Sesto Tarquinio

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Sesto Tarquinio e Lucrezia,[1][2] in un dipinto del Tiziano

Sesto Tarquinio (... – Gabii, 509 a.C.) è stato il figlio dell'ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Ultimo figlio di Tarquinio il Superbo e Tullia Minore, fratello di Tito Tarquinio e Arrunte Tarquinio.

D'accordo con il padre avrebbe simulato un finto esilio nella città di Gabii, affermando di voler sfuggire alla tirannia del padre.[3] All'interno di Gabii sarebbe diventato uno dei cittadini più potenti. Avrebbe fomentato la discordia, tanto che alla fine la città si rese a Roma con l'inganno,[4] senza combattere.[5]

« A lui [Sesto Tarquinio], che era stato accolto a Gabii secondo i suoi piani, e che chiedeva per mezzo di ambasciatori che cosa voleva che facesse, rispose, facendo cadere con una piccola verga le corolle dei papaveri che sporgevano, desiderando che si capisse attraverso questo gesto, che dovevano essere uccisi i capi. »
(Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.7.)

Invaghitosi della nobildonna romana Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino, l'avrebbe violentata. L'episodio è all'origine della cacciata dei Tarquini da Roma e dell'instaurazione della repubblica romana.[1][2][6] Tito Livio racconta che Sesto Tarquinio, invitato a cena da Collatino, conobbe la nobildonna e se ne invaghì per la bellezza e la provata castità. Fu così preso dal desiderio di averla a tutti i costi.[7] Qualche giorno più tardi, Sesto Tarquinio, all'insaputa di Collatino, andò a Collatia da Lucrezia che lo accolse in modo ospitale, non sapendo quali fossero le sue reali intenzioni. Terminata la cena, andò a coricarsi nella stanza degli ospiti. Nel pieno della notte, colto da estrema passione, decise di recarsi nella stanza di Lucrezia con la spada. La immobilizzò dicendole:[8]

« Lucrezia chiudi la bocca! Sono Sesto Tarquinio e ho una spada in mano. Una sola parola e sei morta! »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 58.)

La povera donna, colta da terrore, capì che rischiava la morte, mentre Sesto le dichiarava il suo amore, alternando suppliche a minacce. Vedendo che Lucrezia era irremovibile, la minacciò che l'avrebbe uccisa e che l'avrebbe disonorata, sgozzando un servo e mettendoglielo nudo accanto. Lucrezia di fronte a una tale minaccia, cedette e acconsentì ad essere violata nell'onore. Sesto ripartì soddisfatto di quanto aveva compiuto.[8]

In seguito a questi eventi la popolazione di Roma si ribellò e cacciò i Tarquini.

Tito Livio aggiunge che quando Tarquinio il Superbo, che ancora stava assediando Ardea, venne a sapere di questi avvenimenti, allarmato dal pericolo inatteso, partì per Roma per reprimere la rivolta. Bruto, allora, informato che il re si stava avvicinando, per evitare l'incontro, fece una breve diversione e raggiunse l'accampamento regio ad Ardea dove fu accolto con entusiasmo da tutti i soldati, i quali espulsero i figli del re, mentre a quest'ultimo venivano chiuse le porte in faccia e comunicata la notizia dell'esilio.[9]

Due dei figli seguirono il padre in esilio a Cere (Cerveteri), Sesto Tarquinio invece, partito per Gabii, qui fu assassinato, da coloro che si vendicarono delle stragi e razzie da quello compiute.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 8.
  2. ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.49.
  3. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.6.
  4. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.26.
  5. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.45.
  6. ^ Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 7.11.
  7. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 57.
  8. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 58.
  9. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 60.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]