Cimone

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Busto di Cimone a Larnaca (Cipro)

Cimone (in greco antico Κίμων, traslitterato in Kìmon; Atene, 510 a.C.450 a.C.) è stato un militare e politico ateniese, rappresentando una figura politica importante negli anni 470 e 460 a.C..

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nacque intorno all'anno 510 nel Chersoneso Tracico, possedimento di suo padre Milziade, vincitore dei Persiani nella battaglia di Maratona nell'anno 490 a.C., e di sua madre Egesipile, figlia di Oloro, re dei Traci. Dopo la morte del padre, Cimone trovò un grande alleato ed anfitrione in Aristide, il quale lo aiutò nell'amministrazione del patrimonio di famiglia utilizzandolo prima per ripagare l'ammenda sanzionata a suo padre e poi per iniziarlo alla carriera politica. Cimone divenne il contrappeso allo strapotere dei democratici di Temistocle venendo sostenuto dalle famiglie aristocratiche ad Atene; apprezzato dal popolo per le sue doti militari e mantenendo buoni rapporti con Sparta, riuscì ad ostracizzare il suo rivale.

Nell'anno 480 a.C. partecipò attivamente al comando di una delle triremi ateniesi alla grande vittoria nelle acque di Salamina.

Ottenuto, in qualità di stratego e succedendo ad Aristide, il comando della flotta della lega delio-attica nel 476 a.C., iniziò una campagna di liberazione della costa meridionale della Tracia dalle truppe persiane. Dopo la conquista di Eione, Cimone occupò l'isola di Sciro, dove, secondo la leggenda, avrebbe trovato i resti di Teseo.

Nel 469 a.C. Cimone riportò una vittoria navale decisiva contro la flotta persiana. Nella battaglia dell'Eurimedonte, in Asia Minore, riuscì a sorprendere una squadra navale di 120 navi, distrusse l'accampamento alla foce del fiume e sconfisse una seconda squadra di 80 navi. Debellato il pericolo persiano nel Mar Egeo, Cimone costrinse alla sottomissione le città della Caria e della Lidia. In seguito all'allontanamento di Temistocle ed alla morte di Aristide, Cimone, che considerava molto positivamente i costumi degli Spartani, diventò il cittadino più potente, rappresentante delle posizioni più aristocratiche e conservatrici.

Nel 464 a.C. Cimone comandò una spedizione contro la ribelle isola di Taso, ma in seguito all'allargamento delle operazioni in Tracia, gli Ateniesi furono sconfitti a Drabesco. Il partito democratico ateniese, guidato da Efialte, colse l'occasione per intentare contro Cimone un processo, accusandolo di essersi fatto corrompere dal re di Macedonia. Anche se Cimone ne fu assolto, il suo prestigio iniziò a vacillare.

Nel 462 a.C., in seguito alla richiesta d'aiuto di Sparta durante la terza guerra messenica, Cimone propose e ottenne l'invio nel Peloponneso di un contingente di 4000 opliti al suo comando, contro il consiglio di Efialte che voleva trarre vantaggio dalla sfortuna della città rivale. Dopo un primo soccorso, un secondo invio di soldati, per l'assedio della rocca di Itome, nella quale si erano rifugiati i Messeni ribelli, non fu accolto positivamente dagli Spartani, che temettero di trovarseli contro: il contingente di Cimone fu costretto a tornare ad Atene e l'episodio si rivelò un duro colpo al prestigio di Cimone. Efialte approfittò del momento di difficoltà per attuare il proprio programma in favore del popolo riducendo la competenza dell'elitario Areopago e trasferendo alcuni poteri alla Bulè e al tribunale degli Eliasti. A causa della sua opposizione all'assemblea popolare, nel 461 a.C. Cimone venne bandito con l'ostracismo.[1]

Venne richiamato in patria da Pericle, nel 451 a.C., per stipulare un accordo con Sparta.[2] L'anno seguente Cimone si mise al comando di una flotta di 200 navi, per riconquistare l'isola di Cipro, caduta nelle mani dei Persiani. Cimone cinse d'assedio la città di Cizio ma, colpito anch'egli dal diffondersi di un'epidemia tra gli assedianti, si ammalò e morì.[3] La flotta, indotta a rientrare dalla sua morte, s'imbatté nel blocco navale messo in atto dalla flotta persiana, composta da navi fenicie. I Greci, pur privi della sua guida, ingaggiarono il vittorioso scontro navale noto come battaglia di Salamina in Cipro. La sua morte sancì la fine della politica ellenica prettamente antipersiana, mentre l'ascesa del partito democratico ad Atene e la figura di Pericle fomentarono lo scontro con la rivale greca, Sparta, che frenava l'espansionismo talassocratico ateniese e che ebbe come conseguenza la guerra del Peloponneso.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pastorio, p. 99.
  2. ^ Pastorio, pp. 94-95.
  3. ^ Pastorio, p. 95.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Andrea Frediani, Le Grandi Battaglie dell'Antica Grecia, Newton & Compton editori;
  • Elena Pastorio, Storia Greca, lineamenti essenziali, Monduzzi editore, Parma, 2006, ISBN 978-88-323-6028-8

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