Guerre greco-puniche

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Guerre greco-puniche
Immagine simbolica della commistionegreco-punica in Sicilia: a sinistra la Gorgone greca e a destra la maschera "ghignante" fenicio-punica.
Immagine simbolica della commistione
greco-punica in Sicilia: a sinistra la Gorgone greca e a destra la maschera "ghignante" fenicio-punica.
Data Dal 600 al 265 a.C.
Luogo Mediterraneo occidentale
(in particolare in Sicilia)
Esito Nessun vero vincitore
Schieramenti
Comandanti
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Vengono definite guerre greco-puniche[1] i conflitti che scoppiarono tra i Cartaginesi ed i Greci per il controllo del Mediterraneo occidentale ed in particolare della Sicilia tra il 600 e il 265 a.C. Di fatto furono le guerre tra Cartagine e Siracusa, visto che le due città rimasero, uniche non espugnate, a contendersi l'egemonia sull'isola sino al 265 a.C., anno dell'arrivo dei Romani.

Rilevanza storica[modifica | modifica sorgente]

Le più lunghe guerre dell'antichità mediterranea, pur non avendo portato alla vittoria finale di una delle contendenti, consegnarono alla storia le imprese memorabili di condottieri greci[2] del calibro di Gelone, Dionisio I, Agatocle, Timoleonte e di quelli punici come Imilcone; la lunghissima successione di alterne vicende belliche decretò inoltre la fine dello splendore di città come Agrigento, Selinunte e Mozia, nonché la distruzione della città di Himera, ancora oggi utile punto di riferimento per la cronologia assoluta nello studio archeologico del Mediterraneo.

Le principali antagoniste sono città di prima grandezza nel panorama mediterraneo:

« Grande si diceva fosse la forza di Gelone, molto maggiore di ogni altra potenza ellenica. »
(Erodoto definisce la potenza del tiranno di Siracusa subito prima della battaglia di Imera[3].)

Cartagine intorno alla fine del V secolo a.C.:

« La città più potente d'Europa.[4] »
(Filisto, Sikelikà.)

Disappunto di Pirro che lascia la Sicilia avendo fallito nell'intento di espugnare la roccaforte cartaginese di Lilibeo:

« Oh, il bel campo di battaglia, che noi lasciamo a' Cartaginesi ed a' Romani!"[5]»

Fenici e Greci di Sicilia[modifica | modifica sorgente]

I Greci evitarono per secoli lo scontro coi Fenici fondando le loro colonie al di sopra dell’asse Gibilterra-Sicilia-Cipro. L’equilibrio si ruppe con la fondazione delle colonie Cirene (sulla costa Africana) e delle colonie siceliote[6].

Dislocazione delle principali città fenicio/puniche o filo-puniche (colore blu) e greche (colore rosso).

A partire dal 735 a.C. molti coloni greci abbandonarono la madre patria per fondare colonie sulle coste siciliane: dapprima sulla costa orientale (Naxos, Catania, Siracusa, Zancle), poi su quella meridionale (Agrigento, Gela, Selinunte, Camarina, Eraclea Minoa) ed infine su quella settentrionale (Imera, Tindari). Alcune di queste divennero vere e proprie metropoli dell’antichità: Siracusa, con i suoi 500 000 abitanti ed i due imponenti porti, la lussuosa e superba Agrigento e la dinamica Selinunte, spiccavano fra le altre per ricchezza e bellezza.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sicilia greca.

I Fenici, apparsi in molti empori costieri in un periodo compreso tra la colonizzazione sicula (1050 a.C. circa) e l'inizio di quella greca, si sentirono da questa minacciati e si spostarono all'estremità occidentale dell'isola, concentrandosi nelle roccaforti di Mozia (Mtv), Palermo (Zyz), Solunto. Qui intrattennero ottimi rapporti con le popolazioni elime[7] di Segesta, Erice, Entella, Iaitias (secondo la tradizione classica esuli troiani, quindi avversi ai greci).

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della Sicilia fenicia.

Gli interessi sugli scali commerciali siciliani e la aggressività colonizzatrice degli Elleni portarono i Fenici prima ad una crescente diffidenza nei confronti dei greci e poi alla richiesta d'aiuto a Cartagine, l'unica città capace di opporsi alla straripante colonizzazione greca.

Cartagine, città fenicia fondata nell'814 a.C., nel V secolo a.C. era ormai una superpotenza ed influenzava da tempo le colonie fenicie di Sicilia controllando di fatto l'intero Mar Mediterraneo occidentale grazie alla potente flotta.

Dal VI al III secolo a.C. l'isola di Sicilia, la più grande isola del Mediterraneo, snodo delle vie commerciali tra nord, sud, est ed ovest, divenne quindi il campo di battaglia di Greci e punici: il conflitto divenne inevitabile quando le città a predominanza etnica fenicio/punica si trovarono gomito a gomito con città di fondazione greca e Cartagine vide in pericolo il suo impero commerciale e il controllo delle rotte verso l'argento e lo stagno della Spagna, di cui i cartaginesi avevano il monopolio.

Primi scontri[modifica | modifica sorgente]

Battaglia navale di Marsiglia[modifica | modifica sorgente]

Il primo scontro avvenne nell'ambito della fondazione di Massalia, la attuale Marsiglia, intorno al 600 a.C. ed avvenne in mare: i Greci misero in fuga le navi puniche.

Tentativo di Pentatlo[modifica | modifica sorgente]

Il tentativo di creare una colonia greca in territorio fenicio/elimo per poter meglio gestire le rotte con Spagna e Sardegna sfociò nella battaglia del promontorio di Lilibeo tra le città di Selinunte (greca) e Segesta (elima filo-cartaginese). Intorno al 580 a.C. Pentatlo di Cnido, a guida di un numeroso gruppo di Cnidii e Rodii, in prossimità di capo Lilibeo, guidò i Greci di Selinunte nel territorio nemico. I Segestani risultarono vincitori e lo stesso Pentatlo venne ucciso[8]. Nel 576 a.C. trattati di pace sancirono la cessione ai vecchi proprietari delle terre occupate dai Selinuntini.

Spedizione di Malco[modifica | modifica sorgente]

Mozia: ricostruzione del lato nord della città come doveva apparire nel V secolo a.C.
Luogo della battaglia di Alalia.

Ma la situazione non si doveva esser stabilizzata se i Cartaginesi fra il 560 a.C. ed il 550 a.C. decisero di inviare in Sicilia il generale Malco al comando di un esercito che riportò dei successi militari contro i Greci dell'occidente siculo. La dimostrazione di forza era stata probabilmente concertata con gli alleati fenici ed elimi di Sicilia col fine ultimo di un consolidamento dell'area in funzione anti-ellenica.
Contemporaneamente, infatti, ad Erice ed a Mozia vennero potenziati i sistemi difensivi, irrobustendo le mura secondo la tecnica greca; nella città dello Stagnone in particolare fu creato un sistema di 2.375 metri di mura munite di 20 torrioni quadrangolari ed una grande porta nel lato nord che ne racchiudeva tre in successione. La spedizione pose di fatto tutte le città elime e fenicie di Sicilia sotto una sorta di protettorato punico.

Battaglia di Alalia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Alalia.

Gran parte degli scontri tra Greci e Punici avvennero in Sicilia o in Africa. Le eccezioni furono gli scontri navali per la fondazione di Marsiglia e la battaglia di Alalia che rappresentò la fine dell'espansionismo greco nel mediterraneo nord-occidentale. I coloni ionici di Focea avevano fondato nel 565 a.C. Aleria (in greco Alalia) in Corsica; proprio questa città costiera ricevette gli esuli dalla madrepatria nel momento in cui questa cadde nelle mani di Ciro il Grande. Le flotte congiunte di Etruschi e Cartaginesi, tra il 540 a.C. ed il 535 a.C. affrontarono la flotta greca davanti alle coste della Sardegna: fino ad allora padroni dell'alto Tirreno, i due popoli intuirono il rischio di una massiccia colonizzazione di Corsica e Sardegna proveniente dalla Ionia[9]. La battaglia non ebbe vincitori né vinti, o meglio, seguendo Erodoto, i Focesi riportarono una vittoria cadmea che li convinse ad abbandonare la Corsica per dirigersi, con le pentecontere superstiti, verso la Magna Grecia dove si stanziarono ad Elea[10].

Colonia di Dorieo[modifica | modifica sorgente]

A riprova della tendenza espansionistica greca, nel 510 a.C. il principe Dorieo, figlio del re Anassandrida di Sparta, conquistò alcuni territori nella zona di Erice (città elima filo-punica), fondandovi la colonia Eraclea[11] forse in prossimità del promontorio del Monte Cofano[12]. I greci furono scacciati e lo stesso Dorieo perse la vita ad opera di un esercito di Segestani e Cartaginesi[13].

Prima campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Nel 480 a.C. la Sicilia divenne il teatro della prima grande campagna militare cartaginese, che si interruppe quasi subito per la sconfitta dei Cartaginesi.

Battaglia di Imera[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Imera (480 a.C.).

Nel 483 a.C. il tiranno di Imera, Terillo, amico di Amilcare Magone, era stato cacciato dalla sua città dal tiranno Terone di Agrigento. Terillo si rivolse, allora, per aiuti a Cartagine, dando come ostaggi ad Amilcare per provargli la propria fedeltà i figli del genero Anassilao.

Rappresentazione artistica della battaglia.

I Cartaginesi, forse di concerto con i Persiani che si apprestavano ad invadere la Grecia, prepararono per 3 anni il più grande esercito che avessero mai formato, al comando del generale Amilcare Magone. La tradizione ci tramanda il numero, quasi sicuramente esagerato, di 300.000 uomini riguardo alla consistenza dell'esercito cartaginese ma di sicuro Cartagine mise in campo una forza formidabile, sufficiente a conquistare, se vittoriosa, molte città siceliote. Probabilmente l'esercito di Amilcare non contava più di 30.000 uomini, un numero comunque superiore alle truppe guidate da Gelone di Siracusa e Terone (circa 24.000 fanti e 2.000 cavalieri). La flotta cartaginese consisteva, invece, in circa 200 navi da guerra, proprio come quella di Gelone: la flotta di Siracusa era, infatti, la maggiore del mondo greco dopo quella ateniese.

Nella navigazione verso la Sicilia, comunque, Amilcare soffrì la grave perdita della cavalleria a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Sbarcato a Palermo, portò l'esercito nei pressi di Imera. Gelone, tiranno di Siracusa, supportato dal tiranno di Agrigento Terone, affrontò il grande esercito punico che fu pesantemente sconfitto nella battaglia di Imera, appunto, dove lo stesso Amilcare trovò la morte per le ferite o per il suicidio suggerito dalla vergogna. I vincitori imposero ai vinti il pagamento delle spese di guerra (un'indennità di 2.000 talenti, pari a oltre 50 tonnellate di argento) e la clausola di abbandonare l'uso punico di sacrificare bambini agli dei. Cartagine fu gravemente indebolita dalla sconfitta (distruzione della flotta e dell'esercito mercenario) e il vecchio governo, allora nelle mani della famiglia dei Magone, fu sostituito dalla Repubblica Cartaginese: un regime aristocratico che durò fino alla fine di Cartagine. Per i successivi settant'anni i Cartaginesi non inviarono ulteriori spedizioni militari in Sicilia.

Seconda campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Dopo il 413 a.C., anno della sconfitta di Atene sotto le mura di Siracusa, Segesta, alleata degli sconfitti, cercava altri protettori nei confronti della invadenza di Selinunte, alleata di Siracusa. Cartagine aveva grossi interessi nella punta occidentale sicula e raccolse la richiesta di aiuto degli Elimi, che si erano offerti di diventare membri dipendenti dell'impero cartaginese. Dopo gli eventi della seconda campagna siciliana la sfera di influenza cartaginese sull'occidente siciliano sfocia in una vera e propria "epicrazia"[14], configurandosi pienamente in una zona di controllo militare e commerciale.

Selinunte espugnata[modifica | modifica sorgente]

Prima di intervenire con il proprio esercito in aiuto di Segesta, Cartagine compì alcuni tentativi diplomatici nei confronti di Selinunte e Siracusa, ma i Selinuntini si dimostrarono intransigenti e non vollero scendere a patti. Nell'attesa di radunare un grande esercito che invadesse in forze la Sicilia, nel 410 a.C. Annibale Magone, nipote di Amilcare, si accontentò di radunare solo 5.000 libi e 800 mercenari campani (che si trovavano in Sicilia dopo il fallimento della spedizione ateniese contro Siracusa nel 413 a.C.), con cui ricacciò i Selinuntini nel loro territorio. Nel 409 a.C. Annibale Magone guidò quindi un grande esercito[15] che sbarcò in Sicilia nei pressi del promontorio di Lilibeo[16]. Assaltò poi con violenza Selinunte[17] dopo aver ricevuto aiuti da Segesta e da altri alleati[18]. La città, che fino ad allora aveva mantenuto rapporti di non belligeranza se non di alleanza con Cartagine, non riuscì a ricevere in tempo aiuti dalle altre città siceliote e fu espugnata dopo nove giorni d'assalto con enormi torri d'assedio: 16.000 cittadini furono trucidati e 5.000 deportati[19].

Vendetta contro Imera[modifica | modifica sorgente]

Il condottiero cartaginese si mosse allora con 40.000 uomini verso Imera per assediarla; a questo contingente si unirono 20.000 Sicani e Siculi. La città era difesa da circa 4.000 greci, in gran parte provenienti da Siracusa. Respinto il primo assalto, gli Imeresi tentarono una disperata sortita il mattino seguente, ma furono ricacciati in città con gravi perdite. Nella notte, Diocle (capo dei soccorritori siracusani), temendo che Annibale interrompesse l'assedio per marciare su Siracusa, decise di abbandonare la città e consigliò agli Imeresi di fare lo stesso, approfittando dell'arrivo di 25 navi da guerra siracusane richiamate dall'Egeo. Metà della popolazione riuscì a fuggire in tempo sulle navi, ma il giorno seguente i Cartaginesi dilagarono nella città uccidendo o facendo prigioniera il resto della popolazione: donne e bambini vennero distribuiti come ricompense fra i soldati, mentre gli uomini, in numero di 3.000, vennero torturati e sacrificati sul luogo in cui era stato ucciso Amilcare (nonno di Annibale). La città venne rasa al suolo e non fu mai più abitata. Sciolto l'esercito, il generale punico tornò a Cartagine portando con sé un immenso bottino[20].

Terza campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Nel 406 a.C. Cartagine, usando come pretesto le incursioni del siracusano Ermocrate nelle regioni di Mozia e Palermo, decise di tentare la conquista dell'intera Sicilia, nonostante i cittadini siracusani contrari a Ermocrate fossero ricorsi a negoziati nel tentativo di evitare la guerra[21]. Annibale Magone ripartì, quindi, alla conquista delle città greche della costa meridionale siciliana con un esercito di Libi, Maurusi, Iberi, Fenici, Campani e Numidi.[22].

Cade Agrigento[modifica | modifica sorgente]

I Siracusani, vinta una piccola battaglia navale coi Cartaginesi nei pressi di Erice, intuendo l'imminente spedizione punica inviarono invano richieste d'aiuto alle città greche d'Italia ed a Sparta.

Ricostruzione dell'Olympeion di Agrigento, massimo monumento commemorativo del successo militare di Imera, non ancora completato al momento dell'assedio punico.

Annibale come prima mossa assediò la città di Akragas, cui aveva invano chiesto di allearsi o restare neutrale. Grazie alla posizione difficilmente prendibile (Akragas sorgeva su colline scoscese che erano state fortificate da ciclopiche mura nei punti più vulnerabili) gli Agrigentini respinsero l'attacco e lo stesso Annibale morì in un'epidemia di peste che divampò nell'accampamento cartaginese.

Il vice di Annibale, Imilcone, riuscì a risollevare gli animi nell'accampamento cartaginese[23], ma dovette fronteggiare l'arrivo di 35.000 siracusani in aiuto ad Akragas. Nella battaglia per intercettare l'esercito siceliota, i Cartaginesi ebbero la peggio e persero 6.000 uomini. I generali agrigentini non sfruttarono però l'occasione di rompere l'assedio ed attaccare i Cartaginesi in ritirata. La situazione si capovolse nuovamente nelle settimane successive, quando una flotta di Imilcone, salpata da Palermo e Mozia, riuscì ad ottenere una grande vittoria contro un convoglio di navi siracusane che portavano provviste ad Agrigento. I mercenari campani e gli alleati greci che difendevano Akragas, giudicando disperata la situazione, decisero allora di abbandonare la città e furono presto seguiti dai civili. La città sguarnita fornì ai Punici un bottino mai visto: dopo sette mesi di assedio, Akragas cadde nel dicembre del 406 a.C.

Cadono Gela e Camarina[modifica | modifica sorgente]

Conquistata Akragas, Imilcone pose l'assedio a Gela. Gli abitanti di Gela resistettero fino all'arrivo di Dionisio I, nuovo tiranno di Siracusa, che era giunto in soccorso con un esercito di circa 30.000 fanti, accompagnato da una flotta di 50 navi. Dopo uno stallo di qualche settimana di fronte alle mura di Gela, Dionisio tentò un assalto di sorpresa all'accampamento punico, ma l'attacco venne respinto. Dionisio I, visto il fallimento della sua offensiva, decise di evacuare nottetempo tutta la popolazione di Gela e successivamente anche quella di Camarina, visto che non sarebbe riuscito a difendere nemmeno questa città. Imilcone poté quindi occupare le due città sulla strada di Siracusa senza colpo ferire.

Pestilenza e fine delle operazioni di guerra[modifica | modifica sorgente]

Arrivato fin sotto le mura di Siracusa, l'esercito cartaginese venne tuttavia colpito da un'epidemia che fece perdere a Imilcone la metà dei suoi uomini e lo costrinse a offrire un trattato di pace (404 a.C.) a Dionisio prima di ritornare a Cartagine: i Cartaginesi avrebbero conservato l'egemonia sui territori dei Sicani e degli Elimi; le città conquistate potevano essere ripopolate a patto di non erigere mura difensive e pagare un regolare tributo a Cartagine; Leontini, Messina e tutte le altre città siceliote e sicule rimanevano libere di reggersi con proprie leggi. Imilcone tornò trionfalmente in Africa e sciolse il suo esercito[24].

Quarta campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Mappa tattica dell'assedio di Mozia A: Flotta punica di Imilcone; B: lingua di terra oggi scomparsa attraversata dalla flotta di Dionisio trasportata a braccia (il tratto univa Capo San Teodoro all'Isola Lunga, allora penisola); C: accampamento di Dionisio.

Subito dopo la partenza dei Cartaginesi, Dionisio I cominciò a fare progetti per eliminare la presenza punica dalla Sicilia. Innanzitutto fece costruire a Siracusa un eccezionale apparato difensivo (27 km di mura) il cui fulcro era il castello Eurialo, la più imponente ed evoluta opera difensiva della grecità; inoltre fortificò l'isola di Ortigia, rendendola una fortezza praticamente inespugnabile, in cui era ammessa soltanto la sua guardia del corpo. Nel frattempo ignorò completamente gli articoli del trattato firmato l'anno prima con Imilcone, che garantiva l'autonomia delle città greche di Sicilia, e nel 403 a.C. sottomise Nasso, Catania e Leontini, trasferendone gli abitanti a Siracusa. Nel 398 a.C., quindi, chiamati a raccolta i reduci dalla invasione cartaginese e allestita una imponente flotta, ruppe il trattato di pace sconfinando con 80.000 fanti e 3000 cavalieri nella zona di Erice, città elima dalla quale il tiranno ricevette aiuti militari. Arrivò quindi di fronte alla città fortificata di Mozia, situata su un'isola poco distante dalla costa siciliana e collegata ad essa da una sola strada: gli abitanti distrussero immediatamente la strada per impedire l'assedio. A questo punto anche le città dei sicani passarono dalla parte dei greci, rimanendo di parte punica solo gli abitanti di Selinunte, Palermo, Segesta, Entella ed Ancira, città che subirono la devastazione delle campagne.

Fine di Mozia[modifica | modifica sorgente]

Ricostruzione di gastraphetes, arma usata dai Greci nel 398 a.C. per espugnare la città.

Il capo cartaginese Imilcone cercò di distogliere Dioniso dall'assedio di Mozia con una incursione nel porto di Siracusa; l'incursione portò alla distruzione di diverse navi, ma Dionisio continuò l'assedio di Mozia costruendo un molo di accesso alla fortezza e sfruttando macchine d'assalto di nuova concezione: catapulte e torri d'assedio di sei piani[25]. Imilcone salpò quindi colla flotta da Selinunte ed entrò nella laguna dello Stagnone dove distrusse molte navi siracusane, ma Dionisio ebbe l'idea di far trasportare a braccia in mare aperto, fuori dalla laguna, le rimanenti navi attraverso un breve tratto di terra, spiazzando tatticamente il nemico che si trovava a quel punto in parte all'interno della laguna. La mossa temeraria dei Siracusani ed il tiro delle catapulte indussero i Cartaginesi a ritirarsi e abbandonare Mozia al suo destino. Dionisio si poté così dedicare all'assalto di Mozia che capitolò solo dopo un sanguinoso assedio. I Moziesi sopravvissuti furono tutti venduti ad eccezione dei greci che vi vivevano che finirono crocifissi. Dopo aver lasciato in città una piccola guarnigione di Siculi e una flotta comandata dal fratello Leptine per impedire ai Cartaginesi di sbarcare un esercito in Sicilia, Dionisio I tornò a Siracusa.

Assedio di Siracusa[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi assedio di Siracusa (397 a.C.).

Cartagine inviò nuovamente in Sicilia Imilcone al comando di un grande esercito di Libi e Iberi[26]. Il generale punico fu abile a evitare la flotta di Leptine (che riuscì a intercettarne solo una parte, affondando 50 navi da trasporto con 5.000 soldati) e a sbarcare a Palermo. Riprese Erice e Mozia[27], Imilcone marciò verso Messina, per impedire che arrivassero aiuti a Dionisio dall'Italia o dalla Grecia, e la espugnò, quindi avanzò verso Siracusa. A questo punto Dionisio tentò di isolare la fanteria di Imilcone dalla flotta che l'accompagnava: Leptine con 180 navi siracusane attaccò la flotta cartaginese (circa 200 navi) al largo di Catania, ma le navi puniche, più leggere ma anche più numerose e meglio manovrate, vinsero la battaglia navale[28] e Dionisio dovette ritirarsi a Siracusa. Imilcone arrivò così a porre sotto assedio la città, ma per la seconda volta Siracusa fu salvata da un'epidemia che colpì l'esercito cartaginese nell'estate del 396 a.C. Dionisio colse l’attimo di debolezza del nemico per attaccarlo e metterlo in fuga: Imilcone scappò in Africa imbarcando una parte dell'esercito sulle 40 triremi superstiti, il resto dell'armata punica si arrese o fu catturata. Per l’onta Imilcone si lasciò morire di fame a Cartagine. Dionisio allora fece ripopolare Messina, le cui campagne furono oggetto di una nuova incursione cartaginese proveniente dai possedimenti punici guidata da Magone: una nuova vittoria siracusana liberò la zona dello Stretto e costrinse i Cartaginesi alla pace. Cartagine manteneva le città fenice, elime e sicane nella Sicilia occidentale, rinunciando a qualsiasi pretesa alle città greche e sicule della Sicilia orientale. Dionisio I poté così dedicare le proprie mire espansionistiche ai danni delle città italiote[29].

Quinta campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Battaglie di Cabala e monte Kronion[modifica | modifica sorgente]

I Cartaginesi, riorganizzatisi nel periodo in cui Dionisio I combatteva in Italia e prendeva Reggio, nel 382 a.C. tornarono in Sicilia, trovando appoggio fra gli italioti, pronti a sostenere Cartagine per timore dei Siracusani. Dopo alcuni anni di schermaglie inconcludenti, nel 375 a.C. le truppe cartaginesi furono sconfitte a Cabala, nella parte occidentale dell'isola[30]. Approfittando di una breve tregua, Cartagine riorganizzò l'esercito e nei pressi del monte Cronion o Kronion (chiamato oggi S. Calogero: località presso Sciacca, l'antica Terme Selinuntine) stavolta furono i Punici guidati dal figlio di Magone a sconfiggere le truppe di Dionisio: i Siracusani persero circa 14.000 uomini, tra cui anche il fratello di Dionisio I, Leptine[31]. Le due parti quindi ritennero vantaggioso stipulare un trattato di pace che sanciva che i Cartaginesi avrebbero tenuto tutte le città assoggettate (Selinunte, Eraclea Minoa e Terme Selinuntine) ed il territorio di Akragas a ovest del fiume Halykos o Alico (l'odierno Platani)[32], mentre Dioniso si impegnava a pagare le spese di guerra, pari a 1.000 talenti. La linea di demarcazione tra Cartagine e Siracusa lungo il corso dell'Alico sarebbe rimasta immutata per circa un secolo.

Assedio di Lilibeo[modifica | modifica sorgente]

Meno di dieci anni più tardi, nel 367 a.C. Dionisio I ritentò l'eliminazione totale dei Punici dall'isola: con un esercito di 33.000 uomini prese Selinunte, Erice, Entella ed assediò Lilibeo, la città divenuta la nuova roccaforte cartaginese dopo la fine di Mozia. Ma una flotta di 200 navi cartaginesi giunte in soccorso riuscì a sorprendere e sconfiggere una flotta di 130 triremi siracusane presso il porto di Erice, Drepana, ponendo termine all'assedio.

Dionisio II[modifica | modifica sorgente]

Dopo alcuni mesi morì Dionisio I e gli succedette Dionisio II, il quale, pur disponendo di un enorme[33] esercito, essendo meno bellicoso del padre si occupò soprattutto di mantenere il potere messo in pericolo dalla fazione democratica[34] e da Iceta di Leontini: questi, infatti, si era alleato segretamente coi Cartaginesi per prendere il potere a Siracusa.

Sesta campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Nel 345 a.C. gli aristocratici siracusani chiesero alla madrepatria Corinto di liberarli dalla tirannide di Dionisio II. Corinto inviò il generale Timoleonte, a capo di una flottiglia di nove navi e di un contingente di 1.000 mercenari. Timoleonte riuscì ad eludere la flotta cartaginese che gli impediva di arrivare in Sicilia e a sbarcare a Taormina, che designò come propria base militare. L'obiettivo di Timoleonte, alleatosi al tiranno Mamerco di Catania, era Siracusa, che era in gran parte controllata da Iceta supportato dai Cartaginesi[35], mentre Dionisio II resisteva disperatamente nell'isola-fortezza di Ortigia. Timoleonte sconfisse l'esercito di Iceta, tre volte superiore al suo, ad Adranon e dopo la sconfitta Dionisio II si consegnò a Timoleonte e fu da lui esiliato a Corinto.

Fiumi di rilievo (nomi antichi).

Conquistata Siracusa, Timoleonte distrusse le fortificazioni di Ortigia e decretò la democrazia.

Battaglia del Crimiso[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Crimisso.

Alleatosi con molte città sicule e sicane, Timoleonte prese Entella e decise di tenere il fulcro delle sue operazioni militari in territorio ostile per non disturbare i territori degli alleati. Nell'estate del 339 a.C. al comando di un contingente inferiore numericamente all'avversario cartaginese[36], risultò vittorioso in quella che viene ricordata come la battaglia del Crimiso, dal nome del fiume presso cui avvenne. Secondo la versione corrente a questo punto i tiranni sicelioti, opponendosi alla egemonia siracusana, spinsero Timoleonte ad accettare un trattato di pace che, pur rendendo libere tutte le città greche dal giogo cartaginese e vietando a Cartagine di supportare i tiranni avversi a Siracusa, riportava il confine tra territori punici e greci al fiume Platani, vanificando di fatto la vittoria greca[37].

Settima campagna siciliana[modifica | modifica sorgente]

Imprese di Agatocle[modifica | modifica sorgente]

Nel 315 a.C. Agatocle, divenuto tiranno di Siracusa anche grazie all'aiuto cartaginese dopo un periodo di circa venti anni di tranquillità politica e sociale con Timoleonte, fece rientrare nella sua area di influenza la città di Messina ed altre città siceliote come Milazzo, Centuripe e Taormina[38]. Nel 311 a.C. rompendo gli accordi di pace con i cartaginesi (che prevedevano che Cartagine controllasse la Sicilia occidentale fino ai territori di Selinunte a sud ed Imera a nord) conquistò diverse piazzeforti puniche e devastò le campagne di Agrigento, città che ospitava molti esuli di diverse città che gli erano fieramente contrari.

Battaglia di Ecnomo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia dell'Imera.

Nel 310 a.C. Amilcare, nipote di Annone il Navigatore, attraversò il Canale di Sicilia alla guida di un esercito di 14 000 soldati al quale si unirono molti uomini delle città alleate siciliane: 45 000 soldati si disposero quindi sulla collina di Ecnomo[39], in prossimità dell'odierna Licata. Agatocle, dopo aver conquistato Gela, attaccò battaglia nei pressi del fiume Imera Meridionale (oggi Salso), ma venne sbaragliato.

Amilcare II assedia Siracusa[modifica | modifica sorgente]

In breve molte città greche si allearono ai Cartaginesi, stanche dello strapotere di Agatocle, e Siracusa si ritrovò sotto l'assedio delle truppe di Amilcare. Ma Agatocle, considerando insuperabile dal nemico il possente apparato difensivo della città, raccolse gli uomini per una spedizione apparentemente folle: decise, infatti, di attaccare direttamente Cartagine, che sapeva senza esercito, così salpò nottetempo dall'assediata Siracusa alla volta dell'Africa con la sua flotta di 60 navi da guerra e 14 000 uomini alla volta.

Cartagine assediata[modifica | modifica sorgente]

Oplita del Battaglione Sacro cartaginese.

Dopo sei giorni e sei notti di navigazione, sbarcato nei pressi di Cartagine, Agatocle bruciò le navi ed assediò la città. Si verificò così, per la prima volta nella storia, una situazione paradossale, in cui anche gli assedianti sono assediati. I Cartaginesi, presi in contropiede da tale mossa ed incapaci di liberarsi da soli dei Siracusani a cui si era unito un contingente di 10 000 Greci di Cirene, nel 307 a.C. decisero di richiamare gran parte dei loro uomini impiegati in Sicilia. Tanto più che due anni prima, nel 309 a.C., Amilcare II era stato sconfitto fuori dalle mura di Siracusa: catturato dai Siracusani, era stato torturato fino alla morte. Dato, quindi, che i Cartaginesi si stavano ritirando dalla Sicilia, allentando l'assedio a Siracusa per soccorrere Cartagine, Agatocle, forte dei successi in Africa tra i quali la presa di Utica, fece ritorno in Sicilia con 2 000 uomini per fronteggiare una coalizione di città siciliote ribelli capeggiate da Akragas e liberare definitivamente Siracusa. Però in Africa in sua assenza la situazione dei Greci andò rapidamente peggiorando e nemmeno il ritorno del tiranno fra le sue truppe (composte da circa 6 000 Greci, 6 000 mercenari celti, sanniti ed etruschi e 10.000 Libi) le salvò da una serie di sconfitte: l'esercito greco si ammutinò allora ad Agatocle, che fu costretto a fuggire nottetempo in Sicilia.

Sconfitto in Africa, ma padrone di buona parte della Sicilia ad eccezione di Agrigento e dei possedimenti punici (il confine era ancora il fiume Alico), Agatocle mise a ferro e fuoco Segesta, rea di non averne soddisfatto le richieste di denaro: molti Segestani furono uccisi crudelmente e molti venduti come schiavi, la città cambiò il nome in "Diceopoli"(città giusta). Il tiranno riuscì quindi a strappare gran parte della Sicilia alla sfera di influenza punica, trasformando però l'isola con la sua crudeltà in un luogo di scorrerie e di povertà. Il controverso tiranno morì nel 288 a.C. mentre era intento a costruire una flotta che fosse in grado di riappropriarsi dei traffici marittimi e scacciare i Cartaginesi dalla Sicilia.

Dopo Agatocle[modifica | modifica sorgente]

Succeduto ad Agatocle, il tiranno Iceta ottenne una vittoria presso Ragusa contro gli Agrigentini supportati dai Cartaginesi, ma fu da questi sconfitto nel 279 a.C. presso il fiume Terias[40]. Deposto ed esiliato, fu sostituito da Tinione, il quale però dovette difendersi dalle mire di Sosistrato, tiranno di Agrigento, appoggiato da una parte dei cittadini di Siracusa.

Pirro in Sicilia[modifica | modifica sorgente]

Busto di Pirro di epoca romana, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre pirriche.

Anche il passaggio di Pirro in Sicilia può essere annoverato nello scontro tra Greci e Punici. Pirro, impegnato contro Roma, riteneva che il possesso della Sicilia gli avrebbe permesso di accrescere grandemente la propria potenza, consentendogli di imprimere una svolta decisiva anche alla guerra contro Roma. Inoltre era genero di Agatocle, di cui aveva sposato la figlia Lanassa nel 295 a.C. Infine, se avesse rifiutato di accorrere in aiuto delle città siceliote, tutta la sua costruzione propagandistica, fondata sulla difesa della grecità d'Occidente contro i barbari romani o cartaginesi, sarebbe crollata[41].

Nel 278 a.C. il re dell'Epiro, decise, quindi, di assecondare le città greche di Sicilia che gli proponevano di scacciare dall'isola i Cartaginesi, che stavano assediando Siracusa (sempre divisa in fazioni rivali) con 100 navi e un potente esercito. L'epirota fu nominato re di Sicilia e vi sbarcò con un esercito composto da una ventina di elefanti, una gran varietà di macchine d'assedio e 10.000 soldati, arrivati fino a 37.000 grazie ai rinforzi dei Sicelioti.

Pur non attaccando Messina, rimasta fedele a Cartagine dopo la conquista da parte dei mercenari campani di Agatocle (i Mamertini), distrusse le piazzeforti dei Mamertini e ne uccise gli esattori e nel 277 a.C. catturò Erice, la più munita fortezza filo-cartaginese sull'isola. A ruota seguirono le conquiste di Palermo, Eraclea Minoa ed Azone e la resa di altre città filo-puniche come Segesta, Iato e Selinunte[42] nel 276 a.C.

Nello stesso anno Pirro aggredì la fortezza di Lilibeo, ma la città, resa inespugnabile dal soccorso cartaginese, resistette all'assedio. La mancata vittoria finale ed il suo dispotismo nei confronti delle città alleate (uccise Tinione e provocò la fuga di Sosistrato), sottrasse a Pirro il sostegno dei sicelioti. Nel 276 a.C. fu quindi costretto ad abbandonare la Sicilia e venne attaccato nella traversata dello Stretto di Messina dalla flotta cartaginese, che affondò o catturò 70 delle sue 110 navi. Fu questo l'ultimo tentativo di un esercito greco di scacciare i Cartaginesi dalla Sicilia: ormai l'isola stava per diventare il campo di battaglia di Roma e Cartagine.

Mamertini e Roma[modifica | modifica sorgente]

I Mamertini, nutrita compagnia di mercenari campani al soldo di Agatocle, alla morte del tiranno si trovarono improvvisamente senza lavoro. Espulsi dalla popolazione siracusana con l'accordo di lasciare l'isola, anziché lasciare la Sicilia, dopo essere stati accolti a Messina, ne presero stabilmente il controllo con la violenza[43]. I "Mamertini" (figli di Marte) controllavano Messina spargendo terrore nei territori circostanti. Per difendersi dall'attacco del nuovo tiranno di Siracusa, Gerone, nel 265 a.C. chiesero aiuto sia a Roma che a Cartagine.

Roma, invocata dai Mamertini minacciati dai Siracusani, vide nella occupazione di Messina un mezzo per impadronirsi dei commerci nello stretto e anticipò i Cartaginesi nell'entrata in città. La dichiarazione di guerra a Cartagine e la conquista della città da parte di Roma segnò la fine delle guerre greco-puniche e l'inizio delle Guerre puniche.

Le due potenze (Cartagine e Siracusa), che fino a quel momento si erano contese il controllo della Sicilia e del Mediterraneo, ebbero a quel punto in Roma il nuovo fatale nemico, un nemico che le avrebbe superate in organizzazione ed astuzia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Con minore attinenza "guerre siciliane"; solo con il nome "guerre greco-puniche" rientra in questa voce, ad esempio, anche lo scontro navale di Alalia.
  2. ^ Le imprese dei Greci vengono magnificate dalle fonti che sono in gran parte greche.
  3. ^ Erodoto, Storie, trad. Piero Sgroj, 145-2.
  4. ^ Per lo storico la parte nord-occidentale dell'Africa era parte integrante dell'Europa.
  5. ^ G.E.Di Blasi, Storia del regno di Sicilia, Vol. I, pag. 314.
  6. ^ Siceliota: greco di Sicilia.
  7. ^ Tucidide, La guerra del Peloponneso, VI, 6.
  8. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, V, 9, 3.
  9. ^ Erodoto, Storie, I, 170.
  10. ^ Erodoto, Storie, I, 166-167.
  11. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, IV, 22-23.
  12. ^ Articolo di M. Vento su Archeomania.com.
  13. ^ Erodoto, Storie, V, 46.
  14. ^ Vedasi l'intervento di S.Cataldi alle IV giornate Elime.
  15. ^ 204.000 uomini secondo Eforo e 100.000 per Timeo. Cifre precise non se ne conoscono, ma è probabile che l'esercito di Cartagine fosse superiore a tutti quelli che gli furono inviati contro dai Sicelioti e che contasse 50.000 uomini (era formato da libi e mercenari iberici e greci).
  16. ^ Non vi esisteva ancora l'omonima città, la cui nascita avvenne dopo la distruzione di Mozia.
  17. ^ Secondo lo storico Brian H. Warmington, Annibale si trovava in vantaggio rispetto ai generali greci poiché, dato il carattere mercenario del suo esercito, poteva permettersi di subire gravi perdite umane durante le operazioni d'assedio, cosa che i generali greci, posti a capo di truppe cittadine, dovevano evitare ad ogni costo.
  18. ^ Probabilmente Erice ed Entella.
  19. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIII, 43-62. Un'azione particolarmente orribile per i greci fu la mutilazione dei cadaveri a opera dei mercenari iberici.
  20. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIII, 59-62
  21. ^ Secondo lo storico Brian H. Warmington, i fattori decisivi nella scelta Cartaginese di invadere la Sicilia per sottometterla interamente furono il senso di sicurezza prodotto dalle vittorie di Annibale del 409. a.C. e la convinzione che Siracusa fosse troppo indebolita dalle discordie interne fra i partigiani di Ermocrate e Diocle per opporre una forte resistenza all'esercito cartaginese.
  22. ^ 120.000 uomini per Timeo, 300.000 per Eforo, secondo il resoconto di Diodoro Siculo. Sicuramente era superiore ai 35.000 soldati che gli opposero i Sicelioti. La flotta era composta da 120 triremi.
  23. ^ Diodoro racconta del sacrificio di un fanciullo.
  24. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIII, 79-114
  25. ^ Scrive Brian H. Warmington in Storia di Cartagine: "Mozia aveva probabilmente l'aspetto di una città italiana del Rinascimento, poiché molti dei suoi edifici erano delle torri di vari piani. Per impedire agli assediati di dominare gli attaccanti dall'alto di queste costruzioni, Dionisio fece erigere delle torri d'assedio di sei piani, e mentre i soldati sulla cima fornivano la copertura, in basso altre squadre attaccavano le mura a colpi d'ariete
  26. ^ Più di 300.000 uomini secondo Eforo, non più di 100.000 secondo Timeo; in realtà è probabile che fosse di poco superiore all'armata di Dionisio, forte di circa 30.000 uomini.
  27. ^ Mozia non fu mai più ricostruita dai Cartaginesi.
  28. ^ I Siracusani persero circa 100 navi e 20.000 uomini. Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XIV, 56-60.
  29. ^ Con il termine italioti si intendono i Greci della penisola italica.
  30. ^ I morti cartaginesi, fra cui lo stesso Magone, furono 10.000 e i prigionieri 5.000.
  31. ^ Secondo Brian H. Warmington questa fu una delle poche battaglie in cui un esercito cartaginese sconfisse in campo aperto un'armata greca di opliti in formazione classica
  32. ^ Cinzia Bearzot cita la battaglia ed il nome del fiume in Manuale di Storia Greca, ed. 2005, pag.191; Domenico Musti in Storia Greca (pag. 559-560) scrive della grave sconfitta a Kronion (presso Terme Selinuntine), ove morì lo stesso Leptine, fratello di Dionisio. Del fiume Halykos odierno Platani troviamo altre fonti attendibili in Storia della città di Sciacca di Ignazio Scaturro, Vol. I, pag.32.
  33. ^ Ce ne parla Plutarco in Dione: 100 galee, 100.000 fanti ben addestrati, 10.000 cavalieri, arsenali ripieni di armi e macchine da guerra.
  34. ^ Guidata da Dione
  35. ^ Cartagine inviò in aiuto di Iceta il generale Magone con 150 navi e alcune migliaia di soldati, ma l'intero contingente abbandonò Siracusa poco prima dell'arrivo di Timoleonte.
  36. ^ Secondo Brian H. Warmington, Timoleonte sconfisse con non più di 12.000 uomini un esercito punico numericamente superiore, composto da parecchie migliaia di soldati armati con armi pesanti e carri da guerra. Cartagine perse 3.000 cittadini, arruolati nella cosiddetta Compagnia Sacra (per Plutarco si trattò della maggior perdita di propri cittadini che Cartagine avesse mai subito in battaglia).
  37. ^ Secondo una suggestiva ipotesi alternativa l'Alico è il fiume Delia o delle Arene ad ovest di Selinunte: in questo caso la battaglia del Crimisso avrebbe portato al guadagno di tutto il territorio selinuntino (la cui città altrimenti sarebbe rimasta nell'area controllata dai Punici)
  38. ^ Città dalla quale venne esiliato lo storico Timeo
  39. ^ Diodoro Siculo nel Libro 19 racconta che proprio in quel luogo Falaride, crudele tiranno agrigentino, tenesse il suo toro bronzeo, che usava per un crudele supplizio degli oppositori; il luogo veniva quindi chiamato "Ecnomon", ovvero scellerato.
  40. ^ San Leonardo presso Lentini
  41. ^ Geraci-Marcone, Storia Romana, Le Monnier, 2004, p. 85.
  42. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XXII, 10, 2
  43. ^ Episodio simile avvenne ad Entella, città elima occupata dai mercenari campani di Dionisio il vecchio

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, ll. I-V a cura di G.F. Gianotti, A. Corcella, I. Labriola, D.P. Orsi, Introduzione di L. Canfora, Palermo Sellerio, 1986; ll. XI-XV a cura di I. Labriola, P. Martino, D.P. Orsi, Palermo Sellerio, 1992; ll. XIV-XVII, a cura di T. Alfieri Tonini, Milano Rusconi, 1985; ll. SVIII-XX a cura di A. Simonetti Agostinetti, Milano Rusconi, 1988; ll. XXI-XL, a cura di G. Bejor, Milano Rusconi, 1988; IX-XIII, a cura di C. Miccichè, Milano Rusconi, 1992.
  • Herm Gerhard, L' avventura dei fenici, traduttore Pilone Colombo G., Garzanti Libri (collana "Gli elefanti. Storia"), pag. 330, 1997.
  • Tucidide, La guerra del Peloponneso, Erodoto, Storie, (Storici greci), Edizioni integrali (collana”Grandi tascabili economici Newton"), 1997.
  • Ignazio Concordia, Segesta nel mito e nella storia, Edizioni Campo, Alcamo(TP), pag. 168, 2003.
  • Ignazio Concordia, La Sicilia Antica, Vol I, Edizioni Campo Alcamo (TP), pag. 157, 1998.
  • G.E.Di Blasi, Storia del regno di Sicilia, Vol I, Edizioni Dafni Catania, Distribuzione Tringale Editore, ed. del 1844, stamperia Oretea Palermo.
  • Gin Racheli, Egadi Mare e Vita, Collana "Andar per isole", Mursia, pag. 357, 1979-86.
  • Brian H. Warmington, Storia di Cartagine, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1968.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]