Enea

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Enea
Vaso greco raffigurante Enea che fugge da Troia con il padre Anchise in spalla.
Vaso greco raffigurante Enea che fugge da Troia con il padre Anchise in spalla.
Saga Ciclo Troiano
Nome orig.
Epiteto pio
1ª app. in Iliade
Parenti Anchise (padre), Afrodite/Venere (madre), Lirno (fratello), Creusa e Lavinia (rispettivamente prima moglie e seconda moglie), Ascanio e Silvio (figli), Elimo e Ippodamia (fratellastri), Alcatoo (cognato)

Enea (greco: Αἰνείας; latino: Aenēās, -ae) è una figura della mitologia greca e romana, figlio del mortale Anchise (cugino del re di Troia Priamo), e di Afrodite/Venere, dea della bellezza. Principe dei Dardani, partecipò alla guerra di Troia dalla parte di Priamo e dei Troiani, durante la quale si distinse molto presto in battaglia. Guerriero valorosissimo, assume tuttavia un ruolo secondario all'interno dell'Iliade di Omero.

Enea è il protagonista assoluto dell'Eneide di Virgilio: le vicende successive alla sua fuga da Troia, caratterizzate da lunghe peregrinazioni e da numerose perdite, favorite dall'ira di Giunone, si concluderanno con il suo approdo nel Lazio e col suo matrimonio con la principessa Lavinia, figlia del re locale Latino.[1]

La figura di Enea, archetipo dell'uomo obbediente agli dèi e umile di fronte alla loro volontà, è stata ripresa da numerosi autori antichi, posteriori a Virgilio e a Omero, come Quinto Smirneo nei Posthomerica. È un eroe destinato dal Fato alla fondazione di Roma e secondo alcune fonti è realmente esistito[senza fonte].

Mito[modifica | modifica wikitesto]

Origini[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)
« Αἰνείαν δ᾽ ἄρ᾽ ἔτικτεν ἐυστέφανος Κυθέρεια
Ἀγχίσῃ ἥρωι μιγεῖσ᾽ ἐρατῇ φιλότητι
Ἴδης ἐν κορυφῇσι πολυπτύχου ὑληέσσης.
 »
(IT)
« Diede la vita a Enea Citerèa dalla vaga corona,
che con Anchise l'eroe si strinse d'amabile amore
sopra le vette dell'Ida selvosa, solcata di valli. »
(Esiodo, Teogonia, versi 1008-1010. Traduzione di Patrizio Sanasi.)

Un tempo, Zeus, il padre degli dèi, che non si era mai giaciuto con la figlia adottiva, stanco delle continue tentazioni che la magica cintura di Afrodite stimolava di continuo in lui, come in qualsiasi altro essere, mortale o divino che fosse, architettò di umiliare la dea, facendola innamorare perdutamente di un comune mortale.
Il prescelto fu Anchise, un giovane pastore frigio, figlio di Capi e di Temisto[2] (oppure, secondo altre leggende, di Egesta[3]), che di consueto faceva pascolare le sue vaste mandrie sui colli del monte Ida.
Afrodite, rimasta sedotta dalla sua straordinaria bellezza[4], dopo averlo scorto a compiere il suo lavoro, decise di ottenere subito i suoi favori.
Una notte, mentre egli giaceva nella sua capanna da mandriano, la dea assunse l'aspetto di una comune mortale e sotto tale travestimento si accostò a lui, sostenendo di essere una principessa, la quale, rapita dal dio Ermes, di lei perdutamente invaghito, era stata poi trasportata dal dio sui pascoli dell'Ida.[5]
Indossato poi un seducente peplo di colore rosso smagliante, la dea riuscì nel suo intento e, sdraiatasi accanto al giovane, giacque con lui in un giaciglio di pelli animali.[6][7][8] Accompagnati dal sereno ronzare delle api, per tutta la notte i due amanti godettero delle passioni amorose e proprio da questo amplesso la dea dell'amore rimase incinta di un bambino.[9][10] Quando, al sorgere dell'alba, Afrodite rivelò all'uomo la sua vera natura, Anchise, temendo di essere punito per aver scoperto le nudità di una dea, la pregò di risparmiargli la vita.
Tuttavia la dea lo rassicurò, predicendogli la nascita di un bambino che sarebbe stato capace di regnare sui Troiani, acquistando un potere straordinario che si sarebbe mantenuto anche con i suoi discendenti.
Ma allo stesso tempo Afrodite mise in guardia il suo amante, esortandolo a nascondere la verità sulla nascita del bambino, ben sapendo che se Zeus ne fosse venuto a conoscenza, lo avrebbe senza dubbio fulminato.[11]

La punizione di Anchise[modifica | modifica wikitesto]

(LA)
« Iam pridem inuisus diuis et inutilis annos
demoror, ex quo me diuum pater atque hominum rex
fulminis adflauit uentis et contigit igni. »
(IT)
« È molto che, in odio agli dèi, inutile, gli anni trascino,
da quando il padre dei numi e sovrano degli uomini
mi sfiorò con la vampa del fulmine, mi toccò col suo fuoco. »
(Commento di Anchise, Virgilio, Eneide, libro II, versi 647-649)

Alcuni giorni dopo, mentre Anchise si trovava presso una locanda in compagnia dei suoi amici, uno di essi gli chiese se avesse preferito passare una notte con la figlia del Tal dei Tali piuttosto che con Afrodite. Il giovane troiano, dimentico della promessa e stordito dall'ebbrezza, si vantò affermando di essere andato a letto con entrambe e giudicando un tale paragone impossibile.

Udita la temibile vanteria, Zeus dall'alto dell'Olimpo si affrettò a punire un così sfrontato mortale, scagliando una folgore destinata a incenerirlo.[9] Ma Afrodite, postasi in difesa del suo amato, lo protesse grazie alla sua cintura magica, di fronte alla quale la terribile arma di Zeus nulla poté fare; la folgore raggiunse comunque Anchise, ma invece di incenerirlo, scoppiò innocuamente sotto i suoi piedi.
Il giovane mortale provò comunque un incredibile spavento alla vista di quelle scintille, tanto che da allora, egli non riuscì più a raddrizzare la schiena, traumatizzato com'era alla vista dell'ira divina, e la stessa Afrodite si disinteressò a lui dopo aver generato Enea. Si racconta anche che Zeus lo punì privandolo della vista.

Nascita, infanzia e giovinezza dell'eroe[modifica | modifica wikitesto]

Afrodite diede alla luce Enea sul monte Ida, e qui lo allevarono le ninfe nei primissimi anni di vita. Fu poi istruito, secondo alcuni, dal centauro Chirone. A cinque anni fu affidato dal padre ad Alcatoo, che di Enea era cognato per aver sposato la sorellastra Ippodamia. Qui Enea fu cresciuto sino alla maggiore età. Sposò Creusa, figlia del re Priamo, cugino di suo padre, e da lei ebbe Ascanio.

Prima dello scoppio della guerra contro gli Achei, Enea partecipò ad alcune spedizioni militari nell'ambito della politica espansionistica intrapresa da Priamo, legando in particolare il suo nome alla conquista dell'isola di Lesbo (la cui capitale allora era Arisbe), che divenne un avamposto strategico dei troiani.

Guerra di Troia[modifica | modifica wikitesto]

Enea era molto amico di Ettore, ebbe invece spesso contrasti con Priamo, come è detto più volte nell'Iliade. Era contrario alla guerra e inizialmente si rifiutò di combattere ma una volta indossate le armi non si tirò indietro.

Primi combattimenti[modifica | modifica wikitesto]

Enea partecipò alla guerra di Troia ponendosi a capo di un contingente di Dardani. Durante un periodo di fittizia pace, Achille depredò sul monte Ida le mandrie di Enea, che riuscì a fuggire.

Lo scontro con Diomede[modifica | modifica wikitesto]

Fu eroe valoroso, secondo solo a Ettore, e spesso supportato dagli dèi. Nella battaglia che seguì al duello fra Paride e Menelao, combatté sul carro da guerra in compagnia di Pandaro. Quest'ultimo venne ucciso da Diomede, ed Enea lasciò incustodito il carro (che verrà poi portato al campo greco da Stenelo, fedele compagno d'armi e auriga di Diomede) per difendere il corpo dell'amico dagli assalti greci.

« Balzò a terra Enea, con la lunga lancia e lo scudo, temendo che gli Achei gli strappassero il morto. Gli si mise accanto come un leone che della sua forza si fida; teneva davanti a sé la lancia e lo scudo rotondo, pronto a uccidere chiunque gli venisse di fronte, e gridava in modo terribile. »
(Omero, Iliade, Canto V, vv. 299-302)

Affrontò Diomede rimanendo ferito a causa di un masso scagliato dal greco. Venne salvato dalla madre che lo avvolse nel suo velo. Diomede, non temendo l'ira della dea, la colpì costringendola alla fuga. Apollo scese dunque in soccorso del troiano, contro di lui non poterono nulla neanche i colpi di Diomede. Enea venne ricoverato nel tempio di Apollo e curato da Artemide e Latona. Al suo posto combatté sul campo un fantasma con le sue sembianze.

La battaglia presso le navi[modifica | modifica wikitesto]

Enea combatté valorosamente anche in altre battaglie, come quella presso le navi greche, soccorrendo Ettore, ferito da un masso scagliato da Aiace Telamonio, e uccidendo Medonte, fratellastro di Aiace Oileo, e Iaso, condottiero ateniese. In questa circostanza perse però sia i suoi luogotenenti, Archeloco e Acamante, che erano due dei tanti figli di Antenore, sia il cognato Alcatoo.

Lo scontro con Achille[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la morte di Patroclo, Achille decise di tornare a combattere. Enea volle affrontarlo a duello, scagliò la sua lancia contro il greco ma non riuscì a colpirlo.

« Achille a sua volta scagliò l'asta dalla lunga ombra e colpì Enea nello scudo rotondo al bordo estremo dove il bronzo è più sottile e più sottile la pelle di bue. Da parte a parte passò, il frassino del Pelio, e lo scudo risuonò sotto il colpo. »
(Omero, Iliade, Canto XX, vv. 273-277)

Achille balzò contro Enea: Poseidone, che pur essendo divinità ostile ai troiani apprezzava Enea per la reverenza che aveva verso gli dèi, decise di salvare il figlio di Anchise avvolgendolo in una spessa nebbia e ponendolo fra le ultime file dell'esercito. Poseidone infatti sapeva che Enea avrebbe dovuto perpetuare la sua stirpe dopo la fine di Troia.

Enea fugge mentre Troia brucia, Federico Barocci - 1598 - Galleria Borghese - Roma

Fuga da Troia[modifica | modifica wikitesto]

La notte in cui i greci sarebbero usciti dal cavallo di legno, gli apparve in sogno Ettore, terribile d'aspetto, che gli annunciò l'inevitabile caduta di Troia e il suo arrivo in terra italica. Durante l'incendio della città tentò, insieme a pochi uomini, di difenderla ma dopo aver capito che tutto ciò era ormai inutile, decise di fuggire portando con sé il padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio. Durante la fuga perse però la moglie Creusa che, sotto forma di fantasma, gli rivelò il suo futuro di fondatore di un grande popolo.

Nella Iliou persis, invece, Enea scappava da Troia con i suoi seguaci subito dopo la fine di Laocoonte, avendo intuito grazie a quell'episodio l'imminente caduta della città.

Secondo Omero Enea divenne fondatore di un grande regno nella Troade, la versione di Stesicoro, invece, consacrata da Virgilio, è quella più conosciuta.

Approdo in Italia, eroe nell'Eneide[modifica | modifica wikitesto]

Enea fuggì da Troia via mare: insieme a lui si aggregarono molti troiani e anche vari guerrieri provenienti da altre regioni che avevano preso parte al conflitto come alleati. Giunse dapprima nel Chersoneso Tracico, dove venne a conoscenza della terribile fine di Polidoro, figlio di Priamo, ucciso da Polimestore, che voleva appropriarsi delle sue ricchezze. A Delo, Enea chiese responso ad Apollo, che ordinò al troiano di recarsi nella terra natia del fondatore di Troia, Dardano. Ma Anchise pensò si riferisse a Teucro, un altro capostipite del loro popolo, originario di Creta. Si fece dunque rotta verso l'isola. Lì i troiani vennero colpiti da una pestilenza, Enea ordinò di muovere verso Corito-Tarquinia (III, 170), in Italia, la terra di Dardano. Decisi a fare rifornimenti i troiani si fermarono nelle isole Strofadi dove vennero attaccati dalle Arpie che devastarono la loro mensa e li costrinsero alla fuga. Giunsero nell'Epiro dove incontrarono Eleno e Andromaca, fondatori della città di Butroto

« M'incammino dal porto, lasciata la flotta e il lido, proprio mentre per caso nel bosco, davanti alla città, accanto all'onda d'un falso Simoenta, Andromaca libava annuali vivande e mesti doni ai morti e ne invocava i mani sopra il tumulo d'Ettore, che con un verde cespo, aveva, se pur vuoto, consacrato, e con due altari, causa di pianto. »
(Virgilio, Eneide, Canto III)

Eleno, dotato del dono della profezia, annunciò all'amico di recarsi in Italia, cercando di evitare la terra di Sicilia, patria dei ciclopi e di Scilla e Cariddi. Consigliò invece di sbarcare presso Cuma per chiedere responso alla sibilla che lì abitava. I troiani si salvarono per un pelo da quella minaccia e sbarcarono vicino l'Etna, dove si unì alla loro flotta Achemenide, un compagno di Ulisse abbandonato in quella terra. Enea sbarcò in Italia nell'attuale Salento, a Porto Badisco. Dopo aver assistito al terribile arrivo del ciclope Polifemo, Enea e i suoi uomini si fermarono in Sicilia, a Erice, benevolmente accolti dal re Aceste, dove il vecchio Anchise morì e fu sepolto. Era, piena d'odio per i troiani, scatenò una tempesta contro la flotta che venne trascinata verso l'Africa.

Le passioni di Enea e Didone, affresco romano da Pompei, Casa del Citarista, III stile, 10 a.C. - 45 d.C.

Lì Enea e i suoi uomini vennero accolti dalla regina Didone, a Cartagine dove l'eroe narrò le sue terribili vicende. I due si innamorarono perdutamente ma, per ordine di Zeus, Enea dovette ripartire. Seppure a malincuore dovette dire addio a Didone. Fu un terribile colpo per la povera regina

« Le ancelle la accolgono, e riportano sul talamo marmoreo il corpo svenuto e lo adagiano sui cuscini. Ma il pio Enea, sebbene desideri calmare la dolente, e confortarla, e allontanare con parole le pene, molto gemendo e con l'animo vacillante per il grande amore, tuttavia esegue i comandi degli dèi, e ritorna alla flotta. »
(Virgilio, Eneide, Canto IV)

Didone, guardando in lontananza la nave di Enea che si allontanava, si uccise. La flotta troiana sbarcò di nuovo a Erice, dove per l'anniversario della morte di Anchise furono celebrati alcunii giochi in suo onore, i ludi novendiali, ai quali parteciparono sia atleti troiani sia atleti siciliani (libro V). Nella vicina città di Drepanon, alcune donne, fra le esuli, stanche per il peregrinare, decisero di dare fuoco alle navi. Enea ordinò dunque che chi non voleva continuare il viaggio sarebbe rimasto a Drepano, mentre gli altri avrebbero continuato il tragitto. Giunto a Cuma, Enea incontrò la Sibilla con la quale scese vivo nel regno dei morti. Lì incontrò Caronte e Cerbero, che cadde addormentato per un inganno della Sibilla. Giunto ai campi del pianto vide poi il triste spirito di Didone.

« Tra di esse, fresca della ferita, la fenicia Didone errava nella vasta selva; appena l'eroe troiano le ristette vicino e la riconobbe tra le ombre, indistinta, quale si vede sorgere la luna al principio del mese, o si crede di averla veduta tra le nubi, gli sgorgarono lacrime e parlò con dolce amore. »
(Virgilio, Eneide, Canto VI)

Incontrò in seguito l'anima di Deifobo, il cui cadavere era stato sfregiato da Menelao. Infine venne accolto dal padre Anchise che gli presentò le anime di coloro che avrebbero fatto grande il regno promesso a Enea in Italia.

Tornato nel mondo dei vivi, Enea sbarcò finalmente alle rive del Tevere, dopo aver visitato anche il Circeo: qui morì Caieta, la sua nutrice, ed egli la fece seppellire nel luogo che si sarebbe poi chiamato Gaeta in suo ricordo. Il re di Laurento, Latino, decise di affidargli la mano della figlia Lavinia, scatenando però così l'ira di Turno, il re dei Rutuli, cui la fanciulla era stata promessa.[1] Durante una battuta di caccia Ascanio, senza saperlo, uccise una cerva domestica e per questo venne inseguito dai pastori del luogo. I troiani corsero in aiuto del figlio di Enea e uccisero uno degli inseguitori, l'aitante Almone, giovane cortigiano del re Latino. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la guerra. Turno radunò i suoi uomini e mosse contro i troiani. Enea invece risalì il fiume Tevere, giungendo così nel territorio di Evandro, re degli Arcadi. Quest'ultimo consigliò inoltre all'eroe troiano di recarsi fra gli Etruschi per chiedere aiuto a Tarconte. Fra gli alleati di Turno vi era infatti Mezenzio, ex sovrano degli Etruschi, cacciato per la sua crudeltà. Durante l'assenza di Enea il campo troiano venne assediato da quattordici giovani condottieri italici, ognuno dei quali era seguito da altri cento giovani. Eurialo e Niso, due inseparabili amici troiani, decisero di raggiungere Enea, per avvertirlo del pericolo. Usciti di notte, penetrarono tra le linee nemiche dove sorpresero nel sonno due dei condottieri assedianti, Ramnete e Remo, e alcuni guerrieri che combattevano nei loro contingenti, uccidendoli con le spade; poi ripresero il loro cammino, ma intercettati da una pattuglia nemica vennero accerchiati e messi a morte. Dopo una dura battaglia, durante la quale Turno fece strage di troiani, Enea, tornato via mare da Corito-Tarquinia assieme agli Etruschi comandati da Tarconte, ai Liguri di Cunaro e Cupavone, e agli Arcadi guidati da Pallante, figlio di Evandro, riuscì ad accorrere in aiuto dei compagni. Ma proprio Pallante, in quello scontro, cadde per mano di Turno. Enea andò su tutte le furie e venne meno alla sua famosa pietà, decapitando il giovane semidio etrusco Tarquito, che vinto da lui in duello lo implorava di essere risparmiato, e gettando il suo busto in acqua. Allora Giunone, temendo per la vita di Turno, riuscì ad allontanarlo dal campo di battaglia. Enea affrontò Mezenzio a duello ferendolo: quindi uccise Lauso, il figlio del tiranno, intervenuto in sua difesa. Commosso per il coraggio del giovane, Enea riconsegnò la salma e le armi a Mezenzio che, in uno scontro successivo, cadde sotto la spada del troiano. L'eroe, dopo aver sepolto il giovane Pallante, ordinò ai suoi uomini di marciare contro la città dei Latini. Turno e Camilla, regina guerriera dei Volsci, schierarono le proprie truppe. Il re rutulo assalì la fanteria troiana, Camilla la cavalleria etrusca. Nello scontro che ne seguì Camilla rimase uccisa. Turno decise allora di affrontare a duello Enea. Il troiano ebbe presto il sopravvento e per qualche attimo si trattenne dall'uccidere il nemico; ma riconosce addosso a Turno le armi di Pallante e ricordando il dolore di Evandro per la morte del figlio , gli conficcò la sua spada nel petto (...vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras).

« Dicendo così gli affonda furioso il ferro in pieno petto; a quello le membra si sciolgono nel gelo, e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre. »
(Virgilio, Eneide, Canto XII)

La critica storica[modifica | modifica wikitesto]

Le prime versioni del mito di Enea sono antiche, tanto che sono già note in Etruria prima del VI secolo a.C. e in Grecia nel V secolo a.C. e farebbero derivare il nome di "Roma" da quello di una donna troiana con il significato di "forza".

Riassunto della leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Enea è un principe Troiano, nativo delle falde del monte Ida nella Troade, e partecipa solo alla fase finale della guerra di Troia; è imparentato con il re Priamo avendone sposato la figlia Creusa e in quanto il padre Anchise è cugino del re. Enea piace ai Romani quale capostipite perché gli permette di affondare le radici in una civiltà dal passato fulgido pur distinguendosi dai Greci. Allo stesso tempo questa "soluzione" non fa dei Romani i più fieri antagonisti dei Greci e verrebbe oggi chiamata "politicamente corretto".

Anche la leggenda di Romolo e Remo, all'inizio separata da quella di Enea, viene successivamente integrata nel suo mito. In un primo momento i due gemelli vengono indicati come suoi figli o nipoti.

Eratostene di Cirene si accorge tuttavia che, essendo la data della caduta di Troia all'incirca il 1184 a.C., né Enea né i suoi più diretti discendenti potevano aver fondato Roma nel 753 a.C., data alla quale la mitologia fa risalire la nascita di Roma.

Catone il Censore rende plausibile la storia. Secondo la sua versione, accettata poi come definitiva, Enea fugge da Troia e giunge nel Lazio. Qui, dopo aver sposato Lavinia, fonda Lavinium. Ascanio è invece il fondatore di Alba Longa e i suoi successori danno origine alla dinastia dalla quale, dopo varie generazioni, Rea Silvia darà alla luce Romolo e Remo e in seguito la gens Giulia, con Giulio Cesare e il primo imperatore Augusto.

Assunzione in cielo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Re albani.

Secondo la leggenda, dopo quattro anni di regno, Enea sarebbe stato assunto in cielo tra lampi e tuoni durante una battaglia contro gli Etruschi nelle vicinanze del fiume Numico e ricevuto nell'Olimpo insieme agli dèi. È interessante notare che anche a Romolo viene decretata la stessa sorte, permettendo successivamente di deificare anche Giulio Cesare e Augusto, suoi lontani discendenti. Le origini divine dei fondatori di Roma sarebbero quindi incontrovertibili. Accettando Enea quale capostipite, si trovano Venere e Marte come antenati.

Altre versioni sulla discendenza di Enea[modifica | modifica wikitesto]

Nelle leggende più arcaiche, Romolo non ha un gemello ed è figlio di Zeus; le successive elaborazioni sono analoghe, ponendo Romolo e Remo come figli di Marte e Rea Silvia, (in alcune versioni lei era una sacerdotessa) e perciò di discendenza divina.

Un'ulteriore versione della leggenda, indica Rea Silvia come figlia di Enea e un suo nome aggiuntivo sarebbe Ilia, per ricordare il collegamento di Roma con Troia ("Ilio" in greco).

Enea inoltre dimostrò un grande interesse per la cultura greca.

Vittime di Enea[modifica | modifica wikitesto]

Enea fu l'eroe troiano che, per eccellenza, uccise più nemici di tutti arrivando a distruggere, nell'intera storia, 70 eroi tra Achei e Latini, secondo solo ad Achille che uccise in tutto 77 nemici, tra Troiani e loro alleati.

  1. Cretone, guerriero acheo, gemello di Orsiloco e figlio di Diocle, discendente del fiume Alfeo. (Omero, Iliade, libro V, versi 541-560.)
  2. Orsiloco, guerriero acheo, gemello di Cretone e figlio di Diocle, discendente del fiume Alfeo. (Omero, Iliade, libro V, versi 541-560.)
  3. Afareo, valoroso guerriero acheo, figlio di Caletore e fedele compagno di Idomeneo. (Omero, Iliade, libro XIII, versi 541-545.)
  4. Medonte, capitano acheo, figlio illegittimo di Oileo e fratellastro di Aiace Oileo. Sostituì Filottete alla guida della sua flotta. (Omero, Iliade, libro XV, verso 332.)
  5. Iaso, capo di un contingente di Ateniesi a Troia, figlio di Sfelo e nipote di Bucolo. (Omero, Iliade, libro XV, verso 332.)
  6. Leiocrito, guerriero acheo, figlio di Arisbante, fedele compagno del capitano Licomede. (Omero, Iliade, libro XVII, versi 344-345.)
  7. Alcimedonte, comandante di un contingente di Mirmidoni, figlio di Laerce, aveva aiutato Automedonte, auriga di Achille, a uccidere Areto. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro X, versi 448 ss.)
  8. Anfione, compagno di Epeo, il mitico acheo costruttore del Cavallo di Troia. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro X, verso 111.)
  9. Andromaco, guerriero acheo proveniente da Creta. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro XI, verso 41.)
  10. Antimaco, guerriero cretese, compagno di Idomeneo nella guerra di Troia. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro VI, verso 622.)
  11. Aristoloco, guerriero acheo. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro VIII, verso 93.)
  12. Bremone, guerriero acheo, proveniente da Licto, città di Creta. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro XI, versi 41 ss.)
  13. Deileonte, compagno di Epeo, il mitico acheo costruttore del Cavallo di Troia. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro X, verso 111.)
  14. Tossechine, scudiero di Filottete. (Quinto Smirneo, Posthomerica, libro XI.)
  15. Demoleonte, guerriero acheo, di cui poi Enea prese la corazza. (Virgilio, Eneide, libro V).
  16. Androgeo e tredici achei ai suoi ordini, entrati a Troia nella notte della sua distruzione.
  17. Terone: guerriero latino, primo assalitore di Enea, sulla battigia del Tevere.
  18. Lica: giovane guerriero latino. Ferito mortalmente dal colpo di spada di Enea, rimane a lungo agonizzante.
  19. Cisseo: guerriero latino armato di clava, come l'antico Eracle.
  20. Gìa: guerriero latino, fratello di Cisseo, anche lui armato di clava.
  21. Faro: ucciso in maniera puramente efferata. Mentre avanza verso Enea, sulle rive del Tevere, questi gli scaglia contro una lancia che penetra nella sua bocca spalancata.
  22. Clizio: giovanissimo e biondo guerriero latino, ucciso mentre difende il più maturo Cidone, suo amante, che così si salva dalla morte.
  23. Meone: guerriero latino.
  24. Alcanore: guerriero latino e fratello di Meone.
  25. Mago: la prima vittima di Enea mentre l'eroe cerca Turno, uccisore dell'alleato e amico Pallante.
  26. Emonide: ovvero un figlio (di cui il poeta non fa il nome) del latino Emone; giovane sacerdote di Apollo e Diana.
  27. Seresto: Enea lo uccide nel campo di battaglia e poi gli toglie l'armatura e la fa propria.
  28. Ceculo: capo italico, semidio figlio di Vulcano.
  29. Umbrone: giovane sacerdote e capo dei Marsi.
  30. Anxure: guerriero latino. Enea gli tronca la mano sinistra con la spada, dopo avergli trapassato lo scudo.
  31. Tarquito: giovane semidio, figlio della ninfa Driope e del mortale Fauno, omonimo del dio italico. Dopo essere stato sconfitto in duello, chiede a Enea di essere risparmiato, ma il capo troiano per tutta risposta lo decapita con la spada e getta testa e busto nelle acque del fiume Tevere, privando così la sua vittima di ogni rito funebre da parte dei genitori e della patria.
  32. Anteo: guerriero rutulo, luogotenente di Turno.
  33. Luca: guerriero rutulo, anche lui vicinissimo a Turno.
  34. Numa: guerriero latino.
  35. Camerte: giovane signore di Amyclae, figlio di Volcente.
  36. Lucago: guerriero latino, gettato a terra dal carro con la lancia piantata nell'inguine.
  37. Ligeri: guerriero latino, fratello di Lucago, gettato a sua volta a terra dal carro e trafitto da un colpo di spada al petto.
  38. Lauso: figlio del tiranno etrusco Mezenzio, ucciso dall'eroe nel tentativo di difendere il padre, ferito dallo stesso Enea.
  39. Mezenzio: il tiranno etrusco, ucciso da Enea in un formidabile duello dopo la morte di Lauso.
  40. Sucrone: ucciso da Enea in maniera selvaggia, dopo che Turno, per la seconda volta, gli era sfuggito. Ferito dapprima al fianco con la lancia, viene trucidato da un colpo di spada che gli disintegra ogni costola del petto.
  41. Talone: guerriero latino.
  42. Tanai: guerriero latino.
  43. Cetego: guerriero latino.
  44. Onite: guerriero latino.
  45. Murrano: guerriero latino, imparentato con Turno, e intimo amico di quest'ultimo. Enea gli scaraventa addosso un macigno e lo fa catapultare a terra giù dal carro; Murrano viene finito dagli zoccoli dei suoi stessi cavalli, che, scambiandolo per un nemico caduto, lo dilaniano.
  46. Cupenco: guerriero e sacerdote latino. Il suo petto viene trapassato da una spada, dopo che questa ha oltrepassato lo scudo di bronzo.
  47. Eolo: guerriero latino.
  48. Turno: l'antagonista principale di Enea nella guerra tra troiani e italici, uccisore di Pallante e di tanti altri guerrieri. Duella con Enea e viene ferito dapprima a una coscia dalla lancia del nemico, e infine ucciso con un colpo di spada in pieno petto.
  49. Nifeo: guerriero latino sbalzato dal suo cocchio a opera di Enea, non per sua mano, ma indirettamente a causa del suo arrivo; questo avviene nei pressi del Tevere subito prima della morte di Lucago e Ligeri.
  50. Quattro guerrieri rutuli, figli di Sulmone, da lui immolati sul rogo di Pallante.
  51. Quattro guerrieri equi, figli di Ufente, uguale come sopra.

Enea uccise anche Rebo, il cavallo di Mezenzio.

Enea nella letteratura postclassica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Strabone, Geografia, V, 3,2.
  2. ^ Pseudo-Apollodoro, Biblioteca III, 12, 2.
  3. ^ Tzetze, Scoli a Licofrone ai versi 471 e 953.
  4. ^ La bellezza di questo giovane era tale da attirare il desiderio di varie divinità. Igino stesso nomina nell'elenco dei mortali più belli anche il nome del giovane troiano (Fabula 270).
  5. ^ Teocrito, Idilli I, versi 105-107.
  6. ^ Esiodo, Teogonia, versi 1008-1010.
  7. ^ Properzio, Elegie II, 32.
  8. ^ Quinto Smirneo, Posthomerica VIII, 108.
  9. ^ a b Igino, Fabula, 94.
  10. ^ Omero, Iliade, libro II, versi 820-821.
  11. ^ La storia d'amore sorta tra la dea Afrodite e il bellissimo mortale, di stirpe reale, è raccontata sommariamente da autori antichi, i quali a loro volta presero lo spunto della vicenda dal bellissimo Inno omerico ad Afrodite, V inno, versi 45-200. Ogni particolare della vicenda (tra cui la trasformazione della dea in mortale, la descrizione del giaciglio di Anchise e la predizione di un figlio eroico) è infatti tratto da tale poema.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Periodo classico[modifica | modifica wikitesto]

Traduzione delle fonti[modifica | modifica wikitesto]

  • Rosa Calzecchi Onesti, Omero. Iliade, seconda edizione, Torino, Einaudi, 1990, ISBN 978-88-06-17694-5. Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.
  • Marina Cavalli, Apollodoro, Biblioteca. Testo originale a fronte, Milano, Oscar Mondadori, 2008, ISBN 978-88-04-55637-4. Traduzione di Marina Cavalli.
  • Pietro Bernardini Marzolla, Publio Ovidio Nasone. Metamorfosi. Testo originale a fronte, Torino, Einaudi, 2008, ISBN 978-88-06-17695-2.
  • Rosa Calzecchi Onesti, Eneide, Testo a fronte, Torino, Einaudi, 1989, ISBN 88-06-11613-4.
  • Onorato Castellino, Vincenzo Peloso, Eneide, sesta edizione, Torino, Società Editrice Internazionale, 1972., Traduzione di Annibale Caro
  • Anna Beltrametti, Euripide. Le tragedie, volume secondo, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 978-88-04-57001-1., Traduzione di Filippo Maria Pontani.

Moderna[modifica | modifica wikitesto]

  • Pierre Grimal, Dizionario di mitologia, Parigi, Garzanti, 2005, ISBN 88-11-50482-1. Traduzione di Pier Antonio Borgheggiani.
  • Robert Graves, I miti greci, Milano, Longanesi, ISBN 88-304-0923-5.
  • Angela Cerinotti, Miti dell'antica Grecia e di Roma Antica, Verona, Demetra, 1998, ISBN 88-440-0721-5.
  • Felice Ramorino, Mitologia Classica illustrata, Milano, Ulrico Hoepli, 2004, ISBN 88-203-1060-0.
  • Gaetana Miglioli, Romanzo della mitologia dalla A alla Z, Firenze, G. D'Anna, 2007, ISBN 88-8104-731-4.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]