Morte sul rogo

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Il rogo di due amanti omosessuali a Zurigo nel 1482

La morte sul rogo è una forma di condanna capitale, utilizzata nei secoli passati in tutto il mondo e applicata soprattutto ai condannati per stregoneria, eresia e sodomia.

Effetti del rogo[modifica | modifica wikitesto]

Il condannato veniva solitamente legato ad un palo, sotto ed intorno al quale venivano posti abbondanti fasci di legname a cui veniva dato fuoco. La morte sopraggiungeva per gravissime ustioni prodotte al corpo, se il fuoco era rapido, e per il successivo annerimento della carne fino a ridurre in cenere il martirizzato. Se il fuoco era lento, invece, prima che il medesimo potesse giungere a dilaniare le carni si poteva morire per asfissia oppure per arresto cardiocircolatorio.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

È verosimile che questa forma di condanna a morte fosse presente nelle culture più antiche, ma le prime testimonianze di condanne al rogo sono di epoca romana e ci vengono fornite dai Martirologi e dalle Vite dei Santi, in cui vengono descritti i supplizi dei martiri del cristianesimo.

Secondo leggende cristiane, la condanna al rogo di questi da parte del Senato e degli imperatori romani non era molto frequente e si concludeva sempre con la salvezza del Santo a cui, poiché le fiamme non riuscivano a lambirlo, veniva staccata la testa. Nei primi anni dell'impero bizantino il rogo fu utilizzato come punizione per gli zoroastriani, come pena di contrappasso alla loro adorazione del fuoco sacro.

Nei territori conquistati dai Vandali nell'Africa settentrionale, durante il Regno di Unerico la morte sul rogo fu dispensata a molti vescovi cattolici che si erano rifiutati di convertirsi all'arianesimo. Nella Bibbia la punizione del fuoco (Serefa) non era invece riferita al rogo come oggi lo intendiamo: ai condannati veniva fatto ingerire piombo fuso provocando la morte istantanea del reo dovuta alla distruzione delle vene e delle arterie del collo. La Serifa fu una delle quattro pene di morte prescritte dal libro sacro e, come le rimanenti (lapidazione, decapitazione e impiccagione) raramente fu praticata dagli ebrei (vedi San Ciriaco).

Al di fuori dell'area mediterranea il rogo è stato praticato da alcune civiltà precolombiane per cerimonie sacrificali e in India, dove nel passato, ma in alcune regioni la tradizione persiste ancor oggi, le donne sposate venivano sacrificate sulla pira ove ardevano i corpi dei mariti morti. Il rogo era usato anche da alcune tribù di Indiani d'America, in alternativa alla trafittura con frecce, per uccidere i nemici catturati[1].

Nel mondo cristiano, il rogo venne utilizzato per punire l'eresia. Tra le personalità di spicco giustiziate tramite questo supplizio possiamo ricordare Jacques de Molay (1314), Jan Hus (1415), Giovanna D'Arco (1431) e Giordano Bruno (1600). Dopo l'affermarsi della riforma luterana e di quella calvinista la condanna a morte per rogo venne applicata da tutte le correnti religiose.

Gli ultimi roghi per stregoneria in Europa avvennero tra il 1782 e il 1793 in Svizzera e in Polonia.

Fin dal Medioevo, in Gran Bretagna, il rogo fu la pena capitale decretata per le donne condannate per tradimento (treason): questo poteva essere high treason quando si trattava di crimini commessi contro i sovrani o petty treason per l'uccisione di coloro che erano superiori per legge a chi commetteva il reato, come nel caso della moglie che uccideva il marito. Nel 1790, Sir Benjamin Hammett, riuscì a far approvare una legge al Parlamento inglese che pose fine sull'isola all'esecuzione capitale sul rogo.

Roghi moderni[modifica | modifica wikitesto]

Seppure nella nostra società questa forma di condanna a morte sia cessata da alcuni secoli, nel mondo sono ancora frequenti le condanne a morte e i linciaggi che hanno come mezzo di esecuzione il rogo. Nel 1916 in Texas, Jesse Washington, un diciassettenne afroamericano, poco dopo aver subito una condanna a morte per aver stuprato e ucciso una donna, fu trascinato da una folla di bianchi su un rogo, e fu torturato e ucciso. Nel corso del XX secolo, in tutto il Sud degli Stati Uniti, furono numerosissimi i casi di persone di colore bruciate su roghi improvvisati o bruciate nelle proprie case dai membri del Ku Klux Klan.

In Italia, prima della marcia su Roma, vi furono casi di persone bruciate vive negli incendi delle case del popolo, appiccati dalle squadre fasciste: una di queste è stata portata sugli schermi da Bernardo Bertolucci nel film Novecento. Durante la seconda guerra mondiale il fuoco era poi spesso utilizzato dalle truppe nazifasciste sia per far scomparire i corpi delle vittime delle rappresaglie contro la popolazione civile, fossero queste già morte o agonizzanti, come è avvenuto, ad esempio, a Sant'Anna di Stazzema[2][3], sia come vero e proprio mezzo di esecuzione capitale, come verificatosi a Lipa[4]. Nell'Africa animista coinvolgono le persone accusate di stregoneria ma, seppur per fini differenti, sono praticate anche in India.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Rosa Maria Corti Terragni, Pagur e rimedi
  • Agostino Borromeo L'Inquisizione - Atti del simposio internazionale
  • Malcom Lambert, I Catari

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gabriel Sagard, Le grand voyage au pays des Hurons, Biblioteque Quebecoise, Montreal, 2007
  2. ^ Paolo Brogi, L'eccidio di S'Anna di Stazzema in Corriere della Sera. URL consultato il 29 gennaio 2009.
  3. ^ Christiane Kohl, Parla il boia di Sant'Anna "Così uccidevamo gli italiani" in Repubblica. URL consultato il 29 gennaio 2009.
  4. ^ Strage di Lipa. URL consultato il 29 gennaio 2009.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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