Licurgo
Licurgo (greco: Λυκοῦργος, latino: Lycurgus) (IX secolo a.C. – VIII secolo a.C.[1][2]) è stato, secondo la tradizione di Sparta, il suo principale legislatore.
Difficile dire se Licurgo sia esistito veramente, se fosse visto come uomo ed eroe storico, poi successivamente divinizzato, oppure che sia stato, per i Greci, un Dio prima eroicizzato come uomo e poi decaduto come divinità.
Gli unici dati sicuri su Licurgo sono quelli relativi all'esistenza di un santuario a lui dedicato nel II secolo d.C. e la pratica, ai tempi diffusa a Sparta, di fare ogni anno sacrifici in suo onore.
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[modifica] Licurgo a Sparta
A lui la tradizione attribuisce l'ordinamento politico e sociale di Sparta, ma nulla su di lui si può dire che non sia controverso, così come è affermato da Plutarco all'inizio della Vita dedicata allo spartano. Le riforme legislative gli sarebbero state suggerite da un responso oracolare di Delfi, chiamato rhetra; tra le istituzioni a lui attribuite sono il consiglio degli anziani (gherusìa), formato da 30 membri compresi i due re, e l'assemblea popolare ("apella").
Avrebbe preso varie misure volte ad intervenire sulla vita sociale degli spartani, comprimendone la sfera privata, con l'istituzione dei sissizi (pasti comuni a cui erano obbligati a partecipare tutti gli spartiati, vecchi e giovani) e con l'obbligo dei giovani, sin dall'età di 7 anni, di sottoporsi a una educazione severa, pubblica e militare.[3]
A Licurgo è dedicata una "vita" dell'opera più conosciuta di Plutarco, "Vite parallele". Il mitologico legislatore spartano viene messo a confronto con il re romano Numa Pompilio.
Licurgo afferma che gli spartiati non devono maneggiare denaro altrimenti questo li spingerebbe a superarsi in potenza l'un l'altro. Questo a sua volta porterebbe allo scoppio del sistema politico di Sparta (che prevede un'uguaglianza tra tutti gli spartiati) poiché la disuguaglianza tra essi porterebbe a degli squilibri di potere. Permette loro però, come scappatoia, di utilizzare monete di ferro in modo che per accumolare ricchezza servano un numero elevatissimo di monete.
[modifica] Omonimi nella mitologia
- Licurgo: l'arcade, figlio di Aleo e di Nerea, fratello di Cefeo e di Auge. Sposò Eurinome, o Cleofile, o Antinoe, da cui ebbe Anceo, Epoeo, Anfidamanre e Jaso; ai quali Pausania aggiunge ancora Cefeo. La sola azione memorabile, che si racconta è di avere ucciso con un'astuzia il prode Aretoo, soprannominato il portatore della clava. Secondo Pausania, questo Licurgo fu risuscitato da Esculapio. Se ne mostrava la tomba a Leprea in Elide.
- Licurgo: figlio di Pronace, nipote di Talao. Sua sorella Anfitea era moglie di Adrasto. Pare ch'egli prendesse parte nella spedizione dei sette capitani contro Tebe, ed avesse con Anfiarao quella violenta battaglia, la quale, secondo Pausania, era effigiata sul trono di Amicia; ed a cui Tideo ed Adrasto fecero opporrunamente por fine. Si può anche congetturare, che fosse ucciso sotto Tebe, poiché Stesicoro nella sua Erifile, secondo uno Scoliaste di Pindaro, ed Apollodoro lo citano al pari di Capatico, come risuscitato da Esculapio. Vedi il Licurgo antecedente, che sebbene assolatamente diverso, nulladimeno è stato confuso con questo.
- Licurgo: figlio di Fere e di Pendimene Re di Nemea. Ebbe da Euridice o da Anfitea un figlio chiamato Ofelte, che perì per una negligenza della sua balia Isifile nel tempo della spedizione dei sette Capi contro Tebe. Se ne mostrò per lungo tempo in Nemea la tomba costrutta di erbose zolle.
- Licurgo: figlio di Drias e Re degli Édoni nella Tracia. Diodoro, lo colloca in Arabia. Omero ne parla. Era un Eroe valoroso; ma non visse lungamente, perché combatteva contro gli Dei. Un giorno perseguitò con un bastone puntuto in un bosco saero in Nisa (in Tracia, poiché eravi una Nisa anche in Arabia) le Sacerdotesse di Bacco; le quali n'ebbero tanta paura, che nel fuggire gettarono via i loro tirsi. Bacco medesimo ne fu così spaventato, che si precipitò nei flutti del mare, e si ritrovò presso Tetide. Gli Dei si offesero di tale empietà. Giove lo rese cieco, sicché ben presto morì. A questo semplice racconto di Omero i Mitologi posteriori hanno aggiunto molte altre circostanze. Apollodoro dopo aver seguitato il racconto di Omero, aggiunge che Licurgo aveva imprigionata tutta la corte di Bacco, e che questi lo punì inspirandogli una frenesia, per la quale credendosi di tagliare dei ceppi di vigna, uccise il figlioletto Driante, e si tagliò da se stesso le gambe. Ritornò quindi all'uso della ragione. Gli Dei desolarono quel paese con una grande sterilità. L'Oracolo disse, che quella fame sarebbe durata sin tanto che Licurgo fosse vissuto. Eccitati da questa decisione gli Edonii lo condussero sul monte Pangeo, ove lo lasciarono legato, sicché fu squartato da cavalli selvatici. Questo racconto suppone un'alleanza fra Licurgo e Bacco, e che la coltivazione delle vigne fosse nota in quel paese. Questa supposizione fa pure il fondo del racconto d'Igino e di Diodoro. Secondo il primo, Licurgo non fu così sdegnato contro Bacco, se non dopo aver sentiti gli effetti del vino, ed aver corso rischio nel tempo della sua ubriachezza di far violenza a sua madre. Ordinò allora che fossero distrutte tutte le piante delle vigne; ma in un accesso di furore, inspiratogli da Bacco, uccise suo figlio, e si ferì anche egli stesso. Secondo Diodoro, Licurgo, che da principio era stato amico di Bacco, si crucciò improvvisamente col Nume. Ordinò alla sua guardia di massacrare Bacco e le Menadi. Bacco ne fu informato da un certo Tarope, mentr' era occupato nella sua spedizione in Europa, e si ritirò nell'Asia, furono quindi massacrate solamente le Menadi; ma Bacco ne vendicò la morte. Venne a battaglia, prese Licurgo, gli fece cavare gli occhi, e lo fece crocifiggere e morire fra i più grandi tormenti. Secondo uno scoliaste di Arisrofane, Licurgo fu solamente sferzato con sarmenti di vite per così fatta maniera, che versò molte lagrime, dalle quali ne nacque il cavolo, pianta nemica alle vigne. Pare che questa favola debba la sua origine alla proverbiale ubriachezza dei Traci, ed alle funeste conseguenze, ch'ebbe quella per essi (Ovid. MetaTM, lib. W. ).[4]
[modifica] Note
- ^ Bianca Spadolini, Educazione e società. I processi storico-sociali in Occidente, Armando Editore, 2009, p.23. ISBN 9788883585593
- ^ Lorenzo Alberto Perotto, Commento alla Politica di Aristotele, Edizioni Studio Domenicano, 1996, p.298. ISBN 9788870942316
- ^ Per quest'ultima si veda la voce Agoghè.
- ^ Dizionario portatile delle favole, accresciuto da A.L. Millin, tr. da C ... Di Pierre Chompré, Aubin Louis Millin de Grandmaison
[modifica] Voci correlate
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