Guerre pirriche

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Le Guerre pirriche furono una serie di conflitti che videro i romani affrontare l'esercito del re epirota Pirro dal 280 a.C. al 275 a.C., e che ebbero luogo nell'Italia meridionale. Provocato a seguito della reazione della città greca di Taranto all'espansionismo romano, il conflitto coinvolse presto anche la Sicilia e Cartagine. Dopo alterne vicende, i romani riuscirono a prevalere su Pirro che fu costretto a lasciare l'Italia: l'egemonia romana sulla Magna Grecia (ad eccezione della Sicilia) si affermò definitivamente.

Spostamenti di Pirro e dell'esercito epirota durante la guerra (280-275)
Spostamenti di Pirro e dell'esercito epirota durante la guerra (280-275)

Indice

[modifica] Antefatto

Roma, in violazione degli accordi (303 a.C.) sottoscritti con la città greca di Taranto, inviò una piccola flotta nel golfo della città pugliese, con il pretesto di soccorrere Turi, Locri e Reggio dalla minaccia dei Lucani . I tarantini affondarono le navi ed i Romani dichiararono la guerra (280 a.C.). I tarantini, consci di non poter affrontare a lungo l'assedio romano inviarono emissari in Epiro (uno stato ellenistico oggigiorno ripartito tra Grecia ed Albania), a richiedere l'intervento del re Pirro (318 a.C. - 272 a.C.). Pirro accolse la richiesta, desideroso di ampliare il proprio regno incorporando l'intera Magna Grecia (da mezzo secolo circa sottomessa a Roma) e la Sicilia (ripartita in zone d'influenza tra Cartagine e la città greca di Siracusa).

[modifica] Battaglia di Heraclea

Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Heraclea.

Il primo scontro tra gli epiroti ed i romani avvenne in Basilicata, nella piana di Heraclea (odierna Policoro), nello stesso 280 a.C. Nonostante la sorpresa di trovarsi di fronte gli elefanti da guerra, animali mai visti precedentemente, i romani ressero bene l'urto e la battaglia si risolse con la sconfitta di misura sùbita da Roma. Pirro, a questo punto, si trovava in seria difficoltà per gli approvvigionamenti: riceverli via mare dall'Epiro era troppo dispendioso. Prelevarli in loco dagli alleati italici, gli avrebbe alienato la loro benevolenza e scatenato probabilmente qualche azione di guerriglia che avrebbe avvantaggiato i romani. Il re epirota, così, si risolse a tentare un accomodamento diplomatico col senato romano. Roma venne minacciata di occupazione se non avesse ritirato il suo esercito al di qua del fiume Garigliano e non avesse smesso di compiere sortite con azioni di guerriglia ai danni di epiroti e di tarantini. Ma il console Appio Claudio Cieco (era effettivamente cieco), capofila degli intransigenti, fece fallire le trattative, conscio dell'appoggio logistico e finanziario di Cartagine, che desiderava non vedere l'esercito epirota sbarcare in Sicilia, e del fatto che l'esercito romano poteva rimpiazzare le perdite senza problemi, a differenza dell'esercito di Pirro. A Pirro non rimaneva che cercare uno scontro decisivo per poter obbligare Roma a piegarsi. La seconda battaglia ebbe luogo a Ascoli Satriano e si risolse nuovamente in una vittoria per Pirro, seppur a costo di gravi perdite.

Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Ascoli Satriano.

[modifica] L'intervento in Sicilia

Per approfondire, vedi la voce Guerre greco-puniche.

Il re dell'Epiro, a questo punto, preferì puntare sulla Sicilia, invitato dalle città siceliote col fine di estromettere i Cartaginesi dall'isola . Al comando di un esercito di 37.000 uomini mosse da Agrigento verso Erice e la espugnò: caduta la città filo-cartaginese più fortificata, altre come Segesta[1] e Iato si consegnarono all'epirota. Cartagine non difese città come Palermo ed Eraclea Minoa , ma concentrò i suoi sforzi su Lilibeo, città che veniva rifornita via mare: fu così possibile ai fenici di sostenere l'assedio posto da Pirro[2]. Il mancato successo finale produsse uno scollamento tra Pirro ed i sicelioti ed egli dovette tornare in Italia prendendo come pretesto la richiesta d'aiuto di Taranto. La guerra in Sicilia durò un biennio, dal 278 a.C. al 276 a.C.

[modifica] Battaglia di Maleventum

Per approfondire, vedi la voce Battaglia di Benevento.

Nel frattempo Roma, sempre rifornita abbondantemente da Cartagine, rioccupava senza colpo ferire tutto il territorio precedentemente perduto in Puglia ed in Lucania. Sedata definitivamente la ribellione di Oschi e dei Sanniti (la componente stanziata al confine tra le attuali Campania e Puglia), arrivò nell'inverno del 276 a.C. a porre nuovamente sotto assedio Taranto, per terra e questa volta anche per mare, complice la flotta cartaginese. I tarantini invocarono nuovamente l'aiuto di Pirro, che dovette dunque abbandonare la Sicilia e sbarcare in Lucania.

Lo scontro definitivo con Roma avvenne nel Sannio, a Maleventum (da allora ribattezzata come anche oggi la conosciamo, "Beneventum"), nella tarda primavera del 275 a.C. L'intento di Pirro era quello di far togliere l'assedio a Taranto minacciando direttamente Roma. Ma i romani, intuita la strategia dell'epirota, non solo non tolsero l'assedio a Taranto, bensì risposero inviandogli contro tutte le legioni stanziate in Etruria, devastando l'esercito avversario che - oramai - non disponeva più degli elefanti, tutti eliminati nelle azioni di guerriglia seguite allo scontro di Ascoli.

Pirro, per non cadere prigioniero dei romani, dovette far ritorno precipitosamente nel suo regno con quanto rimaneva del suo esercito. Taranto rimarrà sotto assedio altri tre anni, capitolando nel 272 a.C. Roma aveva completato la sottomissione della Magna Grecia.

[modifica] Note

  1. ^ Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, XXII, 10, 2
  2. ^ G.E.Di Blasi, Storia del regno di Sicilia, Vol I,Edizioni Dafni Catania, Distribuzione Tringale Editore, ed. del 1844, stamperia Oretea Palermo, pg. 311-314

[modifica] Voci correlate

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