Battaglia di Herdonia (212 a.C.)

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Battaglia di Herdonia (212 a.C.)
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Data 212 a.C.
Luogo Herdonia (attuale Ordona - Foggia)
Esito Vittoria dei cartaginesi
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
Circa 18.000 uomini Circa 30.000 uomini
Perdite
16.000[1]/20.000 uomini[2] Minime
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La prima battaglia di Herdonia fu combattuta nel 212 a.C., durante la seconda guerra punica, tra l'esercito cartaginese di Annibale e l'esercito romano guidato dal pretore Gneo Fulvio Flacco a Herdonia, moderna Ordona (Foggia): l'esercito romano fu completamente annientato cancellandone la presenza in Apulia per diverso tempo.[1][2]

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra punica.

Dopo la schiacciante vittoria a Canne (216 a.C.),[3] Annibale raggiunse i primi importanti risultati politico-strategici. Alcuni centri cominciarono a abbandonare i Romani,[4] come Campani, Atellani, Calatini, parte dell'Apulia, i Sanniti (ad esclusione dei Pentri), tutti i Bruzi, i Lucani, gli Uzentini e quasi tutto il litorale greco, i Tarentini, quelli di Metaponto, di Crotone, di Locri e tutti i Galli cisalpini,[5] e poi Compsa, insieme agli Irpini.[6] Annibale, con il grosso dell'esercito, si diresse in Campania dove riuscì ad ottenere dopo una serie di trattative la defezione di Capua che a quell'epoca era ancora, per importanza, la seconda città della penisola, dopo Roma.[7]

Casus belli[modifica | modifica wikitesto]

Dopo anni di scontri nell'Italia meridionale, i consoli romani dell'anno 212 a.C., Q.Fulvio Flacco e Appio Claudio Pulcro, per tener lontano Annibale da Capua, decisero di separarsi. Fulvio si diresse nel territorio cumano, mentre Claudio in Lucani. Il condottiero cartaginese, incerto inizialmente sul da farsi, decise di inseguire Appio Claudio, che a sua volta portò in giro il nemico come volle, per poi fare ritorno a Capua una seconda volta.[8] Durante la marcia, i Cartaginesi ebbero l'occasione di affrontare un nuovo combattimento a loro favorevole, dove massacrarono un esercito romano di 16.000 armati.[9]

Frattanto i consoli, tornati a Capua, ricominciarono ad assediare la città con grandissima violenza raccogliendo e preparando ogni cosa fosse necessaria.[10] A Casilinum fu ammassato il grano; alla foce del Volturno, dove si trova la città omonima, fu fortificata una rocca e posto un presidio romano; anche a Pozzuoli venne messo un presidio per dominare il mare e il vicino fiume.[11] In queste due fortezze sul mare e a Ostia venne portato tutto il frumento che era stato inviato dalla Sardegna e quello che il pretore Marco Giunio Silano aveva raccolto in Etruria, affinché l'esercito romano ne avesse in abbondanza durante l'inverno.[12] Annibale non voleva abbandonare Capua in una situazione tanto critica, ma quando alcuni messaggeri giunsero dalla Apulia e lo informarono che il pretore Gneo Fulvio Flacco, dopo aver assalito con successo alcune città apule passate dalla parte dei Cartaginesi, si era abbandonato, lui e il suo esercito, a una tale trascuratezza da sopprimere ogni disciplina militare, il condottiero cartaginese mosse il suo esercito in direzione dell'Apulia. Egli era impaziente di poter assalire un nuovo esercito romano, meglio se comandato da un comandante inetto.[13]

Intanto il pretore Gaio Claudio Nerone partì dalla Lucania per marciare verso Suessula, portando con sé sei legioni romane e sei legioni di alleati di Roma.

Battaglia[modifica | modifica wikitesto]

L'esercito romano di Fulvio Flacco trovò terreno facile in Apulia, e non si accorse della presenza di Annibale fino a quando non si avvicinò alla cittadina di Herdonia. Reso più imprudente dai facili successi conseguiti fino ad allora, Fulvio ed il suo esercito, esaltato per le continue vittorie e dai saccheggi, accettarono la sfida in campo aperto di Annibale alla prima occasione.

L'esercito cartaginese, forte di 18.000 uomini, era in forte superiorità numerica rispetto ai Romani, ed Annibale lo dispose lungo la pianura proprio di fronte al suo accampamento, inviando però circa 3.000 uomini di fanteria leggera lungo il suo fianco sinistro per sferrare un attacco a sorpresa dai boschi circostanti e dalle fattorie vicine. In aggiunta a ciò Annibale aveva inviato circa 2.000 soldati numidi a prendere il controllo delle strade nella retroguardia dell'esercito romano per tagliare loro ogni possibile via di fuga. È oggetto di interpretazione come sia stato possibile che il pretore romano non si sia accorto dei movimenti dei Cartaginesi, ed il fatto è forse da attribuire alla sua incapacità tattica.

L'esercito di Annibale, superiore di almeno 5.000 unità rispetto ai Romani, sconfisse facilmente il nemico, annientando 16.000 tra romani e alleati. Fulvio Flacco fuggì quasi subito dalla battaglia con circa 200 dei suoi cavalieri,[1][2] dopo essersi reso conto della sconfitta, mentre le cronache affermano che circa 2.000 riuscirono a sopravvivere al massacro.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Le conseguenze della battaglia furono immediate: in poche settimane Annibale, dopo aver annientato ben dodici legioni romane, si impadronì totalmente di Campania ed Apulia e marciò a sud verso Tarentum, dove i Romani si erano asserragliati nell'acropoli mentre la città era caduta in mano agli alleati di Annibale nel 213/212 a.C.

Roma, dal canto suo, ormai ridotta alla disperazione, decise di reclutare quattro nuove legioni da inviare in Campania, mentre Annibale si ritirava verso sud. I motivi di questa decisione sono sconosciuti, ma molti storici tendono a interpretare questa scelta come frutto dell'intenzione da parte del comandante cartaginese di concedere ai suoi uomini un periodo di riposo dopo tre battaglie consecutive e lunghe marce forzate.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Livio, XV, 21.10.
  2. ^ a b c Periochae, 25.9.
  3. ^ Polibio, III, 116, 9.
  4. ^ EutropioBreviarium ab Urbe condita, III, 11.
  5. ^ Livio, XXII, 61.11-12.
  6. ^ Livio, XXIII, 1.1-3.
  7. ^ Polibio, VII, 1, 1-2.
  8. ^ Livio, XXV, 19.6-8.
  9. ^ Livio, XXV, 19.9-17.
  10. ^ Livio, XXV, 20.1.
  11. ^ Livio, XXV, 20.2.
  12. ^ Livio, XXV, 20.3.
  13. ^ Livio, XXV, 20.4-7.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]