Esercito cartaginese

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Esercito cartaginese
Ricostruzione storica delle truppe che composero l'esercito cartaginese
Ricostruzione storica delle truppe che composero l'esercito cartaginese
Descrizione generale
Attiva 814 a.C. - 146 a.C.
Nazione Cartaginesi
Tipo forze armate (di fanteria, cavalleria e artiglieria)
oltre a quelle marittime
Comandanti
Comandanti degni di nota Magone, Imilcone, Amilcare Barca, Annibale
Simboli
Stendardo cartaginese[1] Carthage standard.svg

Vedi sotto ampia bibliografia

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L'esercito cartaginese era una delle più importanti forze militari dell'antichità classica. Anche se per Cartagine la flotta fu sempre la sua forza principale, l'esercito di terra ebbe un ruolo chiave per estendere il potere punico sopra le popolazioni native del nord Africa e del sud della penisola iberica, soprattutto nel periodo che va dal VI al III secolo a.C.. Sappiamo inoltre che a partire dal V secolo a.C. Cartagine avviò un ambizioso programma di espansione in Sardegna, nelle Isole Baleari oltreché nel nord Africa. In seguito a questa espansione, l'esercito venne trasformato in un mosaico multietnico, poiché la carenza di risorse umane richiese la necessità di arruolare contingenti di truppe straniere, principalmente come mercenari. Questo fatto generò nell'esercito cartaginese un insieme di unità alleate e mercenarie.

A differenza di altri eserciti classici, quello punico fu così formato in gran parte da mercenari, posti sotto il comando di un loro capitano, a sua volta subordinato ad un corpo ufficiali composto da cittadini cartaginesi, provenienti dalle classi sociali più elevate.

Per quanto riguarda la sua struttura militare rappresentò da sempre un esercito che disponeva di una fanteria pesante e di una leggera, oltre a unità di artiglieria, di cavalleria leggera e pesante, oltre a elefanti da guerra e carri. Il comando supremo dell'esercito venne inizialmente detenuto dai suffetes fino al III secolo a.C. In seguito, il comandante in capo veniva nominato direttamente dal Senato cartaginese.

L'esercito cartaginese si scontrò in numerose occasioni con gli eserciti greci per l'egemonia in Sicilia. Questo diede notevole impulso alle nuove tattiche e alle armi puniche, trasformando l'esercito in unità falangitiche. La guerra durò secoli in Sicilia (600 - 265 a.C. circa), tra Cartagine e Syrakousai (Siracusa), città mai conquistata dai punici.

Tuttavia, la macchina da guerra cartaginese ebbe il suo più importante conflitto di fronte alle legioni romane nelle tre guerre romano-puniche (264 - 146 a.C.). E sebbene Cartagine venisse finalmente sconfitta, il suo esercito raggiunse notevoli successi grazie a comandanti eccezionali come Annibale e il padre, Amilcare Barca.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cartagine.
L'antica città di Cartagine, fondata secondo la tradizione nell'814 a.C.

La caratteristica più evidente dell'esercito cartaginese era la sua composizione, dal momento che era costituita da un considerevole contingente di forze straniere. Cartagine aveva infatti una scarsa disponibilità di cittadini da cui arruolare truppe e mancava anche di una forte tradizione militare. Gli eserciti di terra venivano arruolati o aumentati di numero solo quando era necessario condurre nuove operazioni militari, al termine delle quali erano normalmente sciolti. I cittadini venivano chiamati solo per esercitazioni atte a difendere la città stessa in caso di minaccia diretta.[2] Questa mancanza di forze cittadine faceva si che l'esercito fosse composto principalmente da truppe straniere: Libici, numidi, Iberi, Galli, Greci, ecc.

Tra queste truppe straniere vi erano contingenti forniti da popolazioni alleate, come ad esempio alcune parti della Libia, o tributarie, nell'ambito di trattati bilaterali. Ciò risultò molto frequente, come ad esempio tra i regni di Numidia, che avevano forti relazioni politiche con i Cartaginesi. Un altro tipo di relazioni più strette fu il caso che legò intere popolazioni con il singolo generale cartaginese, come accadde con Annibale.[3] Oltre alle truppe cittadine e delle popolazioni alleate, la ricchezza di Cartagine permise anche di reclutare ingenti contingenti di soldati mercenari stranieri, venuti per soddisfare le esigenze specifiche di un esercito particolare.

Era implicito che, considerata la particolare natura dell'esercito cartaginese, un qualsiasi comandante cartaginese avesse sotto il suo comando una grande diversità di contingenti di truppe provenienti da paesi e culture assai dfiseguali. Questo rende impossibile parlare di un "tipico" esercito cartaginese, dal momento che ogni forza punica possedeva caratteristiche uniche.[4] D'altro canto la sua composizione comportò una serie di vantaggi e svantaggi: al generale era offerto un esercito molto versatile, costituito da truppe molto diverse tra loro, con un alto livello di professionalità, che oltretutto potevano essere arruolate rapidamente. Tuttavia, questo tipo di combinazione rappresentò per molti comandanti un motivo di grande difficoltà nel combinare tutti i reparti correttamente, al punto che un esercito formato dall'unione di diverse unità militari specializzate (vedi ad esempio l'esercito cartaginese durante la battaglia di Zama), incontrò numerosi problemi ad agire come una singola entità.[5]

Esercito arcaico (VIII-VII secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Veduta aerea di quel che resta del porto di Cartagine

Sin dagli inizi, i Cartaginesi fecero affidamento su reparti armati di mercenari, quando la vita iniziale della città fu assicurata dagli stessi coloni fenici, almeno fino almeno alla fine del VII secolo a.C.. Si trattava di un periodo di relativa calma dal punto di vista militare, dove Cartagine venne interessata da fermenti interni più che da attacchi esterni.

Nel VI secolo a.C. si ebbe la grande espansione della città in Nordafrica, con la conquista delle vicine popolazioni e la definizione dei propri confini territoriali. Le popolazioni sottomesse vennero quindi obbligate a fornire contingenti di truppe in caso di necessità. È molto probabile che in questo periodo siano stati utilizzati mercenari libici e numidi, facendo leva sulle rivalità che dividevano le varie tribù africane.

È questo il periodo in cui si gettarono le basi della creazione di una coalizione africana al cui vertice vi era Cartagine. Il modello era simile a quello adottato successivamente da Roma, dove ogni popolo sottomesso era tenuto a fornire soldati in caso di necessità. Da questo momento si ebbe una prima modifica nell'organizzazione militare cartaginese, passando da un esercito cittadino ad uno composto, per la quasi totalità, da Libi e, in minor numero, da Numidi. Sempre in questo periodo, Cartagine risultò particolarmente attiva anche oltremare, andando ad inglobare nello stato cartaginese anche le colonie fenice siceliote e sarde, a cui seguì una radicale espansione economica e dei commerci lungo numerose rotte marittime con le colonie fenice d'Iberia.

Tutte queste rotte commerciali extra-africane portarono all'acquisizione di nuovi centri di reclutamento dei mercenari, soprattutto durante la fase delle guerre greco-puniche dove troviamo, accanto a Libi-fenici e Numidi, mercenari iberici, balearici, nuragici, siculi, elimi, greci, etruschi e liguri.

Il nuovo scenario che andò delineandosi fu quello di un esercito composto per la maggior parte da popolazioni suddite e da mercenari di varia origine, i Cartaginesi non sono praticamente presenti in ambiente militare, se non in qualità di ufficiali e di generali, tale prassi rimarrà uguale fino all'epoca di Annibale.

Magone e il consolidamento del potere militare di Cartagine (VI secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Espansione cartaginese in Italia e guerre greco-puniche.
Oplita del Battaglione Sacro cartaginese (IV secolo a.C.)

Attorno all'anno 550 a.C., il comandante dell'esercito punico, Magone, governò la città di Cartagine. Egli avviò una serie di riforme che consolidarono il potere e i regolamenti militari della città.[6]

Nucleo militare principale nel corso del IV secolo a.C. fu la falange oplitica, il cui nucleo era formato dai cittadini di Cartagine, che erano obbligati a servire nell'esercito. Secondo una breve menzione pervenutaci da fonti classiche su come combattevano i cartaginesi, essi utilizzavano le tradizionali formazioni serrate di lancieri, come l'esercito che si trovò di fronte a Timoleonte, in Sicilia, nella battaglia del Crimisso (341 a.C.).[7]

Quando Cartagine si apprestò a cacciare i Greci dalla Sicilia, insofferente che Timoleonte operasse nella sua area di influenza, decise di raccogliere un immenso esercito di oltre 70.000 uomini, tra cui circa 10.000 cavalieri e 2.500 componenti il cosiddetto battaglione Sacro, composto da 2.500 cittadini di Cartagine. Quest'ultima unità sembra sia stata creata sul modello tebano, composto da soli cittadini cartaginesi:

« Apparve allora il Crimiso e si videro i nemici che lo stavano attraversando: in testa le quadrighe con le loro terribili armi e già pronte alla battaglia, dietro diecimila opliti armati di scudi bianchi e che, a giudicare dallo splendido armamento, dalla lentezza e dall'ordine con cui marciavano, si suppose che fossero Cartaginesi. »
(Plutarco, Vite Parallele, Timoleonte, 27)

In seguito alla sconfitta del Crimisso, venne avviata una nuova fase di trasformazione dell'esercito cartaginese, che portò i punici ad emulare le novità proposte dai Greci in ambito militare. Non a caso è in questo periodo che risalgono le ripetute guerre contro i Siracusani di Agatocle, gli Epiroti di Pirro e successivamente contro i Romani (prima guerra romano-punica).

Il numero massimo di truppe reclutate possiamo ricostruirlo sulla base della capacità dei forti posizionati nei tre anelli di mura che proteggevano la città, che offrivano alloggiamento a 24.000 fanti, 4.000 cavalieri e 300 elefanti. Probabilmente in questa cifra dobbiamo conteggiare anche un ampio contingente di mercenari e truppe alleate. D'altro canto, Appiano di Alessandria menziona una cifra di 1.000 cavalieri, 40.000 fanti pesanti e 2.000 carri da guerra reclutati per opporsi all'invasione di Agatocle.[8]

Utilizzo massiccio dei mercenari[modifica | modifica sorgente]

Busto di giovane cartaginese (Museo nazionale del Bardo, Susa - Tunisia).

Il Senato di Cartagine, dopo i disastri delle guerre siciliane dei secoli V e IV a.C., che condussero alla morte numerosi cittadini punici, scelse di modificare la composizione del suo esercito terrestre attraverso l'impiego massiccio dei mercenari, un metodo già utilizzato in misura minore alla fine del VI secolo a.C., con la riforma militare di Magone.[6] A partire dal 480 a.C., i mercenari iberi e i frombolieri delle Baleari iniziarono a militare tra le fila cartaginesi in Sicilia: nella battaglia di Imera, nell'assedio e distruzione della città di Selinunte (409 a.C.), nella conquista della città di Imera (409 a.C.), Agrigento (406 a.C.), Gela e Camarina (405 a.C.), nell'assedio di Siracusa (397-395 a.C.) e nella prima guerra romano-punica. La maggior parte delle fonti classiche sottolineano multirazzialità dell'esercito di Cartagine, simile in questo a quello persiano.

L'utilizzo dei mercenari è documentato almeno durante la seconda guerra siciliana da Diodoro Siculo,[9] il quale menziona grandi contingenti di truppe mercenarie durante l'invasione di Imilcone II in Sicilia. I mercenari costituivano la maggior parte dell'esercito cartaginese, per questo motivo si trovavano carri da guerra e fanti libici-fenici. Dai dati forniti da Diodoro, quest'ultima rappresentava solo una piccola parte dell'esercito, che poteva essere ritirata utilizzando solo quaranta triremi. Tutta la flotta comprendeva «più di 600 navi». Anche se questa cifra è probabilmente esagerata, la differenza importante nel numero di navi coinvolte, senza dimenticare che le truppe puniche furono decimate dalla peste durante l'assedio di Siracusa.

« (Imilcone) preparò quaranta triremi durante la notte, nelle quali imbarcò i cittadini di Cartagine, e fece ritorno in patria, abbandonando il resto della sua armata »
(Diodoro Siculo, Biblioteca Historica XIV, 75.4)

Diodoro menziona l'esistenza di mercenari iberi nell'esercito cartaginese che invase la Sicilia al comando di Imilcone, gli unici che non furono fati prigionieri e entrarono al servizio del tiranno Dionisio I di Siracusa.

« Gli Iberi si raggrupparono con le loro armi, e inviarono un messo per negoziare con il tiranno per entrare nelle fila del suo esercito. Dionisio fece la pace con loro e li prese in servizio come mercenari »
(Diodoro Siculo, Biblioteca Historica XIV, 75.8-9)

I reclutatori punici andavano a cercare soldati mercenari fino ai più remoti confini del Mediterraneo, riuscendo a raggruppare una grande quantità di professionisti, avventurieri e schiavi fuggitivi. Essi costituirono, insieme alle popolazioni alleate, un esercito multietnico che ottenne grandi risultati sul campo di battaglia, quando il comandante in capo fu capace di rendere complementari la varie unità che, sebbene fossero eterogenee, furono in grado di seguire disposizioni tattiche complesse all'interno di grandi schieramenti, come accadde nelle guerre contro Roma.

I riferimenti all'utilizzo dei marcenari nella prima guerra romano-punica sono innumerevoli:

« I Cartaginesi mobilizzarono truppe mercenarie nelle regioni d'oltremare, per la maggior parte iberi, liguri e celti, inviandoli tutti in Sicilia. »
(Polibio, Storie, I, 1.4)

Qui Polibio coglei perfettamente la natura del soldato mercenario dell'esercito cartaginese: truppe «al soldo» delle «regioni ultramarine». Tuttavia non si fa alcun riferimento alle forze libiche. Tito Livio invece menziona la cattura di reclutatori punici nei pressi di Sagunto nell'anno 203 a.C.:

« In quello stesso periodo vennero catturati a Sagunto alcuni Cartaginesi che avevano una certa quantità di denaro e che erano passati in Spagna per reclutare truppe mercenarie. Depositarono nel vestibolo della curia, 250 libbre di oro e 80 di argento. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXX, 21.3.)

Celti, Galli, Liguri, Numidi, Africani, Greci e soprattutto Iberi, furono reclutati ampiamente da Cartagine.

I mercenari iberici al servizio di Cartagine vengono menzionati dalle fonti classiche a partire dalla fine del VI secolo a.C., in relazione alle truppe stazionate in Sardegna. A quanto pare, gli Iberici facevano parte degli ausiliari cartaginesi che sottomettero quasi tutta l'isola, e che, a seguito di una disputa sul bottino con i Libici, si separarono dall'esercito cartaginese e si ritirarono sui monti della Sardegna.[10]

Attorno all'anno 396 a.C., come conseguenza della guida di Imilcone, che alcuni contingenti entrarono al servizio di Syrakousai, partecipando alle guerre combattute in Greci nel IV secolo a.C.. Possiamo così stabilire due principali fasi di reclutamento dei mercenari iberi:

  • La prima, tra il VI secolo a.C. e la conquista dei Barcidi del III secolo a.C., e limitata alla ristretta pratica del mercenariato;
  • la seconda, da questa data , le alleanze stabilite con patti di amicizia o di sudditanza servirono a ingrossare le fila cartaginesi con un gran numero di contingenti, anche mercenari, specialmente tra le tribù interiore della penisola iberica.

Cause dell'arruolamento[modifica | modifica sorgente]

Gli storici hanno ampiamente dibattuto riguardo alle cause dell'arruolamento dei guerrieri iberici come mercenari, sostenendo che la principale ragione fossero le difficoltà economiche di questi popoli. Questa tesi viene supportata dal testo di Diodoro in cui egli allude al banditismo come una delle pratiche più comuni degli iberici.[11]

Riforma di Santippo: l'esercito ellenistico (dal 256 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra punica e Naufragi della flotta romana nella prima guerra punica.

Con la prima guerra punica i Cartaginesi si trovarono a fare i conti con una realtà totalmente differente, era infatti la loro potenza sul mare ad essere minacciata e di seguito a questo, la stessa Cartagine. Nel 256 a.C. la battaglia di Adys aveva sancito la supremazia romana nei combattimenti terrestri anche in territorio africano. Le forze cartaginesi avevano subito una secca sconfitta dalle legioni di Atilio Regolo soprattutto per effetto di una malaccorta condotta delle operazioni bellica da parte dei comandanti punici Bostare, Asdrubale di Annone e Amilcare che non seppero sfruttare tutte le possibilità offerte dalle loro armi. La sconfitta pose Cartagine alla mercé dei Romani costringendo la città a chiedere la pace. Le condizioni poste da Atilio Regolo furono ritenute tanto pesanti da far decidere il Sinedrio cartaginese di non accettare e resistere ulteriormente.

« All'incirca in questo momento approda a Cartagine un reclutatore di mercenari, di quelli che in precedenza erano stati inviati in Grecia; costui conduceva moltissimi soldati, tra i quali un certo Santippo, spartano, un uomo che aveva ricevuto la tipica educazione laconica e con una discreta esperienza militare. »
(Polibio, Storie, I, 32, 1)

Santippo apprese della sconfitta di Adys, si fece raccontare le mosse dei contendenti e, studiate le forze in campo cartaginesi, il numero degli uomini, dei cavalieri e degli elefanti si rese conto, e disse ai suoi conoscenti, che

« ...i Cartaginesi erano stati battuti non dai Romani ma avevano perso da soli, a causa dell'inesperienza dei comandanti. »
(Polibio, Storie, I, 32, 2.)

All'interno delle immancabili polemiche per la tremenda situazione bellica, la voce si sparse e Santippo fu convocato al Senato cartaginese dove presentò ai magistrati le sue osservazioni sulle metodologie tenute ad Adys dai comandanti punici. Secondo lo stratego greco, questi non avevano saputo sfruttare il terreno perché avevano mantenuto le truppe su luoghi non pianeggianti dove invece la cavalleria e gli elefanti avrebbero potuto ottenere il massimo impatto sia offensivo che difensivo.

Allo spartano venne affidata la riorganizzazione dell'esercito punico. Egli lo condusse fuori dalle mura cittadine, iniziando una serie di manovre per abituare le truppe al proprio metodo bellico. Secondo Polibio la qualità delle evoluzioni dell'esercito punico fu tale, da rendere evidente la differenza fra la conduzione dei precedenti generali punici e quella dello spartano. La popolazione di Cartagine passò dalla depressione della sconfitta e delle richieste di Atilio Regolo, ad un cauto ottimismo. Le truppe ripresero il morale.[12]

I comandanti cartaginesi,

« che avevano compreso che il morale delle truppe si era risollevato [...] dopo pochi giorni presero con sé l'esercito e partirono... »
(Polibio, Storie, I, 32, 8, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

Sempre secondo Polibio che -si suppone- in queste pagine si rifà a Filino, storico filocartaginese- l'esercito punico era composto di dodicimila fanti, quattromila cavalieri e un centinaio di elefanti.

I romani notarono il nuovo, spavaldo, atteggiamento dell'esercito cartaginese che si muoveva non più su terreno erto ma si manteneva nella parte pianeggiante. Cionondimeno, sicuri delle loro capacità e ritenendo i cartaginesi inferiori militarmente non rifiutarono lo scontro. Polibio racconta che i comandanti cartaginesi, prima della battaglia, erano dubbiosi e si consultavano su come comportarsi mentre furono gli stessi soldati a chiedere di essere guidati in battaglia dallo stratega lacedemone. Allora i capi cartaginesi

« ...poiché inoltre Santippo li scongiurava di non farsi sfuggire l'occasione, comandarono alle truppe di prepararsi e affidarono a Santippo l'incarico di condurre le operazioni come gli sembrasse opportuno. »
(Polibio, Storie, I, 33, 5, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

La disposizione delle truppe sul campo fu diversa da quella organizzata ad Adys. Gli elefanti vennero disposti in riga davanti all'esercito; la falange cartaginese fu posta dietro a questi mentre le ali furono formate da mercenari e dalla cavalleria. La battaglia di Tunisi vide la pesante sconfitta delle legioni e la cattura del console Attilio Regolo. Le truppe romane furono letteralmente massacrate. Circa cinquecento legionari furono catturati e solo duemila uomini riuscirono a salvarsi e a riparare poi ad Aspide. Dodicimila componenti delle legioni di Roma trovarono la morte.

Polibio, greco come Santippo, non manca di sottolineare come

« Un solo uomo, una sola mente, infatti, annientarono truppe che sembravano efficaci ed imbattibili e riportarono in condizioni migliori uno stato visibilmente a terra e il morale abbattuto delle truppe. »
(Polibio, Storie, I, 35, 5, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

Dopo che i Cartaginesi ebbero festeggiato e ringraziato gli dèi,

« Santippo, che aveva rappresentato per le fortune dei Cartaginesi un così grande progresso e aveva avuto su di esse una così grande influenza, dopo non molto tempo salpò per tornare indietro con decisione assennata e intelligente. »
(Polibio, Storie, I, 36, 2, BUR. Milano, 2001. trad.: M. Mari.)

Riforma di Amilcare Barca (247 - 226 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Nell'anno 247 a.C., dopo diciotto anni di guerra, venne nominato a capo dell'esercito e della flotta cartaginese, Amilcare Barca, padre di Annibale.[13] Egli aveva la reputazione di abile comandante invitto. Cornelio Nepote ne esalta la sua immagine, sostenendo che durante il suo soggiorno in Sicilia non fu mai sconfitto dai Romani.

A seguito della prima guerra punica, Cartagine si trovò ad affrontare la rivolta dei mercenari, una guerra casalinga che portò la città africana sull'orlo della distruzione. In questo caso vennero nuovamente utilizzati cittadini punici.

Nella Battaglia di Tunisi, il comandante cartaginese Amilcare Barca, comandante in capo delle armate e generale invitto della prima guerra punica, utilizzò molto probabilmente per la prima volta, in ambito punico, una falange di tipo macedone.

Nonostante si scontrasse contro forze ribelli molto più numerose, riuscì ad ottenere un'importantissima vittoria, dovuta anche allo sfruttamento della divisione delle forze ribelli in due armate divise e in contatto visivo tra loro, ma completamente scoordinate sul piano dei tempi di attacco, in questa battaglia, Amilcare utilizzò gli elefanti per coprire i fianchi e dare maggiore spinta alla carica della cavalleria.

La grande scuola tattica barcide, che portò Cartagine a vivere un momento di gloria militare, inizia proprio in questo momento.

Esercito annibalico (219-202 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra punica.
« L'armamento dei Libici era romano, poiché Annibale aveva equipaggiato tutti i suoi soldati con le spoglie raccolte nella battaglia precedente. »
(Polibio, Storie, libro III, capitolo 27)

Asdtrubale, il beotarca, e il riarmo di Cartagine (150 - 146 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza guerra romano-punica.

Struttura delle unità[modifica | modifica sorgente]

Fanteria[modifica | modifica sorgente]

Cavalleria[modifica | modifica sorgente]

Mercenari[modifica | modifica sorgente]

Come si è già detto, la principale forza su cui si fondava l'esercito punico, era quella dei mercenari provenienti da gran parte del Mediterraneo occidentale.

Iberi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Organizzazione militare degli Iberi.
Caetrati

Sono fanti leggeri spagnoli armati (parma e giavellotto), in combattimento utilizzavano le tipiche spade iberiche, il gladio hispanico e la falcata iberica.

Scutari

Sono una fanteria da combattimento spagnola, armati di parma, spada iberica, giavellotto o soliferrum, equipaggiati alla leggera comunque potevano indossare un kardiophylax di protezione per il busto, erano molto portati per il combattimento a schermaglia e per le imboscate.

Guerrieri celtiberi

Fanteria pesante proveniente dalla Spagna settentrionale, equipaggiati con parma, lancia o spada celtica ed erano protetti alla spagnola o con cotta di maglia di ferro, molto forti ed assolutamente tra i più temuti nel corpo a corpo.

Frombolieri balearici

Fanti da schermaglia, equipaggiati generalmente con la parma e la frombola, i migliori tiratori con la frombola, particolarmente rinomati per la loro precisione nel tiro, portavano tre tipi di frombola che sceglievano di utilizzare a seconda della distanza di tiro. Come proiettili usavano dei pesi di piombo.

Cavalieri iberici

Cavalleria medio-pesante da mischia. Era armata con spada ed era molto rinomata per la capacità di effettuare evoluzioni sul campo. Il resto dell'equipaggiamento era simile a quello degli scutari, tranne per lo scudo che era rotondo e non ovale.

Cavalieri celtiberi

Cavalleria pesante da urto, armata con lancia ed equipaggiata alla maniera dei fanti.

Numidi[modifica | modifica sorgente]

Cavalleggeri numidi

Probabilmente la migliore cavalleria leggera del mondo antico. erano equipaggiati con uno scudo rotondo coperto di pelli e un chitone. Armati con giavellotti ed un piccolo pugnaletto che usavano per tagliare i tendini dei nemici in fuga. Nel caso il nemico fosse stato sorpreso nel deserto, non avrebbe avuto alcuna possibilità di sopravvivere ed avrebbe dovuto subire una morte terribile. La loro tattica era di schermaglia, anche grazie ai loro veloci ed agili cavalli. Erano soliti guidare il cavallo attraverso una corda di canapa e non con le redini.

Celti e Liguri[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Organizzazione militare dei Celti e Organizzazione militare dei Galli.
Fanteria ligure

I fanti liguri erano equipaggiati allo stesso modo dei guerrieri celtici appiedati.

Fanteria celtica

Fanteria da urto e da mischia, utilizzavano scudi ovali e lunghe spade, usavano la loro forza prorompente nella carica iniziale che spesso bastava a mandare il nemico in rotta. Nel caso di un combattimento lungo venivano colti dalla stanchezza prima dei loro nemici in quanto erano soliti andare alla battaglia ubriachi.

La loro panoplia poteva variare considerevolmente. Si passava infatti da guerrieri armati con cotta di maglia in ferro ed elmo in bronzo di tipo montefortino o corinzio-italico, a guerrieri completamente ignudi.

Cavalleria celtica

Cavalleria pesante da urto e da mischia, erano equipaggiati alla stessa maniera dei fanti più pesanti, ma con grossi scudi che potevano essere ovali, tondi o esagonali.

Elefanti[modifica | modifica sorgente]

La carica dei "carri armati" dell'antichità: gli elefanti schierati nelle prime linee delle forze cartaginesi.

Era un vero e proprio "carro armato" dell'antichità. Gli antichi conoscevano due specie di elefanti, denominate in età moderna con i nomi di Elephant maximus (specie asiatica) e Loxodonta africana (specia africana). Di quest'ultima specie i Tolomei e i Cartaginesi si avvalsero della sottospecie Loxodonta africana cyclotis (detti della "foresta"), che risultavano notevolmente più piccoli di quelli dell'altra specie detti "della boscaglia". I Tolomei si rifornivano di questi elefanti in Etiopia e nell'entroterra del Mar Rosso, mentre i Cartaginesi li catturavano ai piedi delle montagne dell'Atlante. Potevano portare su dorso una piccola torretta, difesa da lancieri ed arcieri (quattro elementi di solito per elefante) ed essere protetti da una corazza o da una protezione più leggera. Fino a quando i Romani non impararono ad usare le forze leggere (veliti) per contrastare il loro impeto, essi si dimostrarono delle macchine da guerra terrificanti. I Romani ebbero il loro primo incontro con questo temibile strumento di guerra, quando Pirro invase l'Italia accompagnato dai suoi elefanti indiani.

I Cartaginesi li utilizzarono contro Marco Attilio Regolo, ma i Romani impararono ad affrontarli in battaglia e compresero presto che questi animali potevano facilmente sfuggire al controllo delle loro guide. Scipione Africano riuscì infatti a fermarli nella battaglia di Zama contro Annibale (202 a.C.), lasciando varchi aperti nelle sue linee.

Flotta[modifica | modifica sorgente]

Uomini, organizzazione e gerarchia interna[modifica | modifica sorgente]

Tattica ed armamento[modifica | modifica sorgente]

Armamento[modifica | modifica sorgente]

Schieramento e combattimento[modifica | modifica sorgente]

Tecniche d'assedio[modifica | modifica sorgente]

Strategia[modifica | modifica sorgente]

Dimensione dei loro eserciti[modifica | modifica sorgente]

Dimensione delle armate cartaginesi
D A T A N. TOTALE
ARMATI
POPOLI COINVOLTI NAVI
DA GUERRA
DOVE
218 a.C.
(primavera)
90.000[14][15] fanti e 12.000 cavalieri,[15][16] oltre a 37 elefanti.[16][14] Cartaginesi, Iberi e Libici Inizio della seconda guerra romano-punica
218 a.C. 20.000 fanti (12.000 Libici e 8.000 Iberi), oltre a 6.000[17] Libici, Iberi e Cartaginesi[17] Quando Annibale discese le Alpi e raggiunse la Pianura padana[17]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Illustrazione di Richard Hook per Terence Wise, Armies of the Carthaginian Wars, 265 - 146 BC, Osprey Publishing, Oxford 1982.
  2. ^ Adrian Goldsworthy, La caduta di Cartagine, Barcellona 2008, p. 32.
  3. ^ Adrian Goldsworthy, La caduta di Cartagine, Barcellona 2008, p. 34.
  4. ^ Fernando Quesada Sanz, De guerreros a soldados. El ejército de Aníbal como un ejército cartaginés atípico, in Lavori del Museo Archeologico di Ibiza e Formentera, n. 56 del 2005, pp. 129-162.
  5. ^ Adrian Goldsworthy, La caduta di Cartagine, Barcellona 2008, pp. 37-38.
  6. ^ a b Marco Giuniano Giustino, Historiarum Philippicarum T. Pompeii Trogi Libri XLIV, 19, 1.1.
  7. ^ Plutarco, Timoleonte, 27.
  8. ^ Appiano di Alessandria, Le guerre puniche, 80.
  9. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca Historica, XIV, 54.5
  10. ^ Pausania, Descrizione della Grecia, X, 17.5-9.
  11. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca historica, V, 34.6.
  12. ^ Polibio, Storie, I, 32, 7.
  13. ^ Polibio, I, 1, 16.
  14. ^ a b Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, III, 8.
  15. ^ a b Polibio, III, 35, 1.
  16. ^ a b Appiano, Guerra annibalica, VII, 1, 4.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]