Monte Echia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vai a: navigazione, cerca
Monte Echia da via Santa Lucia

Monte Echia (detto anche Pizzofalcone o Monte di Dio) è uno sperone roccioso, interamente in tufo giallo napoletano, ubicato nella parte meridionale della città di Napoli con direzione nord-sud.

È delimitato a sud da un pontile che lo collega all’isolotto di Megaride che può essere considerato una prosecuzione del promontorio. Il lato est affaccia sul borgo di Santa Lucia mentre il lato ovest sulla conca di Chiaja.

Su di esso venne fondato il centro abitato di Partenope, difeso su tre lati dal mare.

Indice

[modifica] Storia

Il villaggio era collegato con la spiaggia e il porto da una sola via di accesso, comodo approdo alle foci del fiume Sebeto, protetto dal colle stesso. Questo primo nucleo abitativo, baluardo militare, è stato semi abbandonato alla metà del VI secolo a.C. Insediamento satellite di una ben più ampia città, ha ripreso a vivere con la fondazione di Neapolis, nel 474 a.C., con il nome di Palepoli.

Inglobato nel castrum lucullanum (villa di Lucullo che si estendeva fino all’isola di Megaride) in Età Imperiale, ospitò i famosi giardini luculliani, pieni di piante esotiche e rare specie avicole.

Monte Echia, sulla sinistra di via Chiatamone

L’antico nome del monte, Platamon (sopravvissuto nel toponimo della via che corre alla sua base, via Chiatamone), significa "rupe scavata da grotte". All'interno di monte Echia si aprono infatti innumerevoli cavità, abitate sin dalla preistoria e fino all’età classica. Successivamente divennero sede di riti mitriaci, di cenobiti nel Medioevo e di orge nel XVI secolo. Queste ultime destarono enorme scandalo, spingendo il viceré Pedro de Toledo alla loro ostruzione[1].

Al medesimo viceré Don Pedro si deve l’ampliamento cinquecentesco che per la prima volta inglobò all’interno delle mura il monte Echia, ancora in epoca aragonese fortezza militare siti Perillos, propaggine esterna della città.

In seguito alla frana verificatasi la sera del 28 gennaio 1868, il Genio militare compì diverse perizie, volte ad accertare se l’evento catastrofico fosse stato determinato da un’errata costruzione dei muri di sostegno della scarpata; in quella occasione fu redatta, dall’ingegnere Alfonso Guerra, la prima pianta delle grotte del Monte Echia, per documentare l’esistenza di cavità alle quali si aveva accesso dagli edifici collocati lungo via Santa Lucia e via Chiatamone.

Alla fine del XIX secolo, con la costruzione di via Caracciolo e la colmata a mare, lo sperone del monte nei pressi di via Chiatamone fu ridimensionato.

[modifica] Descrizione

Attualmente monte Echia fa parte del quartiere San Ferdinando.

Fra gli edifici più importanti vi sono da segnalare la scuola militare della Nunziatella, il Gran Quartiere di Pizzofalcone oggi sede del IV Reparto Mobile di Napoli, il teatro Politeama e palazzo Serra di Cassano sede dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.

Da questo monte aveva origine la sorgente di un'acqua bicarbonato-alcalino-ferrugginosa di origine vulcanica, nota ai napoletani di un tempo come acqua zuffregna o acqua di mummare dal nome delle anforette, le mummarelle utilizzate per raccoglierla e venderla ai vari banchi della città.

La sorgente venne chiusa agli inizi degli anni settanta a causa di timori di contaminazioni dell’epidemia di colera, per poi essere restituita ai napoletani, dopo 27 anni e numerosi controlli, da quattro apposite fontanelle site in via Riccardo Filangieri di Candida Gonzaga, l'antica via del parco del castello, nei pressi di Palazzo Reale.

[modifica] Note

  1. ^ "In quel lito del mare giaceno le deliziose Grotte Platamonie fatte con artificio di mani per comune diletto di coloro che, per rinfrescare gl’immensi ardori dell’estate, passeggiavano quinci e si riparavano con spessi e sontuosi conviti, ricevendo dispogliati la grata aura e il desiderato fiato di ponente, e nudi tra le chiare onde a nuoto si difendeano dal noioso caldo". Benedetto di Falco, secolo XV. "Quivi, come narrasi, la gente allegra e spensierata accorreva a banchettare e a darsi spasso; finché i sollazzi mutati, poscia, in orgie scandalose, resero quei luoghi dei sozzi postriboli". Loise de Rosa, Cronache e Ricordi, 1452.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

Strumenti personali
Namespace

Varianti
Azioni
Navigazione
Comunità
Stampa/esporta
Strumenti