Publio Cornelio Tacito
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Publio (o Gaio) Cornelio Tacito (in latino Publius [o Gaius] Cornelius Tacitus; 55 – 117) è stato uno storico, oratore e senatore romano. È considerato uno degli storici più importanti dell'antichità. Le sue opere maggiori - gli Annales e le Historiae - illustrano la storia dell'impero romano del I secolo, dalla morte dell'imperatore Augusto, avvenuta nel 14, fino alla morte dell'imperatore Domiziano, avvenuta nel 96.
Indice |
[modifica] Biografia
Le opere di Tacito contengono molte informazioni sul suo mondo, ma i particolari sulla sua vita sono limitati. Anche il suo prenome è incerto. Quel poco che conosciamo deriva dagli indizi sparsi nel corpus del suo lavoro, dalle lettere del suo amico e ammiratore Plinio il Giovane, da un'iscrizione trovata a Mylasa in Caria e da ipotesi. Tacito nacque nel 56 o nel 57 d.C. da una famiglia equestre. Il suo praenomen è un mistero: in alcune lettere di Sidonio Apollinare ed in alcune vecchie e scritti poco importanti il suo nome è Gaius, ma nel manoscritto principale della tradizione il suo nome è Publius. L'ipotesi di Sextus non ha trovato seguito. Il luogo e la data esatti della sua nascita non sono conosciuti. Come molti altri autori latini proveniva dalle province: dall'Italia centrale (Terni), dall'Italia del Nord, dalla Gallia Narbonese o, addirittura, dall'Hispania.
[modifica] Origini e luogo di nascita
Il disprezzo mostrato da Tacito per gli arrampicatori sociali ha portato all'ipotesi che la sua famiglia provenisse da un ramo sconosciuto della gens patrizia Cornelia, ma nessun Cornelius si è mai chiamato Tacito. Ancora, le famiglie aristocratiche più antiche in gran parte erano state distrutte nel caos determinato dalla conclusione della Repubblica, ed è chiaro che Tacito deve la sua posizione sociale agli imperatori Flavii. L'ipotesi che egli discendesse da un liberto non ha trovato nessun supporto oltre alla sua dichiarazione, in un discorso inventato, che molti senatori e cavalieri discendono da liberti (Annales 13, 27), e tale ipotesi è stata prontamente abbandonata. Suo padre può essere il Cornelio Tacito che era procuratore della Gallia Belgica e della Germania. Un figlio di questo Cornelio Tacito è citato da Plinio il vecchio come esempio di sviluppo e di invecchiamento anormalmente veloci (Naturalis historia 7, 76), implicando una morte prematura. Ciò significa che questo figlio non era Tacito, ma il suo fratello o cugino - il Cornelius maggiore Tacito può essere uno zio, piuttosto che suo padre. Da questo legame e dall'amicizia bene attestata fra Plinio il giovane ed il Tacito più giovane, gli studiosi traggono la conclusione che le due famiglie erano di categoria, facoltà e origini simili: ceto equestre, ricchezza significativa, famiglie provinciali. La possibile origine spagnola del Fabius Iustus al quale Tacito dedica il Dialogus suggerisce un legame con la Spagna. La sua amicizia con Plinio indica nell'Italia del Nord il luogo della sua origine. Nessuna di queste prove è conclusiva. Gneo Giulio Agricola potrebbe conoscere Tacito per altri motivi. Marziale dedica un componimento a Plinio (10, 20), ma non a Tacito che era più famoso. Nessuna prova esiste che gli amici di Plinio dell'Italia del Nord abbiano conosciuto Tacito, né le lettere di Plinio suggeriscono che i due uomini abbiano condiviso una provincia. L'opposto, in effetti: la prova più forte è nella lettera 23 del libro 9, che riferisce come a Tacito sia stato chiesto se fosse italiano o provinciale e alla sua risposta poco chiara, un po' oltre gli sia stato chiesto se fosse Tacito o Plinio. Poiché Plinio proveniva dall'Italia, Tacito deve provenire da un'altra provincia e la Gallia Narbonese è l'ipotesi più probabile.
La sua discendenza, la sua abilità oratoria e la sua simpatia occasionale per i barbari che hanno resistito alla lex romana (per esempio, Annales 2, 9), hanno condotto qualcuno a suggerire che provenisse da una famiglia celtica.
Infine si ricorda una tradizione tarda che, rifacendosi ad un passo dell'Historia Augusta relativo alla vita dell'imperatore romano Claudio Tacito (275 - 276), attribuisce i natali dello storico alla città di Terni.
[modifica] Vita pubblica, matrimonio e carriera letteraria
Da giovane studiò retorica a Roma, come preparazione alla carriera nella magistratura e nella politica; come Plinio, potrebbe aver studiato sotto Quintiliano. Nel 77 o nel 78 sposò Giulia Agricola, figlia tredicenne del generale Gneo Giulio Agricola; niente si sa della loro unione o della loro vita domestica, a parte il fatto che Tacito amava cacciare.
All'inizio della sua carriera (probabilmente è questo il significato di latus clavus, contrassegno del senatore) diede grande impulso Vespasiano, come dice nelle Historiae (1, 1), ma fu sotto Tito che entrò realmente nella vita politica con la carica di quaestor, nell'anno 81 o nell'anno 82. Proseguì costantemente nel suo cursus honorum, divenendo praetor nell'88 e facendo parte dei quindecemviri sacris faciundis, un collegio sacerdotale che custodiva i Libri Sibillini e i Giochi Secolari. Tacito afferma che nel 63 a.E.V. Gerusalemme fu presa e Gneo Pompeo entrò nel santuario del tempio, lo trovò vuoto. All'interno non c'era l'arca del patto. (Tacito, Storie, V.9)
Fu elogiato come avvocato e oratore; la sua abilità nel parlare in pubblico si contrappone ironicamente al suo cognomen Tacito ('silenzioso').
Ricoprì funzioni pubbliche nelle province all'incirca dall'89 al 93, forse a capo di una legione, forse in ambito civile. Sopravvisse con le sue proprietà al regno del terrore di Domiziano (93-96), ma l'esperienza lasciò in lui cupa amarezza, forse per la vergogna della propria complicità, contribuendo allo sviluppo di quell'odio verso la tirannia così evidente nelle sue opere. I paragrafi 44 - 45 dell'Agricola sono paradigmatici:
| « [Agricola] scampò a quest'ultimo periodo in cui Domiziano, non più a intervalli o attimi di respiro, ma di continuo e come d'un sol colpo annientò lo stato. [...] Subito dopo le nostre stesse mani mandarono in carcere Elvidio; noi ha fatto arrossire di vergogna la vista di Maurico e di Rustico, noi ha bagnato con il suo innocente sangue Senecione. Nerone almeno distolse lo sguardo dai suoi delitti: li ordinò, ma non rimase a godersi lo spettacolo. Sotto Domiziano, invece, la parte peggiore delle nostre miserie era vedere ed essere visti... » |
Divenne consul suffectus nel 97 durante il principato di Nerva, diventando il primo della sua famiglia a ricoprire tale carica. Durante tale periodo raggiunse i vertici della sua fama di oratore nel pronunciare il discorso funebre per il famoso soldato Virginio Rufo. Durante l'anno seguente scrisse e pubblicò sia l'Agricola sia la Germania, primi esempi dell'attività letteraria che lo occuperà fino alla sua morte.
In seguito sparì dalla scena pubblica, a cui tornò durante il regno di Traiano. Nel 100, con il suo amico Plinio il giovane, perseguì Mario Prisco (governatore dell'Africa) per corruzione. Prisco fu riconosciuto colpevole e fu esiliato; Plinio scrisse alcuni giorni dopo che Tacito aveva parlato "con tutto la maestosità che caratterizza il suo usuale stile oratorio".
Seguì una lunga assenza dalla politica e dalla magistratura. Nel frattempo scrisse le sue due opere più importanti: la Historiae e, quindi, gli Annales. Ha ricoperto la più alta carica di governatorato, quello della provincia romana dell'Asia in Anatolia occidentale, nel 112 o nel 113, come provato dall'iscrizione trovata a Milas. Un passaggio negli annali indica il 116 come il terminus post quem della sua morte, che può essere posto più tardi nel 125. Non si sa se ha avuto figli, ma la Historia Augusta riporta che l'imperatore Marco Claudio Tacito lo ha indicato come antenato, ma questo fatto è probabilmente falso.
[modifica] Opere
Cinque sono le opere attribuite a Tacito che sono sopravvissute, almeno in una parte sostanziale di esse. Le date sono approssimative e le ultime due (le sue opere "maggiori"), hanno comunque richiesto alcuni anni per essere completate:
- 98: De vita et moribus Iulii Agricolae ("La vita e le usanze di Giulio Agricola")
- 98: De origine et situ Germanorum ("L'origine e la posizione dei Germanici")
- 102: Dialogus de oratoribus ("Dialogo sull'oratoria")
- 105: Historiae ("Le storie")
- 117: Annales o Ab excessu divi Augusti ("Annali")
[modifica] Opere principali
Le due opere principali, originariamente pubblicate separatamente, sono state indicate come parti integranti di una singola opera in trenta libri (gli Annales prima delle Historiae). Esse offrono una descrizione dell'era che va dalla morte di Augusto (14) alla morte di Domiziano (96). Benché alcune parti siano andate perdute, quel che rimane è un affresco di inestimabile valore di quel tempo.
[modifica] Historiae
| Per approfondire, vedi la voce Historiae (Tacito). |
In uno dei primi capitoli dell'Agricola, Tacito dichiara il suo desiderio di parlare degli anni di Domiziano, di Nerva e di Traiano. Nelle Historiae il progetto è stato però modificato: nell'introduzione Tacito afferma che si occuperà dell'età di Nerva e di Traiano solo successivamente, mentre si occuperà prima del periodo compreso tra le guerre civili del 68-69 e il regno dei Flavii. Sono sopravvissuti soltanto i primi quattro libri e ventisei capitoli del quinto libro, concernenti gli anni 69 e la prima parte del 70. Il lavoro avrebbe dovuto proseguire fino alla morte di Domiziano, avvenuta il 18 settembre 96. Il quinto libro contiene, come preludio alla narrazione della repressione della rivolta ebrea da parte di Tito, un excursus etnografico sugli ebrei, importante testimonianza dell'atteggiamento dei Romani verso quel popolo.
[modifica] Gli Annales
| Per approfondire, vedi la voce Annales (Tacito). |
Gli Annales furono l'ultima opera storiografica di Tacito, che copre il periodo che va dalla morte di Augusto (il funerale dell'imperatore è il brano di apertura degli Annales e chiarisce subito il ruolo dell'autore nell'opera) avvenuta nel 14, fino al 68.
Scrisse almeno sedici libri, ma mancano tutti i libri dal settimo al decimo e parti del quinto, sesto, undicesimo e sedicesimo libro. Il sesto libro termina con la morte di Tiberio e si presume che i libri dal settimo al dodicesimo parlassero dei regni di Caligola e Claudio. I restanti libri dovrebbero trattare del regno di Nerone, forse fino alla sua morte nel giugno del 68, in modo da ricollegarsi con le Historiae. La seconda parte del sedicesimo libro, che avrebbe dovuto terminare con il resoconto degli eventi dell'anno 66, è andata perduta. Non è noto se Tacito abbia completato l'opera o se si sia dedicato alle opere che aveva pianificato di fare: è morto prima che potesse finire le biografie di Nerva e Traiano e non esistono prove che il lavoro su Augusto e sui primi anni dell'Impero (con cui Tacito intendeva concludere il suo lavoro da storiografo) sia stato effettivamente espletato.
[modifica] Opere minori
Tacito inoltre scrisse tre opere secondarie su vari soggetti: l'Agricola, una biografia del suocero Gneo Giulio Agricola; la Germania, è una monografia sulle terre e le tribù di barbari della Germania; il Dialogus, un dialogo sull'arte dell'oratoria.
[modifica] Germania
| Per approfondire, vedi la voce De origine et situ Germanorum. |
La Germania (De origine et situ Germanorum) è un'opera etnografica su diversi aspetti delle tribù germaniche residenti al di là dell'Impero Romano. La Germania si inserisce perfettamente all'interno della tradizione etnografica che va da Erodoto a Cesare. Ciò non toglie che quest'opera si riveli anche come una creazione originale nell'ambito dei generi tradizionali delle letterature classiche, comprendendo anche parti storiche ma soprattutto "ideologiche", quasi "da pamphlet": intenzione neanche troppo nascosta dell'autore, infatti, è descrivere i puri e incorrotti costumi dei Germani per criticare indirettamente i corrotti e degenerati costumi romani. Non solo: anche per istituire una sorta di parallelo tra quello che erano i Germani allora (un popolo rude e semplice e per ciò stesso valoroso in guerra) con quello che i Romani erano stati e ora non erano più, sempre a causa della loro decadenza morale. Questo porta Tacito a "profetizzare" un futuro scontro tra i Germani e Roma in cui i popoli del Nord Europa potrebbero anche risultare vincitori ("urgentibus imperii fatis"). L'opera inizia con una descrizione delle terre, delle leggi e dei costumi dei germani (capitoli 1-27); continua quindi con le descrizioni delle singole tribù, iniziando da quelle più vicine ai territori romani e terminando con quelle ai più estremi confini sul mar Baltico, con una descrizione dei primitivi e selvaggi Fenni e di sconosciute tribù al di là di essi.
[modifica] Agricola (De vita et moribus Iulii Agricolae)
| Per approfondire, vedi la voce Agricola (Tacito). |
L'Agricola (scritto circa nel 98) racconta la vita di Gneo Giulio Agricola, un eminente generale romano e suocero di Tacito; brevemente l'opera esamina anche la geografia e l'etnografia dell'antica Britannia, come nella Germania, Tacito oppone la libertà dei Bretoni indigeni alla corruzione e alla tirannia dell'Impero; l'opera contiene anche un'eloquente e dura polemica contro l'avidità di Roma contenuta nel discorso messo in bocca al capo dei Caledoni, Calgaco prima della famosa battaglia del monte Graupio (cap. XXX):
| (LA)
« Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur; si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit; soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, tradere, rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. »
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(IT)
« Predatori del mondo intero, i Romani, dopo aver devastato tutto, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero, tali da non essere saziati né dall'Oriente né dall'Occidente, gli unici che bramano con pari veemenza ricchezza e miseria. Distruggere, trucidare, rubare, questo, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, lo hanno chiamato pace. »
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(Publio Cornelio Tacito, La vita di Agricola, BUR, Milano, trad.: B. Ceva)
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Tanto famoso è questo brano da rendere proverbiale la locuzione: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.
[modifica] Dialogus de oratoribus
La data di composizione del Dialogus è incerta, ma fu probabilmente scritto dopo l'Agricola e la Germania. Molte caratteristiche lo distinguono dagli altri scritti di Tacito, tanto che l'autenticità può essere messa in discussione, nonostante esso, nella tradizione manoscritta, compaia sempre con l'Agricola e la Germania.
Lo stile -oltre alla scelta del genere letterario- sembra più vicino a Cicerone, che non a Tacito. Lo stile si presenta elaborato ma non prolisso, secondo il canone esortava l'insegnamento di Quintiliano; esso manca delle incongruenze che sono tipiche delle maggiori opere storiche di Tacito. Potrebbe risalire alla giovinezza di Tacito; la dedica a Fabiu Iustus potrebbe così indicare soltanto la data di pubblicazione dell'opera e non della sua stesura. Più probabilmente, l'inusuale stile classico può essere spiegato dalla volontà di riprendere lo stile ciceroniano, modello di riferimento per le opere che, come questa, trattavano di retorica. Il portavoce del pensiero di Tacito in questo dialogo è Curiazio Materno che indica nel regime liberticida e assolutista dell'età flaviana la causa principale della decadenza oratoria contrariamente a quanto sosteneva Plinio(il giovane),il quale individua la causa della decadenza dell'arte oratoria nella cattiva istruzione della scuola, a quanto sosteneva Quintiliano, che attribuiva a tale causa il degrado della società o a quanto sosteneva Petronio all'interno del Satyricon.
[modifica] Le fonti
Complessivamente, Tacito fu uno storico scrupoloso, attento e preciso. Le piccole inesattezze che si riscontrano negli Annales potrebbero derivare dal fatto che Tacito morì prima di terminare la sua opera e di farne una rilettura completa. In qualità di senatore, aveva facile accesso ai documenti ufficiali degli Acta Diurna populi Romani (atti di governo e notizie su quanto avveniva nell'Urbe) e degli Acta senatus (i verbali delle sedute del senato) tra cui le raccolte dei discorsi di alcuni imperatori, come Tiberio e Claudio. Utilizzò anche una grande varietà di fonti storiche e letterarie di diversa provenienza. Egli stesso cita tra le sue fonti dirette anche Plinio il vecchio, autore dei Bella Germaniae ("Le guerre in Germania") e un'opera storica che era la continuazione di quella di Aufidio Basso. Tacito inoltre poté utilizzare alcuni epistolari e varie note. Altre informazioni furono tratte da quegli scritti che rientravano nel genere degli exitus illustrium virorum. Si trattava di una serie di libri su coloro che si erano opposti all'imperatore e da essi stessi redatti; raccontavano il sacrificio dei martiri per la libertà, soprattutto di coloro che si erano suicidati seguendo la morale stoica. Tacito si servì di tale materiale soltanto per dare un tono drammatico alla sua storia, senza appoggiare la teoria del suicidio, a suo dire gesto ostentato e politicamente inutile.
[modifica] Stile letterario
Gli scritti di Tacito sono famosi per la loro prosa densa e qualche volta pesante, in contrasto allo stile più leggero dei suoi contemporanei, come Plutarco. Quando descrive lo scontro dell'esercito romano negli Annales, I, 63, riesce ad essere abbastanza chiaro e preciso, ma ciò è attribuibile soprattutto alla brevità del passo, piuttosto che a frasi decorative.
Nella maggior parte delle opere Tacito si attiene alla sequenza cronologica dei fatti nella narrazione, e solo raramente delinea l'intero quadro, compito che lascia di solito al lettore. Nonostante ciò, quando abbozza tale quadro, come ad esempio nei paragrafi iniziali degli Annales, gli servono solo poche frasi dense, riguardanti la situazione dell'impero alla morte di Augusto per portare il lettore al centro della storia.
[modifica] Approccio alla storia
Il metodo storiografico di Tacito deriva esplicitamente dagli esempi della tradizione storiografica precedente (in particolare Sallustio).
Celebre è l'affermazione dello stesso Tacito sul proprio metodo storiografico:
| (LA)
« Consilium mihi ... tradere, ... sine ira et studio, quorum causas procul habeo. »
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(IT)
« Il mio proposito è riferire ..., senza ostilità e parzialità, dal momento che non ne ho motivo »
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(Annales, 1, 1)
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Sebbene questo sia quanto di più possibile vicino a un punto di vista neutrale nell'antichità, si è discusso molto accademicamente sulla pretesa "neutralità" di Tacito (o "parzialità" per altri, cosa che renderebbe la citazione precedente nulla più che una figura retorica).
Attraverso i suoi scritti, Tacito sembra primariamente interessarsi alla distribuzione del potere tra il Senato Romano e gli imperatori. Tutti i suoi scritti sono pieni di aneddoti di corruzione e di tirannia fra le classi di governo a Roma, dal momento che esse avevano fallito nel riassesto del nuovo regime imperiale. Gettarono via le loro tanto amate tradizioni culturali di libertà di parola e di rispetto reciproco quando iniziarono a cedere a loro stessi pur di far piacere all'imperatore, spesso inetto (e quasi mai benevolo). Un altro importante tema ricorrente è l'importanza, per un imperatore, di avere simpatie nell'esercito per salire al comando (e rimanerci).
Tacito trascorse la maggior parte della sua carriera politica sotto l'imperatore Domiziano; la sua amara ed ironica riflessione politica può essere spiegata dalla sua esperienza della tirannia, della corruzione e della decadenza tipica del suo periodo (81-96). Tacito mise in guardia dai pericoli derivanti da un potere poco comprensibile ai più, da un amore per il potere non temprato da principi e dalla generale apatia e corruzione del popolo, problemi sorti a causa della ricchezza dell'impero che ha permesso la nascita di questi aspetti negativi. L'esperienza della tirannia di Domiziano può inoltre essere vista come la causa di un ritratto della gens Giulio-Claudia, a volte presentata in maniera amara ed ironica. Nonostante questo l'immagine di Tiberio presentata nei primi sei libri degli Annali non è ne tragica ne positiva: molti studiosi ritengono che l'immagine di Tiberio descritta nei primi libri sia prevalentemente positiva, mentre nei libri seguenti, a causa della descrizione degli intrighi di Seiano, diventa prevalentemente negativa. Nonostante questo, l'arrivo dell'imperatore Tiberio presentato nei primi capitoli del primo libro è una storia di crimini, dominata dall'ipocrisia sia del nuovo imperatore che stava salendo al potere, sia di chi gli stava attorno; e nei libri seguenti si può trovare una qualche forma di rispetto nei confronti della saggezza ed intelligenza del vecchio imperatore, che ha preferito allontanarsi da Roma per rendere saldo il suo ruolo. In generale dunque, Tacito non si fa problemi nel dare, nei confronti di una stessa persona, a volte un giudizio di rispetto e altre volte un giudizio di disprezzo, spiegando spesso in maniera aperta quali sono le qualità che lui giudica lodevoli e quali quelle che giudica spregevoli. Una caratteristica di Tacito è quindi il non schierarsi in maniera definitiva a favore o contro le persone che descrive, permettendo ai posteri la possibilità di interpretare le sue opere come una difesa del sistema imperiale o come un suo rifiuto. Una migliore descrizione dell'opera di Tacito "sine ira et studio" è difficilmente spiegabile.
[modifica] Lo stile della prosa
L'abilità di Tacito nello scrivere in latino fu insuperabile: nessun autore gli è considerato pari eccetto forse per Cicerone. Il suo stile differisce sia da quello caratterizzante l'Età dell'Oro sia da quello caratterizzante l'Età dell'Argento. Soprattutto grazie alla grande istruzione retorica che lo caratterizza, lo stile presenta una calcolata magnificenza ed eloquenza e appare estremamente conciso; verrà sia deriso e classificato come "duro, sgradevole e scabroso" sia lodato come "severo, conciso, e vigorosamente eloquente". Lo stile pieno di vigore, tensione e gravità vede l'uso di abbondanti arcaismi e un intento poetico ricercato soprattutto sull'emulazione di Virgilio e nell'uso di costrutti complessi (Vesperascende die per vesperi). La capacità di utilizzo del lessico latino richiama nella mente del letterato, come per simmetria, la capacità di utilizzo del lessico italiano di D'Annunzio, come dimostra l'utilizzo da parte di Tacito di tutta la gamma di termini latini per indicare "la morte" e "la paura" e la sistematica rinuncia a termini tecnici e grecismi in favore di un linguaggio alto. Tacito è spesso ricordato per l'utilizzo di forti discorsi diretti, si ricordi ad esempio il discorso di Calgaco nell'Agricola, i quali danno l'impressione di una solida complicità fra i vertici dello stato (in questo caso militari) e il resto della popolazione. Questo fatto può essere collegato al risentimento dell'autore per la situazione tirannica presente a Roma. I lavori storici di Tacito pongono l'accento sulla psiche e sulle intime motivazioni dei personaggi protagonisti e sono spesso conditi da una penetrante perspicacia, sebbene le informazioni non si rivelino sempre veritiere e convincenti. Da il suo meglio quando scrive circa l'ipocrisia e la dissimulazione e deve moltissimo, sia in termini di linguaggio che di metodo a Sallustio; Ammiano Marcellino vice-versa sarà lo storico che maggiormente in tempi futuri si rifarà a Tacito.
[modifica] Bibliografia
- Alain Michel, Tacito e il destino dell'impero, Torino 1973, prefazione di Pierre Grimal.
- Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, Torino 1979.
- Ronald Syme, L'aristocrazia augustea, Milano 1993.
- Cesare Questa, in Tacito Annali, Milano 1993. ISBN 88-17-12309-9.
- Luciano Lenaz, commento a Tacito Storie, Milano 1992. ISBN 88-17-16907-2.
- Luciano Lenaz, commento a Tacito La vita di Agricola e La Germania, Milano 1990. ISBN 88-17-16781-9.
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[modifica] Collegamenti esterni
- Approfondimento su Tacito
- Opere di Tacito: testo e traduzione
- Bibliografia su Tacito (a cura della Rutgers University Classics Department)
- Tacito, Opera Omnia: testo con concordanze e liste di frequenza
- L'Agrippina di Tacito in QueenDido.org
- I discorsi di Tacito