Pirro

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.
bussola Disambiguazione – Se stai cercando altri significati, vedi Pirro (disambigua).
Pirro
Pirro, raffigurato come Marte. Statua marmorea del I secolo d.C. conservata presso i Musei Capitolini.
Pirro, raffigurato come Marte. Statua marmorea del I secolo d.C. conservata presso i Musei Capitolini.
Re dell'Epiro
In carica 306 - 300 a.C
298 - 272 a.C
Predecessore Alceta II
Neottolemo II
Successore Neottolemo II
Alessandro II
Re di Macedonia
In carica 288 - 285 a.C
Predecessore Demetrio Poliorcete
Successore Lisimaco
Re di Macedonia
In carica 274 - 272 a.C
Predecessore Antigono Gonata
Successore Antigono Gonata
Nascita 318 a.C
Morte Argo, 272 a.C
Casa reale Eacidi
Padre Eacide II
Madre Ftia II
Coniugi Antigone
Lanassa
nome non noto
Bircenna
nome non noto
Figli Olimpiade II
Tolomeo
Alessandro II
Eleno

Pirro (in greco antico Πύρρος, traslitterato in Pýrros, "il colore del fuoco, rosso biondo"; 318 a.C.Argo, 272 a.C.) fu re dell'Epiro tra il 306 ed il 300 a.C. e di nuovo nel periodo 298 - 272 a.C.. Appartenente alla casa degli Eacidi, che dichiarava di discendere da Neottolemo, figlio di Achille, ed imparentata agli Argeadi e quindi ad Alessandro Magno[1][2], dal 306 a.C. fu re della sua gente, i Molossi[3][4], tribù preponderante dell'Epiro nei periodi 288-285 a.C. e 273-272 a.C.. La storia lo accredita come uno dei principali antagonisti di Roma[5][6].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Nato nel 318 a.C da Eacide II, sovrano dell'Epiro, e da Ftia, di stirpe tessala, la sua giovinezza fu tutto fuorché quieta. Infatti, aveva appena due anni quando il padre, Eacide, fu esiliato dai sudditi in rivolta e morì di morte violenta. Nel 317 a.C, quindi, Pirro, insieme alla madre e alle sorelle, fu accolto da Glauco (re dei Taulanti, una delle più importanti tribù d'Illiria)[5] la cui moglie, Beroea, discendente degli Eacidi, si assunse il compito di educare il bambino[7][8][9].

Nel 306 a.C., all'età di tredici anni, fu rimesso al posto di comando che gli spettava anche se appena quattro anni dopo fu detronizzato da Cassandro I, re di Macedonia[5] che impose come sovrano Neottolemo II. Nuovamente esiliato, partecipò alle Guerre dei Diadochi sotto le bandiere del cognato Demetrio Poliorcete che aveva sposato la sorella di Pirro, Deidamia ed in particolare si distinse nella battaglia di Ipso in Frigia (301 a.C.).

In seguito, fu trattenuto come ostaggio ad Alessandria d'Egitto, presso Tolomeo I in ossequio alle condizioni di un trattato tra Demetrio e Tolomeo stesso. In quella condizione di semi-prigionia conobbe e sposò Antigone, figlia di Berenice, terza moglie di Tolomeo: strinse così un'alleanza che gli permise nel 298 a.C. di tornare nell'Epiro da sovrano[10], costringendo il cugino usurpatore a dividere il trono assieme a lui. Una diarchia che non durò molto, se è vero che Neottolemo morì avvelenato dopo qualche mese[5][11]. Nel 295 a.C. Pirro trasferì la capitale del regno nella città marittima di Ambracia ed, essendo morta Antigone, si risposò con Lanassa, figlia di Agatocle, re di Siracusa, che gli portò in dote Corcira[12][13].

Nel 292 a.C, intraprese una guerra contro l'antico alleato Demetrio invadendo e occupando l'Acarnania e l'Amfilochia[14] e, sia pure brevemente, la Tessaglia. L'anno seguente Demetrio ribatté conquistando Corcira approfittando del fatto che Lanassa, moglie di Pirro, in rotta con il marito per la sua poligamia, lo avesse invitato ad occupare l'isola e a sposarla[15]

Tribù dell'Epiro al tempo di Pirro

Nel 289 a.C. Demetrio gli concesse le regioni conquistate in cambio della pace e Pirro accettò ma l'anno seguente, mentre Demetrio subiva ad Anfipoli l'attacco di Lisimaco[16], Pirro ruppe il precedente trattato ed invase la Macedonia ottenendone il trono congiuntamente a Lisimaco.

La durata del suo regno è oggetto di controversie: Deuxippo e Porfirio affermano che Pirro tenne la corona per appena sette mesi e quindi dall'inverno tra il 287 e il 286 a.C., altri scrittori che iniziò poco dopo la morte di Demetrio[17] anche se probabilmente fu più duraturo[18]. In ogni caso, Pirro dapprima riuscì a conquistare anche il resto delle terre un tempo possedute da Demetrio, per poi venirne scacciato da Lisimaco stesso[5] che nel 284 a.C. poté brevemente invadere lo stesso Epiro approfittando dell'assenza di Pirro[19].

La campagna militare in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre pirriche.

Nel 281 a.C. la città di Taranto, in Magna Grecia entrò in conflitto con Roma, e stava preparandosi a un attacco romano che le avrebbe inferto una sicura sconfitta. Roma era già diventata una potenza egemone, e si muoveva con l'intenzione di sottomettere tutte le città greche dell'Italia meridionale. I tarantini mandarono una delegazione a Pirro, perché intervenisse e la salvasse dalla conquista romana[5].

Pirro, già desideroso di vittorie, vide la possibilità di fondare senza sforzi un regno in Italia, nonché quella di conquistare la Sicilia ed espandersi in Africa; inoltre, fu incoraggiato nell'impresa dalle predizioni dell'oracolo di Delfi, nonché dall'aiuto dei re ellenistici: Tolomeo Cerauno gli fornì truppe mentre Antigono II una piccola flotta ed Antioco I, danaro. In vista dell'impresa Pirro riconquistò l'isola di Corcira[20] e affidò il proprio regno al figlio quindicenne Tolomeo[21]

Lo sbarco nell'Italia meridionale ed i primi successi (280-279 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Pirro sbarcò in Italia nel 280 a.C. con 3.000 cavalieri, 2.000 arcieri, 500 frombolieri, 20.000 fanti e 20 elefanti da guerra[5] mentre precedentemente aveva inviato un suo generale, Milone, con un distaccamento di oltre 3.000 soldati per rafforzare la guarnigione di Taranto[22][23].

In un primo momento il sovrano, inferiore per numero di soldati, cercò un negoziato con il console Publio Valerio Levino che però fallì[24] poi, però, grazie alla superiorità della cavalleria e alla potenza degli elefanti egli batté nella battaglia di Heraclea i Romani, guidati dal console Levino.

I Romani persero circa 7000 uomini, in una sconfitta assicurata anche dallo spavento che gli italici ebbero alla visione dei pachidermi, a loro sconosciuti; Pirro perse 4000 uomini, che però furono presto rimpiazzati dai soldati di alcune tribù italiche (Lucani, Bruzi e Messapi) e città greche (Crotone, Locri Epizefiri) le quali, alla notizia della vittoria, ne approfittarono per unirsi a lui. La nuova situazione di vantaggio permise a Pirro di proporre una tregua a Roma, che però fu rifiutata. Pirro passò l'inverno tra il 280 e il 279 in Campania, prima di invadere la Puglia.

L'avanzata di Pirro verso Roma - 280 a.C. - 275 a.C.

Nel 279 a.C. i Romani si scontrarono con Pirro ad Ascoli Satriano, dove furono nuovamente sconfitti (persero 6000 uomini) infliggendo tuttavia, in proporzione, perdite talmente alte alla coalizione greco-italico-epirota (3500 soldati) che Pirro fu costretto a riparare in Sicilia con l'esercito, presso quelle stesse città che pretendeva di proteggere, per evitare ulteriori scontri coi romani. Si narra abbia dichiarato, alla fine della battaglia, «Ἂν ἔτι μίαν μάχην νικήσωμεν, ἀπολώλαμεν» («un'altra vittoria così sui Romani e sarò perduto»)[25].

Da questo episodio l'uso del termine vittoria di Pirro o pirrica.

Pirro nutriva comunque grande stima per il coraggio dei soldati romani; si racconta che camminando sul campo di battaglia tra i cadaveri dei nemici vide che tutti erano stati feriti al petto e i loro volti conservavano ancora quella stessa espressione agguerrita e indomita con cui avevano trovato la morte. Così alzando le braccia al cielo esclamò: "Se avessi avuto simili soldati avrei conquistato il mondo". Si rivelò in questo modo un abile profeta per i secoli a venire.

La campagna militare in Sicilia (278-276)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre greco-puniche.

Nel 278 a.C. Pirro ricevette due offerte allo stesso tempo: da un lato, le città greche di Sicilia gli proposero, in quanto genero di Agatocle[26], di scacciare i cartaginesi dalla metà occidentale dell'isola; dall'altro, i Macedoni gli chiesero di salire al trono di Macedonia al posto di re Tolomeo Cerauno, decapitato nell'invasione della Grecia e della Macedonia da parte dei Galli. Pirro giunse a conclusione che le opportunità maggiori venivano dall'avventura in Sicilia, e decise di restare.

Busto di Pirro di epoca romana, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Fu così nominato re di Sicilia, e i suoi piani prevedevano la spartizione dei territori fin lì conquistati tra i due figli, Eleno (a cui sarebbe andata la Sicilia) e Alessandro (a cui sarebbe andata l'Italia). Nel 277 a.C. espugnò Erice, la più munita fortezza filo-cartaginese sull'isola, e questo rese quasi naturale la defezione delle altre città controllate dai punici.

Nel 276 Pirro intavolò trattative coi cartaginesi. Per quanto essi fossero già pronti a venire a patti con Pirro, e fornirgli denaro e navi quando fossero stati ripristinati rapporti amichevoli, questi richiese che tutti i cartaginesi lasciassero l'isola per fare del mare una linea di confine tra punici e greci. Al loro rifiuto seguì l'assedio infruttuoso di Lilibeo che, unito al suo comportamento dispotico nei confronti delle colonie siceliote, cui aveva fatto requisire danaro e manodopera per la costruzione di una flotta, causò un'ondata di risentimento nei suoi confronti. Pirro cercò di reagire imponendo una vera e propria dittatura su tutte le città greche che fece presidiare con forti guarnigioni[27] ma con tali misure si alienò tutti i consensi. I cartaginesi tentarono di trarne giovamento inviando una seconda armata in Sicilia e furono prontamente sconfitti. Tuttavia, Pirro, informato dai Tarantini che Roma era riuscita ad occupare gran parte della Magna Grecia e conscio della sua impopolarità tra i sicilieoti, decise poco dopo di abbandonare la Sicilia inseguito e di tornare in Italia.

A riguardo la tradizione afferma che il sovrano, rivolgendosi ad alcuni compagni poco dopo aver abbandonato l'Isola, esclamasse: "Che meraviglioso campo di battaglia stiamo lasciando, amici miei, a cartaginesi e romani"[28].

La fine della guerra (275 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Benevento (275 a.C.).

Qui, i Romani lo aspettavano: nel 275 a.C. mossero a battaglia contro un esercito epirota stanco e provato da anni di lotte lontano dalla patria, presso Maleventum. La battaglia, sebbene fosse dal punto di vista tattico, inconcludente, segnò la decisione del re epirota di ritornare in patria dal momento che non aveva ricevuto alcun rinforzo dalla Grecia e dagli altri sovrani ellenistici cui era stata fatta richiesta[29]. In ricordo della battaglia i romani ribattezzarono il villaggio Beneventum.

Ritorno in Epiro e morte[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Sparta (272 a.C.).
L'assedio di Sparta, dipinto di Jean-Baptiste Topino-Lebrun.

Pirro abbandonò la campagna d'Italia e tornò in Epiro, dove, non pago del grave prezzo in uomini, denaro e mezzi della sua avventura a Occidente[30], due anni dopo preparò un'altra spedizione bellica contro Antigono II Gonata: il successo fu facile e Pirro tornò a sedersi sul trono macedone.

Nel 272 a.C., Cleonimo, nobile spartano che si era inimicato le autorità della sua città, chiese a Pirro di attaccarla, affinché lui stesso potesse comandarla nel nome dell'Epiro. Pirro si dichiarò d'accordo nella volontà di ottenere per sé il controllo del Peloponneso, ma il suo esercito trovò un'inaspettata resistenza, tale da impedirgli ogni assalto su Sparta[31]. Il re, allora, decise di passare l'inverno nel Peloponneso per poi riprendere la campagna di conquista in primavera[32] dato che gli era stata offerta la possibilità di intervenire in una disputa interna alla città di Argo.

Entrato di soppiatto con l'esercito in città, Pirro si ritrovò coinvolto in una confusa battaglia strada per strada. Una donna anziana, vedendolo dal tetto della sua casa, gli lanciò una tegola che, secondo quanto si dice, lo colpì e lo distrasse, permettendo a un soldato argivo di ucciderlo. I suoi resti furono portati nel tempio di Demetra[33].

L'eredità di Pirro[modifica | modifica wikitesto]

Moneta del Regno d'Epiro con iscrizione in Greco indicante ΒΑΣΙΛΕΩΣ ΠΥΡΡΟΥ Basileōs Pyrrou, "appartenente al re Pirro"
« L'esame attento delle vicende di Pirro mostra che la molla di tutte le sue imprese fu il desiderio di costituirsi un impero. Questa sua ambizione non s'incontrò che parzialmente con gl'interessi dei suoi Epiroti, le cui migliori energie egli spese nel cercar di fondare tale impero. È chiaro infatti che essi dalla conquista dell'impero non avrebbero avuto nessun vantaggío proporzionato ai loro sacrifizî e ne avrebbero profittato assai meno di quel che i Macedoni dalla conquista dell'Asia. Fu invece ventura per P. che queste sue mire ambiziose combaciassero con la difesa degl'interessi ellenici nelle sue campagne occidentali, le quali del resto non giovarono affatto a lui e giovarono solo nella ristretta misura che abbiamo precisata alla causa dell'ellenismo. Ciò in parte, specie in Italia, procedette da cause indipendenti dalla sua volontà e da lui imprevedibili, ma in parte, specie in Sicilia, dipese dal fatto che egli non intervenne con la mira disinteressata di difendere l'ellenismo, ma anche e soprattutto con quella di fondarsi un impero. In Grecia poi, sebbene astrattamente si possa dire che ogni tentativo d'unità nazionale era utile ai Greci anche se vi riluttavano, in concreto non si può non rilevare che nei mezzi relativamente ristretti e nella mancanza in P. di una vera idealità che non fosse quella del soddisfacimento della propria ambizione, era il germe dell'insuccesso per cui i suoi tentativi furono in realtà dannosi non meno alla Grecia che all'Epiro. Le forze dell'Epiro nel pieno rigoglio si sperperarono nelle lotte fratricide senza risultato, mentre si sarebbero potute adoperare assai utilmente per stendere a nord i limiti dell'ellenismo nella regione illirica, ciò che poi avrebbe permesso ai Greci di resistere con maggiore speranza di successo alla penetrazione romana nella Penisola Balcanica. »
(Gaetano de Sanctis, Pirro, Enciclopedia Italiana)

Anche se non fu sempre un re saggio e men che mai moderato, la sua leadership fu instancabile e vivace. È ricordato come uno dei più brillanti capi militari del suo tempo, classificato da Annibale stesso come il secondo più grande, dopo Alessandro Magno. Pirro passò anche alla storia come una persona molto generosa ma fu proprio questa la sua più grande debolezza politica infatti lasciò per i doni, le spese militari e gli aiuti ai cittadini, le casse dello stato in crisi.

Si dimostrò tuttavia molto attivo e capace: riorganizzò lo stato rafforzando i propri poteri, organizzò un governo centrale e abbellì le città. Purtroppo, non lasciando un successore degno di nota, l'Epiro decadde e divenne vassallo prima della Macedonia, poi degli Etoli e infine fu occupato da Roma.

Scrisse un memoriale e diversi libri sull'arte della guerra[34], testi che andarono perduti nonostante le influenze che lasciarono in seguito su Annibale e gli elogi che ricevettero da Cicerone.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Jones, p.45.
  2. ^ American Numismatic Society, p.196.
  3. ^ Borza, p.62.
  4. ^ Chamoux, p.62
  5. ^ a b c d e f g Pyrrhus. URL consultato il 30 settembre 2013..
  6. ^ Plutarco.
  7. ^ Plutarco, 2-3.
  8. ^ Giustino, 17.3.
  9. ^ Wilkes, p.124.
  10. ^ Porfirio, 42.11.
  11. ^ Patercolo, 1.14.6.
  12. ^ Diodoro, 21.4.
  13. ^ Plutarco, 9.
  14. ^ Plutarco, 6.
  15. ^ Plutarco, 10.
  16. ^ Pausania, 1.10.2.
  17. ^ Plutarco, 11-12;Pausania, 1.10.2.
  18. ^ Niebuhr, History of Rome v. III nota 813
  19. ^ Pausania, 1.9.7
  20. ^ Pausania, 1.12.1.
  21. ^ Giustino, 17.2-18.1.
  22. ^ Plutarco, 15.
  23. ^ Giustino, 17.2.
  24. ^ Dionigi di Alicarnasso, 19.9,1-10.5.
  25. ^ Plutarco, 21
  26. ^ Diodoro, 22.8.2.
  27. ^ Garouphalias, pp. 97–108.
  28. ^ Garouphalias, pp. 109–112.
  29. ^ Garouphalias, pp. 121–122.
  30. ^ Plutarco, 26.
  31. ^ Plutarco, 27.
  32. ^ Plutarco, 29.
  33. ^ Pausania, 1.13.8.
  34. ^ Müller, Fragm. Hist. Graec., II, p. 461

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Re di Macedonia
con Lisimaco
Successore
Demetrio I 288-285 a.C. Lisimaco
Predecessore Re di Macedonia Successore
Antigono II 274-272 a.C. Antigono II
Predecessore Tiranno di Siracusa
con Tinione
Successore
Tinione e Sosistrato 277 a.C.-276 a.C. repubblica, poi Gerone II