Anfiteatro Flavio (Pozzuoli)

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Anfiteatro Flavio
Rive, Roberto (18..-1889) - n. 107 - Anfiteatro di Pozzuoli.jpg
Civiltà romana
Utilizzo Anfiteatro
Stile flavio
Epoca seconda metà del I secolo d.C.
Localizzazione
Stato Italia
Comune Pozzuoli
Scavi
Date scavi 1839 - 1947
Amministrazione
Ente Soprintendenza per i Beni archeologici di Napoli e Pompei

L'Anfiteatro Flavio è uno dei due anfiteatri romani esistenti a Pozzuoli e risale alla seconda metà del I secolo d.C. Oggi si trova a poche centinaia di metri dall'attuale linea di costa, nel centro di Pozzuoli, e dista pochi passi dalla fermata Pozzuoli della linea 2 della metropolitana di Napoli.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

È stato attribuito agli stessi architetti del Colosseo, del quale è di poco successivo. Alcuni testi riportano la sua edificazione sotto Vespasiano e la sua inaugurazione probabilmente da Tito. Secondo alcuni studiosi, la presenza di muratura realizzata con la tecnica dell'opus reticulatum, farebbe pensare ad una sua realizzazione sotto Nerone, rimossa poi con un processo di damnatio memoriae. La tecnica muraria comprende, tuttavia, anche l'utilizzo di laterizi; inoltre, il ritrovamento di un'iscrizione epigrafica che recita così "Colonia Flavia Augusta/Puteolana pecunia sua (cioè, "la Colonia Flavia Augusta costruì a sue spese") ed il fatto stesso che la tipologia dell'anfiteatro puteolano è del tutto simile a quella del Colosseo darebbero ragione ad una collocazione cronologica del monumento in età Flavia. Gli scavi archeologici ebbero inizio nel 1839 e si conclusero alla fine dello stesso secolo ma, solo nel 1947, a seguito di una nuova campagna di scavo, il monumento fu definitivamente liberato dai detriti che si erano accumulati nel corso degli anni.

La vicenda di San Gennaro[modifica | modifica wikitesto]

Durante le persecuzioni di Diocleziano, nell'aprile 305 d.C. i martiri: Gennaro, Festo, Desiderio e Sossio vennero condannati ad essere sbranati nell'Anfiteatro. Il giorno dopo, tuttavia, per l'assenza del governatore stesso oppure, secondo altri, perché si era accorto che il popolo dimostrava simpatia verso i condannati e quindi per evitare disordini, il supplizio fu sospeso. Secondo la tradizione invece, il supplizio fu mutato per l'avvenimento di un miracolo, infatti, le fiere si inginocchiarono al cospetto dei quattro condannati, dopo una benedizione fatta da Gennaro. Furono poi decapitati nei pressi della Solfatara insieme ai puteolani Procolo, Eutiche e Aucuzio.

A ricordo della loro permanenza nell'anfiteatro, intorno al XVII - XVIII, la cella dove furono rinchiusi prima dell'escuzione della condanna ad bestias, divenne una cappella dedicata al culto dei santi lì imprigionati, soprattutto a quello di San Gennaro, al quale è stata intitolata; ciò è testimoniato da due lapidi poste al suo ingresso. Fu decorata con un altare maiolicato e una statua in ceramica raffigurante i santi Gennaro e Procolo che si abbracciano.

Purtroppo oggi è totalmente abbandonata ed a rischio di crollo.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

La struttura, di pianta ellittica, misura 149 x 116 metri. All'esterno la facciata, che comprendeva tre ordini di arcate sovrapposti, poggianti su pilastri e sormontati da un attico, era, in origine, preceduta da un portico ellittico impiantato su di una platea di lastroni in travertino i cui pilastri originari in piperno ornati da semicolonne vennero in séguito rinforzati con grandi pilastri in laterizio.

All'interno, al quale si accedeva mediante i quattro ingressi principali o attraverso altri dodici secondari, l'arena, sul cui perimetro si aprivano diverse botole, anche lungo la "fossa scenica" ("asse mediano" o "media via"), le quali venivano chiuse con tavole di legno durante gli spettacoli, da dove le belve (tigri, leoni e giraffe) facevano la loro entrata, ha i due semiassi di 72,22 e 42,33 metri.La cavea, divisa in tre livelli di gradinate (ima, media e summa), permetteva di contenere fino a 40.000 spettatori.

Nei sotterranei, posti a circa 7 metri di profondità, sono tuttora visibili parti degli ingranaggi per sollevare le gabbie che portavano sull'arena belve feroci e probabilmente altri elementi di scenografia degli spettacoli.

I sotterranei

Galleria[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • A. Maiuri, I Campi Flegrei, Roma 1958, pp. 19-61.
  • A Maiuri, L'anfiteatro flavio puteolano, in Memorie dell’Accademia di Lettere, Archeologia e Belle Arti di Napoli, 1955.
  • Puteoli. Studi di storia antica, I-II, Napoli 1977-1978.
  • S. De Caro, A. Greco, Campania, Roma-Bari 1983, pp. 37-53.
  • P. Amalfitano, G. Camodeca, M. Medri (a cura di), I Campi Flegrei. Un itinerario archeologico, Venezia 1990.
  • F. Zevi, C. Gialanella, Puteoli, Napoli 1996.
  • M. Sirpettino, I campi flegrei. Guida storica, Napoli 1999

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Coordinate: 40°49′33″N 14°07′31″E / 40.825833°N 14.125278°E40.825833; 14.125278

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