Germani

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Germani
Germani
Espansione dei Germani in Europa centrale
(VIII secolo a.C.-I secolo d.C.):

██ Insediamenti prima del 750 a.C.

██ nuovi insediamenti dal 750 a.C. al 1 d.C.

██ nuovi insediamenti fino al 100 d.C.

██ nuovi insediamenti dopo il 100 d.C.

Nomi alternativi Popoli germanici
Sottogruppi
Luogo d'origine Scandinavia meridionale
Periodo Dal I millennio a.C. al V secolo d.C.
Lingua Lingue germaniche
Distribuzione
Scandinavia Germani settentrionali
Germania Magna Germani occidentali
Gallia Atuatuci, Eburoni, Ubi
Scizia e Dacia Germani orientali
Un germano, rappresentato su un rilievo trionfale romano oggi custodito ai Musei Vaticani, a Roma.

I Germani (chiamati anche Teutoni o, per sineddoche, Goti) erano un insieme di popoli affini, parlanti lingue germaniche e nati dalla fusione fra gruppi di origine indoeuropea ed elementi autoctoni di origine paleolitica nella loro patria originaria (Scandinavia meridionale, Jutland, odierna Germania settentrionale), che, dopo essersi cristallizzati in un'unica compagine, a partire dai primi secoli del I millennio si diffusero fino a occupare un'ampia area dell'Europa centro-settentrionale, dalla Scandinavia all'alto corso del Danubio e dal Reno alla Vistola. Da qui, a partire soprattutto dal III secolo, numerose tribù germaniche migrarono in molteplici ondate verso ogni direzione, toccando gran parte del continente europeo e arrivando fino in Nordafrica e in Nordamerica.

Indice

Etnonimo[modifica | modifica sorgente]

Non risulta che i Germani disponessero di un etnonimo comune per designare se stessi. Il termine germani delle fonti classiche è di origine celtica e di etimologia incognita; utilizzato inizialmente per identificare una specifica tribù, passò in seguito a essere impiegato per la totalità dei Germani. Tacito sostiene che il termine indicasse originariamente una tribù gallica stanziata nell'odierno Belgio prima di essere scacciata da una penetrazione germanica: quella dei Tungri che, una volta insediatisi nel territorio dei "Germani" celtici, sarebbero stati indicati dai vicini con il medesimo nome, in un secondo tempo esteso a tutte le genti a loro affini[1].

Storia[modifica | modifica sorgente]

Prima parte dell'età del ferro:
verde scuro - Età del bronzo scandinava
rosso scuro - Cultura di Jastorf
giallo - Gruppo di Harpstedt-Nienburg
arancio - Gruppi celtici
verde oliva - Cultura pomeranica
verde chiaro - Cultura di House urns
rosso chiaro - Cultura baltica orientale
lilla - Cultura baltica occidentale
turchese - cultura di Milogrady
nero - Gruppimestoni
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Germania Magna.

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Il mito[modifica | modifica sorgente]

In età antica era diffusa l'ipotesi, riferita da Publio Cornelio Tacito, nel De origine et situ Germanorum, secondo cui i Germani fossero un popolo indigeno della Germania stessa, dal momento che nelle epoche più antiche gli spostamenti di intere popolazioni avvenivano esclusivamente via mare ed egli ritiene che nessun popolo del Mediterraneo si sia spinto verso il Mare del Nord[2]. Oltre a ciò, lo storico romano riferisce anche delle origini mitiche che la tradizione germanica attribuiva al proprio popolo, trasmesse oralmente; essi si consideravano discendenti di Tuistone, divinità della terra. I suoi nipoti, figli di suo figlio Manno, sarebbero i capostipiti delle tre stirpi germaniche: quella degli Ingevoni, degli Istevoni e degli Erminoni. Secondo altre tradizioni invece, i figli sarebbero di più, e dunque avrebbero dato origine ad altre tribù: i Marsi, i Suebi, i Gambrivi ed i Vandili.[3].

Le testimonianze storiche e archeologiche[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cultura del vaso campaniforme e Indoeuropei.

I Germani furono il risultato dell'indoeuropeizzazione, nella prima metà del III millennio a.C., della Scandinavia meridionale e dello Jutland da parte di genti provenienti dall'Europa centrale, già indoeuropeizzata nel corso del IV millennio a.C. Sebbene la cronologia esatta di questa penetrazione sia ancora oggetto di disputa, è riconosciuto che entro il 2500 a.C. gli elementi culturali propri di questi popoli - la Cultura del vaso campaniforme (detta anche della ceramica a cordicella) e la Cultura dell'ascia da combattimento - avevano raggiunto un'ampia area dell'Europa settentrionale, dal Mar Baltico orientale all'odierna Russia europea, dalla Penisola scandinava alle coste orientali del Mare del Nord[4].

Al momento del loro insediamento in quella che sarebbe divenuta la patria originaria dei Germani, gli elementi indoeuropei trovarono già sviluppata una civiltà agricola, autrice dei megaliti propri dell'Età della Pietra nordica. Non si conoscono i caratteri etnici propri di questi popoli, ma è possibile che fossero affini a quelli delle (relativamente) vicine genti finniche[5]. La fusione, più o meno pacifica, di questi elementi pre-indoeuropei con i gruppi indoeuropei provenienti da sud determinò la cristallizzazione dei Germani, che conservarono la lingua indoeuropea dei nuovi venuti[4].

Il grado di compattezza dell'insieme dei Germani è oggetto di dibattito storiografico. Comunemente si ritiene che, nonostante la scissione in numerose tribù e l'assenza di un endoetnonimo attestato, i Germani avessero coscienza della propria identità etnica, secondo quanto ampiamente attestato sia dalla storiografica coeva greca e romana, sia dalla stessa produzione germanica di poco successiva[6]; tuttavia alcuni recenti filoni storiografici criticano tale impostazione e, interpretando la attestazioni di appartenenza come conseguenti alla descrizione etnografica classica, negano ogni forma di coscienza identitaria comune[7]. Permane in ogni caso piena convergenza sia sul carattere etnicamente composito delle varie tribù germaniche, sia sulla contemporanea omogeneità sociale, religiosa e linguistica[6][7].

L'età del bronzo (XVII-VI secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

La cultura materiale che si sviluppò sulle rive del mar Baltico occidentale e nella Scandinavia meridionale durante la tarda età del bronzo europea (1700 a.C.-500 a.C.), nota come età del bronzo nordica, è già considerata la cultura comune ancestrale del popolo germanico[4]. Esistevano a quel tempo insediamenti piccoli ed indipendenti, oltre ad un'economia fortemente incentrata sulla disponibilità di bestiame.

Fu questa l'epoca in cui la lingua proto-germanica assunse, all'interno della famiglia linguistica indoeuropea, le proprie caratteristiche peculiari[8]. Il germanico comune - da intendersi più come un insieme di dialetti affini che come una lingua completamente unitaria - rimase sostanzialmente compatto fino alle grandi migrazioni di Germani verso sud, iniziate già nell'800 a.C.-750 a.C. A metà dell'VIII secolo a.C., infatti, i Germani risultano attestati lungo l'intera fascia litoranea che va dall'Olanda alla foce della Vistola. La pressione continuò nei secoli successivi, non come un movimento unitario e unidirezionale ma come un intricato processo di avanzamenti, retrocessioni e infiltrazioni in regioni abitate anche da altri popoli. Intorno al 550 a.C. raggiunsero l'area del Reno, imponendosi sulle preesistenti popolazioni celtiche[9] e in parte mescolandosi a esse (è considerato misto il popolo di confine dei Belgi).

Durante questo periodo i Germani furono a lungo in contatto, linguisticamente e culturalmente, con i Celti e gli Italici (sia Osco-umbri, sia proto-Latini e proto-Veneti) a sud e con i Balti a est[9]. I rapporti con gli Italici, certificati dalla linguistica storica, si interruppero alla fine del II millennio a.C., quando questi popoli avviarono la loro migrazione verso sud[8] e sarebbero ripresi soltanto a partire dal I secolo a.C., quando con Gaio Giulio Cesare l'espansione di Roma sarebbe arrivata fino al Reno.

L'Età del ferro (V-I secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

L'area occupata dai Germani durante l'Età del ferro (500 a.C.-60 a.C. circa). In rosso, la loro patria originaria (Scandinavia meridionale e Jutland), corrispondente a quella dell'Età del bronzo nordica; in magenta, le prime regioni toccate dalla loro espansione e dove si sviluppò la Cultura di Jastorf
L'espansione dei Germani in Europa centrale tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C..

Dal V al I secolo a.C., durante l'Età del ferro, i Germani premettero costantemente verso sud, venendo a contatto (e spesso in conflitto) con i Celti e, in seguito, con i Romani. Lo spostamento verso sud fu probabilmente influenzato da un peggioramento delle condizioni climatiche in Scandinavia tra il 600 a.C. e il 300 a.C. circa[senza fonte]. Il clima mite e secco della Scandinavia meridionale (una temperatura di due-tre gradi più elevata di quella attuale) peggiorò considerevolmente, il che non solo modificò drammaticamente la vegetazione, ma spinse le popolazioni a cambiare modi di vivere e ad abbandonare gli insediamenti[senza fonte]. Intorno a tale periodo questa cultura scoprì come estrarre il "ferro di palude" (limonite) dal minerale nelle paludi di torba[senza fonte]. Il possesso della tecnologia adatta ad ottenere minerale di ferro dalle fonti locali può aver favorito l'espansione in nuovi territori.

Nell'area di contatto con i Celti, lungo il Reno, i due popoli entrarono in conflitto. Sebbene portatori di una civiltà più articolata, i Galli subirono l'insediamento di avamposti germanici nel loro territorio, che diedero origine a processi di sovrapposizione tra i due popoli: insediamenti appartenenti all'uno o all'altro ceppo si alternavano e penetravano, anche profondamente, nelle rispettive aree d'origine. Sul lungo periodo, a uscire vincitori dal confronto furono i Germani, che qualche secolo più tardi sarebbero dilagati a occidente del Reno. Identico processo si sarebbe verificato, a sud, lungo l'altro argine naturale alla loro espansione, il Danubio[10].

Sul finire del II secolo a.C. i Germani risultavano presenti, oltre che nella loro patria originaria baltico-scandinava, in un'ampia ma indefinita regione dell'Europa centrale, all'epoca ricoperta di fitte foreste e corrispondente agli attuali Paesi Bassi, Germania centro-settentrionale e Polonia centro-occidentale. I confini dell'area da loro raggiunta, sia pure fluidi e soggetti a mutamenti e a condivisioni con altri popoli, coincidevano a grandi linee con i bassi corsi del Reno a ovest e della Vistola a est; a sud la situazione era ancor più incerta, con penetrazioni germaniche anche profonde in regioni abitate prevalentemente da Celti, come Norico e Pannonia. Già nel secolo successivo, tuttavia, la presenza germanica si sarebbe meglio definita, da un punto di vista territoriale, quale quella predominante nelle aree poste immediatamente al di là del Limes romano, marcato in quelle regioni dal Reno e dall'alto Danubio.

Le incursioni di Cimbri e Teutoni[modifica | modifica sorgente]

Gaio Mario, il console romano che annientò Cimbri e Teutoni
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre cimbriche.

I Germani vennero a contatto con Roma fin dall'ultimo scorcio del II secolo a.C., con le incursioni di Cimbri e Teutoni in territorio romano. I due popoli germanici mossero dal natio Jutland e penetrarono in Gallia, spingendosi fino alla provincia romana della Gallia Narbonense, di recente costituzione. Qui discesero il corso del Rodano favorendo una ribellione delle tribù celtiche appena assoggettate a Roma e sconfiggendo in più occasioni le legioni romane che avevano tentato di arginarne l'invasione.

Negli anni successivi i Cimbri penetrarono in Iberia, mentre i Teutoni proseguirono le loro scorrerie in Gallia settentrionale. I due popoli tornarono poi a volgersi contro i domini di Roma, minacciando la Gallia cisalpina; a opporsi a loro fu inviato il console Gaio Mario, che in due battaglie annientò entrambi i popoli: i Teutoni ad Aquae Sextiae (l'odierna Aix-en-Provence) nel 102 a.C., i Cimbri ai Campi Raudii (presso Vercelli) nel 101 a.C.

Il conflitto lungo il limes romano (I secolo a.C.-I secolo d.C.)[modifica | modifica sorgente]

Le popolazioni germaniche attorno al 50, durante l'Impero di Claudio.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre romano-germaniche, limes renano e limes danubiano.

Superato il pericolo dell'invasione di Cimbri e Teutoni, Roma passò a una politica marcatamente espansionistica verso nord, nei territori dell'Europa centro-occidentale. Il processo, articolato in varie fasi, portò alla conquista di tutte le aree collocate a ovest del Reno e a sud del Danubio, oltre a varie penetrazioni, più o meno stabili, al di là di tale linea. L'ininterrotta frontiera dell'Impero romano, estesa dal Mare del Nord al Mar Nero, fu il Limes, per secoli argine alla spinta espansionista dei Germani verso sud e verso ovest. Lungo il Limes, numerosi furono i conflitti che si accesero nel corso dei secoli tra i Romani e i Germani, che tentarono a più riprese di penetrare nel più ricco e organizzato territorio soggetto all'Urbe. Soltanto però quando l'Impero romano entrò - per cause interne - in grave crisi, ai Germani riuscì la penetrazione con ampie masse al di qua del Limes (III secolo).

Gli scontri con Cesare (58-54 a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Conquista della Gallia.

Al tempo della conquista della Gallia condotta da Cesare, nuovi conflitti si accesero lungo il Reno, confine tra i Celti e i Germani. Fin dal 72 a.C. un gruppo di tribù germaniche, capeggiate dai Suebi di Ariovisto, aveva passato il fiume e tormentava con le sue scorribande il territorio gallico, infliggendo anche una dura sconfitta ai Galli presso Admagetobriga (60 a.C.). I Galli invocarono allora l'aiuto di Cesare, che sconfisse definitivamente Ariovisto presso Mulhouse (58 a.C.).

La disfatta di Ariovisto non fu comunque sufficiente ad arrestare la pressione esercitata in quegli anni dai Germani sui Galli. Una massa di Usipeti e Tencteri minacciò i Menapi belgi presso la foce del Reno, fornendo a Cesare una nuova opportunità di intervento (55 a.C.). Sconfitte le due tribù in Gallia belgica, il proconsole sconfinò nelle terre dei Germani: valicato il Reno, compì razzie e saccheggi per terrorizzare il nemico e indurlo a rinunciare a nuove incursioni verso la Gallia. Fissò quindi stabilmente il confine dei territori soggetti a Roma sullo stesso Reno.

Il tentativo di conquista romana sotto Augusto (12 a.C.-9 d.C.)[modifica | modifica sorgente]

Il monumento ad Arminio, considerato un eroe nazionale tedesco, eretto a Detmold, in Vestfalia
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Occupazione romana della Germania sotto Augusto e Germania (provincia romana).

In seguito Augusto tentò di spostare il Limes romano dal Reno all'Elba (12 a.C.), ma l'occupazione delle terre dei Germani fu effimera e costò anche gravi perdite a Roma, come nel caso della Battaglia della foresta di Teutoburgo (9 d.C.): qui una coalizione di tribù germaniche, capeggiate da Arminio capo dei Cherusci, annientarono tre legioni, comandate da Publio Quintilio Varo.

L'occupazione romana degli Agri decumati[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Limes germanico-retico e Campagne suebo-sarmatiche di Domiziano.

Dopo il disastro di Teutoburgo, Roma tentò nuovamente di ridurre all'obbedienza i Germani, ma questi riuscirono sempre a evitare di piegarsi al giogo romano, salvo episodi momentanei. Una spedizione condotta da Germanico sotto Tiberio (14-16 d.C.) si concluse con la vittoria della Battaglia di Idistaviso, che tuttavia non portò a un ampliamento dei domini romani. Nel 47 Claudio decise di ritirare definitivamente le legioni al di qua del Reno. Durante questo periodo, varie tribù germaniche stanziate nei pressi della foce del fiume avevano dovuto accettare lo status di tributari di Roma, salvo poi ribellarsi (i Frisoni nel 28, i Batavi nel 69-70).

Tra l'83 e l'85 una nuova campagna contro i Germani fu condotta dall'imperatore romano Domiziano, che si scontrò con i Catti e occupò l'area degli Agri decumates, riducendo così la lunghezza del Limes tra Reno e Danubio. In seguito, lo stesso imperatore combatté contro altre tribù germaniche (i Marcomanni e i Quadi) più a est, lungo il medio corso del Danubio (Pannonia), in una serie di campagne proseguite poi da Traiano (89-97).

Le tribù germaniche nel I secolo[modifica | modifica sorgente]

Le popolazioni della Germania Magna dopo Augusto
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lista di tribù germaniche.

Risale alla fine del I secolo la prima dettagliata descrizione dei Germani, riportata nella Germania di Gaio Cornelio Tacito (98 d.C. circa). A quel tempo i Germani erano ormai diventati da un pezzo agricoltori sedentari. Lo storico romano, come già Cesare prima di lui, si occupa esclusivamente dei "Germani occidentali", che sono dunque i primi a essere descritti dettagliatamente dalla storiografia. Tacito testimonia che inizialmente questi Germani non erano interessati ai territori romani. Ogni tanto sommovimenti generati all'interno o indotti da pressioni esterne convogliavano l'aggressività endemica di queste tribù guerriere verso i confini dell'Impero romano, che suscitava in loro paura, riverenza e cupidigia. Ma l'Impero era troppo forte e le tribù troppo deboli per potere consolidare quelle incursioni in vere e proprie campagne militari. Le incursioni erano piuttosto i Romani a effettuarle nelle terre barbare, con risultati terrorizzanti[11]. Fu solo tra il II e il IV secolo che, spinti dalle tribù di nomadi delle steppe che, superiori militarmente, ne occuparono i pascoli, essi iniziarono a premere verso sud.

La tripartizione dell'insieme delle tribù germaniche in tre grandi sottoinsiemi, geograficamente caratterizzati (occidentali, orientali e settentrionali), segue una distinzione linguistica interna alle lingue germaniche più che una strettamente storica[12], giacché frequenti erano, presso i Germani, i mescolamenti e le ibridazioni di tribù di diversa stirpe in formazioni nuove, che arrivavano perfino a includere elementi non germanici (e, talora, perfino non indoeuropei).

I Germani occidentali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Popoli germanici occidentali.

Nella Germania Tacito ripartisce i Germani (occidentali) in tre gruppi: Ingaevones, Istaevones e Herminones. Tale tripartizione è stata accolta anche dalla storiografia moderna, che li identifica rispettivamente con le tribù del Mare del Nord, del bacino del Reno-Weser e di quello dell'Elba[13].

Gli Ingaevones all'epoca di Tacito erano le tribù stanziate lungo le coste del Mare del Nord e le piccole isole adiacenti; tra queste, i Frisoni (presso la foce del Reno), gli Angli (nell'odierno Schleswig-Holstein), i Sassoni (anch'essi originari dello Schleswig-Holstein, poi espansi verso sud e verso ovest fino a raggiungere il Reno e a entrare in conflitto con altre tribù germaniche) e gli Juti (tradizionalmente collocati nello Jutland. Angli, Juti e gran parte dei Sassoni migrarono in massa in Gran Bretagna nel V secolo[14].

Gli Istaevones si trovavano, nel I secolo-II secolo nell'area dei bacini dei fiumi Reno e Weser. Tra le varie tribù che facevano parte di questo gruppo spiccano i Batavi, gli Ubi, i Treveri, i Catti e i Franchi, che presto si evolsero da singola tribù a confederazione includente anche apporti di diversa origine.

Gli Herminones (spesso indicati anche con il nome generico di Suebi, impiegato tuttavia in modo incoerente dalle fonti classiche) occupavano, sempre intorno al I secolo, la regione compresa tra il basso corso dell'Elba e il Mar Baltico, chiamata allora Golfo di Codano. Tra le tribù che ne facevano parte, oltre agli stessi Suebi, si contavano i Marcomanni, i Quadi e i Semnoni; questi ultimi avrebbero costituito il nucleo della confederazione degli Alemanni.

I Germani orientali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Popoli germanici orientali.

Chiamati anche, dal luogo del loro insediamento tra I e II secolo, "gruppo dell'Oder-Vistola", anche questo grande sottoinsieme dei Germani, identificato principalmente su base linguistica[15], era frazionato in numerose tribù; tra le principali, Vandali, Burgundi, Gepidi, Rugi, Eruli, Bastarni, Sciri, Goti (poi scissi in due rami: Ostrogoti e Visigoti) e Longobardi (questi ultimi, però, a volte sono inseriti tra gli Herminones, Germani occidentali)[16].

Scarse sono le informazioni su questa branca germanica nei primi secoli d.C.: a causa dei rari contatti con il mondo classico, le testimonianze degli storici e dei geografici greci e latine sono poche e confuse. Soltanto a partire dal III-IV secolo, con i primi grandi movimenti migratori dei Germani orientali dall'area baltica verso il Limes romano e con la traduzione in lingua gotica della Bibbia per opera di Ulfila, le tribù germaniche orientali sarebbero entrate nella linea della storia.

I Germani settentrionali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Popoli germanici settentrionali.

Nonostante la scarsità dei contatti, gli storici e i geografi latini hanno tramandato alcune informazioni sul ramo settentrionale dei Germani: Plinio il Vecchio li indica con il nome generico di Hilleviones, mentre Tacito ricorda la tribù dei Suioni (dal cui nome deriva quello della Svezia). Accomunate dalla lingua proto-norrena, tramandata dalle iscrizioni in alfabeto runico, nei primi secoli d.C. le varie tribù erano stanziate nella parte meridionale della Penisola scandinava; soltanto a partire dal V secolo ebbero inizio vari movimenti migratori, che espansero notevolmente l'area occupata da questa branca germanica[17].

Il conflitto lungo il Limes nel II secolo: le Guerre marcomanniche[modifica | modifica sorgente]

Le Guerre marcomanniche, combattute nella (progettata) regione della Marcomannia
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerre marcomanniche e Marcomannia.

Dopo un periodo di tranquillità, i Germani ripresero a manovrare contro l'Impero romano nel 135, con i Suebi; contro di loro mosse, in due campagne, Lucio Elio Cesare (136-137). Ma nel corso del II secolo furono soprattutto i Marcomanni a combattere contro Roma, dando vita a un lungo periodo di conflitti militari (dal 167 al 188) combattuti soprattutto in Pannonia.

Nel 166/167, avvenne il primo scontro lungo le frontiere della Pannonia, ad opera di poche bande di predoni Longobardi e Osii, che, grazie al pronto intervento delle truppe di confine, furono prontamente respinte. La pace stipulata con le limitrofe popolazioni germaniche a nord del Danubio fu gestita direttamente dagli stessi imperatori, Marco Aurelio e Lucio Vero, ormai diffidenti nei confronti dei barbari aggressori e recatisi per questi motivi fino nella lontana Carnuntum (nel 168).[18] La morte prematura del fratello Lucio (nel 169 poco distante da Aquileia), ed il venir meno ai patti da parte dei barbari (molti dei quali erano stati "clienti" fin dall'epoca di Tiberio), portò una massa mai vista prima d'allora, a riversarsi in modo devastante nell'Italia settentrionale fin sotto le mura di Aquileia, il cuore della Venetia. Enorme fu l'impressione provocata: era dai tempi di Mario che una popolazione barbarica non assediava dei centri del nord Italia.[19] Intorno ai Marcomanni si realizzò una coalizione di tribù, che includeva anche Quadi, Vandali, Naristi, Longobardi e perfino popoli non germanici, come gli Iazigi di ceppo sarmatico. Contro di essa mosse l'imperatore Marco Aurelio che, pur sconfiggendo a più riprese i barbari, non riuscì a completare il suo progetto a causa della morte dell'imperatore romano (nel 180). Ciò portò a porre fine ai piani espansionistici romani e determinò l'abbandono dei territori occupati della Marcomannia e la stipula di nuovi trattati con le popolazioni "clienti" a nord-est del medio Danubio.[20]

Le invasioni del III secolo: le federazioni etniche[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasioni barbariche del III secolo.

Nel III secolo, approfittando della grave crisi che stava colpendo l'Impero romano, numerosi popoli germanici (sia tribù singole, sia aggregazioni attorno a una tribù catalizzatrice, sia federazioni etniche) si misero in movimento, passando in più punti il Limes romano.

Mappa della Germania Magna e delle sue popolazioni attorno alla fine del II-inizi del III secolo d.C..

Durante la dinastia dei Severi (212-236) il Limes settentrionale fu ripetutamente attaccato, tra gli altri, da Alemanni, Catti, Marcomanni e Quadi; le incursioni furono respinte dall'esercito romano, che tuttavia non fu in grado di garantire stabilità alla frontiera. Negli anni successivi, infatti, una nuova serie di incursioni germaniche sfondò ripetutamente il Limes, grazie anche al fatto che la frontiera era parzialmente sguarnita dalle legioni romane, spesso impegnate a guerreggiare fra di loro (Anarchia militare del periodo 235-284).

La prima incursione, condotta dai Catti nel 212, fu respinta sul Meno l'anno seguente dall'imperatore romano Caracalla, e da allora i Germani costrinsero quasi tutti gli imperatori successivi ad accorrere da un capo all'altro del Limes, per rintuzzare gli attacchi. In questa prima fase delle Invasioni barbariche lo scopo delle incursioni era principalmente la razzia e il saccheggio; non si trattava, quindi, ancora di spostamenti di massa di intere popolazioni come quelli che si sarebbero verificati nei secoli successivi, quando l'irruzione degli Unni nello scacchiere europeo avrebbe indotto molte tribù germaniche a cercare nuove sedi d'insediamento all'interno dell'Impero romano. Nel III secolo a muoversi erano più o meno numerose orde di guerrieri, che per lo più lasciavano alle loro spalle, nei territori dove si erano stabiliti immediatamente al di là del Limes, le famiglie e gli accampamenti delle tribù; dopo una o due stagioni di razzie, facevano rientro alle basi, non curandosi di creare colonie stabili nel territorio romano.

Alemanni e i Franchi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Alemanni e Franchi.

Dopo le Guerre marcomanniche, tra i Germani si verificò un nuovo processo: in luogo delle semplici coalizioni di tribù si realizzarono vere e proprie federazioni etniche. Le identità proprie di ogni singolo gruppo tribale lasciavano cioè il posto, in questi casi, a una nuova identità più ampia, "nazionale": quella della federazione. Esempi di questa nuova modalità furono i Franchi, gli Alamanni e più tardi, dal V secolo, gli Anglosassoni. Il processo si realizzò soltanto in alcuni casi, e fu soltanto una delle linee di sviluppo possibili del grande processo di riorganizzazione compiuto dalle tribù germaniche durante i processi migratori noti come Invasioni barbariche; in altri casi continuò a operare l'aggregazione di tribù, parti di tribù e perfino di singoli guerrieri attorno a tribù già esistenti, che funzionarono così da catalizzatore e continuarono a conservare la propria identità (anche se ora allargata). Aggregazioni di questo genere furono, per esempio, quelle che si realizzarono intorno ai Suebi, agli Ostrogoti, ai Visigoti e ai Longobardi. Anche Marcomanni e Quadi agirono più volte in coalizione, uniti anche a popoli non germanici come gli Iazigi di ceppo sarmatico.

La regione d'insediamento degli Alemanni e i loro movimenti tra III e IV secolo, con l'indicazione dei luoghi e delle date degli scontri con i Romani

La tribù dei Semnoni, parte degli Herminones, costituì il nucleo originario della federazione di tribù nota come Alemanni (o Alamanni), nominati per la prima volta nel 213. Gli Alemanni inizialmente vennero arruolati nell'esercito romano come ausiliari, ottenendo a fronte del graduale spopolamento il diritto di insediarsi in alcune zone dell'impero e diventando così, da pastori e cacciatori nomadi o seminomadi, agricoltori sedentari. Il popolo si stanziò nella valle del Neckar[21]. La federazione degli Alemanni venne a conflitto con i Romani per la prima volta lungo il Limes germanico-retico, dove fu sconfitta da Caracalla, nel 213. Alla sconfitta fece seguito un periodo di relativa tranquillità, ma nel 235-236 il conflitto con Roma si riaccese; questa volta a opporsi agli Alemanni fu Massimino Trace, che non solo ne respinse le incursioni, ma penetrò anche profondamente all'interno del loro territorio, al di là del Limes. Nel 254 un nuovo tentativo di sfondamento del Limes fu arginato da Gallieno, ma nel 260 gli Alemanni riuscirono a penetrare, attraverso il passo del Brennero, in Italia, da dove solo a fatica l'imperatore riuscì a ricacciarli, in una battaglia combattuta presso Milano. La pressione alemannica indusse comunque Gallieno a rettificare il confine settentrionale dell'Impero, abbandonando gli Agri decumates, che così poterono essere occupati dagli stessi Alemanni. Negli anni successivi, gli Alemanni ripeterono più volte il medesimo schema, penetrando in Italia attraverso i passi alpini (268, 270); ogni volta furono respinti, ma soltanto a fatica e dopo che il primo obiettivo delle loro incursioni (il saccheggio) era comunque stato raggiunto. Nel 298 tornarono ad aggredire il Limes renano, impegnando Costanzo Cloro.

I Franchi sorsero, tra la fine II e gli inizi del III secolo, dalla fusione di popoli come Catti, Cauci, Bructeri, Camavi e Sigambri, tutti Istaevones. Ad essi si unirono anche altri Germani occidentali, quali nuclei di Sassoni e di Bavari; l'insieme così costituito si stanziò lungo il corso del Reno[22] e da qui presero il via le loro incursioni contro il territorio imperiale. Nel corso del III secolo attaccarono il Limes e penetrarono in Gallia in numerose occasioni: nel 254 furono respinti, insieme agli Alemanni, da Gallieno, ma nel 257 penetrarono fino a Mogontiacum, prima di essere ricacciati da Aureliano. Nel 258 penetrarono molto più profondamente nell'Impero: superata Colonia, si spinsero fino in Penisola iberica, dove saccheggiarono Tarragona, e alle coste della Mauretania. Tornarono poi a premere contro la Gallia (261), dove penetrarono nel 275. Qui occuparono alcune regioni, prima di essere sconfitti da Marco Aurelio Probo che, tuttavia, li accolse sul territorio della spopolata Gallia e in altre parti dell'Impero. Un nucleo, insediato nel Ponto, si ribellò (277) e compì numerose azioni di pirateria nel Mediterraneo centro-orientale, fino a occupare Siracusa.

I Marcomanni e i Quadi[modifica | modifica sorgente]

Invasioni in Occidente di Franchi, Alamanni, Marcomanni, Quadi, Iazigi e Roxolani degli anni 258-260.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marcomanni e Quadi.

La lunga fase delle Guerre marcomanniche (167-188) non esaurì il potenziale offensivo dei Marcomanni, capaci di aggregare attorno a sé altre tribù germaniche, come i Quadi. Nel 214 si scontrarono con i vicini Vandali, sobillati da Caracalla, ma più tardi, nel 258-260, tornarono ad attaccare l'Impero, devastando la Pannonia e penetrando anche in Italia, forse fino a Ravenna. Al tempo stesso, tuttavia, prese avvio un processo di integrazione all'interno delle strutture statali romane: l'imperatore Gallieno invitò alcune tribù a stanziarsi nell'ormai spopolata Pannonia, e sposò addirittura una principessa marcomanna.

I Quadi, già alleati dei Marcomanni in occasione delle Guerre marcomanniche, continuarono per tutto il III secolo a compiere incursioni in territorio romano, soprattutto in Pannonia, muovendo dalla loro area d'insediamento, appena al di là del Limes danubiano. Nel 214 si scontrarono con Caracalla, che fece giustiziare il loro re Gabiomaro. Nel 246 furono respinti da Filippo l'Arabo, nel 257 attaccarono il castrum di Brigetio e tra il 258-260 devastarono, insieme a Marcomanni e Iazigi, l'intera provincia. In questa occasione furono duramente sconfitti da Gallieno, ma qualche anno dopo, nel 282, tornarono ad assaltare l'Impero.

I Vandali e i Burgundi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vandali e Burgundi.

Stirpe germanica orientale inizialmente stanziata nella regione della foce della Vistola, i Vandali erano entrati a far parte della coalizione che aveva combattuto le Guerre marcomanniche. Tuttavia, nel 214 si prestarono al gioco diplomatico dell'imperatore Caracalla e si opposero agli stessi Marcomanni, nell'area del Limes danubiano. Per tutto il secolo rimasero stanziati nella regione pannonico-danubiana, ma autonomamente non presero molte iniziative contro l'Impero romano; contingenti vandali, tuttavia, entrarono via via a far parte delle coalizioni guidate dai popoli a loro più vicini. Nel 269 condussero invece un attacco autonomo, sempre contro la Pannonia; contro di loro mosse l'imperatore Aureliano che, nel 270, riuscì a ristabilire i buoni rapporti tra Roma e il popolo germanico, tanto da accogliere duemila cavalieri vandali nelle file dell'esercito romano.

Pochi anni più tardi, però (275), i Vandali tornarono a premere sul Limes, questa volta lungo il fronte renano insieme a Franchi e Burgundi, un'altra popolazione germanica orientale che nel corso del II secolo si era spostata a sua volta dall'originaria regione della Vistola verso l'area tra Reno e Meno, a ridosso del Limes. I tre popoli riuscirono a penetrare e a razziare la Gallia, prima di lasciarsi affrontare e battere separatamente da Marco Aurelio Probo (277). Non tutti i Germani rientrarono però nelle loro sedi, ma anzi diversi nuclei si stanziarono in Gallia su invito dello stesso imperatore, che intendeva così ripopolare la Gallia.

Goti[modifica | modifica sorgente]

L'invasione delle genti gotiche del 267/268-270 durante i regni di Gallieno e Claudio il Gotico. In colore verde il regno di Palmira della regina Zenobia e Vaballato.
Fibula gotica a forma di aquila
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Goti.

Nel 230 i Goti, che nel corso di una lunga migrazione si erano spostati dalle sponde meridionali del Mar Baltico a quelle settentrionali del Mar Nero, si stanziarono in Mesia. L'incursione fu di breve durata, e i Germani si ritirarono presto al di là del Limes, a nord del Danubio. Già in questa fase i Goti avevano in parte perso i connotati originari di singola stirpe germanica, per assumere quelli di una federazione: all'insieme gotico si erano infatti aggregati, riconoscendosi comunque sotto la medesima denominazione etnica, numerosi apporti di altra origine, con l'inclusione di altre tribù (o parti di tribù) germaniche, ma anche daciche e sarmatiche[23].

Pochi anni più tardi i Goti si rimisero in movimento, occupando ampie porzioni della Dacia e ottenendo il versamento di un tributo in cambio di una provvisoria pacificazione. Poco più tardi, però, ripresero ad agitarsi, alleandosi alle vicine tribù daciche e sarmatiche e scontrandosi ripetutamente con le legioni romane; nel 249 approfittarono di un conflitto interno all'Impero per occupare un'ampia porzione di territorio tra Dacia, Mesia e Tracia. Guidati da Cniva, nel 250 cinsero d'assedio Filippopoli; l'imperatore Decio, accorso a difesa della città, fu duramente sconfitto e Filippopoli cadde, fu saccheggiata e data alle fiamme. I Goti svernarono nel territorio dell'impero e l'anno seguente, durante il difficile rientro nelle loro basi a nord del Danubio, vennero nuovamente alle armi con l'imperatore: nuovamente sconfitto nella Battaglia di Abrittus, Decio cadde, primo imperatore a essere ucciso in battaglia da un nemico straniero. Nonostante il ricco bottino ottenuto a Filippopoli, negli anni seguenti i Goti quasi annualmente tornarono a compiere incursioni di razzia contro l'Impero, sia via terra, nelle regioni balcaniche (253, 254, 256), sia via mare, lungo le coste dell'Asia Minore (256, 257).

Nel frattempo maturò la distinzione dei Goti nei due grandi rami: gli Ostrogoti, o Goti dell'est, e i Visigoti, o Goti dell'ovest. Nel 268 furono proprio gli Ostrogoti a compiere, insieme ad altre tribù (germaniche e non), una nuova incursione contro l'Impero. I Germani furono fermati soltanto sotto le mura di Bisanzio dall'esercito romano, che tuttavia non riuscì a impedire che imperversassero a lungo nell'intera regione egea: dopo aver colpito le isole e le coste orientali dell'Egeo, si spostarono in Acaia dove saccheggiarono anche Sparta, Argo, Corinto e Tebe. Soltanto nel 269 furono duramente sconfitti dall'imperatore Claudio II il Gotico, nella Battaglia di Naisso dove persero la vita cinquantamila ostrogoti. La sconfitta non fu comunque definitiva: già nello stesso 269 bande gotiche compivano azioni di pirateria in tutto il Mar Egeo, mentre nel 271 un'altra orda passò il Danubio, tanto che l'imperatore Aureliano si risolse ad evacuare la provincia della Dacia. Lo stillicidio delle incursioni gotiche contro l'Asia Minore riprese già nel 275-276, e soltanto a fatica gli imperatori Marco Claudio Tacito e Marco Aurelio Probo riuscirono a ricacciarli.

Gepidi e Eruli[modifica | modifica sorgente]

Gli spostamenti degli Eruli dalla terra d'origine presso il Mar Baltico (1) agli insediamenti presso il Mar Nero (2), in Pannonia (3), in Boemia (4) e in Illiria (5), da dove preso il via le incursioni contro l'Impero romano (3)
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gepidi e Eruli.

I Gepidi, Germani orientali forse parte della famiglia gotica, migrarono dalle sponde del Mar Baltico alla regione dei Carpazi, dove nel 231 furono fermati proprio da Goti, già da tempo insediati nell'area. Nel 267-268 presero entrarono nella grande coalizione, capeggiata sempre dai Goti, che sfondò il Limes lungo il basso corso del Danubio e razziò numerose città della Mesia, dell'Acaia e dell'Asia Minore.

Gli Eruli, giunti a ridosso del Limes (Pannonia, sponde settentrionali del Mar Nero, presso il Mar d'Azov) dalle natie terre baltiche intorno alla metà del III secolo, nel 253 si unirono anch'essi ai Goti nell'attacco a Pessinunte ed Efeso, che distrussero. In seguito presero anch'essi parte, insieme ai Gepidi e ad altre tribù, all'imponente coalizione guidata dai Goti che saccheggiò le province romane della regione balcanico-anatolica.

Le invasioni del IV secolo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasioni barbariche del IV secolo.

Verso la metà del IV secolo la pressione delle tribù germaniche sui confini del Danubio e del Reno era diventata molto forte, incalzata dagli Unni provenienti dalle steppe centro-asiatiche (probabilmente la stessa popolazione, ricordata con il nome di Hsiung-Nu, che un secolo prima avevano insidiato l'Impero cinese presso la Grande Muraglia). L'irruzione degli Unni sulla scacchiere europeo modificò profondamente i caratteri degli attacchi germanici contro il territorio romano: se durante il III secolo la modalità prevalente era stata quella delle incursioni con finalità di saccheggio, esaurite le quali le varie tribù, federazioni o coalizioni facevano ritorno nei loro insediamenti posti immediatamente al di là del Limes romano, nel IV presero avvio migrazioni di massa vero l'Impero. In questo processo, a spostarsi erano non soltanto più i guerrieri, ma l'intero popolo, in cerca di nuove aree di stanziamento; la migrazione, comunque, non sostituì completamente la razzia, ma le due modalità si intersecarono e si sovrapposero ripetutamente.

In un primo momento, meno alluvionale, delle invasioni, Roma tentò di assorbire gli spostamenti delle popolazioni germaniche inserendole all'interno delle proprie strutture, affidando loro un territorio di stanziamento lungo il Limes e impegnandole, in cambio dell'accoglienza, alla difesa del Limes stesso. In seguito allo stanziamento unno in Pannonia (361), tuttavia, la politica di progressiva assimilazione non poté più essere proseguita, e i Germani irruppero in massa e al di fuori di ogni pianificazione all'interno dell'Impero. Al termine del processo, proseguito anche nei secoli seguenti, numerosi popoli germanici si trovarono insediati in vari territori dell'Europa occidentale, meridionale e perfino in Nordafrica, ridisegnando di conseguenza la mappa etnica e linguistica del Vecchio continente.

La nuova situazione ebbe come momento di svolta la battaglia di Adrianopoli (378), nella quale i Visigoti sconfissero l'esercito dell'imperatore Valente, che perse la vita nello scontro. La battaglia portò all'elaborazione, da parte di Roma, di una nuova strategia di contenimento nei confronti dei barbari. Da quel momento infatti gli imperatori, incapaci di fermare le invasioni militarmente, cominciarono ad adottare una politica basata sui sistemi della hospitalitas e della foederatio.

Alemanni, Franchi e Sassoni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Alemanni, Franchi e Sassoni.

Lungo il Limes settentrionale, tra l'area renana e la Britannia, protagonisti delle incursioni furono coalizioni e federazioni tribali a componente prevalentemente occidentale (Istaevones, Ingaevones ed Herminones).

Nel 354 una nuova incursione alemanna contro l'Impero romano, mossa partendo sempre dal loro territorio d'insediamento nell'odierna Germania meridionale, sfociò in un ampio conflitto contro l'imperatore Costanzo II. Guidata dai fratelli Gundomado e Vadomario, la confederazione penetrò in Gallia attraverso il Limes renano, saccheggiò numerose città e vinse nella Battaglia di Reims (356) il cesare d'Occidente, Giuliano, che tuttavia ebbe la sua rivincita già l'anno seguente, nella Battaglia di Strasburgo (357). Poco più tardi gli Alemanni si accordarono con lo stesso imperatore per scendere in campo contro Giuliano (359), che tuttavia costrinse Vadomario a negoziare una pace (360). Roma, dilaniata dalle rivalità tra i diversi cesari e augusti, cercò di inserire gli Alemanni all'interno dei propri giochi politici; nonostante un attacco a tradimento contro Giuliano nel 361, Vadomario e i suoi guerrieri furono impiegati come truppe mercenarie in Asia (365-366) e in Armenia (371). Il nucleo della confederazione proseguiva intanto nelle sue scorrerie: nel 368 travolsero Magonza e costrinsero l'imperatore Valentiniano I ad accorrere e a ricacciare i Germani con la Battaglia di Solicinium; nel 378 a sconfiggerli fu Graziano, nella Battaglia di Argentovaria.

Intorno alla metà del secolo, la federazione dei Franchi fu protagonista di diverse incursioni in territorio gallico, condotte a partire dalla loro area d'insediamento presso il Reno. Nel 342 furono respinti da Costanzo I e nel 358 da Giuliano.

Verso il 370 i Sassoni iniziarono a cercare di muoversi in massa dalla loro regione d'insediamento, presso la costa sudorientale del Mare del Nord, verso la Gran Bretagna, ma furono inizialmente arginati dall'imperatore Valentiniano I.

Marcomanni e Quadi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Marcomanni e Quadi.

Nella primavera del 357 la consueta coalizione tra Marcomanni e Quadi, cui si erano uniti anche i Sarmati iranici, tornò ad agitarsi sul Danubio, invadendo e saccheggiando Rezia, Pannonia e Mesia. Le razzie furono arginate da Costanzo II, che operò sia militarmente sia diplomaticamente, anche assegnando nuove aree d'insediamento ad alcune tribù della coalizione. Dopo qualche decennio di relativa tranquillità, nel 374 i Quadi ripresero la via delle incursioni in Pannonia, ancora insieme a tribù sarmatiche (gli Iazigi). Contro di loro mosse Valentiniano I, che morì durante la campagna.

Ostrogoti e Visigoti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ostrogoti e Visigoti.

La scissione della grande famiglia gotica nei due rami "occidentale" (Visigoti) e "orientale" (Ostrogoti) non frenò la loro pressione contro il Limes danubiano, che tra III e IV secolo esercitarono sia singolarmente, sia congiuntamente.

La Bibbia di Ulfila (Codex Argenteus)

Nel 332 i Visigoti sfondarono il Limes, ma furono sconfitti dall'imperatore Costantino. Tuttavia, invece di rientrare nelle loro basi secondo la modalità consueta delle Invasioni barbariche del III secolo, furono accolti dall'imperatore all'interno dell'Impero romano, in seguito a un accordo che li impegnava, in cambio del territorio ottenuto, a difenderne i confini. Da allora rimasero in pace fino al 367, quando, guidati da Atanarico, appoggiarono l'usurpazione di Procopio contro l'imperatore Valente e pianificarono una rivolta. Valente passò il Danubio, ma Atanarico evitò lo scontro aperto e si ritirò sui Carpazi; gli scontri proseguirono fino al 369, quando fu siglata una tregua che sospendeva i precedenti rapporti di collaborazione basati sui sussidi (o tributi) offerti dai romani in cambio di contingenti mercenari, stabilità nella regione e scambi commerciali. In quegli anni, intanto, aveva preso il via la conversione di una parte del popolo gotico al Cristianesimo, secondo la variante ariana promossa da Ulfila, e lo stesso vescovo aveva intrapreso la messa per iscritto della Bibbia, che divenne così il primo testo in lingua gotica e la più estesa testimonianza delle lingue germaniche antiche.

Nel 375, incalzati dagli Unni che li avevano scacciati dalla loro regione d'insediamento tra il Danubio e il Mar Nero, i Visigoti chiesero pressantemente asilo a Valente, accalcandosi in duecentomila tra le foci del Danubio, la Mesia e la Tracia (376). L'accoglienza fu concessa, ma malamente gestita: i Goti furono spogliati delle armi e privati dei bambini, consegnati come ostaggi, ma non venne adeguatamente assicurato l'approvvigionamento alimentare. La fame e gli stenti spinsero i Visigoti, guidati da Fritigerno alla rivolta: si unirono agli Ostrogoti che avevano a loro volta passato il Danubio e insieme sconfissero un esercito romano a Marcianopoli. Mosse allora contro i Germani lo stesso imperatore che, nella battaglia di Adrianopoli (378), subì una disastrosa sconfitta, tanto da cadere egli stesso sul campo. I Visigoti rimasero in Mesia, compiendo ripetute razzie nelle regioni circostanti, fino al 390, dopo aver ottenuto dal nuovo imperatore Teodosio I il riconoscimento quali alleati.

Le invasioni del V secolo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Invasioni barbariche del V secolo.

A partire dalla battaglia di Adrianopoli (378) i rapporti tra i Germani, soprattutto quelli occidentali e orientali, e l'Impero romano mutarono radicalmente. A partire da quella data, infatti, i conflitti non furono più limitati alle regioni poste a ridosso del Limes romano, anche se con incursioni più o meno profonde all'interno del territorio imperiale, ma assunsero i caratteri di migrazioni di massa, compiute da popoli interi, che raggiunsero gran parte dell'Impero e portarono nuclei germanici a insediarsi in una vastissima area, dalle Isole britanniche alla Penisola balcanica all'Africa settentrionale.

Franchi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Franchi.

Stabilizzati nella Gallia centrale come foederati, fin dagli inizi del V secolo i Franchi furono incaricati di difendere la frontiera del Reno contro Alani, Suebi e Vandali. Con il disfacimento dell'Impero romano d'Occidente, i Franchi si stanziarono con maggiore libertà oltre il Reno, creando due regni principali: i Franchi dell'ovest (Salii) nella valle della Schelda e i Franchi dell'est (Ripuari) presso la Mosella.

Anglosassoni[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Anglosassoni.

Forti contingenti di Germani occidentali verso la Gran Bretagna, a completamento di un processo avviato fin dal V secolo: a partire da quell'epoca, infatti, gran parte degli Ingaevones (praticamente tutti gli Angli e gli Juti e numerosi contingenti di Frisoni e Sassoni) si erano stanziati in Gran Bretagna.

Con il ritiro dei Romani, la Gran Bretagna si spezzettò in regni formati da gruppi di Britanni spesso in lotta tra loro o con i popoli non celtici del nord, e in queste lotte i re e capi locali cominciarono ad ingaggiare milizie germaniche provenienti dal continente; esse occuparono le terre sud-orientali dell'isola principale spingendo le popolazioni celtiche verso nord e ovest. Gli Angli occuparono la parte centrale e orientale dell'antica Britannia, i Sassoni quella del sud, mentre gli Juti, in minor numero, si stanziarono nell'estremo lembo sudorientale corrispondente più o meno all'attuale Kent. Presto le varie tribù germaniche sarebbero arrivate a fondersi[14]: già nell'VIII secolo lo storico longobardo Paolo Diacono li indica collettivamente con il nome di Anglosassoni[21]. La più antica testimonianza della loro lingua (l'inglese antico), il poema epico Beowulf, risale al VII secolo[21].

Alemanni e Suebi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Alemanni e Suebi.

I Suebi penetrarono in Gallia (406-409) e, in seguito, nella Penisola iberica (410) insieme ai Vandali. Giunti in territorio iberico si stabilirono nella parte nordoccidentale della penisola (Galizia, Lusitania), dove fondarono un regno che si estendeva fino alle foci del Tago.

Non tutti i Suebi seguirono però i Vandali nella marcia verso occidente; forti contingenti rimasero in Europa centrale e si confusero con Alemanni e Marcomanni, rimanendo insediati nella regione da tempo occupata dagli stessi Alemanni. Nel corso del V e soprattutto del VI secolo la federazione degli Alemanni andò infatti via via perdendo i suoi connotati distintivi, confondendosi con quella dei Suebi tanto che dagli inizi del VI secolo il loro territorio d'origine, chiamato fino ad allora "Alemannia", incominciò a essere indicato con il nome di Svevia (che tuttavia si sarebbe imposto definitivamente soltanto a partire dall'XI secolo[21]).

Burgundi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Burgundi.

Foederati insediati nella prima metà del V secolo tra Meno e Reno, i Burgundi subirono nel 436 l'attacco degli Unni, allora arruolati da Ezio. Lo stesso condottiero romano permise poi ai Burgundi di stanziarsi tra la Saona e il Rodano, in quella che da essi prenderà il nome di Borgogna, per difendere i passi alpini.

Vandali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vandali.

Già attestati a ridosso del Limes settentrionale fin dal III secolo e in seguito insediatisi in Pannonia, nel 406-409 i Vandali passarono il Reno e dilagarono in Gallia. Razziando e saccheggiando, i Germani attraversarono l'intera Gallia fino a oltrepassare i Pirenei. In questo periodo, attorno ai Vandali si era formata una coalizione di tribù, che includeva sia altri elementi germanici (Seubi, Silingi) sia popoli di diversa stirpe (Alani). Nel 409 passarono i Pirenei e penetrarono nella Penisola iberica, dove ottennero lo status di foederati dall'imperatore romano Onorio (410). Una prima spartizione tra le diverse tribù che formavano la coalizione fu messa in discussione dall'arrivo dei Visigoti, inviati nel 416 dall'imperatore a "ristabilire" l'autorità romana. Inizialmente sconfitti dai Visigoti, i Vandali, guidati da re Gunderico riuscirono a contrattaccare nel 421-422, ottenendo il controllo di numerosi porti sul Mediterraneo dai quali avviarono un'attività di pirateria.

La marina vandala compì fin dal 425 incursioni in Nordafrica (Mauretania), attratta dalle prospettive di bottino che quella ricca e allora fertile provincia offriva. Nel 429 il nuovo re, Genserico, decise il trasbordo dell'intera popolazione (ottantamila persone, inclusi anche circa trentamila non vandali) in Africa, anche per sfuggire alla pressione dei Visigoti. Una volta sbarcati, nel giro di un decennio (429-440) i Vandali conquistarono l'intera costa nordafricana compresa tra le antiche province romane di Mauretania e Africa). Cartagine cadde nel 439 e divenne la capitale del regno di Genserico.

Visigoti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Visigoti e Regno visigoto.

La battaglia di Adrianopoli (378) fu il momento culminante di una serie di scontri che si combatterono pressoché ininterrottamente, nelle province romane di area balcanica, fino al 382, noti come Guerra gotica. Gli scontri ebbero termine con la pace ratificata nel 382 tra il nuovo imperatore Teodosio I e i capi visigoti, fra i quali spiccava Fravita. Ai Visigoti, cui fu riconosciuto lo status di foederati, venne assegnata la Pannonia, ma forti nuclei rimasero insediati ancora a lungo in Mesia. Secondo la concezione del diritto germanico, i capi goti si ritenevano vincolati ai patti solo in forma individuale, e non già "statale"; così, alla morte di Teodosio (395), si ritennero liberi di intraprendere nuovamente una politica attiva. Già in precedenza, comunque, alcuni contingenti di guerrieri visigoti, capeggiati da Alarico e ingrossati da apporti di altre popolazioni (anche non germaniche, come gli Unni), avevano compiuto nuove scorrerie in territorio imperiale, sia in Tracia (391-392) sia verso l'Italia (394). In entrambe le occasioni furono fermati, ma non annientati dal comandante in capo dell'esercito romano, il vandalo Stilicone.

Proclamato re Alarico, nel 395 i Visigoti penetrarono nuovamente nelle province balcaniche, occupando e saccheggiando la Macedonia, la Tessaglia, la Beozia e l'Attica; dopo aver costretto alla resa Atene, cui fu risparmiato il saccheggio, nel 396 passarono nel Peloponneso, dove occuparono anche Corinto, Argo e Sparta. Stilicone, sbarcato nel 397, giunse a un accordo con Alarico, che si ritirò verso l'Epiro; qui ottenne, nel 399, un'investitura ufficiale da parte dell'imperatore d'Oriente Arcadio sull'Illirico romano, che governò in qualità di magister militum. Insoddisfatti della sistemazione e sobillati dalle rivalità che dividevano Arcadio dal suo fratello e collega sul trono d'Occidente, Onorio, nel 401 mossero verso l'Italia. Qui furono ripetutamente affrontati e sconfitti da Stilicone, che nuovamente non ebbe la forza o la volontà di annientarli e consentì loro di ritirarsi tra Norico e Pannonia.

Alla morte di Stilicone (408) Alarico calò nuovamente in Italia e, dopo il fallimento delle trattative con Onorio, trincerato a Ravenna, occupò e saccheggiò la stessa Roma (Sacco di Roma del 410). L'orda visigota continuò la sua marcia verso sud, fino in Calabria; qui Alarico morì e il nuovo re, suo fratello Ataulfo, li guidò a ritroso lungo penisola, fino alla Gallia dove giunsero nel 412. Insediati inizialmente tra Provenza ed Aquitania, nel 414-416 abbandonarono le regioni più orientali per espandersi invece nella Penisola iberica. Si stanziarono quindi definitivamente nell'ampia regione a cavallo dei Pirenei, occupando gran parte della Penisola iberica e della Gallia sudoccidentale. Qui governarono inizialmente come legati in nome di Roma e in seguito, dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente (476) come regno anche formalmente indipendente, protagonista di vari scontri con gli altri Regni latino-germanici creati ai loro confini da Franchi, Burgundi, Suebi e Vandali.

Ostrogoti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ostrogoti.

Travolti dall'invasione unna, numerosi nuclei di Ostrogoti entrarono a far parte dell'orda di Attila; dopo la morte del condottiero unno (453), il popolo ostrogoto si ricostituì e si stanziò lungo il medio corso del Danubio, in un territorio corrispondente grosso modo all'odierna Serbia. Qui il re Teodorico, salito al trono nel 474, siglò un accordo con l'imperatore bizantino Zenone, che lo invitò a invadere l'Italia in suo nome per scacciare il re degli Eruli Odoacre, che dopo aver deposto l'ultimo imperatore romano d'Occidente, Romolo Augusto (476) ed essersi proclamato Rex Italiae, amministrava la penisola in totale autonomia.

Gli Ostrogoti risalirono quindi la Sava e penetrarono in Italia attraverso le Alpi Giulie; penetrati nella Pianura Padana, si scontrarono più volte con Odoacre, sconfiggendolo definitivamente nel 493. Teodorico ottenne il titolo di patricius da parte dell'Imperatore d'Oriente e governò in suo nome il regno degli Ostrogoti, esteso dall'Italia a un'ampia porzione nordoccidentale della Penisola balcanica, anche se di fatto era pienamente indipendente.

Eruli[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Eruli.

Gli Eruli erano la componente principale dell'insieme di tribù germaniche che, entrate al servizio dell'Impero romano in qualità di mercenari, ne decisero le sorti in territorio italico: nel 476, infatti, il loro re Odoacre depose l'ultimo imperatore romano d'Occidente, Romolo Augustolo, e assunse il controllo dell'Italia. Il regno degli Eruli fu però di breve durata, scalzato nel 493 dagli Ostrogoti di Teodorico.

I regni latino-germanici (V-VI secolo)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regni romano-barbarici.

Nei territori appartenuti all'Impero romano e in seguito sommersi dalla Invasioni barbariche, i nuovi venuti germani diedero vita, insieme ai vinti latini e di altra stirpe, a istituzioni statali di nuovo tipo, dette regni romano-barbarici (o latino-germanici). All'interno di questi regni avvenne, durante l'Alto Medioevo, l'integrazione tra gli invasori germani e gli autoctoni romanici, dando così vita - almeno nelle linee più generali - alla composizione etnica e linguistica dell'Europa moderna.

Longobardi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Longobardi.

Nel 568 i Longobardi, guidati da Alboino, mossero verso l'Italia, indebolita dalla recente Guerra gotica (535-553) che aveva abbattuto il regno ostrogoto e restaurata l'autorità imperiale. La popolazione, appartenente probabilmente al gruppo germanico orientale, era giunta in Italia in seguito a una plurisecolare migrazione che li aveva portati dalla Scandinavia meridionale a risalire il corso dell'Elba, fino ad insediarsi in Pannonia. Le deboli difese bizantine in Italia caddero rapidamente, e i Longobardi fondarono un proprio regno.

I Germani settentrionali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vichinghi.

Società[modifica | modifica sorgente]

Cesare testimonia, parlando del potente popolo dei Suebi, che si trovava a sud del fiume Meno che

« [...] tra i Suebi non esiste assolutamente proprietà privata e la terra tra loro divisa, né è permesso ad alcuno di rimanere più di un anno ad esercitare l'agricoltura. Si cibano poco di frumento, ma soprattutto di latte e carne. Esercitano la caccia che serve loro sia per l'alimentazione sia per l'addestramento quotidiano, sia per la libertà di vita, poiché fin da ragazzi sono abituati a non rispettare alcuna disciplina, ...sia aumenta le loro forze sia fa crescere le loro corporature in modo smisurato... Concedono ai mercanti di entrare nei loro territori per avere qualcuno a cui vendere i loro bottini di guerra, più che per importare beni. Essi non importano nemmeno i cavalli... Nei loro combattimenti tra cavallerie, spesso scendono da cavallo e combattono a piedi. Hanno infatti addestrato i cavalli a rimanere sul posto, e quando ne hanno bisogno ritornano rapidamente a cavalcarli... e non adoperano la sella... Non permettono che sia importato nel loro paese il vino, perché credono che renda gli uomini effeminati e troppo deboli per resistere alla fatica. »
(Cesare, De bello Gallico, IV, 1-2.)

La struttura fondamentale della società germanica era il *kunja (inglese: kin, cynn, sassone: cunni, tedesco: kunne), che significa "generazione", "razza", "discendenza", etimologicamente imparentato al greco ghenos e al latino genus, istituito nel *sibjō (tedesco: sippe; equivalente al clan), formato dall'unione di più famiglie patriarcali imparentate fra loro. Il clan costituiva un'entità economica, militare e politica del tutto autonoma e autosufficiente. I capi-clan diedero vita, probabilmente già in età molto antica, a periodiche riunioni assembleari. L'entità superiore delle sippen era il *theudō (anche thiuda), il volk, "popolo" (inglese: thede, sassone: thiod, tedesco: diot [poi deutsch con il suffisso aggettivale -isch], norreno: thjóð, con la forma tedesca poi latinizzata in theodiscus), territorialmente esteso nel gau, chiamato dai latini civitas, cioè una tribù stanziata in un determinato territorio.

Sostanzialmente democratica, la società germanica conobbe forme di monarchia elettiva entro le quali l'assemblea degli uomini liberi, il thing (o allthing, o, nei regni anglosassoni witan) periodicamente riunita manteneva di fatto tutti i poteri, compreso quello giudiziario. Le assemblee esprimevano le decisioni del popolo, che quindi consisteva nell'unione libera e volontaria di diversi kin.

Dopo gli uomini liberi, la minoranza col diritto di portare le armi e che deteneva l'intero potere (tra i Longobardi si chiamavano per esempio arimanni), venivano gli aldi (hald, latinizzato: haldii), uomini semiliberi legati alla terra quasi alla stregua di servi della gleba; infine gli schiavi, quasi sempre prigionieri di guerra o civili catturati durante le razzie.

In caso di guerra l'assemblea nominava comandanti uomini di particolare valore o autorità, e questi, semplici "primi fra pari", dovevano sempre rispondere del loro operato all'assemblea stessa. Solo in epoca più tarda i comandanti militari eletti iniziarono ad assumere tratti da re e con la formazione dei regni romano-barbarici, dopo la fine dell'Impero romano d'Occidente, si affermarono stirpi reali prestigiose. In ogni caso, le figure dei sovrani germanici furono sempre limitate nel loro potere dall'assemblea.

Interessante era l'uso del comitatus, cioè l'abitudine di aggregare i giovani delle famiglie meno in vista a quelli delle famiglie più importanti, facendoli diventare compagni inseparabili in pace e in guerra. Questo modello di fedeltà personale avrebbe influenzato, tramite le legislazioni romano-barbariche, le istituzioni del Medioevo, divenendone anzi una delle caratteristiche salienti.

Insediamenti[modifica | modifica sorgente]

I germani vivevano in piccole comunità o insediamenti sparsi. Le costruzioni erano in legno e assai semplici, sebbene già Tacito testimoniasse l'esistenza di edifici simili a quella che sarebbe poi diventata la fachwerkhaus, la casa caratteristica dei popoli germanici. Le scoperte archeologiche testimoniano inoltre l'esistenza nelle zone occupate dai Germani di luoghi fortificati, i burga, da cui i nomi delle città che terminano in burg, borg[24] (come Würzburg, in Germania) oppure burgh, borough o bury (come Peterborough o Canterbury, in Gran Bretagna).

Presso le tribù germaniche non esisteva la proprietà privata della terra: le terre via via occupate venivano spartite tra i clan, ciascuno dei quali provvedeva a sua volta a suddividere la propria quota tra le famiglie che lo componevano. L'agricoltura del resto era primitiva, e tendeva semplicemente a sfruttare il più possibile, nell'immediato, il terreno strappato alla foresta.

Aspetto fisico e vestiario[modifica | modifica sorgente]

Rappresentazione di una famiglia germanica della tarda antichità.

All'epoca di Gaio Giulio Cesare (58-53 a.C.) i Germani ad est del Reno erano più alti rispetto ai soldati romani dell'epoca; se infatti i Romani superavano di rado il metro e mezzo di statura, i Germani arrivavano anche a poco più di 170 cm[25]. Tacito afferma che generalmente i Germani avevano occhi azzurri e capelli rossi, dotati di un fisico decisamente robusto ma incapace di resistere alla sete e al caldo, sebbene ottimo sia per il combattimento che per resistere al gelo.[26] Vestivano in linea di massima con un gonnellino di pelle animale o pantaloni. Le tribù più evolute producevano anche abiti di lana. E solo i capi potevano indossare una tunica sagomata con le maniche lunghe.

Essi, infatti, pur abitando in regioni molto fredde avevano l'abitudine di non portare indumenti, a parte pelli, tanto piccole da lasciare scoperto gran parte del loro corpo.

Tecniche militari[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Organizzazione militare dei Germani.

Al tempo di Mario e Cesare (I secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia in Alsazia (58 a.C.).

Cesare racconta di come i cavalieri germani combattevano normalmente. Da questa forma tecno-tattica, si ritiene che in seguito nacquero le cosiddette coorti equitate al tempo della riforma augustea dell'esercito romano:

« Ariovisto [...] ogni giorno combatté con la cavalleria. Era questo il genere di combattimento nel quale i Germani si esercitavano. I cavalieri erano 6.000: c'erano altrettanti fanti molto valorosi e assai veloci nella corsa. I cavalieri li avevano scelti da ogni reparto, uno ad uno per la propria difesa personale. Partecipavano alle battaglie in loro compagnia. I cavalieri si ritiravano presso di loro e se il combattimento si inaspriva, andavano anche loro alla carica. Se qualcuno era ferito in modo grave, era caduto da cavallo, lo circondavano. Se dovevano compiere una lunga avanzata o una rapida ritirata, la loro velocità era tanto grande per l'esercizio, che sostenendosi alle criniere dei cavalli ne eguagliavano la corsa in velocità. »
(Cesare, De bello Gallico, I, 48.4-7.)

Il normale schieramento delle fanterie germaniche era invece di tipo falangitico come ci racconta ancora Cesare:

« Con tale violenza i Romani andarono all'assalto dei Germani, ma altrettanto improvvisamente e rapidamente i Germani corsero all'attacco, che non vi fu spazio [da parte dei Romani] di lanciare i pilum contro il nemico. Lasciati da parte i pila si combatté, corpo a corpo, con le spade. Ma i Germani velocemente secondo il loro costume, si schierarono in falange e sostennero l'assalto delle spade. »
(Cesare, De bello Gallico, I, 52.3-4.)

Al tempo di Tacito (I secolo d.C.)[modifica | modifica sorgente]

Assalto dei Germani alle legioni romane nella clades variana.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Occupazione romana della Germania sotto Augusto.

I Germani, a differenza dei Celti, combattevano soprattutto a piedi, in formazione falangitica a "cuneo", come viene indicato da Tacito nella sua Germania.[27] Dalle tribù nomadiche delle steppe (sciti e sarmati) appresero poi un maggior utilizzo del cavallo a discapito della fanteria.

« Pochi [Germani] si servono di spade o di grandi lance. Maneggiano invece delle aste che essi chiamano "framee", dalla punta aguzza e breve, ma così appuntite e facili all'utilizzo che con una stessa arma, a seconda del caso, possono combattere da vicino o da lontano. I cavalieri inoltre non si servono che dello scudo e di questo tipo di lancia, mentre i fanti lanciano anche [altri] proiettili. Ciascuno di loro ne lancia molti anche molto lontano. Combattono nudi o al massimo con indosso una leggera veste. I Germani non sfoggiano alcuna eleganza, si limitano ad ornare i loro scudi con particolari colori. Pochi tra di loro utilizzano una corazza, solo uno o due indossano un elmo di metallo o di cuoio.
I loro cavalli non si differenziano per bellezza o velocità. A loro i Germani non insegnano a compiere delle evoluzioni, come facciamo noi [Romani], ma li guidano dritti alla carica, o li fanno ripiegare con un solo tipo di conversione verso destra, in modo che in virtù di questa mossa serrata in modo circolare, nessuno rimane indietro. A giudicare dal complesso, sta nella fanteria il nerbo del loro esercito. Nel combattimento i fanti si mischiano ai cavalieri, in modo che bene si adattano alla battaglia tra cavallerie e si armonizza la velocità dei soldati della fanteria, scelti tra i giovani e destinati al fronte dello schieramento. Anche il numero di questi è fisso. Sono 100 per ogni distretto, e si chiamano così tra loro, in modo che quello che inizialmente fu solo un numero, oggi è un appellativo d'onore.
L'esercito schierato a battaglia, si dispone a cuneo. I Germani non ritengono un atto di viltà, ma solo un segno di prudenza, il ritirarsi, purché si ritorni a combattere. Anche quando l'esito della battaglia non è stato troppo favorevole, riportano dal campo i corpi dei compagni caduti. E' per loro massima vergogna abbandonare lo scudo. Chi si macchia di una simile colpa viene escluso dalle assemblee e dalle cerimonie sacre, tanto che molti che si erano ritirati dal combattimento, poi si impiccarono per porre fine alla vergogna. »
(Tacito, De origine et situ Germanorum, 6.)

Nel IV-V secolo[modifica | modifica sorgente]

Cavalieri barbari (in particolare Visigoti e Vandali) assaltano l'Impero romano e saccheggiano la stessa Roma nel V secolo.

Anche la loro tecnica militare si era evoluta notevolmente, soprattutto grazie alle tecniche apprese durante gli anni trascorsi nelle file delle truppe ausiliarie dell'esercito romano. L'arma principale rimaneva l'asta da urto (framea) di varia lunghezza. L'uso della spada era invece meno diffuso presso alcune tribù. Adoperavano anche giavellotti da lancio, come i Franchi, simili al pilum romano. L'arco rimase un'arma secondaria per la maggior parte di questi popoli. Altre armi usate in combattimento erano l'ascia, in particolare dai Franchi, e la mazza.

L'armamento difensivo si era notevolmente evoluto, accompagnando al tradizionale uno scudo di legno al cui centro era posto un umbone in metallo, un elmo e spesso una corazza di maglie di ferro. E comunque indossavano tutti delle brache (simili ai nostri pantaloni), una tunica, a volte dei mantelli (come nel caso degli Alamanni) oltre a calzari simili a sandali che si legavano fino a sotto le ginocchia, ed erano indossati sopra una sorta di primitive calze (utilizzate soprattutto durante l'inverno).

Restano famose alcune tribù per le caratteristiche della loro cavalleria: i cavalieri combattevano mischiati ai fanti leggeri, e spesso abbandonavano il loro cavallo, abituato ad attenderli, per combattere loro stessi a piedi. Il nucleo dell'esercito rimaneva, però, la fanteria. Suoni di corno ed il famoso barritus o barditus (grido di guerra), stimolavano l'ardore dei combattenti.

I Germani appresero l'arte di costruire valli difensivi per i loro campi dai Romani, come pure il concetto di comando della battaglia. I capi, una volta erano abituati a dare l'esempio, lanciandosi all'attacco. Durante questo periodo cambiarono tattica, dirigere i propri soldati come facevano i Romani, lontani dalle prime linee.

Furono utilizzati per il loro coraggio e capacità guerresche come alleati delle truppe romane di confine. Si racconta infatti che nel 288 d.C. Massimiano fece dei Franchi un regno vassallo, al quale venne affidata la difesa della frontiera contro gli altri Germani. I Franchi da quel momento, oltre ad essere arruolati nelle truppe ausiliare dell'esercito, cominciarono ad entrare al servizio di Roma come federati, conservando la loro organizzazione, i loro capi nazionali, la loro lingua e i loro costumi, la loro indipendenza, tanto da renderli sempre meno assimilabili e sempre più pericolosi per l'Impero romano.

Fu poi la volta dei Goti, al tempo di Teodosio I, ad essere riconosciuti come federati. E l'uccisione di Stilicone nel 408 d.C. risultò l'ultimo tentativo da parte dell'elemento romano di combattere la superiorità dei Germani nell'esercito e nello Stato. Con il 410 d.C., anno del sacco di Roma da parte di Alarico, ebbe inizio l'epoca dei Regni romano-barbarici.

Religione[modifica | modifica sorgente]

Thor, il dio germanico del tuono, opera di Mårten Eskil Winge, 1872 circa

La carenza di fonti impedisce di conoscere a fondo la mitologia e la religione dei Germani: le loro fonti (archeologiche, rune e poemi) sono spesso di difficile interpretazione, mentre le fonti latine e greche sono tarde e scarsamente obiettive per l'implicita difficoltà di capire culture estranee a quelle del loro mondo.

Conosciamo gli dei germanici, gli Asi e i Vanir, grazie soprattutto alle fonti scandinave. Nella loro mitologia si trovano molte affinità con altre culture euro-asiatiche, che testimoniano indirettamente una serie di influenze esterne difficilmente districabili dai contenuti "originali" della cultura germanica, anche per via della disomogeneità tra le varie tribù.

Asi e Vanir ricordano gli Asura e i Deva indoiranici, mentre le Norne ricordano le Parche/Moire greco-romane che presiedono il destino umano; Odino/Wotan, in quanto presente al passaggio tra vita e morte, è assimilabile a Hermes/Mercurio, mentre Thor è simile a Ares/Marte. I Vanir (Njordhr o Freyja) sono più ascrivibili al culto della Terra/Madre e della fecondità, in quanto dispensatori di ricchezza, pace e fertilità di terra e mare.

Tacito scriveva nella Germania (libro IX) che i germani non avevano una casta sacerdotale, né effigi religiose, né santuari, né luoghi sacri, anche se non è del tutto corretto, perché sono state trovate rappresentazioni religiose antropomorfe. Esistevano poi gli sciamani, dotati di particolari poteri che permettevano loro di mediare tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti, intesi sia come entità divine che demoniache.

In ogni caso è innegabile che le popolazioni germaniche adorassero in prevalenza alcuni elementi naturali, soprattutto alberi e boschi. I longobardi, sempre secondo Tacito, alle origini adoravano la dea Nerthus alla quale rendevano omaggio in un bosco sacro su un'isoletta, nel quale la dea scendeva dal cielo su un carro trainato da giovenche durante una cerimonia pubblica, al termine della quale ogni cosa veniva purificata nelle acque di un lago consacrato. Nell'XI secolo anche Adamo da Brema parlò di un bosco sacro nell'area di Uppsala, dove uomini ed animali erano sacrificati tramite l'impiccagione agli alberi. L'albero sacro dopotutto è presente in molte mitologia germaniche, per esempio come Irminsul, colonna del cielo protesa verso il sole quale asse del mondo che mantiene la stabilità del cosmo.

Di albero sacro (Yggdrasill) si parla anche nell'Edda, una raccolta poetica in lingua norrena del XIII secolo, dove però si trovano ancora molti elementi del mondo pagano antico: la sospensione a questo frassino sacro faceva parte, secondo il poema, dell'iniziazione di Odino per acquisire il potere di leggere le rune. La similitudine tra albero sacro e Croce di Gesù fu usata dai missionari cristiani tra l'VIII e X secolo per convertire i popoli germanici in Europa centro-settentrionale.

Alla fine dei tempi l'ordine cosmico sarebbe stato concluso dalla battaglia epocale del Ragnarök, quando gli Asi sarebbero caduti e tutto il mondo sarebbe stato inghiottito dal lupo Fenrir (un'altra analogia, questa volta con l'Apocalisse di Giovanni, usata dai missionari).

Diritto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia del diritto germanico.

Per gli antichi Germani la giustizia era una questione privata. Chi osava offendere qualcuno ne subiva la vendetta dell'offeso, chiamata faida. Se uno non aveva prove certe per accusare qualcuno, si verificava la colpevolezza dell'accusato attraverso l'ordalia o giudizio di Dio (giudizio di Dio non è il nome originale, ma è stato dato dai Germani cristianizzati e dai Longobardi): se l'imputato rimaneva illeso dopo aver camminato sui carboni ardenti oppure aveva sconfitto l'accusatore poteva essere dichiarato innocente (i Germani, infatti, pensavano che il Fato non avrebbe aiutato i colpevoli). Esisteva anche una pena scontata con una multa pesante, chiamata guidrigildo.

Economia[modifica | modifica sorgente]

Dell'agricoltura i Germani, almeno al tempo di Cesare, non si occupano con zelo. La maggior parte della loro alimentazione è costituita da latte, formaggi e carne.[28] Altamente sviluppato era l'allevamento di cavalli, essenziali per gli abili cavalieri germani.

Lingua[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lingua proto-germanica e Lingue germaniche.

Le antiche tribù germaniche parlavano dialetti mutuamente intelligibili e condividevano una comune cultura e la stessa mitologia, come è chiaramente indicato dal Beowulf e dalla Volsunga saga. L'esistenza di una identità comune è testimoniata dall'esistenza di un termine proprio, ad indicare le popolazioni non-germaniche: *walhaz (plurale di *walhoz), da cui sono derivati toponimi ancora in uso oggi come Galles (Welsh), Vallese (Wallis), Vallonia (Walloon) e Trentino (Welschtirol)[29].

Un ulteriore esempio di questa unità etnica è dato dal fatto che i Romani li riconoscevano come unica popolazione e davano loro il nome collettivo di Germani.
In assenza di una politica egemonica come quella imposta dai Romani alle popolazioni italiche, le diverse tribù rimasero libere, sotto la guida dei propri capi, ereditari oppure eletti.

Cultura[modifica | modifica sorgente]

Ceramiche lavorate a cordicella rinvenute in Germania e risalenti al XX-XIX secolo a.C.

I Germani non conoscevano la scrittura, quindi i loro miti e le loro leggende erano tramandate attraverso canti che esaltavano il valore ed il coraggio dei protagonisti. Alcune testimonianze artistiche dei germani giunte sino a noi sono degli oggetti in metallo (come armi, fibbie e gioielli) finemente lavorati ed incisi.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, p. 431.
  2. ^ Publio Cornelio Tacito, De origine et situ Germanorum, II.
  3. ^ Publio Cornelio Tacito, op. cit., III.
  4. ^ a b c Villar, cit., p. 425.
  5. ^ Simili considerazioni si basano esclusivamente sull'osservazione dei tratti somatici (pelle molto chiara, occhi spesso azzurri, capelli biondi) diffusi in quelle aree e generalmente considerati elementi di sostrato genetico pre-indoeuropeo; dal punto di vista linguistico, invece, non esiste alcun elemento che possa mettere in correlazione la lingua proto-germanica con le lingue ugrofinniche; cfr. Villar, cit., p. 425. Alcuni studiosi hanno ipotizzato l'esistenza nell'area di un substrato linguistico non-indoeuropeo, affine al basco e al berbero, nel lessico e nella toponomastica germanica (ipotesi vasconica).
  6. ^ a b Villar, cit., p. 421.
  7. ^ a b Renato Bordone-Giuseppe Sergi, Dieci secoli di Medioevo, pp. 5-6.
  8. ^ a b Villar, cit., p. 426.
  9. ^ a b Villar, cit., p. 428.
  10. ^ Villar, cit., pp. 428-429.
  11. ^ Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 82
  12. ^ Secondo lo schema classico di August Schleicher, che ripartiva le lingue germaniche nei tre rami occidentale, orientale e settentrionale; cfr. Villar, cit., p. 432.
  13. ^ Villar, cit., p. 436.
  14. ^ a b Villar, cit., p. 437.
  15. ^ L'unica lingua pienamente attestata dall'antichità è, tra le germaniche orientali, quella gotica; delle altre si conservano soltanto glosse e parole isolate. Cfr. Villar, cit., p. 435.
  16. ^ Villar, cit., p. 435.
  17. ^ Villar, cit., p. 433.
  18. ^ Historia Augusta - Marco Aurelio, 14.1-5
  19. ^ Cassio Dione, Storia romana, LXXII, 3.1.
  20. ^ AE 1956, 124
  21. ^ a b c d Villar, cit., p. 438.
  22. ^ Villar, cit., p. 440.
  23. ^ Pat Southern, The roman empire: from Severus to Constantine, Londra & New York 2001, pp. 207 e segg.
  24. ^ di origine indoeuropea. Si confronti con il celtico briga, "luogo rilevato", o "città".
  25. ^ G. Garbarino, Opera 1B, L'età di Cesare, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2003
  26. ^ Publio Cornelio Tacito, op. cit., IV.
  27. ^ Tacito, De origine et situ Germanorum, 6.
  28. ^ Cesare, De bello Gallico, VI, 22.1.
  29. ^ Nome che il territorio aveva quando era sotto il dominio austriaco.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Fonti secondarie[modifica | modifica sorgente]

  • Renato Bordone, Giuseppe Sergi, Dieci secoli di Medioevo, Torino, Einaudi, 2009, ISBN 978-88-06-16763-9.
  • Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006. ISBN 8800204740
  • Marco Battaglia, I germani. Genesi di una cultura europea, Roma, Carocci, 2013
  • S.Fischer-Fabian, I Germani, Milano 1985.
  • G. Garbarino, Opera 1B, L'età di Cesare, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2003
  • C. Lecoteux, Dizionario di mitologia germanica, Argo, Lecce 2007
  • Roger Remondon, La crisi dell'impero romano da Marco Aurelio ad Anastasio, Milano 1975.
  • E.A.Thompson, Una cultura barbarica: I Germani, Bari-Roma 1976.
  • Malcolm Todd, I Germani: dalla tarda Repubblica romana all'epoca carolingia, ECIG, Genova, 1996
  • Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, Bologna, Il Mulino, 1997, ISBN 88-15-05708-0.
  • Herwig Wolfram, I germani, Il Mulino, Bologna, 2005

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