Eruzione del Vesuvio del 79

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1leftarrow.pngVoce principale: Vesuvio.

Eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
Un dipinto del secolo XVIII, raffigurante l'eruzione del Vesuvio
Un dipinto del secolo XVIII, raffigurante l'eruzione del Vesuvio
Vulcano Vesuvio
Paese Italia
Comuni interessati Herculaneum, Pompeii, Oplontis, Nuceria Alfaterna, Stabiae
Eventi correlati terremoto, eruzione esplosiva di pomici e lapilli, colata di lava, colata di fango terminale
Durata circa 2[1] gg
Prima fase eruttiva 24 agosto o 24 ottobre 79[2]
Ultima fase eruttiva 25 agosto o 25 ottobre 79[2]
Note Le città colpite dalla fuoriuscita di gas e lapilli si conservarono fino al XVIII secolo, testimoniando la vita romana del I secolo

L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. è il principale evento eruttivo verificatosi sul Vesuvio in epoca storica. L'eruzione, che ha profondamente modificato la morfologia del vulcano, ha provocato la distruzione delle città di Ercolano e Pompei, le cui rovine, rimaste sepolte sotto strati di pomici, sono state riportate alla luce a partire dal XVIII secolo.

La data dell'eruzione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Data dell'eruzione del Vesuvio del 79.
Mappa raffigurante l'area interessata dall'eruzione

La data dell'eruzione del Vesuvio del 79 è attestata da una lettera di Plinio il Giovane a Tacito.[3] Nella variante universalmente ritenuta più attendibile del manoscritto, si legge nonum kal. septembres cioè nove giorni prima delle Calende di settembre, data che corrisponde al 24 agosto.

Questa data era stata accettata come sicura fino ad oggi, ma alcuni dati archeologici via via emersi mal si accordano con una data estiva. Ad esempio, il ritrovamento di frutta secca carbonizzata, di bracieri, usati all'epoca per il riscaldamento, di mosto in fase di invecchiamento trovato ancora sigillato nei contenitori (dolia), e soprattutto, di una moneta ritrovata sul sito archeologico, che riferisce della quindicesima acclamazione di Tito ad imperatore, avvenuta dopo l'8 settembre del 79, lasciano supporre che l'eruzione sia avvenuta in autunno, probabilmente il 24 ottobre di quell'anno.[4]

Dinamica dell'eruzione[modifica | modifica sorgente]

I primi eventi sismici ebbero già inizio nel 62 d.C.,[5] con il crollo di diverse case che furono poi ricostruite negli anni successivi.[6] Solo alcuni anni dopo, nel 79 d.C., il Vesuvio iniziò il suo ciclo eruttivo che porterà poi al seppellimento di alcune zone di Stabia, Pompei, Ercolano e molte città a sud-est dal Vesuvio.

Le sostanze eruttate per prime dal Vesuvio furono fondamentalmente pomici,[7] quindi rocce vulcaniche originate da un magma pieno di gas e raffreddato. Mescolate alle pomici si trovano parti di rocce di altra natura che furono trasportate dal magma. La maggior parte dei cadaveri a Pompei sono rimasti intrappolati al di sopra delle pomici, avvolti nelle ceneri. I residui piroclastici della eruzione sono stati rintracciati in un'area ampia centinaia di chilometri quadrati. Gli esperti hanno calcolato che l'altezza della nube di gas e pomici abbia raggiunto i 17 chilometri.[8]

Per quanto riguarda la composizione chimica delle sostanze eruttate nel 79 d.C., questa è diversa da quella delle lave eruttate nel periodo che va dal 1631 al 1944; infatti i magmi pliniani hanno mostrato di possedere una maggiore ricchezza di silice, di sodio e di potassio e una minore quantità di calcio e magnesio; gli specialisti giustificano queste differenze con il fatto che, nel caso delle lave pliniane, il magma si sarebbe fermato per alcune centinaia di anni (circa 700) ad una profondità di qualche chilometro, nella camera magmatica, dove si sarebbe raffreddato fino a 850 °C e si sarebbe attivata la cristallizzazione.[9]

La morte di Plinio il Vecchio[modifica | modifica sorgente]

Una vecchia immagine del Foro di Pompei con il Vesuvio sullo sfondo (anteriore al 1914) Una vecchia immagine del Foro di Pompei con il Vesuvio sullo sfondo (anteriore al 1914)
Una vecchia immagine del Foro di Pompei con il Vesuvio sullo sfondo (anteriore al 1914)
Ricostruzione della morte di Plinio il Vecchio in una stampa del XIX secolo

La testimonianza più rilevante su ciò che accadde in quei giorni è data da Plinio il Giovane, che si trovava in quei giorni a Miseno con la sua famiglia.[10] Trent'anni dopo descrisse l'evento all'amico Tacito:[11]

« Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun'altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti slanciatosi in su in modo da suggerire l'idea di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami. »

In questa lettera Plinio il Giovane riferì anche le testimonianze sulla morte dello zio Plinio il Vecchio. Lo zio si era diretto ad Ercolano per andare ad aiutare la famiglia dell'amico Cesio Basso: egli provò a raggiungere la località vesuviana via mare, ma dovette cambiare rotta a causa del ritiro improvviso delle acque, per cui si diresse verso Stabia dove approdò, facendosi ospitare da Pomponiano (Pomponianus). Tuttavia, anche questa cittadina venne colpita dalle ceneri e lapilli del vulcano e, soffocato dai vapori tossici, Plinio il Vecchio vi trovò la morte.[12]

In una seconda lettera a Tacito descrisse ciò che accadde a Miseno.[13] Egli racconta delle scosse di terremoto avvenute giorni prima, e la notte dell'eruzione le scosse « crebbero talmente da far sembrare che ogni cosa [...] si rovesciasse ». Inoltre, pareva che « il mare si ripiegasse su se stesso, quasi respinto dal tremare della terra », così che « la spiaggia s'era allargata e molti animali marini giacevano sulle sabbie rimaste in secco ».

La distruzione di Pompei, Ercolano e Stabia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Scavi archeologici di Boscoreale, Scavi archeologici di Ercolano, Scavi archeologici di Oplonti, Scavi archeologici di Pompei e Scavi archeologici di Stabia.

L'attuale Vesuvio ha un'altezza minore rispetto a quella che aveva in epoca romana, quando i due pendii si univano in un'unica cima. Molti degli abitanti delle città vesuviane non furono in grado di trovare una via di fuga, l'improvvisa e sopraffacente pioggia di cenere e lapilli fece sì che non pochi di loro perissero nelle strade.

Le città stesse scomparvero alla vista, sepolte sotto almeno 10 metri di materiali eruttivi. Le desolate distese che avevano visto la vita vivace e ricca, ora erano evitate e oggetto di terrori superstiziosi.

Il Vesuvio visto da Pompei in un'antica stampa Il Vesuvio visto da Pompei in un'antica stampa
Il Vesuvio visto da Pompei in un'antica stampa
The Last Day of Pompeii, dipinto di Karl Pavlovič Brjullov del 1830-1833

Le caratteristiche dei fenomeni che interessarono Pompei e Stabia furono differenti rispetto ad Ercolano: le prime furono sommerse da una pioggia di cenere e lapilli che, salvo un intervallo di alcune ore (trappola mortale per tanti che rientrarono alla ricerca di persone care e oggetti preziosi), cadde ininterrotta. Ercolano invece non fu investita nella prima fase, ma quasi dodici ore dopo e, sino alle recentissime scoperte, si era pensato che tutti gli abitanti si fossero posti in salvo. La natura dei fenomeni che interessarono questo piccolo centro (Ercolano), fu molto diversa. Infatti, ciò che accadde fu che il gigantesco pino di materiali eruttivi prese a collassare e, per effetto del vento, un'infernale mistura di gas roventi, ceneri e vapore acqueo (il cosiddetto flusso piroclastico) investì l'area di Ercolano. Coloro che si trovavano all'aperto ebbero forse miglior sorte, vaporizzati all'istante, di chi trovandosi al riparo ha lasciato tracce di una morte che, pur rapida, ebbe caratteristiche tremende. Il fenomeno è oggi conosciuto come "nube ardente" o frane piroclastiche.[14]

Al calar della sera del secondo giorno, l'attività eruttiva iniziò a calare rapidamente fino a cessare del tutto. L'eruzione era durata poco più di 25 ore,[1] durante le quali il vulcano aveva espulso quasi un miliardo di metri cubi di materiale.

Aspetto della montagna prima e dopo l'eruzione[modifica | modifica sorgente]

Il Vesuvio era stato sottoposto a un cambiamento. La sua cima non era più piatta, ma aveva acquisito una forma conica, dalla cima della quale ascendeva un denso vapore. Questo cono, determinato dalla fortissima spinta del materiale eruttato, aveva letteralmente sfondato il precedente cratere per 3/4 circa della sua circonferenza. Ciò che resta dell'antico edificio vulcanico prese, in seguito, il nome di Monte Somma.

L'insieme di foreste, vigne e vegetazione lussureggiante, che ricopriva la parte del fianco del Vesuvio, dove avvenne l'eruzione, fu distrutto. Niente poteva essere più impressionante del contrasto tra lo stupendo aspetto della montagna prima della catastrofe, e la desolazione presente dopo il triste evento. Questo rimarcabile contrasto fornì il soggetto a uno degli epigrammi di Marziale (Lib. IV. Ep. 44.), che recita così:

Il Foro di Pompei dominato dal Vesuvio
« Ecco il Vesuvio, poc'anzi verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un'uva pregiata faceva traboccare le tinozze; Bacco amò questi balzi

più dei colli di Nisa, su questo monte i Satiri in passato sciolsero le lor danze; questa, di Sparta più gradita, era di Venere la sede, questo era il luogo rinomato per il nome di Ercole. Or tutto giace sommerso in fiamme ed in tristo lapillo: ora non vorrebbero gli dèi che fosse stato loro consentito d'esercitare qui tanto potere. »

(Marziale Lib. IV. Ep. 44[15])

Il poeta Publio Papinio Stazio, invece, scrisse:

« Crederanno le generazioni a venire [...] che sotto i loro piedi sono città e popolazioni, e che le campagne degli avi s'inabissarono? »
(Stazio Silvarum Liber III)

Dall'eruzione del 79, il Vesuvio ebbe molti periodi di attività alternati a intervalli di riposo. Nel 472, scagliò una tale quantità di ceneri, che si sparsero per tutta Europa e destarono allarme perfino a Costantinopoli, che in quegli stessi giorni era scossa da violenti terremoti con epicentro ad Antiochia. Nel 1036 si ebbe la prima eruzione con fuoriuscita di lava: evento importantissimo nella storia del monte, giacché fino ad allora le eruzioni avevano prodotto materiali piroclastici, ma non magma. Secondo le antiche cronache, l'eruzione avvenne non solo sulla cima, ma anche sui fianchi, ed i prodotti incandescenti si riversarono in mare, allungando la linea costiera di circa 600 m.

Questa eruzione fu seguita da altre cinque, l'ultima delle quali (sebbene molto dubbia, perché ne parla un solo storico) avvenne nel 1500. A queste fece seguito un lungo riposo di circa 130 anni, durante il quale la montagna si coprì nuovamente di giardini e vigne come in precedenza. Anche l'interno del cratere si ricoprì di arbusti.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e la fine di Pompei ed Ercolano, latelanera.com.
  2. ^ a b Per approfondire, si veda la voce Data dell'eruzione del Vesuvio del 79.
  3. ^ Plinio il giovane, Epistulae, VI, 16, 20.
  4. ^ Raccolta - Rassegna Storica dei Comuni (PDF), Istituto di studi Atellani.
  5. ^ Il terremoto del 62. URL consultato il 27-01-2012.
  6. ^ Chiara Anzalone; Marc Allen Gapo; Maria Sole Magnolfi; Giulia Mita, Il Vesuvio (PDF).
  7. ^ Vesuvio: il vulcano addormentato, agendaonline.com.
  8. ^ Vesuvio, http://vulcan.fis.uniroma3.it/.
  9. ^ Il Vesuvio: un vulcano ad alto rischio, Le Scienze (Scientific American), nº 163, pp. pag. 92-102.
  10. ^ Composta dalla madre Plinia e dallo zio Plinio il Vecchio, suo tutore.
  11. ^ Epistularum libri, VI, 16.
  12. ^ Aniello Langiella, Le lettere di Plinio e l'eruzione del 79 dopo Cristo, vesuvioweb.com.
  13. ^ Epistularum libri, VI, 20.
  14. ^ Cos'è una nube ardente?, Impariamo curiosando, 9 dicembre 2012.
  15. ^ Lindtner, p. 18

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Verena Lindtner, Il Vesuvio - Un Vulcano Nella Letteratura E Nella Cultura, GRIN Verlag, 2008, ISBN 3638938557.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]