Tarquinio il Superbo

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Tarquinio il Superbo
Re di Roma
Regno 535 a.C. - 510 a.C.
Nome completo Lucio Tarquinio
496 a.C.
Predecessore Servio Tullio
Successore fine regno
Coniuge Tullia Maggiore
Tullia Minore
Dinastia Tarquini
Padre Tarquinio Prisco

Lucio Tarquinio, conosciuto come Tarquinio il Superbo (... – 496 a.C.), è stato il settimo ed ultimo re di Roma della dinastia etrusca dei Tarquini. Regnò dal 535 a.C. al 510 a.C., anno in cui fu messo al bando da Roma.

Indice

[modifica] La leggenda

[modifica] Matrimonio

Figlio di Tarquinio Prisco, sposò prima Tullia Maggiore, la figlia maggiore di Servio Tullio, poi sposò la sorella di questa, Tullia Minore, con il cui aiuto organizzò la congiura per uccidere il suocero ed ascendere sul trono di Roma.

[modifica] Congiura

Tito Livio ci racconta che Tarquinio un giorno si presentò in Senato e si sedette sul trono del suocero rivendicandolo per se; Tullio, avvertito del fatto, si precipitò nella Curia.

(LA)
« Huic orationi Seruius cum intervenisset trepido nuntio excitatus, extemplo a uestibulo curiae magna voce "Quid hoc" inquit, "Tarquini, rei est? qua tu audacia me uiuo vocare ausus es patres aut in sede considere mea?" »
(IT)
«  Servio, avvertito da un trafelato messo, sopraggiunse durante il discorso, e improvvisamente dal vestibolo della Curia gridò a gran voce: "Che vuol dire cotesto, o Tarquinio? E con quale audacia osasti, me vivo, adunare i Padri e sederti sul mio seggio?"  »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri , lib. I, capoverso 48)

Ne nacque un'accesa discussione tra i due, che presto degenerò in scontri tra le opposte fazioni; alla fine il più giovane Tarquinio, dopo averlo spintonato fuori dalla Curia, scagliò il re giù dalle scale. Servio, ferito ma non ancora morto, fu finito dalla figlia Tullia Minore che ne fece scempio travolgendolo con il cocchio che guidava.

[modifica] Regno

A Tarquinio fu attribuito il soprannome di Superbo dopo che negò la sepoltura di Servio Tullio. Tarquinio assunse il comando con la forza, senza che la sua elezione fosse approvata dal Popolo e dal Senato romani, e sempre con la forza mantenne il controllo della città durante il suo regno.

Se le fonti antiche lo criticano per come conquistò e mantenne il potere in città, le stesse gli riconoscono però grandi capacità militari; sotto il suo regno fu presa Suessa Pometia.

[modifica] Attività militare

(LA)
« Nec ut iniustus in pace rex, ita dux belli prauus fuit; quin ea arte aequasset superiores reges ni degeneratum in aliis huic quoque decori offecisset. Is primus Volscis bellum in ducentos amplius post suam aetatem annos mouit, Suessamque Pometiam ex iis vi cepit. Ubi cum diuendita praeda quadraginta talenta argenti refecisset, concepit animo eam amplitudinem Iovis templi quae digna deum hominumque rege, quae Romano imperio, quae ipsius etiam loci maiestate esset; captiuam pecuniam in aedificationem eius templi seposuit." »
(IT)
«  Tarquinio fu un re ingiusto coi suoi sudditi, ma abbastanza un buon generale quando si trattò di combattere. Anzi, in campo militare avrebbe raggiunto il livello di quanti lo avevano preceduto sul trono, se la sua degenerazione in tutto il resto non avesse offuscato anche questo merito. Fu lui a iniziare coi Volsci una guerra destinata a durare due secoli, e tolse loro con la forza Suessa Pomezia. Ne vendette il bottino e coi quaranta talenti d'argento ricavati concepì la costruzione di un tempio di Giove le cui dimensioni sarebbero state degne del re degli dèi e degli uomini, nonché della potenza romana e della sua stessa posizione maestosa. Il denaro proveniente dalla presa di Suessa fu messo da parte per la costruzione del tempio.  »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri , lib. I, capoverso 53)

Sempre in quest'epoca iniziò la centenaria lotta tra romani e i Volsci. A Tarquinio si fa discendere lo stratagemma con cui i romani conquistarono Gabi, dove mandò il proprio figlio Tarquinio Sestio che si fece accogliere in città dicendo di voler sfuggire alla tirannia del padre.

In verità il genitore ed il figlio agivano di comune accordo, dovendo il figlio recare discordia nella città nemica, tanto che questa per i contrasti sorti al suo interno si diede a Roma senza che fosse combattuta battaglia alcuna.

Preoccupato da una visione, un serpente che sbucava da una colonna di legno, il re organizzò una spedizione per Delfi in modo da ottenerne un'interpretazione del famoso oracolo; di questa spedizione fece parte anche Lucio Giunio Bruto, nipote del re, che celava i suoi veri pensieri fingendosi stolto, bruto appunto.

Dopo aver avuto il vaticinio richiesto dal re, la comitiva chiese anche chi sarebbe stato il prossimo re di Roma; il responso dell'oracolo, "Avrà in Roma il sommo imperio chi primo, o giovani, di voi bacerà la madre", fu compreso solo da Bruto, che tornato in patria sbarcando finse di cadere e baciò la madre terra.

In quel tempo Roma stava conducendo una guerra contro i Rutuli asserragliati nella città di Ardea; tutti i cittadini atti alle armi partecipavano all'assedio. In questo quadro si inserisce l'episodio di Lucio Tarquinio Collatino e di sua moglie Lucrezia, di cui si invaghì il figlio del re Tarquinio Sestio. Questi, lasciato il campo, tornò a Roma dove con l'inganno e la forza fece violenza a Lucrezia.

Il giorno seguente, la donna si recò nel campo militare dove si trovava il marito.

(LA)
« Aduentu suorum lacrimae obortae, quaerentique viro "Satin salue?" "Minime" inquit; "quid enim salui est mulieri amissa pudicitia? Vestigia viri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis pro hospite priore nocte vi armatus mihi sibique, si vos viri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium." Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi avertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. "Vos" inquit "uideritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absoluo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo uiuet." Cultrum, quem sub ueste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in volnus moribunda cecidit. Conclamat vir paterque. »
(IT)
«  Alla vista dei congiunti, scoppia a piangere. Il marito allora le chiede: "Tutto bene?" Lei gli risponde: "Come fa ad andare tutto bene a una donna che ha perduto l'onore? Nel tuo letto, Collatino, ci son le tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che l'adultero non rimarrà impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è venuto qui e, restituendo ostilità in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui." Uno dopo l'altro giurano tutti. Cercano quindi di consolarla con questi argomenti: in primo luogo la colpa ricadeva solo sull'autore di quell'azione abominevole e non su di lei che ne era stata la vittima; poi non è il corpo che pecca ma la mente e quindi, se manca l'intenzione, non si può parlare di colpa. Ma lei replica: "Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l'esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!" Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri , lib. I, capoverso 58)

Sconvolti dall'accaduto e pieni d'odio per Tarquinio e la sua famiglia, Bruto e Collatino giurarono di non aver pace fino a quando i Tarquini non fossero stati cacciati dalla città.

Raccolto il cadavere della nobile donna, seguiti dai giovani seguaci, i due si diressero a Roma dove Bruto parlò alla folla accorsa nel Foro; il suo eloquio fu così efficace e trascinante, e la nefandezza di Sestio così grande, che riusci a smuovere l'animo dei propri cittadini, stanchi dei soprusi dei Tarquini, che proclamarono il bando dalla città del re e dei suoi figli mentre questi, avvertiti da dei seguaci, stavano tornando in città dal campo militare.

[modifica] Morte e sepoltura

Plastico della Roma dei Tarquini presso il museo della Civiltà Romana all'EUR.

Tarquinio, messo al bando dalla città su cui regnava, trovò le porte della città sbarrate e perciò si rifugio a Cere; l'ex re non si diede per vinto, e tentò di restaurare il proprio regno con l'aiuto di Porsenna, a cui si alleò, e delle città latine avversarie di Roma. Nonostante i successi ottenuti dal lucumone etrusco di Chiusi, Tarquinio non riuscì più a rientrare in città e morì in esilio.

In realtà è possibile che i fatti fossero in parte diversi. Sotto i Tarquini Roma aveva stretto alleanze con le città latine formando una lega all’interno della quale era la città egemone; ciò era avvenuto soprattutto grazie alla fondazione del tempio di Diana sull’Aventino. Nello stesso periodo Chiusi, dove regnava Porsenna, era diventata la più potente città etrusca e prendeva la decisione di conquistare Roma. Porsenna riuscì nel suo intento e cacciò Tarquinio il Superbo. Questi si rivolse alle alleanze che aveva a disposizione e in particolare ai latini e ai greci. I primi e i secondi, guidati questi ultimi da Aristodemo di Cuma, affrontarono Porsenna presso Aricia nel 510 a.C. sconfiggendolo. Nonostante questo, Tarquinio il superbo non tornò a Roma, ma trovò rifugio presso Aristodemo. A Roma intanto dopo la cacciata dei tarquini e la sconfitta di Porsenna veniva fondata la Repubblica: si trattava di una rivoluzione aristocratica che si inserisce però in un quadro politico di ridimensionamento della forza etrusca nella penisola. Gli etruschi stavano progressivamente perdendo le loro posizioni in Lazio e Campania a vantaggio di Latini e Greci ed è possibile che in questo contesto Roma abbia approfittato per liberarsi di Tarquinio il Superbo che, cacciato da Porsenna, veniva visto dall’aristocrazia come un dittatore tiranno.

Durante il periodo della dominazione etrusca Roma diventa un'importante stazione commerciale ed acquisisce il controllo su alcune comunità circostanti iniziando la sua espansione, anche con la fondazione di colonie romane, come quelle di Signa e Circei.

Sottò il suo regno fu portata a termine la costruzione della Cloaca Massima e del Tempio di Giove Ottimo Massimo.

[modifica] Critica storica

Con Tarquinio il Superbo termina l'egemonia etrusca, iniziata con il regno di Tarquinio Prisco sulla città di Roma. Perlomeno quella proveniente dalla città di Tarquinia, se nel periodo in cui prevale l'elemento etrusco si considera anche quello immediatamente successivo in cui Roma dovette quantomeno subire l'influenza (se non addirittura la conquista) di Chiusi.

[modifica] Voci correlate

Predecessore: Re di Roma Successore:
Servio Tullio 535 a.C. - 509 a.C. fine regno I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
con
con
Servio Tullio {{{data}}} fine regno


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