Lucio Giunio Bruto
| Lucio Giunio Bruto | |
|---|---|
| Console della Repubblica romana | |
Busto di Bruto, nei Musei Capitolini in Roma. |
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| Nome originale | Lucius Iunius Brutus |
| Nascita | 545 a.C. circa Roma |
| Morte | 509 a.C.[1] Roma |
| Gens | Iunia |
| Consolato | 509 a.C. |
Lucio Giunio Bruto (in latino: Lucius Iunius Brutus; 545 a.C. circa – 509 a.C.) è stato il fondatore della Repubblica romana[2] e secondo la tradizione uno dei primi consoli nel 509 a.C.[3]. Fu citato da Dante nel limbo, nel IV canto dell'Inferno[4].
Indice |
Biografia [modifica]
Fino ad allora Roma era stata una monarchia. Bruto guidò la sommossa che scacciò l'ultimo re, Tarquinio il Superbo, poiché il figlio, Sesto Tarquinio, aveva violentato una parente di Bruto, Lucrezia.[2][5] Tito Livio racconta che, suicidatasi la donna davanti ai suoi occhi, del marito Collatino e del padre di lei Spurio Lucrezio, Bruto estrasse il coltello dalla ferita e disse:
| « Su questo sangue, purissimo prima che il principe [Sesto Tarquinio] lo contaminasse, giuro e vi chiamo testimoni, o dèi, che da ora in poi perseguiterò Lucio Tarquinio il Superbo e la sua scellerata moglie, insieme a tutta la sua stirpe, col ferro e con il fuoco e ogni mezzo mi sarà possibile, che non lascerò che né loro, né alcun altro possano regnare a Roma. » |
| (Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 59.) |
Bruto, il padre ed il marito di Lucrezia giurarono di vendicare la sua morte. Poi trasportarono, secondo la leggenda, il corpo della donna nella piazza principale della città di Collatia dove la donna si era suicidata, attirando l'attenzione della folla, che dopo aver saputo dell'accaduto, si scagliò indignata contro la violenza del principe. Molti dei giovani lì presenti si offrirono volontari, per condurre una guerra contro i Tarquini. Le truppe ora riunite, riconobbero in Bruto il loro comandante, facendo rotta su Roma per conquistarne il potere. Giunti a Roma, i suoi abitanti provarono la stessa indignazione degli abitanti di Collatia.[6] Questa volta Bruto parlò al popolo romano nel Foro, raccontando dell'infamante stupro e del commovente suicidio di Lucrezia. Aggiunse quindi della superbia del re, Tarquinio, e della miseria della plebe romana costretta dal tiranno a costruire ed a ripulire le fogne, al posto di combattere come era nella natura dei Romani.[6] Ancora ricordò dell'indegna morte di re Servio Tullio, caplestato dalla figlia con un cocchio, divenuta moglie del Superbo. Invocò infine gli dèi vendicatori, infiammando gli animi del popolo romano alla rivolta contro il tiranno, tanto da trascinarlo ad abbattere l'autorità regale e a esiliare Lucio Tarquinio, insieme alla moglie ed i figli.[6] Partì quindi per Ardea, dove il re era accampato, per ottenere che anche l'esercito si schierasse dalla sua parte, dopo aver lasciato il comando di Roma a Lucrezio (in precedenza nominato praefectus della città, da parte dello stesso Superbo). Frattanto, Tullia, moglie di Lucio Tarquinio riuscì a fuggire dalla città.[6]
Quando la notizia di questi avvenimenti arrivò ad Ardea, Tarquinio il Superbo, allarmato dal pericolo inatteso, partì per Roma per reprimere la rivolta. Bruto, allora, informato che il re si stava avvicianando, per evitare l'incontro, fece una breve diversione e raggiunse l'accampamento regio ad Ardea dove fu accolto con entusiasmo da tutti i soldati, i quali espulsero i figli del re, mentre a quest'ultimo venivano chiuse le porte in faccia e comunicata la notizia dell'esilio.[7] Due dei figli seguirono il padre in esilio a Cere (Cerveteri), Sesto Tarquinio invece, partito per Gabii, qui fu assassinato, da coloro che si vendicarono delle stragi e razzie da quello compiute. In seguito a questi eventi, furono convocati i comizi centuriati dal prefetto della città di Roma, ed elessero i primi due consoli: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.[7][3][8] Il racconto proviene dall'ab Urbe Condita di Livio e tratta di un punto della storia di Roma che precede le annotazioni storicamente affidabili (virtualmente tutte le annotazioni precedenti furono distrutte dai Galli quando saccheggiarono Roma nel 390 a.C.)
Secondo Livio, Bruto aveva molti motivi di ostilità contro il re di cui era nipote in quanto figlio di una sorella: nel corso degli eccidi familiari che sempre accompagnano la presa di potere di un despota Tarquinio aveva disposto fra l'altro l'omicidio del fratello di Bruto, il senatore Marco Giunio. Bruto allora si mimetizzò nella famiglia di Tarquinio impersonando la parte dello sciocco (in latino brutus significa sciocco). Lui accompagnò i figli di Tarquinio in un viaggio all'oracolo di Delfi (Delo secondo le periochae di Tito Livio[9]). I figli chiesero all'oracolo chi sarebbe stato il successivo sovrano a Roma. L'oracolo rispose che la prossima persona che avesse baciato sua madre sarebbe diventato re.[9] Bruto interpretò la madre nel significato di terra, così finse di inciampare e baciò la terra.[10] Al ritorno a Roma, Bruto dovette combattere in una delle guerre senza fine di Roma contro le tribù vicine. Bruto tornò alla città quando venne a sapere che Lucrezia aveva subito violenza. Lucrezia, credendo di essere stata disonorata si uccise. Questo evento risultò determinante, poiché Bruto fomentò la successiva rivolta popolare contro la monarchia, obbligando Tarquinio a rientrare a Roma. Quando Tarquinio arrivò a Roma, lui e la sua famiglia furono cacciati in esilio e Bruto dichiarò che il potere era nelle mani del Senato.[5]
I primi provvedimenti di Bruto furono di:
- evitare che il popolo, preso dalla novità di essere libero, potesse lasciarsi convincere dalle suppliche allettanti dei Tarquini, costringendolo a giurare che non avrebbe permesso più a nessuno di diventare re a Roma;[11]
- rinforzare il senato ridotto ai minimi termini dalle continue esecuzioni dell'ultimo re, portandone il totale a trecento, nominando quali nuovi senatori i personaggi più in vista anche dell'ordine equestre. Da qui l'uso di convocare per le sedute del senato i padri (patres) ed i coscritti (dove è chiaro che con questo termine si alludeva agli ultimi eletti). Il provvedimento aiutò notevolmente l'armonia cittadina ed il riavvicinamento della plebe alla classe senatoriale.[11]
C'è una certa confusione sui particolari della vita di Bruto. Il suo consolato, per esempio, può essere un abbellimento successivo per dare alle istituzioni repubblicane maggior legittimità associandole alla cacciata dei re. Suo figlio Tullio complottò con Tarquinio il Superbo per far tornare costui a Roma come re, ma fu scoperto grazie ad uno schiavo[12]. Incatenato, chiese pietà e la gente, impietosita, chiedeva la sua liberazione. Ma Bruto fu irremovibile, e lo fece uccidere senza versare una lacrima per la morte del suo caro figlio[13][14]. Il suo consolato termina durante la battaglia della Selva Arsia, combattuta contro con gli Etruschi, che si erano alleati con i Tarquini per restaurare il loro potere a Roma; combattendo contro Arrunte Tarquinio, il figlio di Tarquinio il Superbo. I due, spronati i loro cavalli al galoppo, si trafiggono vicendevolmente con le loro lance perdendo la vita nello scontro[15].
Marco Giunio Bruto, il cesaricida, si vantava di essere un suo discendente. Nel 54 a.C., dieci anni prima delle Idi di marzo, emise un denario con al diritto la testa di Lucio Giunio Bruto, il fondatore della repubblica e la scritta BRVTVS ed al rovescio la testa di Gaio Servilio Strutto Ahala e la scritta AHALA (Iunia 30 e Servilia 17; Sydenham. 932; Crawford 433/2). Secondo Michael Crawford (Roman Repubblican Coinage - p.455-6) il denario fu emesso quando a Roma corse la voce che Pompeo volesse diventare dittatore.
Note [modifica]
- ^ Matyszak, op. cit., pp. 14, 43.
- ^ a b Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 8.
- ^ a b Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 9.
- ^ "Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino..." Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IV, 127.
- ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.49.
- ^ a b c d Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 59.
- ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 60.
- ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.50.
- ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.46.
- ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.47.
- ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, II, 1.
- ^ Tito Livio, Ab urbe condita libri, Libro II, 4, 5-6.
- ^ Tito Livio, Ab urbe condita libri, Libro II, 5, 5-8.
- ^ Dionigi racconta che furono due i figli accusati ed uccisi da Bruto, Antichità romane, Libro VIII, 79.
- ^ Tito Livio, Ab urbe condita libri, Libro II, 6, 6-9.
Bibliografia [modifica]
- Fonti primarie
- Fonti secondarie
- Philip Matyszak, Chronicle of the roman Republic, New York, Thames & Hudson, 2003. ISBN 0-500-05121-6
- William Smith, Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology, vol. I, Taylor, Walton and Maberly, London, 1849.
Voci correlate [modifica]
Altri progetti [modifica]
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Collegamenti esterni [modifica]
| Predecessore | Fasti consulares | Successore |
|---|---|---|
| --- | (509 a.C.) Lucio Giunio Bruto[1] con Lucio Tarquinio Collatino[2] |
Tito Lucrezio Tricipitino I e Publio Valerio Publicola II |
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