Annibale

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Annibale Barca
Mommsen p265.jpg
Un busto di marmo, ritenuto di Annibale, ritrovato a Capua; alcuni storici hanno messo in dubbio la sua autenticità[1]
247 a.C. - 183 a.C.
Nato a Cartagine
Morto a Libyssa
Cause della morte suicidio con veleno
Dati militari
Paese servito Cartagine
Impero seleucide
Forza armata Esercito cartaginese
Anni di servizio 226-190 a.C.
Grado generale comandante in capo
Guerre Seconda guerra punica
Guerra contro Antioco III
Battaglie Assedio di Sagunto[2]
Battaglia del Ticino[3]
Battaglia della Trebbia[4]
Battaglia del Lago Trasimeno
Battaglia di Canne
Battaglie di Nola
assedio di Capua
Battaglia del Silaro
Prima battaglia di Herdonia
Seconda battaglia di Herdonia
Battaglia di Numistro
Battaglia di Ascoli
Battaglia di Grumento
Battaglia di Crotone
Battaglia di Zama
Comandante di Corpo di spedizione in Spagna (221-219 a.C.)
Corpo di spedizione in Italia (219-202 a.C.)

[senza fonte]

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Annibale Barca (Cartagine, 247 a.C.Libyssa, 183 a.C.) fu un condottiero e politico cartaginese, famoso per le sue vittorie durante la Seconda guerra punica. Theodor Mommsen lo ha definito "il più grande generale dell'antichità"[5].

Figlio del comandante Amilcare Barca, Annibale, profondamente nemico di Roma e deciso a combatterla, concepì ed eseguì un audace piano di guerra per invadere l'Italia. Marciando dalla Spagna, attraverso i Pirenei e le Alpi, scese nella penisola, dove sconfisse le legioni romane in quattro battaglie principali – battaglia del Ticino (218 a.C.),[3] battaglia della Trebbia (218 a.C.),[4] battaglia del Lago Trasimeno (217 a.C.), battaglia di Canne (216 a.C.) – e in altri scontri minori.

Dopo la battaglia di Canne i romani evitarono altri scontri diretti e gradualmente riconquistarono i territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. La Seconda guerra punica terminò con l'attacco romano a Cartagine, che costrinse Annibale al ritorno in Africa nel 203 a.C. dove fu definitivamente sconfitto nella battaglia di Zama, nel 202 a.C.

Dopo la fine della guerra, Annibale guidò Cartagine per alcuni anni, ma, costretto all'esilio dai Romani, nel 195 a.C. si rifugiò dal re seleucide Antioco III in Siria dove continuò a propugnare la guerra contro Roma. Dopo la sconfitta di Antioco III Annibale si trasferì presso il re Prusia I in Bitinia. Quando i Romani chiesero a Prusia la sua consegna, Annibale preferì suicidarsi; era il 183 a.C..

Dotato di grandi capacità tattiche e strategiche, avveduto e sagace, Annibale, dopo le impressionanti vittorie iniziali, continuò a battersi tenacemente in Italia per oltre 15 anni con il suo piccolo esercito di veterani isolato in territorio nemico, cercando fino all'ultimo di contrastare il predominio di Roma[6]. Per le straordinarie qualità dimostrate durante la sua carriera militare, Annibale è considerato uno dei più grandi generali della storia[7]. Polibio, suo contemporaneo, lo paragonava a Publio Cornelio Scipione Africano[8]; altri lo hanno accostato ad Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone[9][10].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

« si verum est, quod nemo dubitat, ut populus Romanus omnes gentes virtute superarit, non est infitiantum Hannibalem tanto praestitisse ceteros imperatores prudentia, quanto populus Romanus antecedat fortitudine cunctas nationes »

(IT)

« Se è cosa certa, e nessuno la mette in dubbio, che il popolo romano ha superato tutti gli altri popoli in valore, non si può tuttavia negare che Annibale superò tutti gli altri comandanti in abilità, quanto il popolo romano sta al di sopra di tutte le genti in forza »

(Cornelio Nepote, Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium, XXIII. Hannibal. 1-2)

Origini familiari e gioventù[modifica | modifica wikitesto]

Annibale (dal punico Hanniba'al חניבעל, Dono [o Grazia] di Baal) era il figlio maggiore del condottiero cartaginese protagonista della Prima guerra punica. Amilcare che era stato soprannominato "Barca" (da Barak che in punico significava "fulmine"); egli era nato nel 247 a.C. e i suoi fratelli minori erano Asdrubale Barca e Magone Barca.

Claudio Francesco Beaumont, Annibale giura odio ai Romani (olio su tela, 330 × 630 cm del XVIII secolo)

Il padre Amilcare, dopo la sconfitta di Cartagine nella Prima guerra punica e dopo aver domato la rivolta dei mercenari e dei sudditi libici,[11] era determinato, in contrasto con i propositi conservatori del partito aristocratico di Cartagine, a sviluppare un importante programma di espansione e rafforzamento della città in funzione anti-romana. Secondo la tradizione storiografica antica egli avrebbe contato in prospettiva per la lotta contro Roma, sul supporto dei suoi tre figli maschi, "i tre leoncini" allevati "per la rovina di Roma"[12].

Amilcare riuscì a convincere il "Senato" cartaginese a dargli un esercito per conquistare l'Iberia che alcune fonti indicano come un dominio cartaginese perduto.[11] Cartagine fornì solo una forza relativamente ristretta e Amilcare accompagnato dal figlio Annibale, che allora aveva nove anni, intraprese nel 237 la marcia lungo le costa del Nord Africa fino alle Colonne d'Ercole. Gli altri due figli, Asdrubale e Magone, restarono a Cartagine. In questo momento si colloca il celebre episodio del giuramento di Annibale bambino. Secondo la tradizione storiografica iniziata da Polibio e perpetuata da altri storici antichi, prima della partenza per la Spagna, Amilcare avrebbe fatto giurare solennemente al figlio che egli non sarebbe mai stato amico di Roma; l'evento, messo in dubbio dagli storici moderni, è divenuto esemplare per rappresentare simbolicamente il sentimento di odio eterno di Annibale verso Roma che rimase effettivamente l'elemento dominante della vita del condottiero cartaginese[13].

La campagna di Amilcare in Spagna ebbe successo: pur con poche truppe e pochi finanziamenti, egli sottomise le città iberiche scegliendo come base operativa la vecchia colonia punica di Gades, l'odierna Cadice. Egli riaprì le miniere per autofinanziarsi, riorganizzò l'esercito e iniziò la conquista. Fornendo alla madrepatria convogli di navi cariche di metalli preziosi che aiutarono Cartagine nel pagamento dell'ingente debito di guerra con Roma, Amilcare ottenne grande popolarità in patria. Sfortunatamente rimase ucciso durante l'attraversamento di un fiume. Venne scelto come suo successore il marito di sua figlia, Asdrubale.[14] Per otto anni Asdrubale comandò le forze cartaginesi consolidando la presenza punica, edificando una nuova città (Carthago Nova – oggi Cartagena). Asdrubale, impegnato nel consolidamento delle conquiste cartaginesi in Iberia, approfittò delle relativa debolezza di Roma che doveva fronteggiare i Galli in Italia e in Provenza per strappare il riconoscimento della sovranità cartaginese a sud del fiume Ebro.[15]

Ascesa militare (221 - 219 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Invasione di Annibale dalle Alpi, durante la seconda guerra punica.

Asdrubale morì nel 221 a.C. pugnalato in circostanze mai veramente chiarite.[16] I soldati, a questo punto, acclamarono loro comandante all'unanimità, il giovane Annibale.[17] Aveva ventisei anni e ne aveva passati diciassette lontano da Cartagine. Il governo cartaginese confermò questa scelta.[18]

« I veterani credevano (nel vedere Annibale) che fosse stato loro restituito Amilcare giovane (il padre), notando nello stesso identica energia nel volto e identica fierezza negli occhi, nella fisionomia del suo viso. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 4, 2.)

Annibale cominciò ad attaccare la popolazione degli Olcadi, che si trovavano a sud dell'Ebro, sottomettendo poco dopo la loro capitale Cartala (l'odierna Orgaz) e costringendoli a pagare un tributo (221 a.C.).[19] L'anno successivo (220 a.C.), dopo aver trascorso l'inverno a Nova Carthago carico di bottino, fu la volta dei Vaccei, che sottomise anch'essi riuscendo ad occupare le loro città di Hermantica e poi Arbocala (identificabile forse con la moderna Zamora), dopo un lungo assedio.[20] Gli abitanti di Hermantica, in seguito, dopo essersi ricongiunti con il popolo degli Olcadi, riuscirono a convincere i Carpetani a tendere al generale cartaginese una trappola sulla via del ritorno, nei pressi del fiume Tago.[21] Annibale riuscì però a battere i loro eserciti congiunti, composti da ben 100.000 armati (principalmente Carpetani). Egli infatti riuscì in un primo momento a evitare l'imboscata che gli avevano teso presso il fiume Tago, e quando le forze nemiche, a loro volta, cercarono di attraversarlo cariche di armi e bagagli per disporsi a muovere battaglia contro i cartaginesi, furono irrimediabilmente sconfitte e sottomesse.[22] Annibale, dopo due anni trascorsi a completare la conquista dell'Iberia a sud dell'Ebro, si sentì pronto alla guerra contro Roma.

Assedio di Sagunto (219 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Sagunto.
Gli ultimi giorni di Sagunto (Francisco Domingo Marqués, 1869)

Decise così di muovere guerra a Sagunto[23] – città alleata a Roma – con la motivazione che si trovava a sud dell'Ebro e quindi rientrava nei territori di competenza dei Cartaginesi e non dei Romani, anche se le era stata imposta dai Romani, con la violenza e l'inganno, un governo fantoccio filo-romano che ora attaccava gli alleati dei Cartaginesi (vedi Polibio e lo storico M. Bontempelli). L'assedio durò otto mesi e terminò nel 219 a.C. con la conquista della città.[24] Conquista agevolata da Roma che, impegnata su altri fronti, credeva di avere tempo a disposizione: "Ma, facendo ciò, i Romani sbagliarono. Li prevenne Annibale, occupando Sagunto." (Polibio). Per questo la guerra non si svolse in Spagna, nonostante i Romani avessero come base Sagunto, ma in Italia. "I Romani, avendo notizia della disgrazia occorsa a Sagunto, non stettero affatto a discutere se fare o non fare guerra, come assurdamente riferiscono alcuni scrittori" (Polibio). Invece, appena saputo dell'attacco a Sagunto, essi inviarono un'ambasceria a Cartagine per lamentare queste violazioni[25] e in cui comandavano di consegnare Annibale e tutti i suoi generali o di aspettarsi un tremendo attacco.

Il senato cartaginese, ricevuta alla fine di marzo 218 a.C. un'ambasceria romana, capeggiata dal princeps senatus Marco Fabio Buteone, non accettò le condizioni dei romani (restituzione di Sagunto e consegna di Annibale). La guerra divenne inevitabile.[26]

La seconda guerra punica (219-201 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra punica.

La lunga marcia: da Nova Carthago alle Alpi (218 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

La traversata del Rodano da parte dell'armata di Annibale (disegno di Henri Motte del 1878)

Nella primavera del 218 a.C., sul finire di maggio, dopo aver lasciato il comando della Spagna centrale e meridionale al fratello Asdrubale il giovane, Annibale, iniziò la grande marcia. 80.000[27]-90.000 fanti[28][29] e 10.000[27]-12.000 cavalieri,[28][29] oltre a 37 elefanti,[28][27] lasciarono Carthago Nova con meta l'Italia.

Dopo aver valicato il confine del fiume Ebro,[30] iniziarono i primi problemi. L'opposizione delle genti iberiche stanziate a nord dell'Ebro fu molto forte. Polibio scrive che Annibale "dovette combattere contro almeno quattro tribù": gli Ilergeti, i Bargui, gli Ausetani e i Lacetani. A difendere le nuove conquiste Tarragona, Barcino (l'odierna Barcellona), Gerona e tutta quella che oggi è nota come Costa Brava, Annibale lasciò Annone con 11 000 uomini. Altri uomini furono congedati e tornarono in Spagna.[31]

Tolti dal numero i congedati, i morti in battaglia, i dispersi e i disertori, 50 000 fanti, 9 000 cavalieri e i 37 elefanti raggiunsero la colonia greca di Emporion (attuale Ampurias) ed oltrepassarono i Pirenei valicando il Colle del Perthus durante il mese di agosto.[32] Dopo un relativamente facile attraversamento dei Pirenei, Annibale dovette scontrarsi con le tribù galliche alleate alla colonia greca di Marsiglia e – contrariamente alle aspettative del generale cartaginese – del tutto indifferenti alla situazione delle consorelle che occupavano la Pianura Padana e sentivano la pressione delle armi romane. Raggiunto il Rodano agli inizi di settembre, Annibale trovò ad aspettarlo Magilo, re dei Boi (popolazione della Gallia Cisalpina), venuto ad aiutare il generale cartaginese ad attraversare le Alpi al fine di combattere il comune nemico: Roma.[33]

Nel frattempo il console Publio Cornelio Scipione (padre del futuro Scipione l'Africano), che aveva radunato in agosto il suo esercito a Pisa per imbarcarlo alla volta della Spagna, venne raggiunto dalla notizia che Annibale aveva varcato i Pirenei e decise di bloccarlo sul Rodano poiché, non essendo il fiume guadabile, Annibale avrebbe dovuto costruire un ponte di barche per attraversarlo col suo imponente esercito, con conseguente rallentamento nella marcia. Così il console veleggiò verso la città alleata di Massilia, l'odierna Marsiglia, alle foci del fiume.[34]

Annibale dopo aver annullato la resistenza di alcune tribù celtiche, mandò la cavalleria numidica in avanscoperta e avvenne il primo contatto con l'esercito nemico: trecento cavalieri che pattugliavano la zona. Fu solo una scaramuccia, ma le distanze fra i due eserciti si erano ormai annullate.

Passaggio delle Alpi (218 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Le possibili vie seguite da Annibale per raggiungere l'Italia romana.
Uno dei "passi" da dove potrebbe essere transitato Annibale con il suo esercito e i suoi elefanti: il passo del Moncenisio.

Il generale cartaginese volle evitare lo scontro immediato con Scipione, poiché il suo scopo era di arrivare in Italia con il massimo di forze e poi infliggere una serie di sconfitte umilianti ai romani favorendo in questo modo la defezione delle popolazioni italiche assoggettate; così dopo aver fatto passare il fiume all'esercito, elefanti compresi, puntò verso nord risalendo il corso del Rodano. Polibio e Livio hanno descritto con molti dettagli la tecnica impiegata da Annibale per far attraversare gli elefanti che erroneamente gli antichi ritenevano incapaci di nuotare. Nel racconti dei due storici il condottiero cartaginese avrebbe fatto costruire grandi zattere coperte da uno strato di terreno per ingannare gli animali che docilmente salirono sulle imbarcazioni; alcuni avrebbero attraversato camminando sul fondale e usando le proboscidi mantenute fuori dall'acqua per respirare[35].

Lo storico greco Polibio scrive che Annibale arrivò col suo esercito all'altezza del fiume Isère, affluente di sinistra del Rodano, ma non aggiunge nessuna informazione circa il valico delle Alpi: probabilmente se ne era già persa la memoria o la cosa era ritenuta superflua.[36] Se avesse risalito la val d'Isère Annibale avrebbe potuto raggiungere diversi passi, come il Moncenisio oppure il lontano colle del Piccolo San Bernardo (Cremonis iugum) che viene citato anche da Cornelio Nepote con il nome di Saltus Graius.[37] Anche lo storico romano Tito Livio cita l'Isère, ma subito dopo, come se Annibale avesse fatto una inversione, ci presenta il condottiero cartaginese presso il fiume Durance (Druentia, in latino), altro affluente di sinistra che risalendo la valle del Rodano si incontra prima dell'Isère. Dalla Durance, scrive Livio, Annibale andò "per vie agevoli" al valico delle Alpi, ma non lo nomina (anch'egli evidentemente non sa quale sia o non ritiene opportuno citarlo, trattandosi di una via forse ben nota). Livio, comunque, esclude il Piccolo San Bernardo: afferma come cosa certa che il primo popolo che Annibale incontrò dopo la discesa dalle Alpi furono i Celti Taurini, mentre se fosse disceso dal Piccolo San Bernardo avrebbe incontrato i Salassi ed altri popoli. Il Monginevro (1.850 m) è uno dei passi che si possono raggiungere dalla Durance. Esso era attraversato da un antichissimo percorso che poi divenne una importante strada romana nel 121 a.C., la via Domizia.

Una più recente ricostruzione, che è compatibile con la risalita per la valle della Durance, colloca il passaggio per il Colle dell'Autaret nelle Valli di Lanzo e la discesa verso quello che è l'attuale comune di Usseglio. L'Autaret è un valico molto elevato (circa 3.000 m). Era la fine di ottobre e Annibale riuscì a raggiungere la Pianura Padana poco prima dell'inverno, mantenendo quell'effetto sorpresa che voleva ottenere.[38]

Altra ipotesi di ricerca, vede Annibale impegnato più a nord alla ricerca di una valico, indirizzato dalle guide degli alleati Boi: avendo verificato che le principali vie d'accesso alla Gallia Cisalpina (Monginevro, Moncenisio, Piccolo San Bernardo) fossero ben sorvegliate dalle truppe romane e alleate, diresse l'esercito più a nord, fino ad Agaunum (oggi Saint-Maurice (Svizzera), prossima al Lago Lemano), dove si sarebbe scontrato con la tribù dei Nantuati, subendo le più gravi perdite nel suo tragitto alpino. Da qui avrebbe risalito la valle dell'Entremont, puntando a sud e giungendo in territorio cisalpino attraverso il Col di Menouve (m 2.801) o per il vicino Col di Annibale, entrambi a est del Colle del Gran San Bernardo. A questo punto, Annibale avrebbe eluso la sorveglianza romana in territorio valdostano attraversando colli minori, quali il Col Flassin (m 2.615) e il Col di Garin (m. 2805), transitando per la Val di Cogne e giungendo in vista della pianura sui colli del Bardoney (m. 2.833) o dell'Ariettaz (m. 2.939) entrambi con sbocco in Val Soana, garantendosi così un notevole effetto sorpresa.[39]

Dei sessantamila che avevano attraversato i Pirenei, quasi 50 000 tra fanti e cavalieri e tutti i 37 elefanti (di cui, secondo Polibio, solo uno, Surus il Siriano, in un primo momento riuscirà a sopravvivere all'inverno, per poi morire l'anno successivo durante la discesa in Etruria), riuscirono ad arrivare nella Pianura Padana. Sconfiggendo tribù montane, difficoltà del terreno e intemperie, Annibale aveva compiuto una delle imprese militari più memorabili del mondo antico. Assai dettagliata è la descrizione dell'attraversamento in Livio che cita anche un geniale metodo per spaccare le rocce che impedivano il passaggio (metodo confermato anche da Vitruvio e Plinio): Annibale riscaldò la roccia e un volta raffreddatasi la spezzò dopo averla ricoperta di aceto. Interessante la visione di un gigantesco masso sopra Malciaussia volutamente spezzato dall'uomo.

Le grandi vittorie in Italia: dal Ticino a Canne (218-216 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Annibale vincitore contempla per la prima volta l'Italia, dalle Alpi, (dipinto di Francisco Goya).

La sua improvvisa apparizione fra i Galli della Pianura Padana fece staccare molte tribù dalla appena stipulata alleanza con Roma. Dopo una breve sosta per lasciare riposare i soldati, Annibale si assicurò le posizioni alle spalle sottomettendo la tribù ostile dei Taurini (nei dintorni dell'odierna Torino). Quindi mosse lungo la valle del Po sconfiggendo i Romani, guidati dal console Publio Cornelio Scipione, in un combattimento presso Victimulae lungo il Ticino; il console rischiò di essere ucciso e la cavalleria numidica si dimostrò molto pericolosa; le legioni si ritirarono e furono costrette ad evacuare buona parte dell'attuale Lombardia.[40] Nel dicembre dello stesso anno ebbe l'opportunità di mostrare la sua capacità strategica quando attaccò al fiume Trebbia, vicino Piacenza, le forze di Publio Cornelio Scipione (padre dell'Africano), cui si erano aggiunte le legioni di Tiberio Sempronio Longo.[41] Tatticamente la battaglia anticipò quella di Canne. L'eccellente fanteria pesante romana si incuneò nel fronte dell'esercito cartaginese, ma i Romani furono accerchiati ai fianchi dalle ali della cavalleria numidica e respinti verso il fiume, dove furono sorpresi da un contingente di truppe opportunamente nascosto da Annibale lungo la riva. Dei 16.000 legionari e 20.000 alleati, si salvarono circa 10.000 uomini che ripiegarono nella colonia romana di Piacenza fondata da pochi anni (218 a.C.).[4][42]

Dopo aver resa sicura la sua posizione nel nord Italia con questa battaglia, Annibale acquartierò le sue truppe per l'inverno fra i Galli, il cui zelo per la sua causa cominciò a scemare a causa dei costi del mantenimento dell'esercito punico. Nella primavera del 217 a.C. Annibale decise di trovare a sud una base di operazioni più sicura.[43] Con le sue truppe e l'unico elefante sopravvissuto all'inverno, attraversò quindi l'Appennino senza incontrare opposizione. Lo attendevano grosse difficoltà nelle paludi dell'Arno, dove perse molte delle sue truppe per i disagi e le malattie e dove egli stesso perse un occhio.[44]

« Annibale scampò a stento, con grande pena, sull'unico elefante sopravvissuto, molto sofferente per una grave forma di oftalmia che lo aveva colpito, a causa della quale gli fu infine anche tolto un occhio... »
(Polibio, III, 74, 11 e 79, 12.)

Nepote invece afferma che non poté più utilizzare l'occhio destro bene come prima.[45]

Annibale sfugge al Temporeggiatore, ingannandolo sulla reale entità delle proprie forze, applicando nella notte delle torce accese sulle corna dei buoi.[46]

Avanzò quindi in Etruria su terre più elevate, seguito dalle nuove legioni romane.[47] Dopo aver devastato e saccheggiato il territorio, organizzò un abile imboscata contro le truppe del console Gaio Flaminio. Con l'aiuto della nebbia riuscì a sorprendere i romani nella Battaglia del Lago Trasimeno; Annibale posizionò le sue truppe sulle colline che sovrastavano la via lungo il lago che le legioni, ignare del pericolo, stavano percorrendo; al momento convenuto i soldati del condottiero cartaginese calarono all'improvviso dalle colline sulle truppe romane in marcia che furono intrappolate sulle spiagge e nelle acque del lago. La battaglia si concluse con la completa disfatta dei romani; morì anche il console Flaminio, ucciso da un cavaliere celtico.[48][49][50]

Annibale credette forse di avere la strada per Roma aperta. Ma se da un lato era vero che nessun esercito si frapponeva più fra lui e Roma, man mano che si addentrava in Umbria, dovette constatare che le popolazioni continuavano a rimanere fedeli a Roma e a lui ostili,[51] pertanto preferì sfruttare la sua vittoria per spostarsi dal Centro al Sud Italia tentando di suscitare una rivolta generale contro il dominio di Roma. Suo malgrado, questa strategia a lungo andare fallì, nonostante un iniziale successo. Infatti la maggior parte delle città sottomesse a Roma non si ribellarono come lui aveva sperato.

Controllato e infastidito da vicino dalle truppe del dittatore Quinto Fabio Massimo che sarà detto "il Temporeggiatore"[52], in questa fase Annibale riuscì solo parzialmente nel suo intento di minare la solidità dello stato romano. Dal punto di vista militare invece egli continuò a mostrare una grande abilità tattica: in un'occasione, anche se apparentemente in difficile posizione nella pianura campana, riuscì a sfuggire con uno stratagemma e a raggiungere le ricche pianure dell'Apulia, dove i Romani non osarono affrontarlo per timore della superiore cavalleria cartaginese.[53] Annibale inoltre non mancò di seminare confusione e sospetto nel campo nemico incendiando e devastando i terreni attraversati dal suo esercito ma risparmiando i possedimenti di Fabio Massimo, insinuando in questo modo il dubbio su possibili accordi segreti con il dittatore romano.[54]

Annibale percorre trionfalmente il campo di battaglia di Canne dopo la vittoria (stampa ottocentesca).

Nel complesso durante la campagna del 217 a.C. Annibale non riuscì a ottenere la collaborazione delle principali popolazioni italiche, ma l'anno seguente, grazie a nuove, impressionanti vittorie, ebbe l'opportunità di mettere in grave difficoltà il sistema di alleanze di Roma con i popoli alleati dell'Italia meridionale. Un grande esercito romano costituito da otto legioni e comandato dai consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, avanzò verso di lui in Apulia e accettò battaglia nei pressi di Canne.[55] Ponendo al centro dello schieramento la fanteria ibero-gallica (che come previsto cedette rapidamente sotto l'urto dell'attacco frontale dei legionari) e sui due lati la fanteria pesante africana, armata in parte con armi romane catturate nelle precedenti battaglie, Annibale attirò la massa delle legioni romane in una trappola.[56] Nel tentativo di sfondare le linee dei Galli, i Romani furono attaccati sui fianchi dalla fanteria pesante africana e presto, compressi in uno spazio ristretto, non poterono far valere la loro superiorità numerica e furono messi in difficoltà. Inoltre la cavalleria pesante numidica sbaragliò subito la cavalleria romano-italica, e, mentre la cavalleria leggera numidica, inseguiva i resti della cavalleria nemica, rientrò in campo alle spalle delle legioni romane già in grave difficoltà, completando l'accerchiamento.[57] Annibale riuscì quindi a circondare le legioni e a distruggerle quasi completamente.[58] Le legioni romane, attaccate da tutte le direzioni e senza spazio di manovra, furono progressivamente distrutte; quasi 45.000 legionari, novanta senatori, trenta tra ex-consoli, pretori ed edili, caddero sul campo di battaglia, venne ucciso anche il console Emilio Paolo; 10.000 furono i prigionieri e solo 3.000 circa riuscirono a rifugiarsi a Venusia con l'altro console Varrone[59]

Le perdite di Annibale furono circa 6.000 uomini. Questa vittoria favorì finalmente importanti defezioni e portò al suo fianco gran parte delle popolazioni meridionali, tra cui la Daunia, parte del Sannio, la Lucania e il Bruzio, mentre l'Etruria e i Latini restarono fedeli all'Urbe. Il condottiero sperò forse in un primo tempo di aver raggiunto la vittoria finale; alcuni prigionieri furono inviati a Roma per trattare il riscatto ma il senato romano rifiutò ogni discussione e si dimostrò deciso a continuare la guerra. In queste condizioni egli non ritenne possibile portare un attacco diretto a Roma nonostante questa apparisse indebolita dopo le gravi perdite subite. Annibale quindi preferì dispiegare le truppe sul territorio occupato nel meridione per consolidare le sue posizioni e favorire ulteriori defezioni[60]. Dopo la battaglia di Canne l'evento più importante della guerra in Italia fu l'alleanza di Annibale con Capua, allora la seconda maggior città d'Italia.[61], dove l'esercito cartaginese trascorse l'inverno del 216-215 a.C., avendo finalmente la possibilità dopo tre anni di continui combattimenti, di riposare[62]. La tradizione storiografica romana ha dato grande importanza a questi cosiddetti "ozi di Capua" che avrebbero compromesso la solidità e la combattività di Annibale e del suo esercito, fiaccati dai piaceri del soggiorno nella città campana[62]. Questa interpretazione tradizionale peraltro non trova alcun riscontro in Polibio ed è stata fortemente svalutata dalla storiografia moderna che la ritiene tendenziosa ed errata; in realtà Annibale e il suo esercito avrebbero continuato a dimostrare la loro superiorità per altri undici anni in Italia senza subire reali sconfitte[62].

Gli anni trascorsi nell'Italia meridionale (215-203 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattato tra Annibale e Filippo V di Macedonia.

Negli anni successivi Annibale dovette rinunciare a grande manovre offensive e limitarsi a controllare le principali città dell'Italia meridionale. Non riuscì più a costringere i suoi nemici ad una nuova grande battaglia campale; i romani ritornarono alle tattiche di logoramento di Quinto Fabio Massimo e dispiegarono sul campo un numero sempre più elevato di legioni per controllare il territorio e recuperare lentamente le posizioni perdute[63].

Annibale cercò inizialmente di sfruttare la grande vittoria di Canne; inviò a Cartagine il fratello Magone per illustrare i brillanti successi raggiunti e richiedere rinforzi, ma i dirigenti della città, preoccupati per la situazione in Spagna, si limitarono ad inviare un piccolo contingente di cavalleria[64]. Il condottiero cartaginese nel 215 a.C. tentò di estendere il suo dominio in Italia meridionale ma subì alcuni insuccessi nel tentativo fallito di occupare Nola difesa dal tenace Marco Claudio Marcello.[65] Egli cercò anche di organizzare una grande coalizione internazionale contro Roma e concluse un importante trattato di alleanza con Filippo V di Macedonia[66], Annibale inoltre entrò in contatto anche con gli inviati del giovane re di Siracusa, Geronimo, che sembrava disposto a cooperare nella lotta contro Roma.[67]

Campagna di Annibale in Campania nel 214 a.C.

Nel 214 a.C. Annibale occupò il Bruzio e conquistò gli importanti porti di Locri e Crotone da dove sperava di poter entrare in contatto con la madrepatria[68], ma un nuovo attacco a Nola venne respinto da Claudio Marcello; nel 213 a.C. la situazione sembrò volgere nuovamente a favore di Cartagine: Siracusa ruppe l'alleanza con Roma e l'intera Sicilia si ribellò; Annibale riuscì a conquistare, grazie alla collaborazione di una fazione della città, la colonia greca di Taranto, anche se la rocca che controllava l'importante porto, rimase in mano ai Romani.[69]. Nel 212 a.C. il centro delle operazioni divenne Capua dove i Romani concentrarono sei legioni per assediare e riconquistare la città: la situazione del cartaginese divenne più difficile. Annibale continuò tuttavia a battersi coraggiosamente e raggiunse altre vittorie locali[70]; dall'Apulia ritornò in Campania in soccorso di Capua;[71] il pretore Tiberio Sempronio Gracco venne ucciso in un agguato, due formazioni legionarie romane furono distrutti nella battaglia del Silaro e nella prima battaglia di Erdonia[72]; i romani sospesero temporaneamente l'assedio di Capua.

Nel 211 a.C. tuttavia le legioni romane, in assenza di Annibale, ritornarono ad assediare Capua la cui situazione divenne drammatica. Annibale rientrò ancora in Campania con tutto l'esercito e progettò un audace incursione direttamente verso Roma: con una marcia attraverso il Sannio arrivò a tre chilometri dalla città sperando in questo modo di alleggerire la situazione di Capua.[73] L'improvvisa avanzata del cartaginese provocò il panico nella popolazione, ma, non disponendo delle forze e dell'equipaggiamento per un lungo assedio, egli ben presto dovette ritirarsi nuovamente[74]. Tito Livio nel suo resoconto di questa famosa incursione di Annibale fino alle porte di Roma (Hannibal ad portas) inserisce elementi scarsamente attendibili su eventi climatici soprannaturali che avrebbero scosso la risolutezza del condottiero e riferisce del comportamento impavido del Senato di Roma[75]. In realtà Annibale, avendo raccolto un notevole bottino dopo il saccheggio del territorio intorno a Roma e ritenendo che il suo piano per distrarre le legioni romane dall'assedio di Capua fosse sostanzialmente fallito, decise autonomamente di ritornare in Campania.[76] Il condottiero cartaginese inflisse una sconfitta alle truppe romane che, al comando del console Publio Sulpicio Galba Massimo, lo avevano seguito,[77] ma non poté più impedire la caduta di Capua.[78]

Nella città campana, le autorità locali ritennero impossibile prolungare la resistenza; ritenendo che Annibale non potesse più portare aiuto e sperando nella clemenza di Roma, decisero di arrendersi. La repressione di Roma fu spietata: i nobili campani vennero in buona parte giustiziati e tutti gli abitanti vennero venduti come schiavi; Capua, ridotta in rovina, venne trasformata in borgo agricolo sotto il controllo di un prefetto romano. La brutale vendetta di Roma fece vacillare la decisione delle altre popolazioni vicine. Annibale peraltro ottenne ancora alcune vittorie: nel 210 a.C. sconfisse un altro esercito proconsolare a Herdoniae (oggi Ordona) in Apulia. Però Quinto Fabio Massimo, nonostante i suoi quasi settant'anni, assalì Taranto che espugnò l'anno successivo. 30.000 abitanti furono venduti come schiavi. Era il 209 a.C. e Roma con 10 delle sue 25 legioni attive (circa 200.000 uomini mobilitati) continuava la graduale riconquista del Sannio e della Lucania.

Nel 208 a.C. i nuovi consoli, l'esperto Marco Claudio Marcello, la "spada di Roma" e conquistatore di Siracusa,[79] e Tito Quinzio Crispino, sembrarono decisi finalmente ad attaccare in campo aperto Annibale in quel momento accampato con il suo esercito a Venosa; ma il cartaginese si dimostrò ancora una volta superiore: i due consoli furono attirati in un imboscata, Marcello venne ucciso sul posto e Crispino mortalmente ferito. L'esercito romano, rimasto senza capi, batté in ritirata. Annibale subito accorse a Locri nel Bruzio dove disperse le forze romane che l'assediavano; cadde prigioniero anche il comandante romano, il futuro storico Lucio Cincio Alimento; la campagna del 208 a.C. si chiuse favorevolmente per il condottiero cartaginese[80].

Annibale ritrova il capo mozzato del fratello Asdrubale, ucciso dai Romani, affresco di Giovambattista Tiepolo, 1725-1730 ca, Vienna, Kunsthistorisches Museum.

Nel 207 a.C. sembrò che finalmente la madre patria avesse deciso di fornire importanti aiuti ad Annibale; il fratello Asdrubale riuscì a superare l'opposizione del giovane Publio Cornelio Scipione e marciò dalla Spagna fino in Italia dopo aver attraversato le Alpi. Annibale, informato dell'arrivo del fratello, dal Bruzio mosse verso nord; il console Gaio Claudio Nerone non riuscì a bloccarlo e il condottiero raggiunse con il suo esercito l'Apulia, dove sperava di riuscire a concertare un ricongiungimento con un esercito cartaginese che stava discendendo l'Italia agli ordini del fratello [81]. In realtà i romani intercettarono i messaggeri inviati da Asdrubale e quindi Annibale rimase all'oscuro delle sue intenzioni e rimase fermo in Apulia; il console Nerone con abile manovra tenne impegnato Annibale mentre con una parte delle sue forze marciò a nord dove insieme all'altro console Livio Salinatore sconfisse Asdrubale nella battaglia del Metauro[82]. Il fratello di Annibale venne ucciso e la sua testa venne gettata nell'accampamento cartaginese[83].

Annibale decise quindi di ritornare nelle montagne del Brutium dove era intenzionato a perseverare ancora e resistere. Il fratello superstite Magone venne fermato in Liguria 205 a.C.203 a.C. e l'alleanza con Filippo V di Macedonia non gli portò alcun vantaggio a causa del tempestivo intervento della flotta e dell'esercito romano in Grecia.

Dal 205 al 203 a.C. Annibale rimase praticamente bloccato nel Bruzio; egli difese tenacemente le sue ultime posizioni; non poté impedire la caduta di Locri ma i comandanti romani, ancora intimoriti dalla sua impressionate reputazione, rinunciarono ad attaccarlo[84]. Dopo il fallimento di Magone in Liguria nel 203 a.C. e le vittorie di Cornelio Scipione in Africa, giunse l'ordine da Cartagine di ritornare in patria e infine nell'autunno 203 a.C. Annibale dovette abbandonare l'Italia portando con sé i suoi veterani e i volontari italici disposti a seguirlo[85]. Egli in realtà era consapevole da tempo che la sua lunga campagna nella penisola era fallita; fin dal 205 a.C. aveva fatto incidere, secondo la tradizione dei condottieri ellenistici, un'iscrizione in bronzo al Tempio di Hera a Capo Lacinio dove venivano descritte le sue imprese in Italia[86].

La capacità di Annibale di rimanere in campo per quindici anni senza soste in Italia in mezzo agli eserciti nemici, nell'ostilità della popolazione, senza mezzi e aiuti adeguati; le sue quasi continue vittorie in grandi battaglie campali e in numerosi scontri minori e soprattutto la capacità del condottiero cartaginese di mantenere sempre la coesione e la fedeltà delle sue truppe nel corso dell'interminabile ed estenuante campagna, sono state considerate da Polibio i maggiori successi della sua carriera militare[87]. Anche Theodor Mommsen ha espresso grande ammirazione per la capacità di Annibale per oltre dieci anni di combattere una guerra difensiva di logoramento contro un gran numero di eserciti nemici; lo storico tedesco ritiene "meraviglioso" che il condottiero cartaginese sia riuscito a combattere con "eguale perfezione" due tipi di guerra completamente diversi: l'audace campagna offensiva dei primi anni in Italia e le lunghe operazioni difensive dal 215 al 203 a.C.[88].

Ritorno in Africa (203-202 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Particolare da un affresco (ca 1510) al Palazzo del Campidoglio (Museo Capitolino) di Roma.

Nel 204 a.C. Publio Cornelio Scipione Africano, che l'anno prima era stato eletto console, portò la guerra in Africa con 25.000 uomini. Scipione si alleò con Massinissa, re numida avversario dell'altro re numida, Siface, che lo aveva cacciato dal regno con l'aiuto dei cartaginesi, e ne poté usare la cavalleria, molto più adatta alle nuove tattiche belliche di quella romana. Cartagine cercò di intavolare trattative di pace ma Scipione sconfisse le forze di Asdrubale e Siface in due consecutive battaglie.

Il ritorno di Annibale in Africa tuttavia rinforzò la resistenza cartaginese e rinsaldò il morale della popolazione, ridando il vantaggio al partito della guerra; il condottiero ricevette il comando delle truppe disponibili, un misto di milizie cittadine e dei suoi veterani e mercenari trasferiti dall'Italia.

Nel 202 a.C., dopo un'inutile conferenza di pace con Scipione, si scontrò con lui nella battaglia di Zama. Scipione disponeva di un esercito efficiente e addestrato e poteva impiegare l'ottima cavalleria numidica di Massinissa, ma Annibale ideò un nuovo piano di battaglia che mise in difficoltà le legioni romane. La battaglia fu aspra e combattuta, l'intervento delle riserve di veterani di Annibale sembrò dare ancora una possibilità di vittoria al cartaginese ma alla fine l'arrivo della cavalleria di Massinissa fu decisivo; la vittoria di Scipione fu completa e Annibale dovette fuggire ad Adrumento con pochi superstiti[89]. La sconfitta a Zama pose fine alla residua resistenza di Cartagine e alla Seconda guerra punica, ma Annibale diede un ultima prova delle sue grandi qualità di condottiero, dimostrandosi in grado, anche nelle circostanze sfavorevoli del momento, di concepire e controllare l'andamento tattico della battaglia meglio del suo brillante avversario[90].

Annibale a Cartagine (201-195 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Annibale aveva appena 46 anni e dimostrò di saper essere non solo un condottiero, ma anche un uomo di stato. Dopo un periodo di oscuramento politico, nel 195 a.C. tornò al potere come suffeta (capo del governo). Il titolo era diventato abbastanza insignificante, ma Annibale gli ridiede potere e prestigio.

L'economia cartaginese, pur se deprivata degli introiti del commercio, stava riprendendo vigore con un'agricoltura specializzata. Annibale tentò una riforma dello Stato per incrementare le entrate fiscali, ma l'oligarchia, sempre gelosa di lui, tanto da accusarlo di aver tradito gli interessi di Cartagine quando era in Italia, evitando di conquistare Roma quando ne aveva avuto la possibilità, lo denunciò ai sempre sospettosi Romani.

L'esilio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra contro Antioco III e lega etolica.

Annibale preferì scegliere un volontario esilio. Prima tappa fu Tiro, la città-madre di Cartagine. Dopo fu a Efeso alla corte di Antioco III, re dei Seleucidi. Questo re stava preparando una guerra a Roma. Annibale si rese subito conto che l'esercito siriaco non avrebbe potuto competere con quello romano. Consigliò quindi di equipaggiare una flotta e portare un esercito nel sud Italia aggiungendo che ne avrebbe preso lui stesso il comando. Antioco III, però ascoltò piuttosto cortigiani e adulatori e non affidò ad Annibale nessun incarico importante. Nel 190 a.C. Annibale fu posto al comando della flotta fenicia, ma fu sconfitto in una battaglia alle foci dell'Eurimedonte.

Dalla corte di Antioco che sembrava pronto a consegnarlo ai Romani, Annibale fuggì per nave fino a Creta. È celebre l'aneddoto del suo inganno; i Cretesi non volevano lasciarlo più partire a meno che non lasciasse nel loro tempio principale l'oro che aveva con sé come offerta votiva. Egli allora finse di acconsentire. Consegnò un grosso quantitativo di ferro appena ricoperto da un sottile strato d'oro e trafugò invece le sue barre fondendole e nascondendole all'interno di statue di magnifica fattura che egli portava sempre con sé e che i Cretesi gli permisero di portar via. Da Creta quasi subito ritornò in Asia.

Racconta Plutarco che Annibale si spinse a cercare rifugio nel lontano regno del re Artassa, nell'attuale Armenia, dando molti consigli al proprio ospite, tra l'altro sulla costruzione di un nuova città in una zona del territorio di natura eccellente e assai amena, ma incolta e trascurata. Artassa fu ben felice di conferire l'incarico di dirigere i lavori al condottiero cartaginese, che diede prova di ottimo urbanista, contribuendo all'edificazione della nuova capitale degli Armeni, nei pressi del fiume Mezamòr, a nord del monte Ararat, che prese il nome (in onore del sovrano) di Artaxana; conosciuta per tutta l'antichità e presente a lungo nelle carte geografiche, è oggi quasi del tutto scomparsa.

In seguito Annibale tornò a volgersi ad Occidente, chiedendo rifugio a Prusia, il re di Bitinia, nell'attuale Anatolia. Qui fece costruire la seconda città dopo Artaxana, che chiamò, ancora una volta in onore del proprio ospite, Prusia – di cui ancora rimangono le vestigia dell'Acropoli – che in seguito diventerà Bursa, futura prima capitale dell'Impero Ottomano.

La parabola del condottiero cartaginese si concluse proprio in Bitinia, nei pressi di Lybissa, l'attuale Gebze, 40 km a est di Bisanzio. Secondo Nepote, un legato bitinico informò per errore l'inviato romano Tito Quinzio Flaminino, vincitore nel 197 a.C. della seconda guerra macedonica, della presenza di Annibale in Bitinia (Nep., Hannibal, XII). Ancora una volta i Romani sembrarono determinati nella sua caccia e inviarono Flaminino per chiedere la sua consegna. Prusia accettò di consegnarlo, ma Annibale scelse di non cadere vivo nelle mani del nemico. A Libyssa sulle spiagge orientali del Mar di Marmara prese quel veleno che, come diceva, aveva a lungo conservato in un anello: sangue di bue.

Curioso (ma non si sa quanto veritiero) a questo punto l'oracolo che, in giovane età, lo aveva sempre convinto che sarebbe morto in Libia, a Cartagine e che citava testualmente: "Una zolla libyssa (libica) ricoprirà le tue ossa". Immaginiamo quale fosse il suo stupore quando apprese il nome di quella lontana località in cui si era rifugiato. Le sue ultime parole si dice fossero: "Poiché i Romani non hanno tempo di aspettare la morte di un vecchio, vediamo di fare loro questo favore". L'esatta data della sua morte è fonte di controversie. Generalmente viene indicato il 182 a.C. ma, come sembra potersi dedurre da Tito Livio, potrebbe essere stato il 183 a.C., lo stesso anno della morte del suo vincitore: Scipione l'Africano.

A Gebze, più precisamente 40º 46' 57" N 29º 26' 30" E, si trova un monumento che ricorda il grande Annibale. Tale monumento fu voluto nel 1934 da Mustafa Kemal Atatürk (creatore della Turchia repubblicana), e realizzato dopo la sua morte. Tale monumento porta incisa tale epigrafe:

« Annibale 247 a.C. – 183 a.C.

Questo monumento è stato costruito come espressione di apprezzamento per il grande generale nel centesimo anniversario della nascita di Atatürk. Annibale sconfisse i Romani dopo aver ricevuto come rinforzi degli elefanti a Barletta. Quando seppe che Prusia re di Bitina stava per consegnarlo al nemico, si suicidò a Libyssa (Gebze) nel 183 a.C. »

Annibale nella Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti antiche[modifica | modifica wikitesto]

Lo storico romano Tito Livio, che descrisse vizi e virtù del grande condottiero cartaginese, di lui ricorda che:

« Massima era la sua audacia nell'affrontare i pericoli, massima la sua prudenza negli stessi, da nessun disagio il suo corpo poteva essere affaticato, né il suo coraggio poteva essere vinto. [...] Era Annibale il primo tra i fanti ed i cavalieri. Egli nell'avviarsi alla battaglia precedeva tutti, e finito lo scontro tornava per ultimo. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 4, 5-8.)

Egli aveva però anche notevoli vizi secondo lo storico:

« ...una feroce crudeltà, una perfidia più che cartaginese, niente di vero o santo, nessun rispetto per la religione, nessun timore per gli dei, nessuno per il giuramento. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 4, 9.)

Polibio riferisce che:

« È certo che nei suoi confronti prevalse, tra i Cartaginesi, la fama di avaro, tra i Romani, quella di essere crudele. »
(Polibio, IX, 26.11.)

Lo storico greco peraltro, nel suo tentativo di scrivere una storia "pragmatica" neutrale e oggettiva, emette nel complesso un giudizio molto positivo su Annibale e non da molto credito alle accuse contro di lui. Polibio, pur essendo ostaggio greco a Roma, entrato nel circolo degli Scipioni – acerrimi nemici del cartaginese – ne loda le qualità di condottiero:

« Nessuno potrebbe non approvare il modo di comandare, il valore e la forza dimostrati da quest'uomo, se considerasse la lunghezza di questo periodo, e facesse attenzione alle battaglie grandi e piccole, agli assedi, alle defezioni delle città, alle difficoltà delle situazioni e inoltre alla grandezza dell'intero piano e della sua attuazione per il quale, avendo Annibale combattuto per sedici anni senza interruzioni contro i romani in Italia, non lasciò mai le sue truppe allontanarsi dal campo di battaglia: invece tenendole unite sotto il suo controllo come un bravo timoniere, fece attenzione affinché uomini così numerosi non si sollevassero contro di lui o gli uni contro gli altri anche se impiegò soldati che non solo non appartenevano allo stesso popolo ma addirittura a razze diverse... »
(Polibio, XI, 19.)

La figura di Annibale, il grande nemico di Roma, ha sofferto inevitabilmente di una storica distorsione. I soli scritti su di lui sono le fonti romane, ovviamente molto ostili, in quanto Roma lo considerò il peggior nemico che avesse dovuto fronteggiare nella sua storia. Cicerone quando parlava dei due grandi nemici di Roma usò per Pirro il termine "onorevole", mentre definiva "crudele" Annibale.

Le accuse al cartaginese in realtà sono in parte tendenziose e frutto della propaganda romana. Riguardo la sua presunta crudeltà e empietà, le fonti ricordano peraltro che, quando al Lago Trasimeno morì il console Gaio Flaminio, Annibale ne cercò invano il corpo sul campo di battaglia. In un'altra occasione le ceneri del console Marcello furono restituite alla famiglia. Ma quando Marco Livio Salinatore e Gaio Claudio Nerone sconfissero Asdrubale alla Battaglia del Metauro, la testa del fratello di Annibale fu gettata nel campo cartaginese.

Lo storico Giovanni Brizzi ha dato una nuova interpretazione delle accuse di crudeltà e ferocia rivolte dalla tradizione antica ad Annibale; lo studioso sostanzialmente afferma che effettivamente durante la campagna d'Italia il condottiero si comportò con grande brutalità e commise numerose atrocità come l'uccisione di prigionieri, i saccheggi, le devastazioni dei terreni coltivati, le deportazioni, l'uccisione in massa di civili, la profanazione di luoghi santi[91]. Soprattutto nell'ultima parte della campagna egli infierì ancor più su avversari e popolazioni ritenute infide. Lo storico inoltre ritiene che il misterioso personaggio di "Annibale Monomaco" descritto da Polibio e ritenuto dallo storico greco il principale fautore nell'esercito cartaginese di un comportamento brutale e di una condotta criminale della guerra[92], non sia un personaggio reale ma una specie di alter ego fittizio di Annibale creato dalla fantasia dello storico spartano Sosilo per rappresentare letterariamente il "lato oscuro" della personalità del cartaginese[93].

Valutazioni moderne[modifica | modifica wikitesto]

Il nome di Annibale è molto conosciuto nella cultura popolare, a dimostrazione della sua importanza nella storia del mondo occidentale. L'autore dell'articolo nell'Enciclopedia Britannica del 1911 così lo descrive:

« Sul genio militare di Annibale non vi possono essere due opinioni. Un uomo che per quindici anni riesce a tenere il campo in una terra ostile e contro potenti forze guidate da una serie di abili generali deve essere un comandante e uno stratega supremo. Per stratagemmi e imboscate certamente superò tutti i generali dell'antichità. Senza dimenticare lo scarso aiuto fornitogli dalla madrepatria. Quando dovette fare senza i suoi veterani, organizzò sul momento truppe fresche. Non abbiamo mai sentito di ammutinamenti nei suoi eserciti anche se composti di Libici, Iberici e Galli. E ancora; tutto quello che sappiamo di lui proviene da fonti ostili. I Romani lo hanno tanto temuto e odiato che non poterono rendergli giustizia. Tito Livio parla di sue grandi qualità ma anche di suoi egualmente grandi vizi, fra cui segnala la sua più che punica perfidia e l'inumana crudeltà. Per la prima non vi era altra giustificazione della sua consumata bravura nelle imboscate. La seconda deriva, noi crediamo, dal fatto che in certi casi si comportò come le usanze belliche dell'epoca consentivano. Certo non arrivò alla brutalità di Claudio Nerone con la testa di Asdrubale. Polibio dice semplicemente che fu accusato di crudeltà da Romani e di avarizia dai Cartaginesi. In effetti Annibale ebbe acerrimi nemici e la sua vita fu una continua lotta contro il destino »

Secondo il filosofo francese Montesquieu:

« Se si esaminano bene la quantità di ostacoli che si pararono davanti a Annibale e che quell'uomo eccezionale superò tutti, si ha il più bello spettacolo che l'antichità ci abbia fornito[94] »

Le parole di Napoleone Bonaparte:

« Quell'Annibale che è veramente il più audace di tutti i generali, forse il più sorprendente, perché così ardito, sicuro, di idee così vaste in tutto...[95] »

Il politico e storico francese Adolphe Thiers, paragonandolo a Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone Bonaparte, ha scritto:

« Annibale a tutti superiore, perché il suo genio, vasto quanto il loro, era alieno da egoismo[96] »

Lo storico tedesco Leopold von Ranke:

« Nessuno ha mai eguagliato Annibale in quanto capo di un esercito in guerra[97] »

Anche il grande storico tedesco Theodor Mommsen ha esaltato Annibale nella sua monumentale opera dedicata a Roma antica:

« Nessuno come lui seppe accoppiare il senno con l'entusiasmo, la prudenza con la forza[98] »
« Egli era un uomo grande; dovunque egli andava gli sguardi si fermavano su di lui[98] »

Annibale fu anche l'eroe preferito di Sigmund Freud, come egli stesso riferisce ne l'interpretazione dei sogni, perché rappresenterebbe il conflitto tra la tenacia degli ebrei e la Chiesa Cattolica.[99].

La storiografia moderna considera senza dubbio Annibale uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi[100], "insuperato" nell'antichità, ed evidenzia la sua grande capacità di comando, la esatta comprensione della strategia e della tattica sulla base della moderna scuola ellenistica, la perfetta conoscenza di ogni aspetto dell'arte militare, qualità sviluppate fin dalla giovane età sotto il consiglio del padre Amilcare[101]. In un lavoro di Giovanni Brizzi del 2011 si definisce espressamente Annibale "il più grande generale di tutti i tempi"[102]. Dal punto di vista della percezione politica della realtà invece il condottiero cartaginese è apparso agli storici meno perspicace e non perfettamente edotto delle caratteristiche effettive dello stato romano-italico. Verosimilmente egli, legato alla cultura greca e ai suoi ideali di libertà politica, si attendeva una pronta defezione generale degli alleati italici e una entusiastica adesione ai suoi sbandierati programmi di liberazione dei popoli dal predominio di Roma[101]. In questo caso Annibale non comprese completamente la reale solidità della struttura politica della Repubblica romana, sottovalutò la capacità di resistenza dei suoi avversari e la concordanza di interessi economico-politici delle classi dominanti dei popoli alleati di Roma[101].

Odiato e temuto dai romani in vita e anche dopo la sua morte, Annibale con il trascorrere del tempo divenne ed è rimasto un personaggio quasi mitologico della storia del mondo occidentale[103][104]; nei secoli la sua figura è stata studiata con maggiore equanimità dagli storici e le colpe attribuitagli dalla propaganda romana riguardo la sua crudeltà e la sua slealtà sono state in gran parte messe da parte e depurate dagli elementi propagandistici presenti[105]. Annibale è assurto a "eroe epico", non privo di una tragica grandezza morale per la sua coerenza, l'incorruttibilità, la linearità sia nei periodi di massimo successo come nelle infelici fasi finali della sua vita, fino al tragico suicidio con cui egli volle concludere con dignità la sua esistenza dedicata interamente alla lotta contro il predominio di Roma[106][107].

Cinematografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Lancel, Serge (1995) Hannibal cover: "Roman bust of Hannibal. Museo Archeologico Nazionale. Naples".
  2. ^ Periochae, 21.2.
  3. ^ a b Periochae, 21.5.
  4. ^ a b c Periochae, 21.7.
  5. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, vol. II, tomo 2, p. 661.
  6. ^ G. Granzotto, Annibale, pp. 265-266.
  7. ^ M.Bocchiola/M.Sartori, Canne. Descrizione di una battaglia, p. 58.
  8. ^ Polibio, Storie, pp. 650 e 655.
  9. ^ B.H. Liddell Hart, Scipione Africano, pp. 217-240. Lo storico militare britannico analizza in dettaglio le qualità di questi quattro condottieri e definisce Annibale "il massimo tattico della storia", mentre considera Napoleone il più grande "stratega logistico" di tutti i tempi. Nel complesso però afferma che Scipione Africano era fornito di qualità pari, se non superiori, agli altri massimi condottieri.
  10. ^ I. Montanelli, Storia di Roma, p. 121. L'autore definisce Annibale "il più brillante condottiero dell'antichità" e afferma che "molti lo pongono sullo stesso piano di Napoleone".
  11. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 1.
  12. ^ S. Lancel, Annibale, p. 22.
  13. ^ S. Lancel, Annibale, pp. 51-52.
  14. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 3.
  15. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 3-5 e 7.
  16. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 6.
  17. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 3, 1.
  18. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 4, 1.
  19. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 3-4.
  20. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 5-6.
  21. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 7-8.
  22. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 9-17.
  23. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 5, 2.
  24. ^ Periochae, 21.2.
  25. ^ Periochae, 21.4.
  26. ^ Periochae, 21.4.
  27. ^ a b c Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, III, 8.
  28. ^ a b c AppianoGuerra annibalica, VII, 1, 4.
  29. ^ a b Polibio, III, 35, 1.
  30. ^ Periochae, 21.1.
  31. ^ Polibio, III, 35, 5.
  32. ^ Polibio, III, 35, 7.
  33. ^ Polibio, III, 44.
  34. ^ Polibio, III, 41.
  35. ^ S. Lancel, Annibale, p. 111.
  36. ^ Polibio, III, 45-55.
  37. ^ Cornelio Nepote, Annibale, III.
  38. ^ Centini 1997Sulle orme di Annibale.
  39. ^ Riccardo Petitti, Annibale sulle orme di Ercole.
  40. ^ Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, III, 9. Polibio, III, 65. Periochae, 21.5-6.
  41. ^ Polibio, III, 68, 13-15.
  42. ^ Polibio, III, 71-74.
  43. ^ Polibio, III, 78.
  44. ^ Polibio, III, 79; Periochae, 22.1.
  45. ^ Cornelio NepoteAnnibale, IV.
  46. ^ Polibio, III, 93 - 94.
  47. ^ Polibio, III, 80-82.
  48. ^ Polibio, III, 83-85.
  49. ^ S. Lancel, Annibale, pp. 145-147.
  50. ^ G. Charles-Picard, Annibale, pp. 219-220.
  51. ^ A Spoleto, l'ingresso dal lato nord della antica cinta muraria romana reca ancora il nome di Porta Fuga, in ricordo dell'episodio che vide gli spoletini respingere i soldati di Annibale. Scrive Tito Livio: "Attraversa l'Umbria e arriva a Spoleto. Dopo aver devastato il suo territorio, cerca di occupare la città; respinto dopo una carneficina dei suoi soldati, e ritenendo dal poco successo del tentativo contro una piccola colonia, che una città come Roma gli avrebbe opposto ingenti forze, dovette desistere dirigendosi verso il Piceno".
  52. ^ Periochae, 22.6; Polibio, III, 87, 6.
  53. ^ Periochae, 22.8; Polibio, III, 90 - 94.
  54. ^ Periochae, 22.9.
  55. ^ Polibio, III, 107.
  56. ^ Polibio, III, 113.6-9.
  57. ^ T. Mommsen, Storia di Roma antica, Volume I, tomo 2, pp. 747-749.
  58. ^ Polibio, III, 114-116.
  59. ^ Periochae, 22.10; Polibio, III, 117.
  60. ^ A. Bernardi, Storia d'Italia, vol. I, p. 109.
  61. ^ Polibio, VII, 1, 1-2.
  62. ^ a b c Lancel 2002, p. 178.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
Romanzi

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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