Museo archeologico nazionale di Napoli

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Coordinate: 40°51′12.16″N 14°15′01.75″E / 40.853377°N 14.250485°E40.853377; 14.250485

Museo archeologico nazionale di Napoli
La facciata del museo
La facciata del museo
Tipo Archeologia
Indirizzo Piazza Museo, 19
80135 Napoli, Italia
Sito ufficiale e sui beni culturali della Campania

Il Museo archeologico nazionale di Napoli (MANN) è un museo archeologico, tra i più importanti della città di Napoli. Vantando il più ricco e pregevole patrimonio di opere d'arte e manufatti di interesse archeologico in Italia, è considerato uno dei più importanti musei archeologici al mondo se non il più importante per quanto riguarda la storia dell'epoca romana.[1][2] Ha una superficie espositiva complessiva di 12.650 mq.[3]

L'edificio che attualmente ospita il museo è il palazzo del real museo, costruito nel 1585 come "caserma di cavalleria". Il palazzo rappresenta una certa rilevanza architettonica essendo infatti uno dei più imponenti palazzi monumentali di Napoli. Esso insiste sull'area di un'antica necropoli della greca Neapolis: la necropoli di Santa Teresa.

Il museo è formato da tre sezioni principali: la collezione Farnese (costituita da reperti provenienti da Roma e dintorni), le collezioni pompeiane (con reperti provenienti dall'area vesuviana, facenti parte soprattutto delle collezioni borboniche) e la collezione egizia che, per importanza, si colloca in Italia al secondo posto dopo quella del museo egizio di Torino[4]. Sia questi tre settori che altri del museo sono costituiti da collezioni private acquisite o donate alla città nel corso della storia, come per esempio, oltre alle già citate collezioni Farnese e Borbone, la collezione Borgia, la Santangelo, la Stevens, la Spinelli ed altre.

Gli importanti lavori di restauro e di ristrutturazione dell'edificio avviati nel 2012 consentiranno la realizzazione di una riorganizzazione globale delle collezioni secondo criteri espositivi nuovi, permettendo inoltre che alcune raccolte rimaste escluse dalla visita per decenni, possano trovare definitiva sistemazione dentro l'edificio.[5] I reperti mai esposti al pubblico riguardano la sezione Magna Grecia, quella Cumana (costituita da vasi greci), l'epigrafica ed una ricca parte della statuaria pompeiana. Si stima che i pezzi in deposito siano in quantità tre volte superiore rispetto a quelli esposti e che gli stessi occupino allo stato attuale tre livelli dei sotterranei del palazzo ed un piano del sottotetto.[6]

Dal 2005 nella sottostante stazione "Museo" della linea metropolitana è stata aperta la stazione Neapolis, in cui piccoli ambienti che si succedono tra loro espongono i reperti archeologici rinvenuti durante gli scavi della metro ed entrati a far parte del patrimonio museale.

Nel 2013 è stato il quindicesimo sito statale italiano più visitato, con 308.387 visitatori e un introito lordo totale di 1.051.885,81 Euro.[7][8][9]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Cavallerizza (1585-1611)[modifica | modifica sorgente]

Lato occidentale del museo, su via Santa Teresa degli Scalzi. Ingresso originario della Cavallerizza.

La costruzione dell'edificio fu iniziata nel 1586 come caserma di cavalleria; questa era situata subito al di fuori della cinta muraria di Napoli (che correva dove oggi si trovano i porticati antistanti la galleria Principe di Napoli). La Cavallerizza era molto più piccola dell'attuale palazzo museale ed il suo ingresso principale si apriva sul lato occidentale, sull'attuale via Santa Teresa degli Scalzi, dove tuttora è visibile, seppure murato, caratterizzato da due tozze colonne in basalto a rocchi distanziati sovrapposti. I lavori tuttavia proseguirono a rilento anche per la mancanza di acqua in zona.

Palazzo dei Regi Studi (1612-1776)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1612 il viceré don Pedro Fernández de Castro, conte di Lemos decise di trasferire nell'edificio incompiuto l'università di Napoli ("palazzo dei Regi Studi"), già a San Domenico Maggiore.

I lavori di ristrutturazione furono affidati a Giulio Cesare Fontana e prevedevano nella pianta: un ampio atrio centrale che si apriva a sud (l'attuale ingresso principale), chiuso sul fondo da una grande aula absidata destinata alle solenni adunanze (la "sala dei Concorsi")[10] illuminata da alcuni finestroni e, al di sopra dell'atrio, un ampio salone per la biblioteca; ai lati invece, simmetricamente, due cortili quadrangolari circondati da porticati sui quali si aprivano le diverse aule.

L'aspetto esterno prevedeva l'ingresso principale fiancheggiato da due colonne in marmo e due finestroni, stemmi al di sotto dei balconi, finestroni per la biblioteca, ed in cima un frontone. La facciata delle ali laterali, distinte dal solo piano terra, veniva caratterizzata da grandi finestre con timpani decorati agli apici da vasi e medaglioni contenenti dei busti, alternate a nicchie contenenti delle statue (come attestano diverse antiche stampe ed un famoso quadro di Viviano Codazzi).

Benché non fosse ancora completo, l'edificio fu inaugurato nel 1615 ma già l'anno dopo i lavori vennero interrotti per la partenza del Fontana da Napoli. Tra il 1670 e il 1688, a seguito di cedimenti e soprattutto dei gravi terremoti che colpirono la città, vennero chiuse le arcate dei porticati che davano sui cortili per sostenere maggiormente il corpo centrale e murate anche le finestre dell'aula absidata. Con l'avvento dei Borbone, re Carlo di Borbone, (dal 1759 Carlo III di Spagna), incaricò già nel 1735 Giovanni Antonio Medrano a riparare i danni subiti dal palazzo; al Medrano si deve infatti la geniale soluzione della copertura del "Gran Salone" al primo piano, col sistema del doppio tetto: uno interno di travi e tiranti lignei al quale è sospesa la volta successivamente affrescata ed un secondo ordine di capriate più alto che copre il tutto e costituisce il tetto vero e proprio.

Nel 1742 l'architetto Ferdinando Sanfelice cominciava a costruire l'ala orientale del palazzo ma i lavori vennero interrotti 17 anni dopo per la partenza del re Carlo per il trono di Spagna.

Real Museo Borbonico (1777-1859)[modifica | modifica sorgente]

Lo scalone monumentale
 
Lo scalone monumentale
Lo scalone monumentale

Succeduto sul trono di Napoli il figlio Ferdinando IV, dopo aver espulso nel 1767 i Gesuiti dal regno di Napoli, nel 1777 spostava definitivamente l'università dei Regi Studi nel loro ex convento del Salvatore[11] e decideva quindi di trasferire nel liberato palazzo sia il "museo Hercolanese" dalla reggia di Portici che il "museo Farnesiano" dalla reggia di Capodimonte, oltre alla biblioteca ed alle scuole di Belle Arti. I lavori di ristrutturazione vennero così affidati a Ferdinando Fuga. Costui ridusse l'atrio di ingresso da tre ad una sola navata, quella centrale, murando tutte le arcate. Lo stesso venne fatto a tutto il porticato occidentale, mentre l'aula absidata "dei Concorsi" fu abolita ed in essa realizzato l'attuale scalone monumentale, ma in piperno.

Il progetto prevedeva una netta separazione tra i vari nuclei con al pianterreno il museo Hercolanese intorno al cortile occidentale, la quadreria farnesiana invece intorno al cortile orientale, mentre gli ambienti sul piano ammezzato venivano destinati da un lato al bibliotecario ed al restauro, dall'altro alle accademie ed allo "studio del nudo". Il "Gran Salone" al primo piano invece fu destinato ad accogliere la biblioteca.

Crescenti critiche all'operato del Fuga (oscurità del corridoio di accesso, cattiva esposizione dell'accademia, costi eccessivi) fecero sì che nel 1780 la prosecuzione dei lavori fosse affidata a Pompeo Schiantarelli che non tardò a ripristinare il vecchio atrio a tre navate riaprendo le sue arcate, a realizzare davanti al museo il terrapieno con i relativi scaloni in basalto e poi, progettando di soprelevare l'edificio, ad abbattere i tetti a spiovente sopra le ali laterali per sostituirli con delle terrazze. Lo Schiantarelli è una figura importante per i numerosi progetti di ampliamento del museo, progetti purtroppo tutti abortiti per le più diverse ragioni.

Salone della Meridiana

Mentre Pietro Bardellino nel 1781 realizzava l'affresco sulla volta del "Gran Salone", i lavori venivano di lì a poco interrotti un po' per la morte del Fuga, un po' per la mancanza di fondi ed infine per il terremoto nelle Calabrie del 1783 che stornò le rimanenti risorse. Qualche anno dopo, tra il 1786 ed il 1788 Ferdinando IV riuscì, nonostante le vive proteste e l'opposizione di papa Pio VI, a trasferire da Roma a Napoli le ricche e importanti collezioni di antichità farnesiane ereditate da sua nonna Elisabetta Farnese.[12] Ciò richiese un progetto di ampliamento del museo. Il primo progetto dello Schiantarelli prevedeva di ampliare il museo verso nord, acquistando il giardino del convento di Santa Teresa e realizzando un'ampia galleria ad emiciclo; questo progetto fu cambiato in uno simile dove l'ampio emiciclo veniva sostituito con un altrettanto ampio corpo rettangolare con un unico cortile centrale, ovvero con due cortili simmetrici, in sostanza prevedendo un raddoppiamento del museo verso nord. Tuttavia i costi eccessivi di questi progetti obbligarono lo Schiantarelli a ridimensionare il tutto in un terzo progetto. I lavori vennero ripresi nel 1790 ma l'anno dopo l'astronomo Giuseppe Casella propose di inserire nell'edificio un osservatorio astronomico che obbligò a rielaborare nuovamente l'ultimo progetto: esso prevedeva la realizzazione di un'alta torre nell'angolo nord-est dell'edificio (dove oggi è esposto il plastico di Pompei). Benché re Ferdinando IV lo avesse approvato, i lavori iniziati vennero ben presto abbandonati poiché la zona non si prestava ad un osservatorio, essendo troppo infossata[13]. L'unico "strumento" dell'osservatorio che si riuscì a realizzare nel museo borbonico fu l'imponente meridiana sul pavimento del "Gran Salone", oggi appunto chiamato "Salone della Meridiana").

Parte della collezione Farnese
 
Parte della collezione Farnese
Parte della collezione Farnese

Durante i lavori di completamento dell'edificio, il re diede finalmente il nulla osta per l'acquisto del giardino dei padri teresiani, ma questi, ottenendo che gliene venisse lasciata una parte, obbligarono di fatto lo Schiantarelli a modificare per la quinta volta il progetto. Nel 1793, con il completamento del primo piano, raggiungendo oramai le due ali laterali la base del frontone del Gran Salone (cui facevano anche da contrafforte, rivelandosi in ciò provvidenziali per la sua tenuta e stabilità durante il terremoto del 1805), si impose di ridefinire organicamente l'aspetto esterno del museo. Così vennero tolte tutte le decorazioni barocche del Fontana (i pinnacoli, i vasi, i tondi con i busti e persino le nicchie con le statue) aggiungendosi soltanto delle doppie lesene agli angoli dell'edificio. Con la perdita dei suoi elementi barocchi, il museo acquisiva in pieno il suo aspetto tipico dell'epoca, ovvero quello di un palazzo in stile classico. Tra il 1793 ed il 1798, mentre si rivelava inconcludente ogni tentativo di realizzare i progetti di allargamento del museo, le soprelevazioni appena realizzate causavano i primi dissesti statici. Schiantarelli cercò di correre ai ripari ma le sue soluzioni furono criticate ancor di più. Ridotto in miseria, egli semplicemente scomparve.

Nel 1799 la realizzazione di un nuovo progetto di ampliamento del museo fu affidata all'architetto Francesco Maresca. Il progetto, il più grandioso di tutti, prevedeva l'occupazione di tutta la proprietà dei padri teresiani, la distruzione di due chiostri e persino l'intaccamento della chiesa. Pur essendo stato approvato dal consiglio dei ministri nel 1802, per la strenua opposizione dei conventuali esso non fu mai realizzato e neppure cominciato. Ciò non impedì che proseguissero comunque i lavori di completamento dell'edificio esistente. Inoltre altri piccoli lavori a nord del museo portarono nel 1810 alla scoperta di una delle importanti necropoli della greca Neapolis: la necropoli di Santa Teresa.[14] L'aspirazione a voler ingrandire il museo venne tuttavia drasticamente ridimensionata e scoraggiata dopo l'apertura fra il 1807 e il 1809 del corso Napoleone, la nuova strada di collegamento fra il museo e la reggia di Capodimonte, oggi via Santa Teresa degli Scalzi e corso Amedeo di Savoia, in quanto con essa vennero ben presto ceduti ed occupati da privati cittadini i terreni contigui in modo da edificarvi palazzi ed abitazioni.

Dopo la parentesi murattiana, ritornando il re Ferdinando IV sul trono di Napoli (ora come "Ferdinando I Re delle Due Sicilie"), il 22 febbraio 1816 egli decretava ufficialmente l'istituzione del "real museo Borbonico". In questa occasione fu eseguita da Antonio Canova una scultura dedicata a Ferdinando posta sullo scalone monumentale del museo.

Nel 1852, con l'abbattimento dei granai di Napoli (le cosiddette "Fosse del Grano"), via Toledo veniva prolungata fino al museo, aprendosi così l'attuale via Pessina. Con il successivo abbattimento delle mura cinquecentesche della città e della porta di Costantinopoli, il museo entrava a pieno titolo a far parte del tessuto urbano della città.

Museo nazionale (1860-1957)[modifica | modifica sorgente]

Dopo l'unità d'Italia, con la quale il museo diventava proprietà dello Stato ed assumeva il nome di "museo nazionale", nel 1866 l'architetto Giovanni Riegler proponeva al comune uno progetto che prevedeva un parco pubblico tra l'attuale piazza Dante ed il museo, quest'ultimo facente da quinta scenografica in fondo al parco. Il progetto non venne realizzato per interessi speculativi edilizi che destinarono quei suoli alla costruzione di nuove abitazioni (quelle che tuttora sussistono nell'area) prima che il progetto di Riegler potesse essere approvato. A questo punto si cercò di riparare realizzando, fra il 1870 ed il 1883, un nuovo "raccordo" fra il museo e la città: la galleria Principe di Napoli.

Per i continui incrementi di libri, raccolte archeologiche ed opere d'arte, patendo tutti i settori ospitati nel museo di insufficiente spazio, tra il 1862 e il 1864 si giunse alla determinazione di sloggiare le accademie trovando loro altre sedi in città. L'accademia di scienze e lettere fu così trasferita nell'università mentre l'accademia di Belle Arti fu sistemata nella sua sede attuale.

Sala 84: volta affrescata da Paolo Vetri

Nel 1888 il conte Eduardo Lucchesi Palli donava allo Stato la sua ricchissima e preziosa biblioteca drammatica ed archivio musicale, a condizione che essa non lasciasse Napoli e che non fosse smembrata. Aggregata alla biblioteca nazionale, che allora occupava le attuali sale degli affreschi e del tempio di Iside, nel 1892 il ministro Paolo Boselli ordinava che le venissero destinate tre sale nell'attuale museo (individuate nelle Sale 83-84-85). Il conte, a sue spese, curò non solo il trasferimento dei volumi, ma anche l'allestimento delle stesse sale, donando gli scaffali "in stile Rinascimento", occupandosi del loro decoro e commissionando a Paolo Vetri l'esecuzione degli affreschi nella volta (in un cartiglio tuttora visibile vengono ricordati i principali accordi per la tenuta di questa biblioteca). Tuttavia, per la cronica mancanza di spazio, nel 1925 la biblioteca nazionale veniva anch'essa trasferita, per decreto ministeriale, nel palazzo reale, tra le più vive (ed inconcludenti) proteste degli eredi Lucchesi Palli.

Nel 1920, dopo 335 anni, venne terminata la costruzione dell'edificio museale, completando gli ultimi ambienti del secondo piano nella parte rimasta incompleta, quella orientale (oggi occupata dal medagliere).

L'ingresso al museo

Nel 1929 si realizzò finalmente un ingrandimento del museo, il cosiddetto "braccio nuovo". Il nuovo spazio era ben misera cosa se si considerano i grandiosi progetti di Schiantarelli e Maresca; difatti esso consiste in una galleria costruita a ridosso del muro di contenimento del giardino dei padri teresiani (nella quale verranno esposte iscrizioni ed epigrafi), soprelevata poi nel 1932 di un piano destinato ad accogliere la nuovissima "sezione di tecnologia e di meccanica antica".

L'edificio del museo e le sue collezioni venne gravemente danneggiato dal terremoto del 23 luglio 1930. L'occasione fu colta per rimetterlo a nuovo, tanto da riuscire a superare pressoché indenne gli urti degli 89 bombardamenti in zona fra il 1940 e il 1943, sicuramente anche grazie ad uno speciale segno dipinto sui suoi tetti che lo facevano individuare quale obiettivo da non colpire. Ciò nonostante il Museo non fu indenne da attacchi, a cominciare dalle truppe di occupazione tedesche che tentarono più volte di requisire l'edificio, evenienza dapprima osteggiata, infine strenuamente impedita (non senza rischio personale) dal soprintendente archeologo Amedeo Maiuri che così evitò che il museo divenisse un obbiettivo militare. Nelle fasi più concitate della guerra e soprattutto delle quattro giornate di Napoli la salvaguardia dell'istituto la si deve unicamente al Maiuri che, benché avesse una gamba ingessata, si barricò nel museo impedendo a chiunque di accedervi. Con l'arrivo delle truppe alleate egli nuovamente impedì, personalmente, l'occupazione dell'edificio stavolta da parte delle truppe anglo-americane, concedendo loro unicamente che i medical stores utilizzassero (fino al giugno 1944) alcune sale al pianterreno come deposito di materiale sanitario e medicinali, mentre il genio civile occupò con i suoi uffici altre sale fino al 1948, essendo la sua sede danneggiata dai bombardamenti.

Nel dopoguerra il ripristino del museo fu lungo e impegnativo, richiedendo non solo la risistemazione di tutti gli oggetti nelle sale (essendo quelli mobili tutti impacchettati ed incassati, mentre quelli inamovibili sepolti sotto montagne di sacchetti di sabbia), ma anche per il faticoso recupero delle opere più pregiate e preziose che, portate in tempo a Roma in Vaticano, furono purtroppo per alcune casse depredate dai tedeschi che, trasportatele dapprima a Berlino, prima della distruzione della città molto opportunamente le avevano trasferite a Salisburgo e nascoste nei suoi paraggi in una salina ad Altaussee. Recuperate e restituite all'Italia il 7 agosto del 1947, la riapertura del museo, benché ufficialmente inaugurata già il 1º luglio 1945 seppure solo per alcune sale, di fatto fu realizzata progressivamente e completata solo nel 1953, richiedendo essa non poche energie, impegno e tempo. Nonostante l'accurato riallestimento, già nel 1957 fu deciso di trasferire anche la pinacoteca, stavolta nella reggia di Capodimonte, liberando così tutte le sale del primo piano disposte intorno al cortile occidentale. Da questo momento il museo diventa esclusivamente archeologico.

Museo archeologico nazionale (1958-oggi)[modifica | modifica sorgente]

Particolare della facciata

Liberate le sale dalla pinacoteca, ci si affrettò ad allestirle trasferendo in esse la collezione dei "grandi bronzi" collocati da tempo immemorabile al pianoterra, in una galleria intorno al cortile occidentale. Per alcuni anni si lavorò alacremente per migliorare gli allestimenti di tutte le collezioni, volendo che il museo si presentasse perfettamente in ordine, decoroso e fruibile in occasione dell'olimpiade del 1960, evento che avrebbe attirato molti visitatori; la qual cosa fu senz'altro realizzata.

Pochi anni dopo l'edificio mostrò aggravarsi quei segni di dissesto che già lo avevano afflitto in passato, dissesti dovuti proprio al fatto che esso era privo di quelle sottofondazioni adeguate a sostenere un piano superiore che non era stato previsto nei progetti originari. Le gravi lesioni che interessarono soprattutto l'ala occidentale, rendendola inagibile, obbligarono a sgomberarla completamente da tutte le collezioni che l'occupavano.[15] A partire dal 1967 furono intrapresi radicali lavori di consolidamento e di restauro architettonico dell'edificio, a cominciare dalla copertura del salone della Meridiana, per poi passare nel 1970 all'ala occidentale dove gli interventi impiegarono dieci anni.

Galleria 45 con gli archi riaperti intorno al cortile occidentale (allestimento 2012).

A conclusione di essi, nel 1986 è stato possibile ripristinare il porticato intorno al cortile occidentale, abbattendo i muri eretti nelle arcate da Ferdinando Fuga. Le arcate, così liberate, sono state in parte richiuse con enormi lastre di vetro trattenute da tiranti in acciaio, con lo scopo da un lato di ridare al porticato la sua luminosità originaria e dall'altro di preservare dalle intemperie le opere esposte. Con l'occasione si sono anche voluti rimettere a nudo le strutture più antiche del palazzo, i pilastri in piperno ed i muri in laterizi che avevano caratterizzato l'edificio della Cavallerizza ed i primissimi interventi edilizi di Giulio Cesare Fontana, liberandoli dagli intonaci e stucchi che li ricoprivano.[16] I lavori di restauro intrapresi furono inoltre occasione per avviare un'approfondita indagine non solo architettonica ma anche archivistica sulla storia del museo; indagine approdata nel 1975 ad una mostra storico-documentaria e due anni dopo ad una interessante pubblicazione.

Il cosiddetto Braccio Nuovo prima degli interventi di ristrutturazione avviati nel marzo 2006 e mai conclusi.

I grandi lavori intrapresi in quegli anni furono affiancati da altri forse meno appariscenti ma altrettanto importanti ed impegnativi che riguardarono una revisione inventariale di tutti gli oggetti conservati nei depositi del museo ed un grosso impegno di schedatura della maggior parte di essi.

Al 2013 il museo archeologico è interessato da lavori di ingrandimento che, avviati nel 2012 con la cui conclusione prevista per il 2015, interessano l'area settentrionale e principalmente il cosiddetto "Braccio Nuovo".[5] L'edificio, benché il più recente in ordine di tempo, non era stato più ripristinato dopo la seconda guerra mondiale, risultando così talmente degradato da non essere più utilizzabile in alcun modo. Per il suo recupero è stato indispensabile liberarlo dal terrapieno retrostante, il cui sbancamento ha permesso di recuperare oltre 100 tombe antiche facenti parte della già nota necropoli di Santa Teresa, tombe inspiegabilmente scampate al "frugamento" del 1810.[17] Nell'ala del "Braccio Nuovo", una volta ripristinata, sono previsti i trasferimenti di una parte della collezione pompeiana ora in deposito, gli allestimenti di una nuova sala conferenze, il trasferimento della biblioteca della soprintendenza archeologica, ed un punto ristoro per i visitatori del Museo.

Collezioni e allestimenti[modifica | modifica sorgente]

Storia degli allestimenti[modifica | modifica sorgente]

Settecento e Ottocento[modifica | modifica sorgente]

Non si conosce più di tanto i criteri espositivi adottati dai Borbone di Napoli perché, se è pur vero che essi hanno curato la stesura dei primi inventari (Michele Arditi, Francesco Maria Avellino, il principe di San Giorgio Spinelli) mancano comunque guide del museo, le prime delle quali compaiono solo nell'Ottocento con non sempre assoluta chiarezza nell'indicazione della collocazione dei pezzi. Probabilmente i criteri espositivi erano improntati principalmente su motivi estetici o sistemando nelle sale la maggior parte degli oggetti disponibili per impressionare il visitatore, alla maniera delle Wunderkammer dei primi collezionisti.

Novecento e Duemila[modifica | modifica sorgente]

Sala dei Grandi Bronzi (foto databile fra il 1857 e il 1914) di Giorgio Sommer

Una svolta sicura si ebbe agli inizi del XX secolo. Paolo Orsi, commissario straordinario del museo dal dicembre 1900 a marzo 1901, propose un nuovo riordinamento delle collezioni del museo in dieci grandi raccolte ordinate per classi (o tipi) di materiali.

Ettore Pais, direttore da marzo 1901 a giugno 1904,[18] lo realizzò esponendosi ad aspre critiche per il suo eccessivo modernismo e per i criteri adottati, giudicati rivoluzionari. Ciò non impedì che sotto la sua direzione tutto venisse rimosso e risistemato nel giro di due anni. Pais allestì il patrimonio museale non solo suddividendolo per tipi di materiali, ma anche tenendo conto degli stili, degli elementi cronologici e/o topografici. Questo criterio espositivo, considerato assolutamente innovativo e rivoluzionario agli inizi del Novecento, è perdurato per circa 90 anni e, seppure oggi non sia più considerato valido in quanto non consono ai nuovi criteri e concetti espositivi, tuttavia condiziona ancora pesantemente i tentativi di riallestimento del museo.

Cronologia degli allestimenti[modifica | modifica sorgente]

Pur riconoscendo una certa validità agli allestimenti del passato, testimoni del gusto, delle conoscenze, della metodologia di un'epoca, oggi si privilegiano soprattutto il contesto e la provenienza originari degli oggetti esposti. In tal senso sono stati indirizzati gli sforzi intrapresi fin dagli anni settanta di riallestimento globale del museo.

Il nuovo indirizzo museografico è stato inaugurato con l'allestimento della sezione dedicata a tutti i ritrovamenti fatti nella villa dei Papiri di Ercolano (aprile 1973). Sono seguite nel tempo altre sezioni, istituite ex novo, o completamente riallestite: la collezione Egizia (dicembre 1989), le sculture Farnese dalle terme di Caracalla (giugno 1991), il tempio di Iside di Pompei (dicembre 1992), le gemme Farnese (giugno 1994), la collezione Epigrafica (marzo 1995), la sezione Preistorica (dicembre 1995), la sezione della Magna Grecia (luglio 1996), Pithecusae e la casa greca di Punta Chiarito (dicembre 1997), i Vetri (marzo 1998), il Gabinetto Segreto (aprile 2000), i Mosaici (maggio 2000), Napoli Antica (dicembre 2000), la collezione Numismatica (giugno 2001), il vasellame Bronzeo (marzo 2003), gli Affreschi dalla villa di Arianna di Stabia (settembre 2007), le sculture Farnese da palazzo Campo dei Fiori, dagli orti farnesiani e da villa Madama (Sale 1, 7 e 8; accessibili già nel dicembre 2007), la collezione degli Affreschi Pompeiani (aprile 2009), nuovamente la villa dei Papiri di Ercolano con un allestimento nuovissimo (giugno 2009), le sculture Farnese da palazzo Farnese e dalla Farnesina (sale 2-6 e 25-28; novembre 2009).

Dal 2005, inoltre, nella stazione "Museo" della linea metropolitana, posta sotto il livello del museo archeologico, è stata aperta la stazione Neapolis, con la quale vengono mostrati i reperti archeologici rinvenuti durante gli scavi della metro ed entrati a far parte del patrimonio del "MANN".

Vecchi allestimenti e collezioni abolite[modifica | modifica sorgente]

Collezione dei Vasi Dipinti. Vetrina del vecchio allestimento (foto 1857-1914 di Giorgio Sommer)
Collezione dei ritratti greci. Omero (foto di Giacomo Brogi, 1822-1881)
  • Galleria dei Tirannicidi o Marmi Arcaici: smantellata. I pezzi farnesiani sono confluiti nelle relative sezioni aperte al pubblico; tutti gli altri pezzi sono in deposito. Alcuni pezzi d'eccezione sono temporaneamente esposti in altre sale o gallerie e possono essere spostati senza preavviso secondo le esigenze di spazio e di movimentazione del Museo.
  • Galleria dei Grandi Maestri: come sopra. Pezzi d'eccezione (per esempio Doriforo, Diomede, Orfeo ed Euridice, Nereidi, Athena Albani, Psiche, Venere di Capua): come sopra.
  • Galleria dei Marmi Colorati: come sopra.
  • Galleria dei Carracci: smantellata. Già nella Sala 8, riproponeva l'allestimento di alcune sculture farnesiane per come esse erano esposte in Palazzo Farnese nella galleria che prende il nome dagli artisti che l'hanno affrescata, la sezione è stata smantellata qualche anno fa e le relative statue trasferite in una parte delle Sale 2-6 completamente riallestite.
  • Galleria dei Ritratti Greci o Busti Greci: per molto tempo in deposito, sono state finalmente riesposte al pubblico insieme ad altre sculture farnesiane in un nuovissimo allestimento nelle Sale 25-28.
  • Collezione dei Grandi Bronzi: smantellata. La maggior parte delle statue sono confluite nella sezione dedicata alla Villa dei Papiri; quelle rinvenute ad Ercolano che ritraggono imperatori e personaggi diversi della famiglia giulio-claudia sono esposte nell'atrio del museo; tutte le altre statue bronzee da Pompei sono in deposito.
  • Collezione dei Piccoli Bronzi: smantellata. Alcuni bronzetti sono confluiti nella Villa dei Papiri; per il vasellame bronzeo da Pompei, è stata recentemente allestita una sala apposita; una piccolissima scelta di "piccoli bronzi" è attualmente esposta (solo temporaneamente) nella sala degli Argenti, in attesa che le argenterie ritornino da un'esposizione all'estero; altre poche cose si possono trovare ai Mosaici-Fauno, e nella sezione Numismatica. Tutti gli altri bronzetti sono nei depositi.
  • Collezione delle Armi Antiche: smantellata. Le armi rinvenute nelle tombe cumane sono esposte nella sala dedicata a Cuma nella sezione Preistorica; le armi greche sono confluite nella sezione della Magna Grecia; le armi gladiatorie - esposte nel 2008-2009 al primo piano nelle Sale 90-91 in occasione di una mostra temporanea sui gladiatori - sono ritornate a languire nei depositi.
  • Collezione dei Preziosi o degli Ori: smantellata. Le argenterie costituiscono oggi la Collezione degli Argenti esposti nella Sala 89; i gioielli in oro sono suddivisi fra Magna Grecia, Numismatica, e Mosaici-Fauno; la Tazza Farnese è confluita nella Collezione delle Gemme; le laminette auree orfiche nella Sezione Epigrafica. Altri pezzi sono in deposito.
  • Collezione dei Commestibili: in deposito. Di recente (febbraio 2005) erano state allestite quattro sale denominate "Cibi e Sapori dell'area vesuviana": smantellate dopo un paio di anni con la motivazione che "si trattava di un'esposizione temporanea".
  • Nature Morte : smantellata. Era una sezione costituita soprattutto da affreschi, in origine sistemata accanto ai Commestibili. Oggetto di una recente mostra itinerante ("Xenia Pompeiana"), al suo rientro nel 2001 fu collocata nella sala 95 situata fra i Vetri ed il Plastico di Pompei, e purtroppo di nuovo smantellata progressivamente negli anni successivi. Con la riapertura al pubblico degli Affreschi pompeiani, una scelta di nature morte è esposta nella Sala 74.
  • Collezione dei Vasi Dipinti: smantellata. I vasi provenienti da città magnogreche sono confluite nella sezione della Magna Grecia. Altri rinvenuti nelle necropoli di Neapolis sono nella sezione di Napoli Antica. Tutti gli altri (soprattutto quelli rinvenuti a Cuma) sono in deposito.
  • Collezione Cumana: in deposito.
  • Collezione delle Terrecotte: smantellata. Le terrecotte architettoniche provenienti da templi situati in città magnogreche sono confluite nella sezione della Magna Grecia. Poche altre sono esposte a Mosaici-Fauno e al Tempio di Iside. Tutte le altre sono in deposito.
  • Collezione delle Terrecotte Votive: smantellata. Le terrecotte e le statuette votive provenienti da santuari magnogreci sono confluite nella Collezione della Magna Grecia; altre rinvenute a Napoli sono nella sezione di Napoli Antica. Tutte le altre sono in deposito.
  • Collezione Tecnologica: smantellata. Alcune bilance e pesi sono nella Collezione Numismatica. Tutti gli altri pezzi sono in deposito.

Attuale criterio espositivo[modifica | modifica sorgente]

Il riordino globale del museo avuto negli ultimi anni ha previsto non soltanto un riallestimento delle singole collezioni, ma anche una dislocazione più organica di esse all'interno dell'edificio. A grandi linee, al 2013, le numerose collezioni del museo sono raccolte formando sette sezioni (otto considerando la esterna Stazione Neapolis), così disposte:[19]

Esterno Stazione Neapolis: reperti archeologici della metropolitana di Napoli (accesso gratuito dalla stazione "Museo" della metropolitana)
Seminterrato Collezione egizia
Collezione epigrafica
Pianoterra Collezione Farnese: sculture, busti e gemme (nelle gallerie e sale intorno al cortile orientale)
Collezioni pompeiane: statuaria proveniente da Pompei, Ercolano e dai siti archeologici dei Campi Flegrei (nelle gallerie e sale intorno al cortile occidentale)
Piano ammezzato Collezioni pompeiane: Mosaici-Casa del Fauno
Collezioni pompeiane: Gabinetto Segreto
Numismatica
Primo piano Salone della Meridiana
Collezioni pompeiane: affreschi, vasellame, vetri, ceramiche, argenti, avori e reperti dal tempio di Iside (nelle gallerie e sale intorno al cortile orientale)
Settore topografico con un percorso cronologico che vede la sequenza di: Preistoria, Età Eneolitica, Età del Bronzo, Età del Ferro, Cuma, Pithecusae, Neapolis, Villa dei Papiri (nelle gallerie e sale intorno al cortile occidentale, nel percorso "esterno")
Settore topografico con: Etruschi ed Italici in Campania, Magna Grecia (nelle gallerie e sale intorno al cortile occidentale, nel percorso "interno")

I lavori di restauro del 2012 permetteranno inoltre che alcuni pezzi rimasti esclusi dalla visita fino ad ora, possano trovare definitiva sistemazione dentro l'edificio.[5] I reperti mai esposti al pubblico riguardano la sezione Magna Grecia, quella Cumana (costituita da vasi greci), l'epigrafica ed una ricca parte della statuaria pompeiana. Si stima che i pezzi in deposito siano in quantità tre volte superiore rispetto a quelli esposti e che gli stessi occupino allo stato attuale tre livelli dei sotterranei del palazzo ed un piano di sottotetti.[6]

Sezioni[modifica | modifica sorgente]

Le sezioni del museo sono diverse, molte delle quali nate da aggregazioni o donazioni di collezioni minori. Di seguito l'elenco con i relativi reperti archeologici di appartenenza:

  1. "Collezione Farnese": includono le sculture Farnese provenienti dai palazzi e siti farnesiani a Roma, le sculture Farnese rinvenute nelle terme di Caracalla, la galleria degli imperatori, le gemme farnesiane ed altri reperti;
  2. "Collezioni pompeiane": vi sono i mosaici, la casa del Fauno, il Gabinetto Segreto, gli affreschi, il tempio di Iside, argenti, avori e ceramiche invetriate, vasellame, bronzi, vetri, il plastico di Pompei, la villa dei Papiri, sculture e busti marmorei e bronzei, ed altri reperti;
  3. "Settore Topografico": preistoria, Cuma, Pithecusae, Napoli antica, Magna Grecia, etruschi e italici in Campania;
  4. "Collezione Egizia";
  5. "Collezione Epigrafica";
  6. "Collezione Numismatica";
  7. "Salone della Meridiana";
  8. "Stazione Neapolis": espone tutti i reperti rinvenuti negii scavi della metropolitana di Napoli (ubicato nella fermata della metropolitana sottostante il museo).

Collezione Farnese[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Collezione Farnese.

La collezione Farnese ospita tutti i reperti archeologici raccolti a partire dal XVI secolo da Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III. Ottenute per acquisto o per confisca altre collezioni minori, quella Farnese si arricchì considerevolmente con i rinvenimenti degli scavi romani. Con l'estinzione del ramo familiare, l'intera collezione passò ad Elisabetta Farnese, madre di Carlo di Borbone. Il trasferimento a Napoli delle sculture, tuttavia, si ebbe solo con Ferdinando IV nel 1787 circa.

La collezione occupa al piano terra tutte le sale e gallerie (1-29) disposte intorno al cortile orientale (sul lato destro dell'atrio di ingresso). Al centro del cortile vi è inoltre uno splendido labrum in porfido rosso facente parte anche esso della collezione Farnese. Il nuovissimo allestimento, frutto di approfonditi studi sulla storia della collezione e dei singoli pezzi, ha richiesto naturalmente uno sforzo notevolissimo sia di energie che di mezzi che non hanno permesso un'apertura delle varie sale se non progressivamente ed in tempi diversi. Lo stesso ha permesso di riordinare le sculture farnesiane raggruppandole per luoghi e palazzi di provenienza, secondo come esse erano suddivise ed esposte a Roma prima che venissero trasferite a Napoli.

Sculture da palazzo in campo dei Fiori[modifica | modifica sorgente]

Sono esposte nelle Sale 1 e 7.

Sculture da palazzo Farnese[modifica | modifica sorgente]

Sono esposte nelle Sale 2-6.

Sculture dagli orti Farnesiani e da villa Madama[modifica | modifica sorgente]

Nella galleria Sala 8 sono esposte: nella prima metà le sculture esposte un tempo negli Orti Farnesiani; nella seconda metà quelli già esposti a Villa Madama.

Sculture dalle terme di Caracalla[modifica | modifica sorgente]

Nelle Sale 11-16 vi sono le sculture di grandi dimensioni rinvenute nelle Terme di Caracalla a Roma. In particolare la statua dell'Ercole Farnese, straordinario pezzo di marmo che ispirò anche Michelangelo, la Flora Farnese, e poi l'imponente Toro Farnese enorme gruppo statuario chiamato in epoca borbonica anche montagna di marmo per la sua impostazione piramidale, il più grande e complesso giunto a noi dall'antichità, che rappresenta il supplizio di Dirce.

Sculture dalla villa Farnesina[modifica | modifica sorgente]

Nelle Sale 25-28 vi sono sculture e rilievi diversi un tempo esposti alla Farnesina, fra cui cospicuo è il gruppo di ritratti di filosofi e poeti greci, e le famose Veneri accovacciate.

Galleria degli imperatori[modifica | modifica sorgente]

Nella galleria Sala 29 vi è la collezione dei ritratti di imperatori romani e dei filosofi greci.

Gemme[modifica | modifica sorgente]

È raccolta nelle due piccole Sale 9-10 situate al piano terra, alle spalle della colossale statua dell'Ercole Farnese. Formata da oltre duemila reperti, il pezzo più rilevante è sicuramente la tazza Farnese.

Collezioni pompeiane[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia degli scavi archeologici di Pompei.

La raccolta di collezioni pompeiane nasce sostanzialmente con gli scavi archeologici di Pompei avviati nel corso della prima metà del XVIII secolo, su volontà dell'allora re di Napoli Carlo di Borbone. La raccolta costiusce il nucleo principale della collezione Borbone ed include tutti i reperti rinvenuti negli scavi vesuviani: sculture, mosaici, armeria, affreschi ed altri svariati pezzi, tra cui dei papiri rinvenuti ad Ercolano ed oggi alla biblioteca nazionale del palazzo reale.

L'intera collezione fu trasferita nella sede attuale solo intorno al XIX secolo in quanto fino ad allora trovò sistemazione nel museo Herculanense di Portici (museo intitolato ad Ercolano in quanto i reperti provenivano fino ad allora principalmente da quell'area). Con l'avvento di Gioacchino Murat, dal 1806 a 1808, gli scavi ricominciarono e questa volta i reperti rinvenuti riguardarono principalmente la zona pompeiana, andando a formare così la parte più cospicua della raccolta e donando conseguentemente la denominazione attuale della sezione museale. Intorno alla prima metà dell'Ottocento furono trovati gli elementi più numerosi e forse più importanti della collezione: i mosaici.

I rinvenimenti che interessarono l'area di Boscoreale, ultima per cronologia (sul finire del XX secolo, furono invece dispersi in più musei stranieri, principalmente al Louvre di Parigi.

Statuaria campana[modifica | modifica sorgente]

La sezione, chiusa al pubblico, troverà sistemazione nelle sale 35 e 45 del piano terra.

Della statuaria proveniente dalle antiche città campane, una cospicua parte non è stata mai esposta al pubblico. L'inesistenza di adeguati allestimenti hanno fatto sì che queste sculture risiedessero per decenni nei depositi del museo. Solo alcune opere particolarmente significative (per esempio il Doriforo) hanno trovato una sistemazione adeguata, seppure provvisoria. Quelle visibili sono collocate in alcune sale o gallerie al pianoterra negli ambienti intorno al cortile occidentale, mentre le altre in deposito si spera che possano essere disponibili al pubblico nei prossimi anni grazie anche agli importanti lavori di ristrutturazione avviati nel 2012 e che hanno riguardato l'intero edificio.[5]

Le sculture non provengono solo dalle città vesuviane ma bensì anche da altri luoghi dell'antica Campania, per esempio Cuma o l'area dei Campi Flegrei.

Mosaici - Casa del Fauno[modifica | modifica sorgente]

La sezione si trova sul piano ammezzato, salendo lo scalone sul lato sinistro (Sale 57-61 e 63-64).

La sezione si divide in due parti. Da un lato vi è la raccolta di mosaici provenienti dagli scavi archeologici di Pompei, Ercolano e di altre antiche città campane, ospitati questi nelle sale 57-59 e 64; dall'altro vi è quella relativa ad oggetti e mosaici rinvenuti specificamente nella casa del Fauno di Pompei, sale 60-61 e 63. Molto importante, vero e proprio unicum nel suo genere, è la raccolta dei mosaici del museo: di eccezionale interesse il grande mosaico raffigurante la Battaglia di Isso di Alessandro Magno contro Dario, così come il Memento mori. Spicca inoltre l'originale scultura bronzea del Fauno danzante.

Gabinetto Segreto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Gabinetto Segreto.

Sale 62 e 65 - Si trova al piano ammezzato, salendo lo scalone sul lato sinistro, alla fine della sezione dei Mosaici.

Il Gabinetto Segreto (così chiamato dai Borbone) mostra vari reperti a soggetto erotico o sessuale provenienti dagli scavi di Pompei ed Ercolano o acquisiti in altro modo. Completamente riallestita negli anni '90, la collezione è stata definitivamente aperta al pubblico nell'aprile del 2000.

Affreschi[modifica | modifica sorgente]

Si trovano al primo piano; vi si accede dal Salone della Meridiana, da una porta in fondo sulla sinistra. La collezione occupa le Sale 66-78.

Dopo quasi 10 anni di chiusura al pubblico della Collezione degli Affreschi (essendo in restauro non solo gli affreschi ma anche le sale in cui essi sono esposti), le sale sono state completamente riallestite. Dopo la riapertura nel settembre 2007 delle prime tre sale (Sala LXXV pitture da larari; Sala LXXVIII pittura popolare e ritratti; Sala LXXVII gli affreschi provenienti dalla Villa Arianna a Stabiae), a fine aprile 2009 sono state definitivamente riaperte tutte quante le altre sale che compongono la collezione.

Argenti[modifica | modifica sorgente]

Coppe di argento

Si trovano al primo piano nella Sala 89, cui si accede dal salone della Meridiana, passata la porta sulla sinistra, è la prima saletta.

Rinvenuti durante gli scavi archeologici di Pompei e Ercolano, la collezione si compone della più ampia raccolta di argenti romani esistenti al mondo. La sezione al 2013 mostra solo una piccola parte dei reperti. La stessa è inoltre in fase di riallestimento con l'intenzione di esporre tutti i pezzi cui vi fanno parte, essendo molti di questi in deposito da diversi decenni.

Avori e ceramiche invetriate[modifica | modifica sorgente]

Si trovano al primo piano nella Sala 88, cui si accede dal Salone della Meridiana, passata la porta sulla sinistra, nella seconda saletta.

Vasellame bronzeo[modifica | modifica sorgente]

Si trova al primo piano nella Sala 87, cui si accede dal Salone della Meridiana, passata la porta sulla sinistra, nella terza sala.

Vetri[modifica | modifica sorgente]

Si trovano al primo piano nelle Sale 85-86, cui si accede dal Salone della Meridiana, la quarta e quinta sala, passata la porta, sulla sinistra.

Tempio di Iside[modifica | modifica sorgente]

Le Sale 79-84 al primo piano, situate tra i Vetri, gli Affreschi e il Plastico di Pompei, raccolgono tutto quanto si è rinvenuto nell'area del tempio di Iside a Pompei. Gli ambienti sono al 2013 temporaneamente chiusi per lavori di adeguamento degli impianti.

Villa dei Papiri[modifica | modifica sorgente]

Le Sale 114-117 al primo piano, salendo lo scalone sulla sinistra, raccolgono tutte le opere d'arte rinvenute nella villa dei Papiri (forse appartenuta ai Pisoni), tuttora sepolta a grande profondità ad Ercolano, ma indagata nel XVIII secolo col sistema dei cunicoli. Mancano i rotoli dei papiri conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli nell'apposita "Officina dei Papiri Ercolanesi", ma sono esposti due rotoli non ancora srotolati e foto di altri.

Plastico di Pompei[modifica | modifica sorgente]

Il Plastico di Pompei si trova al primo piano in un apposito ampio salone, la Sala 96, situata fra i Vetri ed il Tempio di Iside.

Una intera sala è occupata da un grande plastico di Pompei, che ritrae l'antica città romana in tutti i suoi piccoli particolari.

Sezione Topografica[modifica | modifica sorgente]

Si trovano al primo piano, e vi si accede dal Salone della Meridiana, da una porta situata in fondo ad esso sulla destra.

Preistoria[modifica | modifica sorgente]

È esposta nella prima sala della sezione Topografica, la Sala 127 e nei due piani ammezzati subito al di sopra, cui si accede dalla stessa sala.

Età del Bronzo e del Ferro[modifica | modifica sorgente]

È esposta in parte nella Sala 127 (Preistoria) e poi in quella successiva (Sala 126).

Cuma[modifica | modifica sorgente]

Si trova al primo piano nella Sala 126, subito dopo la Preistoria.
È allestita e visitabile solo la prima sala della sezione (nella sezione Topografica), relativa all'epoca di fondazione della colonia e accenni all'epoca arcaica. Per l'epoca classica (quindi la ricca Collezione Cumana di vasi dipinti a figure nere e a figure rosse, rinvenuti nelle sue necropoli) non vi sono indicazioni sui possibili tempi di allestimento e di apertura al pubblico.

Pithecusae (Ischia)[modifica | modifica sorgente]

Si trova al primo piano nelle Sale 124-125, successive a quella dedicata a Cuma. La prima sala (125) è dedicata ai rinvenimenti fatti a Lacco Ameno e in altre località sull'isola di Ischia. La seconda sala (124) è interamente dedicata al rinvenimento della casa greca di Punta Chiarito di VI secolo a.C., che è ricostruita in scala 1:1, mentre nelle vetrine e nella ricostruzione sono esposti tutti i reperti rinvenutivi.

Neapolis[modifica | modifica sorgente]

Si trova al primo piano, nelle Sale 118-120, situate subito dopo la Villa dei Papiri.

Situla apula del 360 a.C. con Odisseo e Diomede che, dopo aver ucciso Reso, rubano le sue cavalle.

Magna Grecia[modifica | modifica sorgente]

La sezione è chiusa al pubblico in quanto in via di trasferimento nelle nuove Sale 137-143. Non vi sono indicazioni sui possibili tempi di allestimento e di riapertura al pubblico.

Etruschi e italici in Campania[modifica | modifica sorgente]

La sezione, non ancora allestita, occuperà le Sale 130-136.

Collezione Egizia[modifica | modifica sorgente]

Storia e descrizione[modifica | modifica sorgente]

Si trova nel piano seminterrato cui si accede dal piano terra, a destra dello scalone principale, alla fine della galleria degli imperatori (Sale 18-23).

Per importanza è la seconda collezione di manufatti egizi in Italia, dopo quella del museo egizio di Torino;[4] in senso cronologico è invece la più antica.

Il primo nucleo fu costituito tra il secondo ed il terzo decennio dell'Ottocento acquisendo materiali da collezioni private e dagli scavi borbonici dell'area vesuviana e dell'area flegrea.

Naoforo Farnese
Mummia

In particolare, di grande importanza sono le opere appartenenti alla collezione Borgia, formata nella seconda metà del Settecento dal cardinale Stefano Borgia, già erede di una raccolta di oggetti antichi rinvenuti nei dintorni di Roma e di Velletri che, grazie agli incarichi affidatigli dal governo pontificio (in particolare, la sua attività di Segretario e poi Prefetto della Congregazione di Propaganda della Fede, durante la quale incoraggiò la formazione di sacerdoti indigeni nelle missioni cattoliche all'estero, specie in Oriente) poté entrare in possesso, grazie al favore dei missionari, di un immenso numero di oggetti dall'Egitto, oltre ai manoscritti copti ottenuti su sua precisa richiesta, tanto da costituire la più ricca collezione del genere dell'epoca. Alla sua morte, nel 1804, la collezione fu in parte donata alla congregazione mentre la maggior parte passò al nipote Camillo Borgia il quale tentò di venderla prima al re di Danimarca, poi a Gioacchino Murat, allora re di Napoli, che l'acquistò nel 1814 (benché le trattative si conclusero solo l'anno successivo, con il ritorno dei Borbone, ad opera di Ferdinando I delle Due Sicilie).

La collezione Borgia, una delle più antiche della storia del collezionismo europeo, illustra l'interesse europeo per l'antico Egitto in un periodo ancora anteriore alla spedizione napoleonica del 1798-1799, e rispecchia il gusto antiquario tipico dell'epoca in cui fu formata (statue ridotte a busti o a teste-ritratto, e da molti oggetti di carattere funerario e magico-religioso rinvenuti principalmente nelle due zone più facilmente raggiungibili dagli Europei del XVIII secolo, il Delta del Nilo e Menfi).

La più rilevante tra quelle napoletane dopo la borgiana è la collezione Picchianti, raccolta durante un viaggio di sei anni (1819-1825) da Giuseppe Picchianti, un viaggiatore di origine veneta che risalì la valle del Nilo fino a raggiungere il deserto nubiano, attraversando le località archeologiche di maggiore interesse per i collezionisti come Giza, Saqqara, Tebe. Qui raccolse una notevole quantità di materiali, provenienti probabilmente da sepolture: la sua raccolta comprende infatti mummie, sarcofagi, canopi, ma anche oggetti facenti parte del corredo funebre che testimoniano aspetti del quotidiano, quali specchi, vasi per cosmetici, sandali. Tornato in Italia ne vendette una parte al British Museum, mentre un'altra l'acquistò il museo di Napoli dalla vedova, la contessa Angelica Droso.

Il reperto di più antica acquisizione è invece il naoforo, unico oggetto egizio appartenente alla collezione Farnese, già ospitato nel museo prima che tutte le altre collezioni vi approdassero.

Sono inclusi nella sezione egiziana anche oggetti di provenienza varia e raccolte di minore consistenza come quella dello Schnars, un viaggiatore tedesco che, formata una piccola collezione durante i suoi viaggi nell'alto e basso Egitto, la donò al museo nel 1842.

Sale e reperti[modifica | modifica sorgente]

Una mummia di bambino

Nella sala XIX sono esposte tutte le statue della raccolta, che coprono un quadro cronologico di circa tremila anni, dagli inizi dell'antico regno all'età tolemaico-romana, tra cui il reperto più antico, una statua di funzionario della III dinastia (2700-2640 a.C.) nota come "Dama di Napoli". Nella stessa stanza sono esposti frammenti di obelischi di epoca faraonica e romana.

La sala XX ospita alcuni elementi del corredo funerario, una serie di oggetti votivi (statuette in legno o pietra), e diverse steli arpocratee (lastre atte a proteggere magicamente il defunto dai pericoli cui poteva andare incontro nel suo viaggio verso l'oltretomba). Sono presenti anche tre sarcofagi di fattura ed epoca diverse: un frammento del sarcofago in basalto di Pa-ir-kap della XXX dinastia e due sarcofagi in legno dipinto, contenenti mummie.

Nella sala XXI si può osservare una raccolta di iscrizioni e di calchi ottocenteschi che coprono tutti i diversi metodi di scrittura in uso in Egitto nel corso della sua storia, dalle origini fino al demotico ed al greco. È qui esposta la celebre "Charta Borgiana", un papiro redatto in greco corsivo del II secolo d.C. Nello stesso luogo sono inoltre esposti numerosi oggetti egiziani o egittizzanti ritrovati in Campania, in particolare negli scavi vesuviani (come la stele di Samtowetefnakhte nel tempio di Iside a Pompei, o la mensa votiva in basalto nero di Psammetico II, riutilizzata come soglia nella casa del Doppio Larario).

Nelle sale XXII e XXIII è esposta la collezione Picchianti. Nella XXII sono esposti numerosi vasi databili dalle prime dinastie all'epoca tolemaico-romana, steli funerarie, e molte statuette votive, come il gruppo di centoquattordici appartenenti ad un personaggio di nome Her-udja della XXX dinastia. Nella stessa sala è inoltre esposta, insieme a due piccoli, una mummia di coccodrillo.

La sala XXIII ospita quattro mummie, tre della collezione Picchianti, due di adulti ed una di bambino, oltre ad un'altra donata da Emilio Stevens. Sono, inoltre, esposti diversi oggetti del corredo funebre ed una significativa selezione di amuleti.

Collezione Epigrafica[modifica | modifica sorgente]

Si trova nel piano seminterrato (Sale 150-155), cui si accede dall'atrio di ingresso scendendo per una scala situata presso l'ingresso alle prime sale della collezione Farnese.

La collezione è stata riaperta al pubblico in seguito dopo che sono terminati i lavori di collegamento fra museo e metropolitana. Consta di oltre duemila pezzi tra testi scritti in greco, latino e dialetti italici, e costituisce inoltre una delle più importanti raccolte epigrafiche per quantità e qualità. Anche qui, come per altre sezioni del museo, il settore è frutto di diverse collezioni minori acquistate o donate al museo nel corso degli anni. Queste, vedono il proprio fulcro nella raccolta farnesiana di Fulvio Orsini, ereditata nel Settecento da Carlo di Borbone, ed in quella Borgia, acquistata da Gioacchino Murat nel 1814 assieme alla raccolta di monete e ad altri reperti archeologici.

Collezione Numismatica[modifica | modifica sorgente]

Si trova sul piano ammezzato, salendo lo scalone, sul lato destro (Sale 51-56).

Seguendo un rigoroso criterio cronologico, le sale espongono pezzi che vanno dal periodo della Magna Grecia fino alle monete battute nel regno delle Due Sicilie. La sezione comprende diverse collezioni tra le quali spiccano quella Borgia e quella Farnese, che costituiscono il nucleo principale.

Salone della Meridiana[modifica | modifica sorgente]

Salone della Meridiana, opera dell'architetto Giovanni Antonio Medrano. In primo piano, sul pavimento, la meridiana.

Si trova al primo piano, alla fine della rampa centrale dello scalone monumentale.

Un tempo chiamato Gran Salone, è un enorme salone seicentesco, di forma rettangolare (54×20×27 m), illuminato da porte-finestre che si aprono lungo tre pareti, quelle laterali affacciantesi sui cortili interni, mentre quelle della parete sud provviste di balconi, collocate subito al di sopra dell'ingresso principale del museo. Altri due ordini di finestre scandiscono le pareti laterali, di cui quelle superiori sono poste all'attacco della volta. Quest'ultima, fin dal primo secolo di esistenza dell'edificio, in precarie condizioni statiche proprio per l'ampiezza del salone, a seguito dei terremoti del 1686 e 1688 divenne a tal punto fatiscente che nel 1735 il re Carlo incaricò Giovanni Antonio Medrano a ricostruire la copertura oramai completamente rovinata. Il Medrano escogitò la geniale soluzione del doppio tetto: uno interno di travi e tiranti lignei ai quali è sospesa la volta (successivamente affrescata); ed un secondo ordine di capriate più alto che copre il tutto e costituisce il tetto vero e proprio.

Il soffitto
Il raggio di sole sulla meridiana nel giorno del sostizio d'inverno (sala della Meridiana)

Nel 1781 Pietro Bardellino realizzò sulla volta ricostruita l'affresco che ancora si può ammirare: si tratta di una celebrazione delle virtù di Ferdinando IV e di sua moglie la regina Maria Carolina (i cui ritratti ha raffigurato dipinti su di uno scudo bronzeo), quali protettori delle arti; queste ultime si riconoscono perfettamente nelle numerose figure allegoriche che popolano il cielo, ciascuna delle quali tiene dei simboli che la caratterizzano. La scritta "IACENT NISI PATEANT" suggerisce il programma e la liberalità del re che vuole affermare che le cose d'arte languono se non vengono esposte e fruite dal pubblico. Il grande affresco è stato restaurato nel 1904, mentre nel 1967-1968 sono stati intrapresi restauri al tetto del gran salone che hanno visto la sostituzione di capriate fatiscenti, l'impermeabilizzazione delle falde e la sostituzione delle tegole di copertura.

Lungo le pareti del Salone, mentre nella parte inferiore vi sono diversi quadri ottocenteschi in stile "pompier" di soggetto mitologico o storico, di non grande valore (in prestito temporaneo dal museo di Capodimonte), nel registro superiore invece vi sono numerose tele del pittore genovese Giovanni Evangelista Draghi, che celebrano le gesta di Alessandro Farnese nelle Fiandre, pitture un tempo esposte in palazzo Farnese a Piacenza.

Ai lati della porta d'ingresso che dà sullo scalone monumentale, vi sono infine una coppia di epigrafi marmoree in latino del 1616. Collocate un tempo all'esterno del palazzo, al di sopra delle finestre che fiancheggiano l'attuale ingresso principale, esse celebrano l'una le benemerenze politiche del viceré don Pedro Fernández de Castro conte di Lemos, mentre l'altra ricorda il trasferimento dell'università degli Studi nell'attuale palazzo del museo.

Originariamente il Salone fu destinato a biblioteca ("Librarìa publica") quando il palazzo era ancora sede dell'università napoletana; poi nel 1777, divenuto l'edificio real museo Borbonico, vi fu trasferita la biblioteca Farnese che qui rimase fino al 1925, anno in cui tutta quanta la biblioteca nazionale fu trasferita a palazzo Reale.

La meridiana disegnata nel pavimento è quanto rimane, insieme alla rosa dei venti ed al lunario, del progetto di Giuseppe Casella che nel 1791 volle qui installare un osservatorio astronomico. Funziona, tuttavia, e il raggio di sole che dal foro esistente nella parete in prossimità dell'angolo sud-ovest penetra nella sala intorno a mezzogiorno (per la precisione dalle 11:45 alle 12:30), indica da un lato il periodo dell'anno (in estate, essendo maggiormente zenitale, cade più verso l'inizio della meridiana, presso la finestra; in inverno, essendo i raggi bassi, si trova maggiormente all'altra estremità della meridiana, verso il centro del salone)[20], dall'altro lato indica i mesi dell'anno, al posto dei quali vi sono dei graziosi tondi dipinti con i simboli delle costellazioni dello zodiaco. Al cambio della costellazione zodiacale, il raggio di sole attraversa con molta precisione il relativo tondo.

È esposta nel salone, benché facente parte della collezione Farnese, la celebre statua dell'"Atlante Farnese", databile al II secolo d.C., rinvenuta a Roma presso porta Pinciana. La scultura, che mostra Atlante che sorregge il globo del cielo stellato, lascia ancora oggi gli studiosi perplessi: infatti, mentre su di essa sono segnate con immagini simboliche numerose costellazioni dell'emisfero boreale (tra cui ben riconoscibili sono quelle facenti parte dello zodiaco), dall'altro lato non mancano diverse costellazioni che invece fanno parte e sono visibili unicamente nell'emisfero australe.[21] Le costellazioni all'estremo sud, sconosciute agli antichi, si collocherebbero invece sulla parte non visibile del globo, lì dove esso poggia sulla spalla di Atlante.

Stazione Neapolis[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Stazione Neapolis.
Nike ritrovata nel 1893 presso il borgo Orefici

La Stazione Neapolis è un ambiente della Stazione Museo sottostante il Museo archeologico, accessibile gratuitamente e ospitante numerosi reperti rinvenuti al'interno della città, come un claco di arature neolitiche e una Nike.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ AA.VV., Napoli e dintorni, Touring Editore, Milano 2005.
  2. ^ MANN.it. URL consultato il 31 ottobre 2011.
  3. ^ Dossier musei 2009 - Touring Club Italia.
  4. ^ a b Collezione Egizia dal sito ufficiale del museo. URL consultato il 16 gennaio 2013.
  5. ^ a b c d Museo archeologico, 3 anni di restauro. E dai depositi ripescati i tesori nascosti.. URL consultato il 13 gennaio 2013.
  6. ^ a b  Intervista a Valeria Sampaolo, direttore del mueso archeologico nazionale di Napoli. passioneperlacultura - YouTube, 17 settembre 2012. URL consultato in data 6 febbraio 2013.
  7. ^ Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Visitatori e introiti dei musei
  8. ^ Visitatori e introiti di Musei, Monumenti e Aree Archeologiche Statali per anno
  9. ^ Dati dell'ufficio statistico dei beni culturali italiani:
    Anno Visitatori Totali Introiti lordi Prezzo medio entrata
    2013
    308.387
    € 1.051.885,81
    € 3,41
    2008
    290.748
    € 746.407,29
    € 2,57
    2003
    396.667
    € 1.205.848,13
    € 3,04
    1998
    278.470
    € 728.148,45
    € 2,61
  10. ^ Come mostra un'incisione dell'epoca, la "sala dei Concorsi" presentava cinque ordini di sedili lignei interrotti al centro dalla cattedra (tipo pulpito); nella parete si aprivano quattro nicchie (tuttora esistenti dietro lo scalone principale) in ciascuna delle quali vi era una statua allegorica ("la Teologia" oggi all'Archivio di Stato; "il Diritto" e "l'Astronomia o Filosofia" oggi all'ingresso del chiostro della chiesa di Santa Maria la Nova, sede della provincia di Napoli; "la Medicina", dispersa); più in alto si aprivano due ordini di finestre preceduti da altrettanti ballatoi con balaustre, destinate ad accogliere personalità di governo ed altre di riguardo che volessero assistere alle adunanze.
  11. ^ Ufficialmente lo spostamento dell'università avvenne a causa delle aumentate esigenze di spazio; in realtà le vere ragioni non sono chiare (forse furono prettamente politiche, quello di impedire il rientro dei Gesuiti) perché se veramente mancava lo spazio, sarebbe bastato concludere la costruzione dell'edificio.
  12. ^ La "Quadreria" era già stata trasferita da Parma fra il 1735 e il 1739 per volere dell'allora re di Napoli Carlo di Borbone.
  13. ^ l'osservatorio astronomico fu spostato nel 1807 nel soppresso monastero di San Gaudioso e poi nel 1812 fu cominciata la costruzione del nuovo osservatorio astronomico sulla collina di Miradois nei pressi di Capodimonte, completato poi nel 1819
  14. ^ Lo scavo è raffigurato in un paio di incisioni in: A. De Jorio Metodo per rinvenire e frugare i sepolcri degli antichi, Napoli 1824.
  15. ^ Infatti nella Guida d'Italia del TCI Napoli e dintorni del 1976 le sale risultano completamente vuote.
  16. ^ La cosa strana e veramente paradossale è che i basamenti dei pilastri in piperno risultarono coperti da lastre in piperno, mentre i muri in laterizi erano stati nascosti da uno strato di intonaco che imitava una parete in laterizi, lo stesso motivo che caratterizza tuttora le facciate esterne del Museo.
  17. ^ Carlo Avvisati "Una necropoli nel ventre del Museo", Il Mattino, 16 novembre 2007.
  18. ^ P. Grifoni, Il decollo e la riforma del servizio di tutela dei monumenti in Italia 1880-1915, Firenze 1992, pp. 511-513
  19. ^ Sale espositive dal sito ufficiale del museo. URL consultato il 15 gennaio 2013.
  20. ^ La notizia diffusa secondo la quale la meridiana non funzionerebbe in concomitanza del solstizio d'inverno perché i raggi del sole, molto bassi in quel periodo dell'anno, verrebbero schermati dalla galleria Principe di Napoli, costruita tra il 1870 e il 1883 di fronte al museo, è smentita dall'osservazione diretta del fenomeno: il 21 dicembre il raggio solare, di forma ovale molto allungata, interseca perfettamente il segno del Capricorno.
  21. ^ Probabilmente esse erano state individuate e riconosciute da astronomi o viaggiatori di quell'epoca che erano risaliti il Nilo, oppure erano discesi nella penisola arabica.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Guide del Museo e opere di carattere generale:
  • Giovanbattista Finati - Il Regal Museo Borbonico - tomi I-III, presso Giovanni De Bonis, Napoli 1819-1823
  • (FR) Domenico Morelli - Musée Royal Bourbon - Naples 1835
  • Arnold Ruesch (a cura di) - Guida illustrata del Museo Nazionale di Napoli, approvata dal Ministero della Pubblica Istruzione - Napoli 1908
  • Alfonso De Franciscis - Il Museo Nazionale di Napoli - Di Mauro, Cava dei Tirreni-Napoli 1963
  • Stefano De Caro (a cura di) - Il Museo archeologico nazionale di Napoli - Electa, Napoli 1994, ISBN 88-435-4790-9 (guida corposa)
  • Nadia Barrella - I grandi musei di Napoli - Newton Compton Editori, Roma 1996, ISBN 88-8183-462-6
  • Rosanna Cappelli, Stefano De Caro - Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Guida rapida) - Electa, Napoli 1999, ISBN 88-510-0112-X (guida tascabile)
  • Stefano De Caro - Museo Archeologico Nazionale - Electa Napoli 2001, ISBN 978-88-510-0403-3 (volume patinato)
  • AA.VV. - Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Guida - Electa Napoli 2009, ISBN 978-88-510-0591-7 (la guida maneggevole più recente)
Storia del Museo e delle collezioni:
  • AA.VV. - Da Palazzo degli Studi a Museo Archeologico. Mostra storico-documentaria del Museo Nazionale di Napoli - Napoli 1977
  • Andrea Milanese - Il Museo Reale di Napoli al tempo di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat - in: "Rivista dell'Istituto Nazionale d'Archeologia e Storia dell'Arte", Serie III, Anno XIX-XX, 1996-1997, pagg. 345-405 - Roma 1998
  • Carlo Gasparri (a cura di) - Le sculture Farnese. Storia e documenti - Napoli, 2007, ISBN 978-88-510-0358-6
  • Andrea Milanese - Album museo. Immagini fotografiche ottocentesche del Museo Nazionale di Napoli - Electa Napoli 2009, ISBN 978-88-510-0592-4
Opere monografiche sulle singole collezioni del Museo:
  • AA.VV. - La collezione egiziana del Museo Archeologico nazionale di Napoli - Napoli 1989
  • Carlo Gasparri (a cura di) - Le gemme Farnese - Napoli 1994, ISBN 88-435-4794-1
  • Maria Rosaria Borriello e Teresa Giove (a cura di) - La collezione egiziana del museo archeologico di Napoli (Guida alla collezione) - Electa, Napoli 2000, ISBN 88-435-8523-1
  • Maria Rosaria Borriello e Teresa Giove (a cura di) - La collezione epigrafica del museo archeologico di Napoli (Guida alla collezione) - Electa, Napoli 2000, ISBN 88-435-8515-0
  • Maria Rosaria Borriello e Teresa Giove (a cura di) - La collezione preistorica del museo archeologico di Napoli (Guida alla collezione) - Electa, Napoli 2000, ISBN 88-435-8544-4
  • Stefania Adamo Muscettola - La Villa dei Papiri a Ercolano [e nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli] (Guida rapida) - Electa, Napoli 2000, ISBN 88-435-8556-8 (Guida tascabile)
  • Stefano De Caro (a cura di) - Il gabinetto segreto del Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Guida alla collezione) ISBN 88-435-8688-2 e (Guida rapida) ISBN 88-435-8689-0, - Electa, Napoli 2000
  • Daniela Giampaola e Francesca Longobardo (a cura di) - Napoli greca e romana tra Museo Archeologico Nazionale e centro antico (Guida rapida) - Electa, Napoli 2000, ISBN 88-435-8558-4
  • Renata Cantilena, Teresa Giove (a cura di) - La Collezione Numismatica per una storia monetaria del mezzogiorno (Guida alla collezione) - Napoli 2001, ISBN 88-435-8576-2
  • Stefano De Caro - I Mosaici, la Casa del Fauno (Guida alla collezione) - Napoli, 2001, ISBN 88-435-8545-2 opp. ISBN 88-510-0114-6
  • Stefano De Caro - La Natura Morta nelle pitture e nei mosaici delle città vesuviane (Guide tematiche) - Napoli, 2001, ISBN 88-435-8772-2 opp. ISBN 88-510-0181-2
  • Maria Rosaria Borriello, Paola Rubino - La Magna Grecia [nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli] - Napoli, 2003, ISBN 88-510-0204-5 (Guida rapida)
  • Carlo Gasparri (a cura di) - Le Sculture Farnese (Guida rapida) - Napoli, 2003, ISBN 88-510-0207-X
  • AA. VV. - Cibi e sapori dell'area vesuviana (Guida alla mostra) - Napoli, 2005, ISBN 88-510-0290-8
  • Stefano De Caro - Il Santuario di Iside a Pompei e nel Museo Archeologico Nazionale (Guida rapida) - Napoli, 2006, ISBN 88-510-0382-3
  • AA. VV. - Vasi antichi. Museo Archeologico Nazionale di Napoli - Electa Napoli 2009, ISBN 978-88-510-0433-0
  • Irene Bragantini, Valeria Sampaolo (a cura di) - La pittura pompeiana [nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli] - Electa, 2009, ISBN 978-88-510-0576-4 (guida corposa)
  • Valeria Sampaolo (a cura di) - La pittura pompeiana [nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli] - Electa, 2009, ISBN 978-88-370-7137-0 (guida tascabile)
  • Valeria Moesch (a cura di) - La Villa dei Papiri [nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli] - Electa, Verona 2009, ISBN 978-88-510-0589-4 (guida maneggevole)
  • Suzanne Tassinari (a cura di) - Vasi in bronzo. Brocche, askoi, vasi a paniere [nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli] - Electa Napoli 2009, ISBN 978-88-510-0573-3
  • Carlo Gasparri (a cura di) - Le Sculture Farnese - Electa, Verona 2009, ISBN 978-88-510-0601-3 (guida maneggevole)
  • Carlo Gasparri (a cura di) - Le Sculture Farnese - I - Le sculture ideali - Electa, Verona 2009, ISBN 978-88-510-0584-9 (catalogo vol. I)
  • Carlo Gasparri (a cura di) - Le Sculture Farnese - II - I ritratti - Electa, Verona 2009, ISBN 978-88-510-0585-6 (catalogo vol. II)
  • Carlo Gasparri (a cura di) - Le Sculture Farnese - III - Le sculture delle Terme di Caracalla. Rilievi e varia - Electa, Verona 2010, ISBN 978-88-510-0607-5 (catalogo vol. III)
  • Armando Cristilli, Le sculture da Neapolis nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli - Giannini Editore, Napoli 2012.
Opere monografiche su singole opere d'arte del Museo:
  • Armando Cristilli, Sculture neapolitane al Museo Archeologico Nazionale di Napoli in: "Rivista dell'Istituto Nazionale d'Archeologia e Storia dell'Arte", Serie III, Anno XXVI, [2003], pagg. 7-35 - Roma 2004
  • Armando Cristilli, La Nereide su pistrice da Posillipo in: "Napoli Nobilissima", Serie V, Anno VII, Fasc. III-IV, 2006, pagg. 81-94 - Napoli 2006
  • Armando Cristilli, Marmora Neapolitana: sculture 'ritrovate' da Napoli romana in: "Oebalus", Anno I, 2006, pagg. 157-194 - Roma 2006

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