Maschio Angioino

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Maschio Angioino
Castel Novo
Castel Nuovo
Castel Nuovo
Ubicazione
Stato attuale Italia Italia
Regione Campania Campania
Città Napoli
Coordinate 40°50′18.24″N 14°15′09.61″E / 40.8384°N 14.25267°E40.8384; 14.25267Coordinate: 40°50′18.24″N 14°15′09.61″E / 40.8384°N 14.25267°E40.8384; 14.25267
Informazioni generali
Tipo Fortezza medievale, castello rinascimentale
Utilizzatore Regno di Napoli, Regno delle Due Sicilie
Primo proprietario Carlo I d'Angiò
Inizio costruzione XIII secolo
Termine costruzione XV secolo
Proprietario attuale Comune di Napoli
Visitabile Si
Presidio Sede del Museo Civico
Comandanti storici Carlo I d'Angiò
Carlo II di Napoli
Alfonso V d'Aragona
Carlo VIII di Francia
Carlo III di Spagna
Ferdinando I delle Due Sicilie
Azioni di guerra 1494: il castello subisce l'attacco da Carlo VIII di Francia
1943: il castello viene attaccato dagli alleati
Eventi 1486: nella "sala dei Baroni" si svolse l’epilogo congiura dei baroni

[1]

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Castel Nuovo, meglio noto come Maschio Angioino, è uno storico castello medievale e rinascimentale, nonché uno dei simboli della città di Napoli.

Il castello domina la scenografica piazza Municipio ed è sede della Società napoletana di storia patria e del Comitato di Napoli dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, ospitato nei locali della SNSP.

Nel complesso è situato anche il museo civico, cui pertengono la cappella palatina e i percorsi museali del primo e secondo piano.

La Fondazione Valenzi vi ha la sua sede di rappresentanza, inaugurata il 15 novembre 2009 dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed altre autorità, nell'ambito della celebrazione dei cento anni dalla nascita di Maurizio Valenzi.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini e il periodo angioino[modifica | modifica sorgente]

Maschio Angioino di notte

La sua costruzione si deve all'iniziativa di Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea.[2]

La presenza di una monarchia esterna aveva impostato l'urbanistica di Napoli intorno al centro del potere regale, costituendo un polo urbanistico alternativo, formato dal porto e dai due principali castelli ad esso adiacenti, Castel Capuano e Castel dell'Ovo. Tale rapporto tra corte regale e urbanistica cittadina si era manifestato già con Federico II, che nel XIII secolo, nello statuto svevo aveva concentrato le maggiori attenzioni sui castelli trascurando affatto le mura cittadine. Ai due castelli esistenti gli Angioini aggiunsero il principale, Castel Nuovo, che fu non solo fortificazione ma soprattutto la loro grandiosa reggia.[2]

La residenza reale di Napoli era stata fino ad allora Castel Capuano, ma l’antica fortezza normanna venne giudicata inadeguata alla funzione e il re volle edificare un nuovo castello in prossimità del mare.

Assegnato il progetto all'architetto francese Pierre de Chaulnes, i lavori per la costruzione del Castrum Novum presero il via nel 1279 per terminare appena tre anni dopo, un tempo brevissimo viste le tecniche di costruzione dell’epoca e la mole complessiva dell’opera. Il re tuttavia non vi dimorò mai: in seguito alla rivolta dei Vespri siciliani, che costò all’Angioino la corona di Sicilia, conquistata da Pietro III d'Aragona e ad altre vicende, la nuova reggia rimase inutilizzata fino al 1285, anno della morte di Carlo I.

Vista di Castel Nuovo da presso la certosa di San Martino

Il nuovo re Carlo II lo Zoppo si trasferì con la famiglia e la corte presso la nuova residenza, che fu da lui ampliata e abbellita. Durante il suo regno la Santa Sede fu particolarmente legata alla casa d’Angiò, in un rapporto turbolento, che anche negli anni successivi sarà scandito da pressioni, alleanze e rotture continue. Il 13 dicembre del 1294 la sala maggiore di Castel Nuovo fu teatro della celebre abdicazione di papa Celestino V, l’eremita Pietro da Morrone, dal trono pontificio, chiamato da Dante il gran rifiuto e il 24 dicembre successivo, nella stessa sala il collegio dei cardinali elesse pontefice Benedetto Caetani, che assunse il nome di Bonifacio VIII e trasferì immediatamente la sua sede a Roma per sottrarsi alle ingerenze della casata angioina.[2]

Personaggi che hanno soggiornato nel castello
Il Maschio Angioino, nel corso della sua storia, è stato utilizzato più volte come residenza temporanea per ospitatare illustri personaggi recatesi a Napoli ospiti della corte reale o in visita ufficiale.[3]

Tra le principali personalità si annoverano:

Con l'ascesa al trono di Roberto il Saggio, nel 1309, il castello, da lui ristrutturato e ampliato, divenne un notevole centro di cultura, grazie al suo mecenatismo e alla sua passione per le arti e le lettere: Castel Nuovo ospitò importanti personalità della cultura del tempo, come i letterati Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio nelle loro permanenze napoletane, mentre i più famosi pittori dell'epoca vennero chiamati ad affrescarne le pareti: Pietro Cavallini, Montano d'Arezzo, e soprattutto Giotto, che nel 1332, venne qui chiamato per la Cappella Palatina.[4]

Arco Trionfale di Castel Nuovo tra la Torre di Mezzo e la Torre di Guardia

Dal 1343 fu dimora di Giovanna I, che nel 1347, in fuga verso la Francia, lo abbandonò agli assalti dell’esercito del re d'Ungheria Luigi I il Grande. Questi era giunto a vendicare la morte del fratello Andrea, il marito di Giovanna, ucciso da una congiura di palazzo che la stessa regina fu sospettata aver istigato. Il castello venne saccheggiato e al suo ritorno la regina fu costretta ad una radicale ristrutturazione. Durante la seconda spedizione di Luigi contro Napoli il castello, dove la regina aveva trovato rifugio, resistette agli assalti. Negli anni successivi la fortezza subì altri attacchi: in occasione della presa di Napoli da parte di Carlo III di Durazzo e successivamente di quella di Luigi II d'Angiò, che la sottrasse al figlio di Carlo III, Ladislao I. Quest'ultimo, riconquistato il trono nel 1399, vi abitò fino alla morte, nel 1414.

Giovanna II successe al fratello Ladislao e ascese al trono come ultima sovrana angioina. La regina, dipinta come una donna dissoluta, lussuriosa, sanguinaria, avrebbe ospitato nella sua alcova amanti di ogni genere ed estrazione sociale, addirittura rastrellati dai suoi emissari fra i giovani popolani di bell'aspetto. Per tutelare il suo buon nome, Giovanna non avrebbe esitato a disfarsi di loro appena soddisfatte le sue voglie. Proprio a questo proposito si è narrato per secoli che la regina disponesse, all’interno del castello, di una botola segreta: i suoi amanti, esaurito il loro compito, venivano gettati in questo pozzo e divorati da mostri marini. Secondo una leggenda sarebbe stato addirittura un coccodrillo, giunto dall'Africa fino ai sotterranei del castello dopo aver attraversato il Mediterraneo, l'artefice dell'orrenda morte degli amanti di Giovanna.[4]

Gli Aragonesi[modifica | modifica sorgente]

Torre del Beverello

Nel 1443 Alfonso d'Aragona, che aveva conquistato il trono di Napoli, stabilì nel castello una corte, tale da competere con la corte fiorentina di Lorenzo il Magnifico e la fortezza venne completamente ricostruita nelle forme attuali, mantenendo la sua funzione di centro del potere regale.

Il re Alfonso affidò la ristrutturazione della reggia-fortezza angioina ad un architetto aragonese, Guillem Sagrera, catalano originario di Maiorca, che la concepì in termini gotico-catalani. Le cinque torri rotonde, quattro delle quali inglobavano le precedenti angioine a pianta quadrata, adatte a sostenere i colpi delle bocche da fuoco dell'epoca, ribadivano il ruolo difensivo del castello. L'importanza della reggia come centro del potere regale venne invece sottolineata dall'inserimento in corrispondenza dell'ingresso dell'arco trionfale, capolavoro del Rinascimento napoletano ed opera di Francesco Laurana, insieme a molti artisti di varia provenienza. I lavori si svolsero a partire dal 1453 e si conclusero solo dopo la morte del re, nel 1479.

Nella "sala dei Baroni" si svolse l’epilogo della famosa congiura dei baroni, ordita contro re Ferdinando I, figlio di Alfonso, da numerosi nobili, capeggiati da Antonello II di Sanseverino, principe di Salerno, e da Francesco Coppola, conte di Sarno. Nel 1486 il re invitò tutti i congiurati in questa sala col pretesto di una festa di nozze, che segnasse il superamento delle ostilità e la definitiva riconciliazione. I baroni accorsero, ma il re, ordinato ai suoi soldati di sbarrare le porte, li fece arrestare tutti, punendo molti di loro, fra cui il Coppola e i suoi figli, con la condanna a morte.[5]

Il vicereame[modifica | modifica sorgente]

Il castello venne nuovamente saccheggiato ad opera di Carlo VIII di Francia, nel corso della sua spedizione del 1494. Con la caduta di Ferdinando II prima (1496) e di Federico I in seguito (1503), il regno di Napoli venne annesso alla corona di Spagna da Ferdinando il Cattolico, che lo costituì in vicereame. Castel Nuovo perse la funzione di residenza reale, diventando un presidio militare, a causa della sua posizione strategicamente importante. Ospitava comunque i re di Spagna che giungevano in visita a Napoli, come lo stesso imperatore Carlo V, che vi abitò per un breve periodo nel 1535.[4]

Castel Sant'Elmo visto dal Maschio Angioino. Di fronte vi è la Torre San Giorgio

I Borbone di Napoli[modifica | modifica sorgente]

Il castello venne nuovamente sistemato da Carlo di Borbone, il futuro Carlo III di Spagna, salito al trono di Napoli nel 1734, ma perdette il suo ruolo di residenza reale, in favore delle nuove regge che si andarono edificando nella stessa Napoli e nei suoi dintorni (il Palazzo reale di piazza del Plebiscito, la reggia di Capodimonte, la villa reale di Portici e la magnifica reggia di Caserta) e divenne essenzialmente un simbolo della storia e della grandezza di Napoli.[6]

L'ultimo evento importante risale al 1799, quando vi fu proclamata la nascita della Repubblica Partenopea. Ristrutturato per l'ultima volta nel 1823 da Ferdinando I delle Due Sicilie, ospitò in seguito l'"arsenale di artiglieria" e un "officio pirotecnico" che nel 1837 si stimò più prudente trasferire nella "fabbrica d'armi" di Torre Annunziata.

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Maschio Angioino visto dal porto. Sulla sinistra è ben visibile la Torre "dell'Oro"

Non si conosce molto dell'aspetto della fortezza angioina, della quale sopravvive la sola cappella palatina.

Il castello ricostruito da Alfonso d'Aragona si presenta di pianta irregolarmente trapezoidale ed era difeso da cinque grandi torri cilindriche, quattro rivestite di piperno e una in tufo, e coronate da merli su beccatelli. Le tre torri sul lato rivolto verso terra, dove si trova l'ingresso, sono le torri "di San Giorgio", "di Mezzo" e " di Guardia" (da sinistra a destra), mentre le due sul lato rivolto verso il mare prendono il nome di torre "dell'Oro" e di torre "di Beverello" (ancora da sinistra a destra). Il castello è circondato da un fossato e le torri si elevano su grandi basamenti a scarpata, nei quali la tessitura dei blocchi in pietra assume disegni complessi, richiamando esempi catalani.[6]'

La scala catalana (Torre Beverello)

La scala interna ad ognuna delle torri, è chiamata volgarmente scala catalana. La stessa porta sul tetto del castello, dove in passato venivano poste le vedette di guardia per controllare dall'alto un eventuale arrivo dei nemici.

Sul lato settentrionale si apre, presso la torre "di Beverello", una delle finestre crociate della "sala dei Baroni"; mentre altre due finestre si affacciano sul lato orientale, una verso il mare e l'altra, lungo la parete di fondo della "cappella palatina", con monofora tra due strette torri poligonali. Protetto dall'altra torre angolare detta "dell'Oro", segue poi un corpo di fabbrica avanzato che, in origine, sosteneva una loggia e un tratto rientrante con due logge sovrapposte.

Sul lato meridionale, di fronte al molo beverello, si sovrappone infine un lungo loggiato.

Arco trionfale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arco trionfale del Castel Nuovo.

Tra le due torri che difendono l'ingresso (torri "di Mezzo" e "di Guardia") venne eretto un arco di trionfo in marmo, destinato a celebrare il ricordo dell'ingresso di re Alfonso nella capitale, quest'ultimo scolpito sul punto più alto dell'arco. L'opera trae ispirazione dagli archi di trionfo romani. Un arco inferiore, inquadrato da colonne corinzie binate, presenta sui fianchi del passaggio rilievi che raffigurano Alfonso tra i congiunti, i capitani e i grandi ufficiali del regno; sull'attico il rilievo raffigurante il Trionfo di Alfonso. Un secondo arco si sovrappone al primo, con colonne ioniche binate, e doveva ospitare la statua del re. Sull'attico le statue delle quattro virtù (Temperanza, Giustizia, Fortezza e Magnanimità), collocate entro nicchie, sormontate da un coronamento a forma di timpano semicircolare, con Figure di fiumi e in cima la statua di San Michele. Le sculture sono attribuite ad importanti artisti del tempo: Guillem Sagrera, Domenico Gagini, Isaia da Pisa e Francesco Laurana.[5]

Cappella palatina[modifica | modifica sorgente]

Cortile interno del castello. È visibile la facciata della cappella palatina

Sul lato del castello rivolto al mare si affaccia la parete di fondo della "Cappella palatina", o chiesa di "San Sebastiano" o di "Santa Barbara", unico elemento superstite del castello angioino trecentesco, dunque di architettura gotica. Sebbene danneggiata nel terremoto del 1456, la cappella è stata in seguito restaurata. La facciata sul cortile interno presenta un portale rinascimentale con rilievi di Andrea dell'Aquila e di Francesco Laurana e un rosone, rifatto in epoca aragonese dal catalano Matteo Forcimanya per sostituire quello del trecento distrutto da un terremoto.[2]

In fondo alla cappella, vi è una scala a chiocciola accessibile da una porta a sinistra che consentiva di salire alla "sala dei Baroni".

Particolare del portale d'ingresso di Andrea dell'Aquila (XV secolo)

All'interno, illuminato da alte e strette finestre gotiche, si conservano solo scarsi resti dell'originaria decorazione affrescata, opera di Maso di Banco e un ciborio di Iacopo della Pila, datato alla fine del Quattrocento. Vi risultano presenti, però, anche altri cicli di affreschi del XIV secolo provenienti dal castello del Balzo di Casaluce.

Gli affreschi che occupano la parete destra della cappella, invece, sono effettuati da Masi di Bianco e presentano richiami alla cultura gotico-avignonese. Quelli sulla parete sinistra, invece, sono di altri artisti fiorentini.

Rosone della cappella Palatina come appare dall'ingresso del castello

L'interno fu affrescato inoltre anche da Giotto verso il 1330, che riprendeva le Storie del Vecchio e Nuovo Testamento. Il contenuto di questo ciclo d'affreschi è quasi interamente perduto anche se ve ne rimane una parte decorativa negli sguanci delle finestre che ricordano quelli della cappella Bardi in Santa Croce a Firenze.[6] Inoltre, è descritto, nei versi di un autore anonimo in una raccolta di sonetti del 1350 circa, l'intero lavoro di Giotto riguardante la cappella.

La cappella raccoglie, infine, pregevoli sculture effettuate da artisti che lavorarono anche all'arco trionfale di Alfonso di Aragona (XV secolo). Le stesse sculture, risultano essere eccellenti esempi del Rinascimento napoletano. Una di queste è il Tabernacolo con la Madonna e il Bambino, capolavoro giovanile di Domenico Gagini, allievo di Donatello e Brunelleschi.

Inoltre, vi sono presenti altre due sculture di particolare rilievo, entrambe chiamate Madonna in trono col Bambino, ed entrambe di Francesco Laurana, scolpite durante due suoi diversi soggiorni a Napoli. Una delle due, è stata portata al castello pur non facendovene parte, in quanto, fu scolpita per la Chiesa di Sant'Agostino alla Zecca.

Sala dei Baroni[modifica | modifica sorgente]

Congiura dei baroni
La congiura dei baroni è un movimento di reazione contro le politiche di centralizzazione dello Stato adottate dalla nuova dinastia sovrana di Napoli, ovvero dagli aragonesi. Le cause contro Ferdinando I di Napoli furono che questi iniziò il recupero dei centri abitati sottraendoli alla proprietà dei Baroni e fornendoli a quella della corte aragonese. Di fatto, la manovra era un vera e propria consegna di potere. La lotta interna tra baroni e dinastia avvenne in maniera politica e nascosta e la stessa culminò definitivamente nel 1487 proprio nell'omonima sala del Castel Nuovo. Ferdinando I di Napoli, durante il suo trono, si trovò così a fronteggiare i baroni battendoli in abilità ed astuzia dopo trame, assassini e doppi giochi.[7]
La Sala dei Baroni

La Sala dei Baroni, nata come "Sala del Trono", è la sala principale del Maschio Angioino. Chiamata sala Maior, questa fu voluta da Roberto D'Angiò e venne chiamato per l'occasione Giotto, che eseguì il ciclo di affreschi intorno al 1330. Tale ciclo, però, oggi è testimoniato solo da una raccolta di sonetti di un anonimo autore databili intorno al 1350 in quanto interamente perduto. Gli affreschi raffiguravano gli uomini e le donne illustri dell'antichità: Sansone, Ercole, Salomone, Paride, Ettore, Achille, Enea, Alessandro e Cesare, con le loro "compagne".

Sotto il dominio aragonese, più precisamente di Alfonso d'Aragona (1442-1458), la sala fu rifatta da Guillem Sagrera che ne ampliò gli spazi e le dimensioni.

La sala prenderà il nome di "sala dei Baroni" dal fatto che intorno al 1487 alcuni dei baroni che congiurarono contro Ferrante I d'Aragona, furono da lui invitati in questo luogo, con la scusa di dover celebrare le nozze della nipote. In realtà questa era nient'altro che una trappola; i baroni presenti furono invece arrestati e messi subito a morte.

La volta della sala con in basso le finestre di guardia

Collocata all'angolo della torre "di Beverello", tra il lato settentrionale e il lato orientale, rivolto al mare, l'ampia sala (26 m x 28 m) è coperta da una volta ottagonale poggiante su grandi strombature angolari e munita di sedici costoloni che formano un disegno a stella con al centro un luminoso oculo. Intorno alla cupola vi sono delle piccole finestre che servivano ai soldati per vigilare sulla persona del re quando questi riceveva visite o ambasciatori. L'accesso a tale posizione della sala, era possibile tramite la scala elicoidale (scala catalana) in piperno ed in pietra di tufo, posta nell'adiacente torre del Beverello e realizzata anch'essa da Guillem Sagrera, in occasione dei lavori che interessarono tutto l'ambiente reale. Il pavimento della sala era decorato con maiolica invetriata bianca e azzurra, provenienti da Valencia.

Sul lato rivolto verso il mare, tra due finestre crociate aperte verso l'esterno, si trova un grande camino, sormontato da due palchi per musicisti.

Tra le opere d'arte ancora presenti nella sala c'è il marmoreo portale bifronte di Domenico Gagini, due bassorilievi sui quali sono raffigurati il corteo trionfale di Alfonso d'Aragona e l’ingresso del Re nel castello, un portale catalano attraverso il quale si accede alla Camera degli Angeli.

La sala, sebbene danneggiata da un incendio nel 1919, conserva ancora il suo antico aspetto. Fino al 2006, inoltre, ha ospitato le riunioni del consiglio comunale di Napoli.

Sala dell'Armeria[modifica | modifica sorgente]

Ingresso nella sala dell'Armeria

Sala che svolgeva la funzione da cui ha preso il nome, situata alla sinistra della cappella Palatina, al livello inferiore rispetto alla sala dei Baroni.[4]

Durante alcuni lavori di restauro del cortile del castello, sono stati rinvenuti importanti reperti archeologici di epoca romana del I secolo a.C. e del V secolo, oggi visitabili grazie ad un pavimento in vetro trasparente sotto al quale sono conservati i resti.

Cappella delle Anime del Purgatorio[modifica | modifica sorgente]

Cappella delle Anime del Purgatorio

Fu costruita nella seconda metà del XVI secolo, per volontà dei viceré spagnoli che intendevano modificare l'aspetto del castello. È identificabile con la trecentesca cappella di San Martino di Tours, una volta affrescata con le storie della vita del Santo.

L'interno presenta una decorazione barocca con affreschi e dipinti su tavola racchiusi in cornici di stucco e legno dorato.

Sull'altare maggiore, vi è posta la tela dipinta da un seguace di Girolamo Imparato e Giovann'Angelo D'Amato, raffigurante la Madonna del Carmine con le anime purganti ed i santi Sebastiano e Gregorio Magno.

La cappella veniva utilizzata principalmente per offrire ai condannati a morte i sacramenti prima di essere giustiziati ed ivi risulta essere sepolto Giovanni, il fratello di Masaniello.[4]

Cappella di San Francesco di Paola[modifica | modifica sorgente]

Piccola cappella risalente al XV secolo alla quale si accede tramite la sala Carlo V, al primo piano del castello. La denominazione è data dal fatto che questa ospitò San Francesco di Paola durante un viaggio per Parigi.

La volta quattrocentesca, simile a quella della sala dei Baroni, fu disegnata da Guillem Sagrera, ma distrutta durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

La cappella fu consacrata nel 1688, dopo un restauro in stile barocco, come testimonia una lapide in marmo posta sulla porta d'ingresso.

Le uniche testimonianze dell'epoca, rimaste nella sala, sono rappresentate da alcune decorazioni in stucco dorato, da due affreschi sulla parete sinistra (molto probabilmente appartenenti ad un'unica scena) provenienti dal chiostrino trecentesco della Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia e dalla presenza di tre dipinti di Nicola Russo; la Visitazione, l'Annunciazione e il Viaggio di Maria Betlemme.

Prigioni[modifica | modifica sorgente]

Vista del porto e del Vesuvio da una finestra presso la Torre Beverello

I sotterranei sono costituiti da due zone situate nello spazio che si trova sotto la Cappella Palatina: la fossa del coccodrillo e la prigione dei Baroni.

La fossa del coccodrillo, detta anche del miglio, era il deposito del grano della corte aragonese, ma era usata anche per segregare i prigionieri condannati a pene più severe. Un'antica leggenda narra di frequenti e misteriose sparizioni dei prigionieri a causa delle quali fu incrementata la vigilanza. Non si tardò a scoprire che queste scomparse avvenivano a causa di un coccodrillo che penetrava da un'apertura nel sotterraneo e trascinava in mare i detenuti per una gamba dopo averli azzannati.[2] Una volta scoperto questo furono sottoposti alle fauci del rettile tutti i condannati che si volevano mandare a morte senza troppo scalpore.[4]

In seguito per ammazzare il coccodrillo si utilizzò come esca una grande coscia di cavallo e, una volta morto, venne impagliato ed agganciato sulla porta d'ingresso del castello.

Nella fossa dei Baroni invece si presentano al cospetto dei visitatori quattro bare senza alcuna iscrizione e sono probabilmente quelle dei nobili che presero parte alla congiura dei Baroni nel 1485.[2][4]

Museo civico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Museo civico di Castel Nuovo.
Veduta aerea

All'interno del Maschio Angioino è presente un percorso museale inaugurato nel 1990 che inizia dalla trecentesca cappella Palatina passando poi per la sala dell'Armeria fino ad arrivare al primo e secondo livello del castello, questi ultimi destinati alla pittura ed alla scultura.

Al primo piano ci sono affreschi e dipinti essenzialmente di committenza religiosa, appartenenti dal XV al XVIII secolo. Sono presenti dipinti di importanti artisti caravaggisti come Battistello Caracciolo e Fabrizio Santafede, e di importanti esponenti del barocco napoletano, come Luca Giordano, Francesco Solimena e Mattia Preti. Al secondo piano invece vi sono esposte opere che vanno dal XVIII al XX secolo. L'esposizione segue un ordine tematico: storia, paesaggi, ritratti, vedute di Napoli.

Altre sale del castello, come la sala Carlo V e la sala della Loggia, sono infine destinate a mostre ed iniziative culturali temporanee.[8]

Biblioteca della Società napoletana di storia patria[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Società napoletana di storia patria.

Al II piano ed al III piano è presente la Biblioteca della Società napoletana di storia patria. La biblioteca possiede fondi librari, iconografici, documentari e pergamenacei. È una biblioteca privata, quindi l'accesso è regolato da norme fissate dallo Statuto e prescritte nel Regolamento.

La biblioteca conserva il primo libro stampato in Italia, il De civitate Dei di Sant'Agostino realizzato nel 1465 a Subiaco da due chierici tedeschi: Sweynheym e Pannartz.[9]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ fonti citate nel testo della voce
  2. ^ a b c d e f Mura e castelli di Napoli, Pubblicomit, 1999
  3. ^ Maschio Angioino Incarta, Incarta, 1996
  4. ^ a b c d e f g Napoli e i suoi castelli tra storia e leggende, Del Delfino, 1989
  5. ^ a b Napoli aragonese tra castelli, vicoli e taverne, Editrice Electa, 1999
  6. ^ a b c Il Maschio Angioino, De Feo Italo, Azienda Autonoma di cura e Turismo, 1969
  7. ^ Camillo Porzio, La congiura de' Baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando I, Napoli, Pe' tipi del cav. Gaetano Nobile, 1859.
  8. ^ Comune di Napoli - Castel Nuovo. URL consultato il 9 aprile 2012.
  9. ^ Corriere del mezzogiorno. URL consultato il 5 luglio 2011.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • G. Ruggiero, I castelli di Napoli, Roma, 1995
  • A.V., Mura e castelli di Napoli, Pubblicomit, 1999
  • Pirovine E., Napoli e i suoi castelli tra storia e leggende, Del Delfino, 1989
  • De Seta C., Napoli fra Rinascimento e Illuminismo, Editrice Electa, 1991
  • De Vecchi P. e Cerchiari E., I tempi dell'arte, Bompiani, Milano 1999.
  • D'Oriano N., Maschio Angioino Incarta, Incarta, 1996

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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