonarchico, anticlericale, o forse anche per quel suo aspetto caratteriale indipendente fino all'ossessione. Nella satira di Le imposture (1797) si scaglierà contro i suoi vecchi confratelli apostrofandoli come "fratocci" che imbambolavano gli adepti per farne creature proprie, ingenuo piedistallo per i furbi.
La piemontesità [modifica]
Secondo Pietro Cazzani, direttore del Centro studi Alfieriani tra il 1939 ed il 1957, la differenza di fondo tra Alfieri e Dante (oltre a quelle ben più evidenti): «è la "toscanità" del fiorentino, i cui umori si trasformano in aggressive ironiche fantasie, contrapposta al "piemontesismo" dell'astigiano, la cui seria moralità prende toni cupi con impensabili estri».
Per Umberto Calosso, ne L'Anarchia di Vittorio Alfieri, (Bari 1924) il poeta non dimenticò mai le sue origini, con quel «misto di ferocia e generosità, che non si potrà mai capire da chi non ha esperienza dei costumi e del sangue piemontese».
Alfieri scrisse poi due sonetti (gli unici della sua produzione) in lingua piemontese datati aprile e giugno 1783.[28]
Ecco il testo del primo:
| (PMS) « Son dur, lo seu, son dur, ma i parlo a gent ch'ha l'ànima tant mola e dëslavà Tuti s'amparo 'l Metastasio a ment Pure im dogn nen për vint fin ch'as decida Già ch'ant cost mond l'un l'àutr bzògna ch'as rida, |
(IT) « Sono duro, lo so, sono duro, ma parlo a gente che ha l'anima tanto fiacca e sporca Tutti si imparano a memoria il Metastasio Eppure io non mi do per vinto finché non si decida Giàcche in questo mondo bisogna che si rida l'uno dell'altro, |
Alfieri e la musica [modifica]
Umberto Calosso accosta l'opera di Alfieri «illuminista in fervido movimento» a quella di Beethoven, per il critico i motivi profondi dell'Alfieri risuonano «nei precipizi abissali della sinfonia di Beethoven».
Anche per il Cazzani, in molte tragedie alfieriane, ci troviamo davanti alla stessa solitudine cosmica del maestro di Bonn.
Nella sua autobiografia il poeta racconta di come la musica suscitava nel suo animo grande commozione. L'Alfieri più volte raccontò come quasi tutte le tragedie siano state ideate o durante l'ascolto di musica o poche ore dopo averla ascoltata.
Alcuni manoscritti contengono anche le indicazioni delle musiche da eseguirsi durante le rappresentazioni teatrali (per esempio il Bruto secondo).
Il Cazzani ipotizza anche che tra i musicisti prediletti dell'Alfieri ci sia il piemontese Giovanni Battista Viotti, che fu presente a Torino, Parigi e Londra negli stessi anni dei soggiorni alfieriani.
Alfieri e l'arte [modifica]
Il poeta che più di una volta confessò di essere sensibile alle bellezze naturali, davanti alle opere artistiche manifestava una certa «ottusità d'intelletto».
A Firenze, per la prima volta nel 1766, dichiarò che le visite alla Galleria e a Palazzo Pitti, si svolgevano forzatamente, con molta nausea, senza nessun senso del bello.
Di Bologna scrisse: «... dei suoi quadri non ne seppi nulla».[29]
Quando visse a Roma nascevano i primi fermenti del movimento archeologico che precedette il Neoclassicismo, non fece nessuna menzione degli artisti che ne presero parte, ed anche il salotto della contessa d'Albany, a Parigi frequentato dagli artisti più noti dell'epoca (tra cui Jacques-Louis David) non era per lui di alcun interesse, e del Louvre gli interessò «solo la facciata».[29]
Questo spiega perché, fatta eccezione dei ritratti di François-Xavier Fabre, nessuna tela di un certo valore adornò le pareti degli appartamenti abitati da Alfieri nel corso della vita.
L'Alfieri e la contessa d'Albany, nell'agosto 1792, dovettero abbandonare precipitosamente Parigi per l'insurrezione repubblicana. Dall'inventario degli oggetti d'arte della casa di Parigi (Maison de Thélusson, rue de Provence n°18), stilato dal governo rivoluzionario dopo la confisca degli immobili e contenuto negli Archives nationales di Parigi si è potuto risalire ai quadri presenti negli appartamenti.
Anche in questo caso l'elenco è deludente: si tratta più che altro di riproduzioni incise per lo più dei Carracci, della Cappella Sistina, della Scuola di Atene, della galleria di Palazzo Farnese, con qualche incisione riproducente opere di Elisabeth Vigée-Le Brun, di Angelika Kauffman, di Anton Raphael Mengs.
Alfieri nei francobolli italiani [modifica]
Tre francobolli commemorativi sono stati emessi dalle poste italiane per ricordare la figura del trageda astigiano.
- Il primo, da 25 centesimi, disegnato da F. Chiappelli ed emesso il 14 marzo 1932 per la società Dante Alighieri per la corrispondenza nazionale, ed una seconda tiratura per le emissioni generali delle colonie italiane in versione sovrastampata (tiratura 60.000 esemplari).
- Il secondo emesso il 4 giugno 1949 (tiratura 2.812.000 esemplari), opera del disegnatore E. Pizzi, in occasione del bicentenario della nascita.
- Il terzo l'8 ottobre 2003, con tiratura di 3.500.000 esemplari, è stato emesso in occasioni delle commemorazioni per il bicentenario della sua morte. Il ritratto opera della bozzettista Rita Fantini è liberamente ispirato ad un dipinto di François Xavier Fabre, attualmente esposto presso Palazzo Alfieri di Asti, mentre sullo sfondo si vede la facciata interna del palazzo, sede sia del Centro nazionale di studi alfieriani che del Museo alfieriano.
Alfieri nelle monete italiane [modifica]
- Nel 1999, la Zecca dello Stato, in occasione del 250º anniversario della nascita del poeta, ha emesso una moneta in argento 835/1000, del peso di 14,60 g, diametro 31,40 mm, con l'effigie di Vittorio Alfieri ed al verso il celebre motto "volli sempre volli fortissimamente volli" (tiratura 51.800 pezzi).
Alfieri nello sport [modifica]
Ad Asti è presente dal 1953 una società di atletica che prende il nome dal grande poeta: la Società sportiva Vittorio Alfieri.
Note [modifica]
- ^ Anche se può sembrare strano il dato è corretto. Vittorio Alfieri nasce il 16 gennaio, ma nella sua biografia scrive 17 gennaio.
- ^ http://pms.wikipedia.org/wiki/Vit%C3%B2rio_Alf%C3%A9
- ^ Nell'atto di donazione del 1778, nel quale Vittorio cedette alla sorella Giulia tutte le proprietà in cambio di un vitalizio, accanto ai campi, prati, orti, vigne, boschi, gerbidi e ai coltivi che egli possedeva in Asti, Vigliano d'Asti, Costigliole d'Asti, Montegrosso d'Asti, Cavallermaggiore, Ruffia, ci sono anche dei mulini in quella zona della città che ora è denominata via dei mulini. Inoltre, Alfieri cedette anche il palazzo natio (Palazzo Alfieri), che venne messo in affitto: alla contessa Giulia rendeva 910 lire piemontesi all'anno, e il palazzo di Piazza San Secondo in Asti comprendente cinque botteghe sotto i portici e quattro in legno fuori dai medesimi, il quale rendeva 1000 lire piemontesi annue.
- ^ aveva sposato la figlia di Giulia Alfieri
- ^ Aris D'Anelli, cardiologo astigiano, nel libro La malinconia del signor Conte, edito da Daniela Piazza, avanza tre ipotesi, basate su alcuni sintomi descritti dal poeta nell'autobiografia, come causa della morte: la più probabile è un infarto del miocardio dovuto all'ipertensione, un problema cronico dell'autore, altre sono un'insufficienza renale o un tumore dell'apparato digerente
- ^ Il Risorgimento nell'Astigiano nel Monferrato e nelle Lange, ( a cura di Silvano Montaldo), Carla Forno, Il mito risorgimentale di Alfieri, Asti Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, 2010, pg. 186
- ^ Mario Rapisardi, L'ideale politico di Vittorio Alfieri
- ^ Mario Rapisardi, La religione di Vittorio Alfieri
- ^ Francesco Novati, L'Alfieri poeta comico, in Studi critici e letterari, Ermanno Loescher, Torino, 1889
- ^ Ignazio Ciampi, Vittorio Alfieri autore comico, in La commedia italiana: studi storici, estetici e biografici, Roma, Galeati, 1880
- ^ le Opere Postume uscirono con la falsa indicazione della pubblicazione a Londra
- ^ Sambugar, Salà - Letteratura italiana
- ^ Mario Pazzaglia, Antologia della letteratura italiana, in cui, tra l'altro, il critico letterario definisce l' Ortis "tragedia alfieriana in prosa".
- ^ Il mito di Parini nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis
- ^ a b Domenico Fava catalogo della Mostra storica Astese AlfierianaAsti, Casa Alfieri, 10 aprile-29 maggio 1949, Bologna 1949
- ^ Opere di Vittorio Alfieri ristampate nel primo centenario della sua morte, Paravia, 1903, vol. 1, p. X della Prefazione.
- ^ Arnaldo Di Benedetto, Il dandy e il sublime: nuovi studi su Vittorio Alfieri
- ^ Umberto Calosso, L' anarchia di Vittorio Alfieri : discorso critico sulla tragedia alfieriana, 1949
- ^ Vittorio Alfieri presentazione
- ^ Giovanni Gentile, L'eredità di Vittorio Alfieri
- ^ C. A. Avenati, La rivoluzione da Vittorio Alfieri a Benito Mussolini, Torino, Biblioteca della Società Storica Subalpina, 1934.
- ^ Alfieri: libertario o codino?
- ^ Roberta Montemorra Marvin, Downing A. Thomas - Operatic Migrations: Transforming Works and Crossing Boundaries, 2006
- ^ ad esempio in La filosofia politica di Vittorio Alfieri e L'uomo Alfieri Gobetti esprime la propria vicinanza spirituale ad Alfieri
- ^ Piero Gobetti, La Rivoluzione Liberale, articoli
- ^ Sambugar, Salà, op.cit.
- ^ Video dell'attore Paolo Rossi che recita uno spezzone del trattato in un programma televisivo
- ^ Vittorio Alfieri. Comune di Asti. URL consultato in data 29-12-2009.
- ^ a b R. Marchetti Alfieri e l'arte in Il Platano, anno I, numero 2, Asti, 1976.
Bibliografia [modifica]
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- Autori vari, I classici del pensiero italiano, Biblioteca Treccani edizione 2006.
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- R. Marchetti. I redditi degli Alfieri in «Il Platano», anno II, numero 4, Asti, 1977.
- R. Marchetti. Settecento astigiano, piccola biblioteca di un nobile in «Il Platano», anno IV, numero 5, Asti 1979.
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- Arnaldo Di Benedetto, Schreiben in Zeiten der Tyrannei, in Vittorio Alfieri, Der Fürst und die Wissenschaften, traduzione di Friedrich Buchholz, a cura di E. Y Dilk e H. Mojem, Göttingen, Wallstein, 2011, pp. 167–94.
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Voci correlate [modifica]
- Alfieri (famiglia)
- Luisa di Stolberg-Gedern
- La religione di Vittorio Alfieri, di Mario Rapisardi
- L'ideale politico di Vittorio Alfieri, di Mario Rapisardi
- Palazzo Alfieri
Altri progetti [modifica]
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Collegamenti esterni [modifica]
- Sito ufficiale della Fondazione Centro di Studi Alfieriani di Asti
- Parco Letterario: Vittorio Alfieri
- Vittorio Alfieri e Asti
- Opere di Vittorio Alfieri, testi con concordanze, lista delle parole e lista di frequenza
- tragedie greche di Vittorio Alfieri
- I Giornali di Alfieri e altri testi
- da "Mirra" : Atto III - Scena II in audio MP3
- Giovanni Pellegrino, I principali elementi del pensiero di Vittorio Alfieri
- Opere di Vittorio Alfieri in edizione elettronica su Project Gutenberg: Agide, Sofonisba.
- dizionario biografico Treccani
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