Castello Aragonese (Baia)

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Coordinate: 40°48′39.6″N 14°04′49.44″E / 40.811°N 14.0804°E40.811; 14.0804

Il castello aragonese di Baia sul golfo e porto di Baia
Il castello è situato sull'orlo di una coppia di crateri vulcanici chiamati Fondi di Baia
Il castello visto dalla strada Bacoli-Baia
Il castello come appare dalla spiaggia sottostante
Il castello al tramonto

Il Castello Aragonese sorge a Baia, frazione di Bacoli, e si trova in un'area di elevata importanza strategica, fu eretto su di un promontorio (51 m s.l.m.) ovviamente difeso ad est da un alto dirupo tufaceo a picco sul mare, e ad ovest dalla profonda depressione data dalle caldere di due vulcani chiamati "Fondi di Baia" (facenti parte dei Campi Flegrei); con l'aggiunta di mura fossati e ponti levatoi, il castello risultava praticamente inespugnabile. La sua posizione - dalla quale si dominava tutto il Golfo di Pozzuoli fino a Procida, Ischia e Cuma - consentiva un controllo molto ampio della zona, bloccando tanto l'avvicinamento di flotte nemiche, quanto eventuali sbarchi di truppe che avessero voluto marciare su Napoli con una azione di sorpresa alle spalle.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

In epoca romana la collina era occupata da un complesso residenziale, forse la "villa di Cesare" (Tacito dichiara che la villa di Cesare era situata su di un'altura che dominava il golfo di Baia), i cui resti furono distrutti e talora inglobati nell'attuale fortezza. Strutture superstiti della villa sono osservabili attorno ad essa lungo la costa e a terra presso il campo sportivo, altre invece sono state individuate recentemente e messe in luce nel corso dei lavori di restauro delle parti più alte del castello (torre Cavaliere) e più in basso lungo le sue scarpate a mare, a seguito del loro diserbo.

La costruzione del castello fu iniziata dagli Aragonesi - insieme a molte altre fortificazioni nel Regno di Napoli - nel 1495, poco prima dell'invasione dei francesi di re Carlo VIII. Per la progettazione del sistema difensivo e delle singole fortezze, il re Alfonso II d'Aragona ricorse alla consulenza di Francesco di Giorgio Martini, architetto senese, noto per le nuove tecniche e le soluzioni da lui applicate a difese militari.

Dopo l'eruzione del Monte Nuovo, nel generale programma di difesa delle coste dalle incursioni saracene e turche, il viceré spagnolo Pedro Álvarez de Toledo iniziò una radicale ristrutturazione ed ampliamento del castello (1538-1550), in seguito alle quali esso assunse il suo aspetto attuale, a forma di stella.

L'edificio mantenne la sua funzione di fortezza militare nel periodo del vicereame spagnolo (1503-1707), del dominio austriaco (1707-1734), ed infine del regno borbonico (1734-1860).

Gravemente danneggiato nella guerra che contrappose gli austriaci ai Borbone (1734), fu restaurato ed ulteriormente fortificato dal re Carlo III di Borbone.

Durante la Repubblica Partenopea (1799) una flotta inglese tentò, ma invano, di strapparlo ai francesi ed ai repubblicani napoletani che lo presidiavano.

Dopo l'unità d'Italia (1860), per il castello cominciò un periodo di lenta decadenza e di inevitabile abbandono. Considerato, infatti, non più utile a scopi militari, il castello passò nel 1887 sotto l'amministrazione di vari ministeri: prima quello della Marina, poi degli Interni, ed infine della Difesa.

Nel 1927 lo Stato ne dispose la concessione - con diritto di godimento perpetuo - al Reale orfanotrofio militare. Per questa nuova destinazione d'uso negli anni 1927-1930 vi furono eseguiti numerosi lavori di ristrutturazione che inevitabilmente comportarono aggiunte ed alterazioni.

Durante la seconda guerra mondiale il castello fu utilizzato come carcere militare e come soggiorno per prigionieri di guerra.

L'orfanotrofio militare rimase fino al 1975, anno in cui l'ente fu sciolto. Passato quindi alla Regione Campania, in occasione del terremoto dell'Irpinia del 1980 il castello venne occupato parzialmente per alcuni anni da famiglie terremotate.

Nel 1984 è stato definitivament irrevocabilmente consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei.

Il Museo archeologico dei Campi Flegrei[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Museo archeologico dei Campi Flegrei.

Per la sua posizione centrale relativamente ai principali siti archeologici dei Campi Flegrei (in prossimità delle Terme di Baia e a metà strada fra Cuma e Pozzuoli) visibili dalle terrazze e dai bastioni, il castello di Baia è stato scelto come sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei. Esso prevede la progressiva esposizione topografica dei più significativi reperti rinvenuti nei siti archeologici dell'area flegrea. Le poche sale finora attivate riguardano: il Sacello degli Augustali di Miseno; i Gessi rinvenuti alle terme di Baia; il Ninfeo di Punta Epitaffio a Baia.

I Gessi di Baia[modifica | modifica wikitesto]

La mostra dei gessi di Baia occupa un locale ricavato nel bastione sud-occidentale.[1] Nelle vetrine sono esposti sessanta frammenti di calchi in gesso, una selezione dell'abbondante materiale rinvenuto nel 1954 scavando uno degli ambienti del Complesso della Sosandra, situato nel parco archeologico delle Terme di Baia. Grazie ad un'analisi e ad un confronto dovuto ai proff. H.Schuchardt e Ch.von Hees Landwehr, si comprese che si trattava di calchi tratte da statue greche in bronzo. L'elenco parziale dei gessi comprende i Tirannicidi di Antenore, le tre Amazzoni dovute alla maestria di Fidia, di Policleto e di Cresila, e poi altre due opere fidiache note come la Hera Borghese e l'Atena di Velletri. Altri calchi serbano frammenti delle forme del Cinisco policleteo, dell'Apollo del Belvedere e dell'Eirene con Pluto eseguita da Cefisodoto. I frammenti baiani hanno consentito di definire nuove possibilità interpretative: i resti di due fiaccole a fascio,alte circa un metro e mezzo, fortemente rastremate in basso, sono state messe a confronto con frammenti del corpo di una statua femminile alta circa 2,40m chiamata "figura con mantello di Corinto". Le fiaccole baiane hanno chiarito che questa statua della metà del V secolo a.C., rimasta anonima perché senza testa, braccia ed attributi che ne rivelassero l'identità, è la prima rappresentazione certa di Persefone del V secolo a.C. L'esposizione segue un criterio cronologico costituito dalla data di realizzazione degli originali. Si vedono così per primi i frammenti di Armodio e Aristogitone, i Tirannicidi databili all'incirca al 490 a.C. Seguono la Persefone di Corinto della metà del V secolo a.C. e le tre Amazzoni scrivibili al 440-430 a.C. Più oltre sono collocate l'Hera Borghese (circa 420 a.C.)e l'Atena di Velletri (databile al 420-410 a.c.)e, a segnare la fine del V secolo,abbiamo l'efebo Westmacott e il cosiddetto Narciso riprodotto anche per intero grazie ad un calco fornito dal Museo di Basilea. Chiudono l'esposizione i frammenti dell'Apollo del Belvedere (circa 330 a.C.)ed il più tardo Pluto (262-261 a.C.) oltre a calchi di statue delle quali, almeno per il momento, non si conoscono repliche di età romana.

Il Sacello degli Augustali di Miseno[modifica | modifica wikitesto]

Da Miseno proviene un importantissimo gruppo di marmi, rinvenuto tra il 1968 e il 1972. Si tratta di statue, epigrafi e decorazioni architettoniche venute alla luce nello scavo del tempio dedicato al culto imperiale. L'edificio è in parte sommerso a causa dell'affiorare della sottostante falda freatica. Il tempio voluto dagli Augustali si trovava sul fondo di un cortile cinto per tre lati da portici. Il tempio era collocato su un podio al quale si accedeva grazie ad una breve scalinata sulla facciata. Sul lato di fondo si scorgevano le statue di Vespasiano e del successore Tito, poste nelle nicchie rettangolari. Tali statue hanno proporzioni maggiori rispetto alla realtà, con il mantello poggiato sulla spalla sinistra. Nella destra probabilmente reggevano un'arma e il puntello al quale si appoggiano è una corazza ornata da una testa di Medusa. Nel cortile erano collocate le statue di Apollo, Venere ed Esculapio. Al momento ne restano solo le basi, esposte nella Torre di Nord-Ovest. Era presente una statua equestre donata dai Caninii, scomparsa da lungo tempo. La base reca sui lati lunghe due figure in rilievo: la prima è una figura femminile ritta su un'imbarcazione, l'altra è una figura maschile, vestita della toga e caratterizzata dal capo velato, da una patera nella mano destra e una cornucopia nella sinistra. Secondo precedenti interpretazioni, la figura femminile scalza, vestita di una corta tunica priva di maniche, dovrebbe essere una personificazione di Annona, cioè del rifornimento granario, al quale era legata la tranquillità della plebe dell'Urbe. E' presente poi la base di Dionisio, datata al 161 d.C., che si deve al curatore Lucio Lecanio Primitivo. Più antica di sessant'anni è la base di Esculapio dedicata dal curatore Lucio Avidio Eleutero.[2] Grazie all'epigrafe sulla base di Quinto Cominio Abascanto è noto che personificava un' altra astrazione, ovvero quella della "Tutela Classis", la protettrice della flotta militare. L'immagine maschile è quella del Genio del Municipio o personificazione della città, e riproduce le fattezze di una statua che si trovava nel foro della città. Accanto al rilievo del Genio del Municipio è presente una lunga iscrizione che ricorda la liberalità dei donatori a favore della cittadinanza e gli onori ad essi tributati dagli Augustali. Si è già detto che la donazione fu accompagnata dalle ulteriori offerte di un banchetto e di una somma di denaro da ripartire tra gli Augustali(ai quali spettarono 12 sesterzi a testa): questi ultimi, in segno di ringraziamento decisero di conferire a Ermes Iuniore l'"honor immunitatis" cioè, verosimilmente, la cooptazione gratuita nelle loro file. Ermes Seniore, grato dell'onore tributato al figlio che veniva accolto tra i ranghi della "nobiltà libertina", diede allora un nuovo saggio della sua munificenza (munificenza che, in altre occasioni aveva già dischiuso al figlio Filippo la porta d'accesso al ceto dirigente locale: Filippo era stato dunque onorato al posto del padre, impossibilitato, per nascita, ad accedere alle cariche della vita pubblica), versando ben 6.000 sesterzi nella cassa del Collegio. I frutti di tanta generosità Ermes Seniore li raccolse l'anno seguente.

Le statue di Punta Epitaffio[modifica | modifica wikitesto]

Tra i reperti del castello si segnalano le statue romane rinvenute a Baia Sommersa, nel corso di uno scavo sottomarino, condotto tra il 1981-1982 tra le rovine del ninfeo-triclicino dell'imperatore Claudio, ubicato ai piedi della punta dell'Epitaffio, il promontorio tufaceo che chiude a Nord l'insenatura di Baia. Le sculture sono inserite in un vano a pianta rettangolare che sembra fosse accessibile dal mare per mezzo di un canale navigabile.[3] Le sculture rinvenute nel ninfeo sommerso erano ospitate in parte nelle nicchie che animavano le pareti laterali, in parte nell'abside di fondo ed appartenevano ad un programma iconografico scelto dall'imperatore Claudio con l'intento di ricordare sia i propri parenti vivi o morti, sia la legittimità della propria assunzione al potere. Le sculture superstiti rappresentano Ulisse ed un compagno con l'otre, due simulacri di Dionisio, Antonia Minore ed Ottavia Claudia, rispettivamente madre e figlia dell'imperatore, ma secondo alcuni studiosi la statua ritratto di bambina comunemente indicata come di Ottavia Claudia potrebbe raffigurare in realtà un'altra figlia dell'imperatore morta in tenera età. La presenza della statua di Ulisse, nel ninfeo baiano, rispondeva a diverse motivazioni che trascendevano quella meramente ornamentale. Il re di Itaca, scaltro, valoroso, facondo parlatore talvolta menzognero, acuto sempre, costituiva un "exemplum virtutis", un modello da imitare poiché sostanzialmente positivo visto che congiungeva valore e ingegno, doti indispensabili a chiunque avesse voluto evitare naufragi nel tumultuoso, oscuro mare della vita. Oltre a ciò, sembra che l'adulazione cortigiana abbia diffuso fin dall'epoca di Tiberio la fantasiosa genealogia che faceva di Ulisse il mitico progenitore della famiglia Claudia: Telegono, il capostipite, era infatti il figlio che la maga Circe aveva dato all'eroe. Ulisse era uno dei modelli preferiti dell'imperatore Claudio e per questo lo volle nel ninfeo baiano, insieme ad un compagno nell'attimo in cui porgeva da bere al Ciclope Polifemo. Le due statue erano collocate nell'abside di fondo ed erano state trasformate in figura di fontana che alimentavano la canaletta a ferro di cavallo posta ai piedi delle pareti laterali e del lato di fondo. Rinvenute in seguito ad una mareggiata nel 1969, le sculture erano collocate alle due estremità dell'esedra mentre Polifemo doveva trovarsi al centro. Nella sua sinistra pare serrasse il polso di un Greco appena ucciso e giacente ai suoi piedi: una mano destra priva delle dita è tutto ciò che resta della vittima.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tratto dal libro Baia il Castello ed il Museo Archeologico. Autore: Antonio di Fraia. Editore: Edizioni DUEGI. Informazioni riguardo il libro presenti sul sito https://cittavulcano.wordpress.com/baia-il-castello-ed-il-museo-archeologico/
  2. ^ Tratto dalla sezione "Il Sacello degli Augustali di Miseno", del libro Il Castello di Baia ed il Museo Archeologico, di Antonio Daniele.
  3. ^ Tratto dalla sezione "Le Statue di Punta Epitaffio" del libro Baia, il Castello ed il Museo Archeologico, di Antonio Daniele.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]