Macaone (mitologia)

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Macaone il chirurgo cura la ferita di Menelao, causata da una freccia di Pandaro. Opera tratta dal Diario medico.

Macaone è un personaggio della mitologia greca, figlio di Asclepio ed Epione, fratello di Podalirio. Celebre medico, imparò le sue arti guaritrici dal padre e dal maestro Chirone. Era tra i pretendenti di Elena.

Il mito[modifica | modifica sorgente]

Nella guerra di Troia[modifica | modifica sorgente]

Giunse al porto di Aulide insieme al fratello Podalirio, portando con sé 40 navi. Curava le ferite degli Achei ma combatteva comunque nelle battaglie. Guarì la ferita di Menelao causatagli dalla freccia di Pandaro. Venne a sua volta ferito quando i troiani attaccarono il muro acheo e fu costretto a ritirarsi insieme a Nestore nella sua tenda. Curò l’ulcera di Filottete quando questi venne portato via dall’isola di Lemno dove era stato confinato.

La morte[modifica | modifica sorgente]

Secondo la tradizione più accreditata, ripresa anche nell'Eneide, fu tra i guerrieri che si nascosero nel cavallo di legno e morì per mano di Euripilo, figlio di Telefo, secondo un’altra tradizione morì prima della conquista di Troia e fu l’amazzone Pentesilea a ucciderlo. La sua salma venne riportata in Grecia da Nestore.

Letteratura postclassica[modifica | modifica sorgente]

Macaone è invocato da Antonio Abati nella sua opera Le Frascherie. Nella sua satira sulla pazzia scrive:

« Sian de’ fusti d’Anticira ripiene
Spetial Botteghe, e Machaone dia
Con gli Ellebori suoi purga à le vene. »
(Antonio Abati, Frascherie, Fascio II, p. 182)

Macaone è visto cioè quale dispensatore di "libertà" se accettiamo le sue medicine anti-inibitorie. Da questa esortazione si evince forse una concessione nell'assunzione di Elleboro. Il riferimento ad Anticira città greca famosa per l'abbondante rigoglio di tale pianta è desunto da un luogo delle Satire di Persio (Sat. IV, 16).

I nomi di Macaone e di suo fratello Podalirio sono stati attribuiti da Linneo a due specie di farfalle: Papilio machaon e Iphiclides podalirius.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

  • Omero, Iliade, libro II, versi 731-732; libro IV, versi 200-219; libro XI, versi 505-518.
  • Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, libro III, 10, 8; Epitome, IV, 5, ; V, 1.
  • Igino, Fabulae 81, 97 e 108.
  • Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, IV, 71.
  • Pausania, Periegesi della Grecia, II, 11, 5.

Traduzione delle fonti[modifica | modifica sorgente]

  • Rosa Calzecchi Onesti, Omero. Iliade, seconda edizione, Torino, Einaudi, 1990, ISBN 978-88-06-17694-5. Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.
  • Marina Cavalli, Apollodoro, Biblioteca. Testo originale a fronte, Milano, Oscar Mondadori, 2008, ISBN 978-88-04-55637-4. Traduzione di Marina Cavalli.

Moderna[modifica | modifica sorgente]

  • Pierre Grimal, Dizionario di mitologia, Parigi, Garzanti, 2005, ISBN 88-11-50482-1.. Traduzione di Pier Antonio Borgheggiani.
  • Robert Graves, I miti greci, Milano, Longanesi, ISBN 88-304-0923-5.
  • Angela Cerinotti, Miti dell'antica Grecia e di Roma Antica, Verona, Demetra, 1998, ISBN 978-88-440-0721-8.
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