Gaio Sempronio Gracco

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Félix Auvray: La morte di Gaio Gracco

Gaio Sempronio Gracco (Roma, 154 a.C.Roma, 121 a.C.) è stato un politico romano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fratello di Tiberio, eletto tribuno della plebe, riprese l'opera di riforma sociale intrapresa dal fratello maggiore nel 123 a.C., dieci anni dopo la sua morte.

Divenuto questore nel 126 a.C., fu inviato in Sardegna e lì trattenuto fino al 124. Di propria iniziativa fece ritorno a Roma prima dello scadere del mandato e nel 123 venne eletto tribuno della plebe, carica nella quale venne confermato l'anno seguente. Cercò di opporsi al potere esercitato dal senato romano e dall'aristocrazia, attuando una serie di riforme favorevoli ai populares, ovvero al proletariato che si era riversato nell'Urbe dopo l'espansione territoriale delle guerre puniche; composto in parte dagli abitanti delle nuove provincie conquistate, in parte dai piccoli agricoltori italici che non potevano eguagliare i bassi prezzi delle derrate provenienti dalle provincie (Sicilia, Sardegna, Nord Africa). Durante il secondo tribunato proseguì la politica agraria del fratello, permettendo la vendita di grano a prezzo ridotto. Dedusse inoltre varie colonie, una delle quali a Cartagine. La sua importanza è legata tuttavia essenzialmente alle sue leges Semproniae.

Le «Leges Semproniae»[modifica | modifica wikitesto]

Durante la sua carica, oltre a confermare la legge agraria del fratello, Gaio Gracco fece approvare tramite plebisciti diverse leggi Sempronie: Lex de viis muniendis -piano di costruzioni di via per agevolare i commerci e dare lavoro alla plebe -de tribunis reficiendis, con cui si stabiliva la rieleggibilità dei tribuni della plebe; de abactis, con cui si toglieva l'elettorato passivo al tribuno destituito dal popolo, de capite civis che ribadiva il divieto di giudicare iniussu populi, iudiciaria che stabiliva alcune regole per la formazione delle giurie nei processi per quaestiones e de suffragiorum confusione con la quale si prescriveva che la centuria prerogativa sarebbe dovuta essere estratta a sorte tra le 193 centurie dei comizi centuriati e non scelta invece soltanto tra le 80 centurie della prima classe (questa riforma verrà poi abrogata da Lucio Cornelio Silla). In seguito all'introduzione dei comizi tributi (rappresentanti del popolo) ed all'assegnazione delle province, Gracco propose nel maggio del 122 a.C. la concessione della cittadinanza romana ai latini e di quella latina agli italici. Fece inoltre passare la legge frumentaria che prevedeva la distribuzione di frumento a prezzo ridotto alla plebe urbana e si fece promotore della ripresa economica dell'area Cartaginese attraverso la fondazione di tre colonie. Importante, nel suo quadro di riforme fu anche la Legge Giudiziaria. La corruzione delle province era ormai un cancro diffuso. I governatori, d'accordo con i Pubblicani, gonfiavano i tributi da riscuotere e se ne intascavano i profitti. I governatori erano sottoposti al controllo del Senato ma spesso erano loro stessi senatori e a nulla era valso, nel 149 a.C. un tribunale creato proprio per questi casi. Gaio Gracco propose che i tribunali fossero assegnati all'ordine equestre, sfruttando la forte rivalità esistente tra le due fazioni.

La morte[modifica | modifica wikitesto]

La morte di Gaio Gracco, dipinto di Jean-Baptiste Topino-Lebrun, 1792

L'opposizione al suo disegno di legge trovò concordi il Senato (che trovava così il modo di liberarsi di un pericoloso rivale), la maggior parte dei cavalieri e pressoché tutta la plebe, gelosa dei propri privilegi. I nobili gli gettarono contro il collega Marco Livio Druso e il triumviro Gaio Papirio Carbone.

Gaio perse molta della sua popolarità e non fu rieletto al tribunato. Inoltre, nel giorno in cui si presentò in Campidoglio per difendere davanti all'assemblea del popolo la sua legge, scoppiò un grave tumulto tra le parti avverse. Il Senato decretò il Senatus consultum ultimum e Gaio si vide costretto a rifugiarsi con i suoi fedeli sull'Aventino, dove fu attaccato dalle truppe del console Lucio Opimio. Le fonti ci hanno tramandato il percorso che fece, testimoniandoci anche la topografia dell'area: rifugiatosi nel tempio di Diana coi suoi amici e seguaci, da questo passò nel vicino tempio di Minerva. Incalzato dovette di nuovo fuggire fino alla punta occidentale del colle, nel tempio di Luna, dove si lussò una caviglia nel saltare giù dal podio. Da qui scese di corsa l'Aventino passando sotto la Porta Trigemina e attraversò il Ponte Sublicio mentre alcuni suoi amici si sacrificavano sulla strada per rallentare l'inseguimento dei rivali. Sopraffatto, persa ormai ogni speranza, secondo la tradizione più accreditata si fece uccidere da un servo al di là del Tevere, sul Gianicolo, nel bosco delle Furrine. Con lui morirono anche circa tremila cittadini, vittime di una feroce repressione.

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