Remo (Eneide)

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Remo (lat. Remus) è un personaggio del poema epico in lingua latina Eneide di Virgilio.

Il mito[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Remo compare nel nono libro del poema, tra gli italici che muovono guerra a Enea. È un giovane condottiero alla testa di un contingente di Rutuli, nel quale risultano arruolati l'aitante giovinetto Serrano e altri due guerrieri di nome Lamiro e Lamo.

Come tutti i guerrieri importanti, Remo combatte su un carro; ha al proprio servizio un ragazzo con il ruolo di scudiero e un altro che gli fa da auriga. Nella traduzione di Adriano Bacchielli viene omessa la figura dello scudiero.

La morte[modifica | modifica sorgente]

Nel nono libro dell'Eneide, Virgilio descrive la sortita notturna compiuta da Eurialo e Niso all'interno del campo degli italici addormentati.

Dopo aver sgozzato il re Ramnete e tre suoi servi, Niso si dirige verso gli alloggiamenti di Remo uccidendo allo stesso modo per primo lo scudiero e poi l'auriga colto sotto i cavalli. Annibal Caro e Stefano Stefani nelle loro traduzioni immaginano solo quest'ultimo con la spada ficcata nella gola riversa: entrambi intendono l'espressione pendentia colla del verso 331 con un plurale usato poeticamente al posto del singolare, evitando così di precisare in che modo vengano colpiti il compagno e le precedenti vittime; per i due traduttori, inoltre, il ciondolare della testa dell'auriga è conseguenza del colpo di spada che egli riceve:

"Tris iuxta famulos temere inter tela iacentis
Armigerumque Remi premit aurigamque sub ipsis
Nanctus equis ferroque secat pendentia colla."

(Publio Virgilio Marone, Eneide, IX 330-31)

"Poi tre servi
accanto a lui sorprende, alla rinfusa
in mezzo all'armi placidi giacenti,
e l'auriga di Remo fra i cavalli;
e taglia loro la riversa gola"

(traduzione di Adriano Bacchielli)

"Tre suoi famigli, che dormendo appresso
Giacean fra l'armi rovesciati a caso,
Tutti in un mucchio uccise, e un valletto
Ch'era di Remo, e sotto i suoi cavalli
Lo stesso auriga. A costui trasse un colpo
Che gli mandò giù ciondoloni il collo"

(traduzione di Annibal Caro)

 " Tre donzelli fra l'arme arrovesciati,
un valletto di Remo, e sotto a' suoi
destrier l'auriga trucidò: facea
col ferro a questo ciondolar la testa "

(traduzione di Stefano Stefani)

Segue l'atroce sorte del signore, che Niso decapita di netto con la spada: il letto su cui Remo è coricato si cosparge immediatamente del sangue che fuoriesce dal busto singhiozzante; un rio così copioso da impregnare anche il terreno.

"Tum caput ipsi aufert domino truncumque relinquit
Sanguine singultantem: atro tepefacta cruore
Terra torique madent [...]"

(Publio Virgilio Marone, Eneide, vv.332-34)

"Poi con un colpo mozza il capo al sire
e lascia il tronco sussultar nel sangue
che il letto intiepidisce e il suolo imbruna"

(traduzione di Adriano Bacchielli)

"Indi al padron di netto lo recise
Sì, che spicciando 'l sangue d'ogni vena,
La terra, lo stramazzo e 'l desco intrise"

(traduzione di Annibal Caro)

 " a Remo indi la spicca: il sangue a rivi
sgorga dal tronco. L'origlier, la terra
corrono sangue "

(traduzione di Stefano Stefani)

Raffronto con l'Iliade[modifica | modifica sorgente]

L'episodio della strage dei Rutuli addormentati prende le mosse dal decimo libro dell'Iliade, dove Diomede, uscito nottetempo dal campo acheo per cercare di uccidere qualche nemico, fa prigioniero Dolone, un araldo troiano inviato da Ettore come spia: nel tentativo di salvarsi la pelle, Dolone indica la tenda del giovane re trace Reso, che verrà ucciso nel sonno insieme a dodici suoi uomini dall'eroe acheo. Nel passo omerico nessuno dei Traci viene decollato: Diomede riserva questa sorte a Dolone per punirlo del suo tradimento, facendo macabramente ruzzolare la testa ancora parlante nella polvere. Tale dettaglio viene sostituito da Virgilio con quello non meno raccapricciante dei singhiozzi provenienti dal busto di Remo; peraltro non gli unici, in quanto nei versi successivi il poeta dice che questa sorte tocca anche ai suoi guerrieri Lamiro, Lamo, Serrano.

Interpretazione e realtà storica[modifica | modifica sorgente]

 " poi mozza il capo al sire, e lascia il busto
singhiozzante di sangue; il suolo e il letto
s'impregnan bruni de la calda vena.
Lamiro e Lamo ancor e il giovinetto
Serrano che giocato quella notte
aveva tanto, bello di sembianze,
e che domo giacea dal molto iddio:
felice, se traea lungo il suo gioco
quanto la notte insino a'primi raggi! "

(Eneide, IX 332-36, traduzione di Giuseppe Albini)

Il sangue di Remo e dei guerrieri che vengono decapitati dopo di lui, inondando la terra, ne contribuisce alla fecondazione. A iniziare dal condottiero: su quel terreno secoli dopo sorgerà l'Urbe, per opera di un altro Remo. Analoga la sorte di Lamiro, Lamo e Serrano: con l'onomastica dei primi due che adombra la futura gens Lamia, mentre Serranus è l'agnomen che riceverà uno dei membri appartenenti a un'altra importante famiglia di Roma antica, quella degli Atilii. Nell'interpretazione di Virgilio, la città eterna conserva dunque non solo la memoria dei Troiani, ma anche quella dei loro nemici italici.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Traduzione delle fonti[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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