Omero

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Ritratto immaginario di Omero, copia romana del II secolo d.C. di un'opera greca del II secolo a.C. Conservato al Museo del Louvre di Parigi.
« "Fanciulle, qual valente cantore tra voi s'aggira, più soave tra tutti, e che più gaie vi rende?"
"È un cieco, e dimora nella pietrosa Chio." »
(Pseudo-Omero, Inno ad Apollo)

Omero (gr. Ὅμηρος) è il nome con cui è storicamente identificato il poeta greco autore dell'Iliade e dell'Odissea — i due massimi poemi epici della letteratura greca antica. Nell'antichità gli erano state attribuite anche altre opere: il poemetto giocoso Batracomiomachia, i cosiddetti Inni omerici, il poemetto Margite e vari poemi del Ciclo epico.[1]

Già dubbie le attribuzioni della sua opera presso gli antichi, solo a partire dalla seconda metà del Seicento si iniziò a dubitare dell'esistenza stessa del poeta, dando inizio alla cosiddetta "questione omerica".

Etimologia del nome[modifica | modifica wikitesto]

Il suo nome, probabilmente greco, è stato oggetto sin dall'antichità di varie spiegazioni paretimologiche:

  1. ὁ μὴ ὁρῶν (o mè oròn) "colui che non vede" (la tradizione infatti lo vuole cieco; la cecità ha nell'antichità connotazione sacrale e spesso era simbolo di doti profetiche e di profonda saggezza. La mancanza della vista era colmata dall'ispirazione proveniente dalle Muse; molti aedi erano ciechi, anche Demodoco nell'Odissea)
  2. ὅμηρος (hómeros) "l'ostaggio", "pegno", ma anche "il cieco" (come "persona che si accompagna a qualcuno", da ὁμοῦ ἔρχομαι (homù èrchomai), "vado insieme")
  3. ὀμηρεῖν ("omerèin") "incontrarsi"; vi erano infatti delle piccole riunioni, definibili anche assemblee, nei gruppi di "Omerìdi" che narravano quei canti che in seguito sarebbero stati i costituenti dei poemi più famosi dell'età greca arcaica.

Tradizione biografica[modifica | modifica wikitesto]

Omero e la Sua Guida, di William-Adolphe Bouguereau (18251905)

I tentativi di costruire una biografia di quello che si è sempre ritenuto il primo poeta greco sono confluiti in un corpus di sette biografie comunemente indicate come Vite di Omero. La più estesa e dettagliata è quella attribuita, con tutta probabilità erroneamente, ad Erodoto, e perciò definita Vita Herodotea. Un'altra biografia molto popolare tra gli antichi autori è quella attribuita, ma erroneamente, a Plutarco. Ad esse si può aggiungere come ottava testimonianza di simili interessi biografici l'anonimo Agone di Omero e Esiodo. Alcune delle genealogie mitiche di Omero tramandate da queste biografie sostenevano che fosse figlio della ninfa Creteide, altre lo volevano discendente di Orfeo, il mitico poeta della Tracia che rendeva mansuete le belve con il suo canto.

Una parte notevolmente importante nella tradizione biografica di Omero verteva intorno alla questione della sua patria. Nell'antichità ben sette città si contendevano il diritto di aver dato i natali a Omero: prime tra tutte Chio, Smirne e Colofone, poi Atene, Argo, Rodi e Salamina. La maggioranza di queste città si trova nell'Asia minore, e precisamente nella Ionia. In effetti, la lingua di base dell'Iliade è il dialetto ionico: questo dato attesta però soltanto che la formazione dell'epica è probabilmente da collocarsi non nella Grecia odierna, ma nelle città ioniche della costa anatolica, e non ci dice nulla sulla reale esistenza di Omero, né tanto meno sulla sua provenienza.

L'Iliade contiene anche, oltre alla base ionica, molti eolismi (termini eolici). Pindaro suggerisce perciò che la patria di Omero potrebbe essere Smirne: una città sulla costa occidentale dell'attuale Turchia, abitata appunto sia da Ioni che da Eoli. Quest'ipotesi è stata però privata del suo fondamento quando gli studiosi si sono resi conto che molti di quelli che venivano considerati eolismi erano in realtà parole achee.

Secondo Simonide, invece, Omero era di Chio; di certo sappiamo solo che nella stessa Chio c'era un gruppo di rapsodi che si definivano “Omeridi”. Inoltre, in uno tra i tanti inni a divinità che vennero attribuiti ad Omero, l'Inno ad Apollo, l'autore definisce se stesso “uomo cieco che abita nella rocciosa Chio”. Accettando dunque come scritto da Omero l'Inno ad Apollo, si spiegherebbero sia la rivendicazione dei natali del cantore da parte di Chio, sia l'origine del nome (da ὁ μὴ ὁρῶν, ho mē horōn, il cieco). Erano queste, probabilmente, le basi della convinzione di Simonide. Tuttavia, entrambe le affermazioni, quella di Pindaro e quella di Simonide, mancano di prove concrete.

Secondo Erodoto[2] Omero sarebbe vissuto quattrocento anni prima della sua epoca, quindi verso la metà del IX secolo a.C.; in altre biografie Omero risulta invece nato in epoca posteriore, perlopiù verso l'VIII secolo a.C..La contraddittorietà di queste notizie non aveva incrinato nei Greci la convinzione che il poeta fosse veramente esistito, anzi aveva contribuito a farne una figura mitica, il poeta per eccellenza.

Anche sul significato del nome di Omero si sviluppò la discussione. Nelle Vite, si dice che il vero nome di Omero sarebbe stato Melesigene, cioè (secondo l'interpretazione contenuta nella Vita Herodotea) “nato presso il fiume Meleto”. Il nome Omero sarebbe quindi un soprannome: tradizionalmente lo si faceva derivare o da ὁ μὴ ὁρῶν (il cieco), oppure da ὅμηρος (homēros, che significherebbe ostaggio).

Inevitabilmente un'ulteriore discussione si accese sul rapporto cronologico esistente tra Omero e l'altro cardine della poesia greca, Esiodo. Come si può vedere dalle Vite, c'era sia chi pensava che Omero fosse vissuto in età anteriore ad Esiodo, sia chi riteneva che fosse invece più giovane, e anche chi li voleva contemporanei. Nel già citato Agone si racconta di una gara poetica tra Omero e Esiodo, indetta in occasione dei funerali di Anfidamante, re dell'isola di Eubea. Al termine della gara, Esiodo lesse un passo delle Opere e Giorni dedicato alla pace e all'agricoltura, Omero uno dell'Iliade consistente in una scena di guerra. Per questo il re Panede, fratello del morto Anfidamante, assegnò la vittoria ad Esiodo. Sicuramente, in ogni caso, questa leggenda è del tutto priva di fondamento.

Sostanzialmente, in conclusione, nessuno dei dati fornitici dalla tradizione biografica antica ci consente affermazioni anche solo possibili per stabilire la reale esistenza storica di Omero. Anche per queste ragioni, oltre che sulla base di considerazioni approfondite sulla probabile composizione orale dei poemi (cfr. più sotto), la critica ha ormai da tempo quasi generalmente concluso che non sia mai esistito un distinto autore di nome Omero a cui ricondurre nella loro integrità i due poemi maggiori della letteratura greca.

La questione omerica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Questione omerica.
Statua raffigurante Omero

L'età antica[modifica | modifica wikitesto]

I numerosi problemi relativi alla reale esistenza storica di Omero e alla composizione dei due poemi diedero origine a quella che si è soliti definire "questione omerica", che per secoli ha cercato di stabilire se fosse mai realmente esistito un poeta di nome Omero e quali opere, tra tutte quelle legate alla sua figura, gli si potessero eventualmente attribuire; o, in alternativa, quale sia stato il processo di composizione dell'Iliade e dell'Odissea. La paternità della questione viene tradizionalmente attribuita a tre studiosi: François Hédelin abate d'Aubignac (1604-1676), Giambattista Vico (1668-1744) e soprattutto Friedrich August Wolf (1759-1824).

I dubbi intorno ad Omero e alla reale entità della sua produzione sono però ben più antichi. Già Erodoto, in un passo della sua storia delle guerre persiane (2, 116-7), dedica una breve digressione alla questione della paternità omerica dei Cypria, concludendo, in base a incongruenze narrative con l'Iliade, che essi non possano essere opera di Omero, ma debbano essere attribuiti ad un altro poeta.

La prima testimonianza relativa ad una redazione complessiva, nella forma dei due poemi, dei vari canti prima diffusi separatamente risale fino al VI secolo a.C., ed è legata al nome di Pisistrato, tiranno di Atene tra il 561 e il 527 a.C. Dice infatti Cicerone nel suo De Oratore: “primus Homeri libros confusos antea sic disposuisse dicitur, ut nunc habemus” (Si dice che Pisistrato per primo avesse ordinato i libri di Omero, prima confusi, così come ora li abbiamo). È stata così sostenuta un'ipotesi secondo cui nella biblioteca che, stando ad alcune fonti, Pisistrato avrebbe organizzato ad Atene fosse contenuta l'Iliade di Omero, fatta realizzare dal figlio Ipparco. Tuttavia, la tesi della cosiddetta "redazione pisistratea" è stata screditata, così come l'esistenza stessa di una biblioteca ad Atene nel VI secolo a.C.: il filologo italiano Giorgio Pasquali affermava che, supponendo l'esistenza di una biblioteca ad Atene in quel periodo, non si vede cosa avrebbe potuto contenere, per il numero ancora relativamente ridotto di opere prodotte e per l'uso non ancora preminente della scrittura a cui affidarle.

Una parte dei critici antichi, rappresentata soprattutto dai due grammatici Xenone ed Ellanico, noti come i χωρίζοντες (chorizontes, ovvero "separatisti"), confermavano invece l'esistenza di Omero, ma ritenevano che non tutti e due i poemi fossero da ricondurre a lui, e perciò gli attribuivano unicamente l'Iliade, mentre ritenevano l'Odissea composta oltre cent'anni dopo da un ignoto aedo.

Nell'antichità furono soprattutto Aristotele e i grammatici alessandrini a occuparsi della questione. Il primo affermava l'esistenza di Omero, ma, tra tutte le opere legate al suo nome, gli attribuiva la composizione soltanto di Iliade, Odissea e Margite. Fra gli alessandrini, i grammatici Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia formularono l'ipotesi destinata a restare la più diffusa fino all'avvento dei filologi oralisti. Essi sostenevano l'esistenza di Omero e gli attribuivano soltanto l'Iliade e l'Odissea; inoltre, sistemarono le due opere nella versione che possediamo oggi e ne espunsero i passi a loro dire corrotti e integrarono alcuni versi.

Una precisazione della tesi di Aristarco si può considerare la conclusione, dovuta a ragioni stilistiche, a cui giunge l'anonimo del Sublime, secondo cui Omero avrebbe composto l'Iliade in giovane età e l'Odissea da vecchio.

La nuova formulazione moderna della questione[modifica | modifica wikitesto]

« La poesia viva, quella che dà vita a tutto ciò che tocca, è di tutti i tempi e di tutti i paesi, e per questa qualità divina il poeta più moderno di tutti i tempi è Omero »
(Mario Rapisardi)

Simili discussioni ricevettero uno scossone con la composizione dell'opera dell'abate d'Aubignac Conjectures académiques ou dissertation sur l'Iliade (1664, ma pubblicata postuma nel 1715), in cui si sosteneva che Omero non fosse mai esistito, e che i poemi come noi li leggiamo siano il frutto di un'operazione redazionale che avrebbe riunito in un unico testo episodi epici originariamente isolati.

In questa nuova fase della critica omerica, la posizione di Giambattista Vico, che solo in epoca recente è entrata a far parte della storia della “questione omerica”, riveste in realtà un ruolo importantissimo. Proprio nel capitolo della Scienza Nuova (ultima edizione del 1744) dedicato a “la discoverta del vero Omero” si ha infatti la prima formulazione dell'oralità originaria della composizione e della trasmissione dei poemi. In Omero, secondo Vico (come già aveva affermato d'Aubignac, che Vico non conosceva), non bisogna riconoscere una reale figura storica di poeta, ma una personificazione della facoltà poetica del popolo greco.

Nel 1788 vengono infine pubblicati da Jean-Baptiste-Gaspard d'Ansse de Villoison gli scolii omerici contenuti a margine del più importante manoscritto dell'Iliade, il Veneto Marciano A, che costituiscono una fonte fondamentale di conoscenze sull'attività critica compiuta sui poemi in età ellenistica. Lavorando su questi scolii, Friedrich August Wolf nei celebri Prolegomena ad Homerum (1795) tracciò per la prima volta la storia del testo omerico qual è ricostruibile per il periodo che va da Pisistrato fino all'epoca alessandrina. Spingendosi poi ancora più indietro, Wolf avanzò nuovamente l'ipotesi che già era stata di Vico e di d'Aubignac, sostenendo l'originaria composizione orale dei poemi, che poi sarebbero stati trasmessi sempre oralmente almeno fino al V secolo a.C.

Analitici e unitari[modifica | modifica wikitesto]

Le conclusioni di Wolf secondo cui i poemi omerici non sarebbero opera di un singolo poeta, ma di più autori che operavano oralmente, portarono la critica a orientarsi in due schieramenti. La prima a svilupparsi fu la cosiddetta critica analitica o separatista: sottoponendo i poemi ad una capillare indagine linguistica e stilistica, gli analitici si proponevano di individuare tutte le eventuali cesure interne ai due poemi con lo scopo di riconoscere le personalità dei diversi autori di ogni episodio. I principali analitici (chorizontes) furono: Gottfried Hermann (1772-1848), secondo cui i due poemi omerici deriverebbero da due nuclei originali ("Ur-Ilias", intorno all'ira di Achille, e "Ur-Odyssee", incentrata sul ritorno di Odisseo), a cui sarebbero state fatte aggiunte ed ampliamenti; Karl Lachmann (1793-1851), le cui teorie trovano una certa analogia con quelle di Hédelin d'Aubignac, secondo cui la Iliade sarebbe composta da 16 canti popolari riuniti e poi trascritti per ordine di Pisistrato (Kleinliedertheorie); Adolf Kirchoff, che, studiando l'Odissea, teorizzò che fosse composta da tre poemi indipendenti (la Telemachia, il νόστος o viaggio di ritorno di Ulisse e l'arrivo in patria); Ulrich von Wilamowitz Moellendorff (1848-1931), il quale sosteneva che Omero avesse raccolto e rielaborato dei canti tradizionali, organizzandoli attorno ad un unico tema.

A questo indirizzo della critica si opposero naturalmente le posizioni di quegli studiosi che, come Wolfgang Schadewaldt, credevano di poter trovare nei vari rimandi interni ai poemi, nei procedimenti di anticipazione di episodi non ancora avvenuti, nella distribuzione dei tempi e nella struttura dell'azione le prove di un'unità d'origine nella concezione delle due opere. I due poemi sarebbero stati composti fin dall'inizio in modo unitario, con una struttura ben congegnata e una serie di episodi appositamente predisposti in vista di un fine, senza con ciò negare eventuali inserzioni avvenute in seguito, nel corso dei secoli e col procedere delle recitazioni. È senz'altro significativo che proprio Schadewaldt, uno degli esponenti principali della corrente unitaria, abbia anche dato fede al nucleo centrale, se non ai singoli dettagli narrativi, delle Vite omeriche, cercando di estrapolare la verità dalla leggenda e di ricostruire una figura di Omero storicamente verosimile.

L'ipotesi oralistica[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Omero nel museo di Ercolano

Almeno nei termini in cui era tradizionalmente formulata, la questione omerica è lontana dall'essere risolta, perché in realtà è probabilmente insolubile. Nel secolo scorso, le domande ormai classiche intorno a cui si era fino allora imperniata la questione omerica cominciarono in effetti a perdere di senso di fronte ad una nuova impostazione del problema resa possibile dagli studi sui processi di composizione dell'epica nelle culture pre-letterarie effettuati sul campo da alcuni studiosi americani.

Il pioniere di questi studi, ed il principale tra quelli che vengono definiti "filologi oralisti", fu Milman Parry, studioso americano, che formulò la prima versione della sua teoria in L'epithète traditionelle dans Homère. Essai sur un problème de style homérique (1928). Nella teoria di Parry (che non era specificamente un omerista), auralità e oralità sono la chiave di lettura: gli aedi avrebbero cantato improvvisando, o meglio impostato elementi via via innovativi su di una matrice standard; oppure avrebbero declamato al pubblico dopo aver composto in forma scritta. Ebbene Parry ipotizzò un primo momento in cui i due testi dovettero circolare di bocca in bocca, da padre in figlio, esclusivamente in forma orale; successivamente per esigenze pratiche ed evolutive intervenne qualcuno ad unificare, quasi "cucendoli", i vari tessuti dell'epos omerico, e questo qualcuno potrebbe essere un Omero realmente vissuto o un'équipe rapsodica specializzata sotto il nome "Omero". Il centro della ricerca di Parry riguarda, come dichiara il titolo del suo saggio, l'epiteto tradizionale epico, cioè l'attributo che accompagna il nome nei testi omerici (“piè veloce Achille”, per esempio), che viene studiato nel contesto del nesso formulare che l'insieme nome-epiteto determina. Le conclusioni cardine della teoria di Parry si possono così riassumere:

  • l'epiteto è fisso ed il suo utilizzo è determinato non dal suo significato, ma dal valore metrico che la coppia nome-epiteto viene ad assumere nel verso;
  • l'epiteto ha funzione esclusivamente ornamentale: non aggiunge cioè al nome che accompagna una specificazione necessaria, e spesso nemmeno coerente con le caratteristiche del personaggio che qualifica (Menelao, ad esempio, è costantemente definito nell'Iliade “forte nel grido” anche se non grida mai, e allo stesso modo personaggi moralmente negativi possono essere qualificati con l'aggettivo “valoroso”);
  • l'epiteto è tradizionale, cioè fanno parte di un repertorio d'uso a disposizione dei poeti, che non hanno perciò bisogno di crearne di nuovi, ma attingono ad una preesistente tradizione di aedi.

I principi così costituiti della tradizionalità e della formularità della dizione epica portano Parry a pronunciarsi sulla questione omerica, distruggendone i presupposti in nome dell'unica certezza che un simile studio formulare dei poemi consente di raggiungere: nella loro struttura, l'Iliade e l'Odissea sono assolutamente arcaici, ma questo ci permette solo di affermare che essi rispecchiano una tradizione consolidata di aedi. Questo giustifica la somiglianza stilistica esistente tra i due poemi. Non ci consente però di dire nulla di certo sul loro autore, né su quanti possano esserne stati gli autori.

Subito le tesi di Parry vennero estese su un campo più ampio della coppia nome-epiteto. Walter Arend, in un celebre libro del 1933 (Die typischen Szenen bei Homer), riproponendo le tesi di Parry, notava che non solamente ci sono delle ripetizioni di segmenti metrici, ma anche scene fisse o tipiche (discesa dalla nave, descrizione dell'armatura, morte dell'eroe, etc.), vale a dire scene che si ripetono letteralmente ogni volta che si ripresenta un identico contesto nella narrazione. Individuò quindi dei canoni compositivi globali, che avrebbero organizzato l'intera narrazione: il catalogo, la ring composition e lo schidione.

Infine, Eric Havelock ipotizzò che l'opera omerica fosse in realtà un'enciclopedia tribale: i racconti sarebbero serviti ad insegnare la morale o trasmettere la conoscenza e quindi l'opera avrebbe dovuto essere costruita secondo una struttura educativa.

La tradizione manoscritta[modifica | modifica wikitesto]

Moneta da 50 Dracme raffigurante Omero

L'antichità[modifica | modifica wikitesto]

L'Iliade e l'Odissea vennero fissate per iscritto nella Ionia di Asia, intorno all'VIII secolo a.C.: la scrittura venne introdotta nel 750 a.C. circa; si è supposto che trent'anni dopo, nel 720 a.C., gli aedi (cantori professionisti) potessero già utilizzarla. È probabile che più aedi abbiano cominciato ad usare la scrittura per fissare testi che affidavano completamente alla memoria; la scrittura era null'altro che un nuovo mezzo per agevolare il proprio lavoro, sia per poter lavorare più facilmente sui testi, sia per non dover affidare tutto alla memoria.

Nell'epoca dell'auralità il magma epico cominciò a sedimentarsi nella sua struttura, pur mantenendo una certa fluidità.
È probabile che inizialmente ci fossero un grandissimo numero di episodi e sezioni rapsodiche legati al Ciclo Troiano; vari autori, nell'epoca dell'auralità (cioè intorno al 750 a.C. circa) operarono una cernita, scegliendo da questa ingente mole di racconti un numero sempre più esiguo di sezioni, numero che se per Omero fu 24, per altri autori poteva essere 20, o 18, o 26, o anche 50. Quel che è certo è che la versione di Omero si impose sulle altre; benché dopo di lui altri aedi avessero continuato a selezionare continuamente episodi per creare la “loro” Iliade, essi tennero conto che la versione dell'Iliade più in voga era quella di Omero. In sostanza, non tutti gli aedi cantavano la stessa Iliade, e non si arrivò mai ad avere un testo standard per tutti; c'erano una miriade di testi simili tra loro, ma con leggere differenze.

Durante l'auralità, Il poema non ha ancora una struttura definitivamente chiusa.
Non possediamo l'originale più antico dell'opera, ma è probabile che già nel VI secolo a.C. ne circolassero degli esemplari.

L'auralità non consentì di stabilire delle edizioni canoniche. Dagli scolii omerici abbiamo notizia di edizioni dei poemi preparate dalle singole città e dette perciò κατὰ πόλεις (kata poleis): Creta, Cipro, Argo e Marsiglia avevano ciascuna la sua versione locale dei poemi di Omero. Le varie edizioni κατὰ πόλεις non erano probabilmente molto discordanti tra di loro. Abbiamo anche notizia di edizioni precedenti all'ellenismo, dette πολυστικός, “con molti versi”; queste edizioni si caratterizzavano per un numero di versi maggiore di sezioni rapsodiche rispetto alla vulgata alessandrina; varie fonti ce ne parlano, ma non ne conosciamo l'origine.

Oltre a queste edizioni approntate dalle diverse città, sappiamo anche dell'esistenza di edizioni κατ'ἄνδρα (kat'andra), cioè preparate da singoli individui per personaggi illustri che desideravano avere delle edizioni proprie. Un esempio celebre è quello di Aristotele, che si fece creare un'edizione dell'Iliade e dell' Odissea per farla leggere ad Alessandro Magno, suo discepolo, intorno alla fine del IV secolo a.C.

In questo stato di cose, i poemi omerici furono inevitabilmente soggetti ad alterazioni e interpolazioni per quasi quattro secoli prima dell'età alessandrina. I rapsodi, recitando il testo trasmesso per via orale, e quindi non fissato stabilmente, vi potevano inserire o sottrarre parti, invertire l'ordine di certi episodi, accorciarne o ampliarne certi altri. Inoltre, poiché l'Iliade e l'Odissea erano la base dell'insegnamento elementare (generalmente i piccoli greci imparavano a leggere esercitandosi sui poemi di Omero) non è improbabile che i maestri semplificassero i poemi affinché fossero di più facile comprensione per i bambini, anche se la critica recente tende a minimizzare la portata di questi interventi scolastici.
Probabilmente più estesi furono gli interventi mirati a correggere alcuni particolari scabrosi appartenenti a usanze e credenze non più in accordo con la mentalità più moderna, specialmente per quanto riguarda l'atteggiamento nei confronti delle divinità. In effetti, fin dall'inizio la rappresentazione eccessivamente terrena degli dèi omerici (litigiosi, lussuriosi e sostanzialmente non estranei ai vari vizi degli uomini) turbò i destinatari più attenti (celebre è soprattutto la critica rivolta alle divinità omeriche da Senofane di Colofone). Gli scolii ci attestano un certo numero di interventi, anche piuttosto cospicui (a volte potevano venire soppresse anche decine di versi consecutivi) intesi proprio a smussare questi aspetti non più compresi o condivisi.

Alcuni studiosi ritengono che, col tempo, si sia arrivati a una sorta di testo base attico, una vulgata attica (la parola vulgata viene usata dagli studiosi in riferimento alla Vulgata di San Girolamo, che all'inizio dell'era cristiana analizzò le varie versioni latine della Bibbia esistenti e le unificò in un testo latino definitivo, che chiamò appunto vulgata – per il volgo, da divulgare).

Gli antichi grammatici alessandrini tra il III e il II secolo a.C. concentrarono il loro lavoro di filologia del testo su Omero, sia perché il materiale era ancora molto confuso, sia perché egli era universalmente riconosciuto come il padre della letteratura greca. Il lavoro degli alessandrini viene in genere indicato col termine emendatio, versione latina del greco διὼρθωσις, che consisteva nell'eliminare le varie interpolazioni e nel ripulire il poema dai vari versi formulari suppletivi, formule varianti che entravano anche tutte insieme. Si arrivò dunque ad un testo definitivo. Il contributo principale fu quello di tre grandi filologi, vissuti tra la metà del terzo secolo e la metà del secondo: Zenodoto di Efeso forse elaborò la numerazione alfabetica dei libri e quasi sicuramente inventò un segno critico, l'obelos, per indicare i versi a suo parere interpolati; Aristofane di Bisanzio, di cui non ci resta nulla, ma pare fosse stato un gran commentatore, inserì il prosodio, i segni critici (come la crux) e gli spiriti; Aristarco di Samotracia operò un'ampia (e oggi considerata eccessiva) atticizzazione, dal momento che egli era convinto che Omero fosse di Atene, e si occupò di scegliere una lezione per ogni vocabolo “dubbio”, curandosi anche di mettere un obelos con le altre lezioni scartate; non è ancora chiaro in quale misura si sia basato sul proprio giudizio e in quale invece sulla comparazione delle varie copie a sua disposizione.

Il testo di Aristarco finì con l'imporsi su quello dei suoi predecessori, ma il testo dell'Iliade oggi a nostra disposizione è piuttosto diverso da quello di Aristarco. Su 874 punti in cui egli scelse una particolare lezione, solo 84 tornano nei nostri testi; la vulgata alexandrina corrisponde quindi alla nostra solo per il 10%. Questo dimostra che il testo della vulgata alessandrina non era definitivo; è probabile che nella stessa biblioteca d'Alessandria d'Egitto, dove gli studiosi erano famosi per i loro litigi, ci fossero più versioni dell'Iliade. I motivi per cui il testo alessandrino di Aristarco non riuscì a influenzare fortemente la tradizione sono spiegate dal grecista Raffaele Cantarella: per quanto elaborato a livello critico, il testo aristarcheo era stato realizzato in un ambiente culturalmente elitario di una zona periferica del mondo greco com'era Alessandria; è quindi inevitabile che anche in età ellenistica circolassero più versioni del testo omerico, probabilmente influenzate dalle varie tradizioni orali e rapsodiche.

Secondo l'interpretazione più probabile, i grammatici alessandrini spiegavano le loro scelte testuali in commenti separati, a cui rimandavano i vari segni critici apposti al testo vero e proprio. Questi commenti si definivano col termine ὑπομνήματα (commentarii), nessuno dei quali ci è pervenuto. Da essi derivano però le osservazioni marginali tramandate insieme al testo dei poemi nei codici medievali, gli scolii (σχόλια), che rappresentano per noi dei ricchi repertori di osservazioni al testo, note, lezioni, commenti. Il nucleo fondamentale di questi scolii si formò probabilmente nei primi secoli dell'era cristiana: quattro grammatici (Didimo, Aristonico, Nicanore e Erodiano), vissuti tra il III e il II secolo a.C. dagli studiosi alessandrini, dedicarono ai poemi omerici (soprattutto l'Iliade), dei commenti linguistici e filologici che si rifacevano alle osservazioni critiche dei grammatici alessandrini. Gli studi di questi quattro grammatici vennero poi compendiati da uno scoliasta successivo (forse di epoca bizantina) nell'opera comunemente nota come “Commento dei Quattro”.

Intorno alla metà del II secolo, dopo il lavoro di Alessandria, circolavano quindi il testo alessandrino e residui di altre versioni. Di certo gli alessandrini stabilirono il numero di versi e la suddivisione dei libri.
Dal 150 a.C. sparirono le altre versioni testuali e si impose un unico testo dell'Iliade; tutti i papiri ritrovati da quella data in poi corrispondono ai nostri manoscritti medievali: la vulgata medievale è la sintesi di tutto quanto.

Il Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Nel Medioevo occidentale non era diffusa la conoscenza del greco, nemmeno tra personaggi come Dante o Petrarca; uno dei pochi che lo conosceva era Boccaccio, che lo imparò a Napoli da Leonzio Pilato. L'Iliade era conosciuta in occidente grazie alla Ilias tradotta in latino di età neroniana.
Prima dei lavoro dei grammatici Alessandrini, il materiale di Omero era molto fluido, ma anche dopo di esso altri fattori continuarono a modificare l'Iliade, e per arrivare alla κοινὴ omerica bisogna aspettare il 150 a.C. L'Iliade fu molto più copiata e studiata dell'Odissea.

Nel 1170 Eustazio di Salonicco contribuì in modo significativo a questi studi.

Nel 1453 Costantinopoli fu presa dai turchi; un grandissimo numero di profughi dall'oriente emigrò verso l'occidente, portando con sé una gran mole di manoscritti. Questo accadde fortunatamente in concomitanza con lo sviluppo dell'Umanesimo, tra i punti principali del quale c'era lo studio dei testi antichi.

L'età moderna e contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1920 ci si rese conto che era impossibile fare uno stemma codicum per Omero perché, già in quell'anno, escludendo i frammenti papiracei, c'erano ben 188 manoscritti, e perché non si riesce a risalire ad un archetipo di Omero. Spesso i nostri archetipi risalgono al IX secolo d.C., quando a Costantinopoli il patriarca Fozio si preoccupò che tutti i testi scritti in alfabeto greco maiuscolo fossero traslitterati in minuscolo; quelli che non furono traslitterati, sono andati persi. Per Omero tuttavia non esiste un solo archetipo: le translitterazioni avvennero in più luoghi contemporaneamente.

Il nostro più antico manoscritto capostipite completo dell'Iliade è il Marcianus 454a, conservato nella Biblioteca Marciana di Venezia; risale al X secolo d.C., quando Bessarione, rettore della Biblioteca di Venezia, lo ricevette dall'oriente da Giovanni Aurispa. I primi manoscritti dell'Odissea sono invece dell'XI secolo d.C.

L'editio princeps dell'Iliade è stata stampata nel 1488 a Firenze da Demetrio Calcondila. Le prime edizioni veneziane, dette aldine dallo stampatore Aldo Manuzio, furono ristampate ben tre volte, nel 1504, 1517, 1521, indice questo senza dubbio del gran successo sul pubblico dei poemi omerici.

Un'edizione critica dell'Iliade verrà stampata solo nel 1920, edita da David Binning Monro e T. W. Allen di Oxford – da qui il nome oxoniensis attribuito a quell'edizione. L'Odissea fu stampata nel 1919 da Allen.

Religione e antropologia in Omero[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Uomo nei poemi omerici.
Jean-Auguste-Dominique Ingres, L'Apoteosi di Omero

La religione greca era fortemente ancorata al mito e infatti in Omero si dispiega tutta la religione olimpica (carattere panellenico).

Secondo alcuni, la religione omerica ha forti caratteri primitivi e recessivi:

  • antropomorfismo: gli dei hanno, oltre all'aspetto, anche le passioni in comune con gli uomini
  • zoomorfismo: alcuni dei greci conservano tracce di antichi dei totemici, zoomorfi, nei loro epiteti ferini.
  • insufficienza escatologica e mistica: non c'è una cultura dell'aldilà e un contatto diretto con la divinità, fatta eccezione per i culti misterici (ad esempio il dionisismo)
  • insufficienza etica: manca la punizione divina

Secondo Walter F. Otto, la religione omerica è il modello più avanzato che la mente umana abbia mai concepito, perché scinde l'essere dall'essere stato.

L'uomo omerico è particolaristico, perché è la somma di parti diverse:

  • σῶμα (sòma): il corpo
  • ψυχή (psyché): il soffio vitale
  • θυμός (thymòs): il centro affettivo
  • φρήν (fren): il centro razionale
  • νοῦς (nùs): l'intelligenza

L'eroe omerico basa il riconoscimento del proprio valore sulla considerazione che la società ha di lui. Questa affermazione è vera a tal punto che alcuni studiosi, in particolare E. Dodds, definiscono tale società come "società della vergogna". Infatti non è tanto la colpa oppure il peccato, ma la vergogna a sancire il decadimento dell'eccellenza dell'eroe, la perdita della sua condizione di esemplarità. Quindi un eroe diviene modello per la propria società nella misura in cui gli vengono riconosciute azioni eroiche, mentre in caso queste non gli vengano più attribuite, decade da essere modello e sprofonda nella vergogna.


L'eroe aspira dunque alla gloria (κλέος) e possiede tutte le qualità per conquistarla: vigore fisico, coraggio, forza di sopportazione. Egli non è solamente forte, ma anche bello (καλός καὶ ἀγαθός, bello e valoroso) e solo altri eroi possono affrontarlo e vincerlo. I grandi guerrieri sono anche eloquenti, tengono lunghi discorsi nell'assemblea prima e durante il combattimento. Siamo in una società dominata dall'aristocrazia guerriera in cui la nobiltà di stirpe è sottolineata dalla menzione del padre, della madre e spesso anche degli antenati. L'eroe ha o desidera avere discendenza maschile per perpetuare il prestigio della famiglia in quanto la società è essenzialmente una società di uomini, perché l'uomo rappresenta la continuità della stirpe: è lui che viene ucciso, mentre le donne sopravvivono come preda di guerra e diventano le schiave o concubine dei vincitori. Il premio del valore, oltre che la vittoria sul nemico, è rappresentato anche dalla preda, perciò gli eroi omerici sono ricchi e avidi di ricchezza ed in patria possiedono terre, bestiame, oggetti preziosi. Agamennone deve accompagnare con regali l'ambasceria che invia ad Achille; questi restituisce il cadavere di Ettore, perché così vogliono gli dei, ma nel contempo accetta i preziosi pepli, i talenti d'oro e gli altri oggetti che gli offre Priamo. Le discordie tra eroi sono inevitabili dato che essi sono molto gelosi del loro onore (τιμή), come appare ad esempio nello scontro tra Agamennone ed Achille in cui ciascuno si sentirebbe sminuito nel proprio onore se cedesse (Agamennone esercita i diritti di un re, ad Achille è stato tolto quello che gli spettava come al più forte dei guerrieri). Sconosciuta è la pietà per i vinti, a maggior ragione se si tratta di vendetta: Telemaco impicca di sua mano le ancelle infedeli; Ettore non riesce ad ottenere da Achille neanche l'impegno di restituire il suo corpo. Ma egli aveva ucciso Patroclo, e l'amicizia è un tratto essenziale del mondo eroico. La morte viene sempre accettata con naturalezza ed in battaglia essa è l'unica alternativa alla vittoria: così vuole l'onore. E la narrazione omerica è dignitosa e pacata anche nel descrivere gli orrori della battaglia, le ferite, le uccisioni. Nessuna ricompensa attende l'eroe nell'al di là: egli riceve gli onori funebri dovuti al proprio rango. Quanto alle figure femminili esse sono complesse ed il loro ruolo è prevalentemente passivo, di sofferenza e di attesa, sono le vittime eterne della guerra (Andromaca, Penelope).[3]

La concezione degli dei in Omero è, come già accennato, antropomorfa. Le alterne vicende della guerra vengono decise sull'Olimpo. Gli dei parlano ed agiscono come mortali. Hanno qualità umane in misura incomparabilmente superiore. Il loro riso è inestinguibile (Ἄσβεστος γέλος, ásbestos gélos, "riso inestinguibile"[4]), la loro vita trascorre in mezzo a festosi banchetti: è ciò che l'uomo sogna. I loro sentimenti, i moti dell'animo sono umani: si provocano a vicenda, sono sensibili all'adulazione, iracondi e vendicativi, cedono alle seduzioni, se commettono una colpa possono anche essere puniti. Marito e moglie si tradiscono a vicenda, di preferenza con esseri mortali, senza che questi episodici amori mettano in pericolo le istituzioni divine. Sugli uomini hanno un potere assoluto, talvolta capriccioso, e ne fanno un uso anche crudele. Era acconsentirebbe che Zeus distruggesse Argo, Sparta, Micene, le tre città a lei care, purché appaghi il suo desiderio e faccia rompere la tregua tra Greci e Troiani. Gli dei assistono i mortali nei pericoli, spesso sono teneri, ma possono anche essere spietati. Atena attira Ettore nel duello mortale presentandosi a lui sotto forma del fratello Deifobo e l'eroe, ignaro, la segue; intanto Apollo è fuggito davanti ad Achille e ha abbandonato al suo destino il proprio guerriero prediletto. Esiste poi, al di sopra degli dei, la Moira (Μοῖρα), il Fato.[5][6]

Frontespizio di un'edizione cinquecentesca dell' Iliade

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Autentiche[modifica | modifica wikitesto]

Spurie[modifica | modifica wikitesto]

I poemi autentici[modifica | modifica wikitesto]

L' Iliade: la guerra di Troia[modifica | modifica wikitesto]

Questo poema, assieme all' Odissea, attribuito sin dall'antichità ad Omero, narra le vicende della guerra di Troia.
Da nove anni l'intero esercito della Grecia, capitanato da Agamennone e Menelao, sta tentando di distruggere le mura di Troia. Il primo dei ventiquattro canti inizia con Agamennone che litiga con il sacerdote Crise, venuto da lui a supplicarlo di restituirgli la figlia Criseide, sua prigioniera. Agamennone con il suo rifiuto fa scatenare l'ira del dio Apollo che con il suo arco uccide dozzine di soldati greci. Achille, l'eroe invincibile, cerca di far ragionare Agamennone, la cui cupidigia lo spinge a rapire la schiava del Pelide, che lo insulta, ritirandosi dai combattimenti assieme ai suoi fedeli Mirmidoni.

Aiace ed Ettore si scambiano doni, Xilografia da Andrea Alciato, Emblematum libellus, 1591.

Tale scelta dell'eroe genera scompiglio nell'esercito acheo di Agamennone, e duri presagi sconvolgono il resto dell'esercito, visto che i soldati intendono andarsene da Troia, venendo poi ripresi dal forte Odisseo. Il giorno successivo i due eserciti nemici si rincontrano sul campo, e viene proposta una sfida a duello tra Menelao e Paride, il principe troiano che gli ha rapito la sposa Elena, scatenando la guerra. Il duello si celebra, ma Paride, venendo quasi sopraffatto, viene protetto dalla dea Afrodite e fatto scappare con le nebbia dentro il palazzo. Intanto Menelao, furente, viene trafitto alla coscia da una freccia dei troiani. Allora le ostilità riprendono sempre più ferocemente. Durante la battaglia anche gli Dei s'intromettono, ognuno dei quali appoggiando l'esercito nemico dell'altro. Diomede riesce a prendere un grosso masso e a stendere il dio Ares, il divino guerriero.

Nelle vicende successive un'ambasciata dei greci si reca nella tenda di Achille per convincerlo a combattere nuovamente, ma l'eroe rifiuta. Così con il riprendere dei combattimenti, i greci vedono spaventosamente i troiani attaccare con più facilità e furia le difese, comandati e incoraggiati dalle parole del principe Ettore. Agamennone allora decide di convocare l'indovino Calcante, che gli rivela che per sconfiggere Troia bisogna che il Palladio di Atena venga sottratto dal suo tempi dentro la rocca. Per l'impresa, che si svolge di notte, vengono chiamati Odisseo e Diomede. Il giorno seguente i combattimenti riprendono, e i Mirmidoni non sanno che Patroclo, il migliore amico di Achille, ha ottenuto il permesso dal Pelide di indossare le sue armi per infondere coraggio nei combattenti. Tuttavia Patroclo viene travolto da Apollo e poi trafitto da Ettore. Achille quando lo viene a sapere si fa fabbricare delle nuove armi dal dio Efesto, e così, salito sul suo cocchio, cavalca verso la piana di Troia, uccidendo molti uomini. Ettore decide di non riparare dentro la città per onore, e così combatte a duello con l'eroe, finendo presto ucciso.

Negli ultimi canti del poema si assiste ai funerali in onore di Patroclo, ai giochi funebri in suo onore, e alla riconciliazione tra Achille e Agamennone. La notte dell'ultimo giorno dei giochi, il vecchio re troiano [Priamo]] giunge nella tenda di Achille, e lo supplica di restituirgli il corpo straziato del figlio Ettore, affinché abbia degna sepoltura. L'eroe rifiuta seccato, ma il vecchio gli rammenta la bontà di Peleo, il padre di Achille, della sua gioia futura che proverà quando vedrà il figlio tornato dalla guerra, e così Achille si commuove, e decide di concedere il copro di Ettore a Priamo, stabilendo con lui una tregua per i funerali.

L' Odissea: le avventure di Odisseo nel ritorno verso Itaca[modifica | modifica wikitesto]

Ulisse e le Sirene, dipinto di Marie-François Firmin-Girard

L'inizio del poema vede le vicende della cosiddetta Telemachia, in cui il giovane principe Telemaco, figlio di Odisseo, parte dall'isola di Itaca e si reca a Sparta e a Pilo, da Menelao e Nestore, per sapete notizie riguardo il padre. Infatti tutti gli eroi della guerra di Troia, dopo la sua distruzione, sono tornati. Solo Odisseo manca da dieci anni, e la moglie Penelope è assediata nel suo palazzo dalla presenza prepotente dei pretendenti Proci, che aspettano che lei ceda e sposi uno di loro. Telemaco dal canto suo riceve dai testimoni delle notizie contrastanti e incerte riguardo il destino di suo padre, ma non crede che Odisseo sia morto.

Circe offerente la coppa ad Ulisse, quadro di John William Waterhouse (1849-1917)
Gli amori di Ulisse e Calipso, dipinto di Jan Brueghel il Vecchio, Londra, Johnny van Haeften Gallery

Dal quinto canto del poema iniziano le vicende di Odisseo protagonista. L'eroe viene trovato privo di sensi nella spiaggia dell'isola di Alcinoo, re dei Feaci. La principessa Nausicaa che stava giocando sulla spiaggia lo porta nel palazzo del padre e lo fa curare, visto che l'uomo appare reduce di un naufragio. Quando Odisseo è risanato, Alcinoo ordina che l'eroe sieda con lui al banchetto di benvenuto in suo onore, e lo prega di raccontargli la sua storia, dopo che tutti gli ospiti hanno visto Odisseo commuoversi al sentire i versi dell'aedo Demodoco, che sta cantando le imprese di Troia da parte dei greci. Odisseo rivela il suo nome e la sua testimonianza di aver partecipato alla guerra di Troia. Infine inizia a raccontare le sue avventure a partire dal ritorno dalle spiagge nemiche dopo la distruzione della rocca.
Il dio dei mari Poseidone, essendo adirato con l'eroe per delle offese da lui fattegli durante le battaglie, scatena una tempeste nel Mediterraneo, facendo sbarcare Odisseo e i compagni nell'isola dei Lotofagi. Questi sono gente che perso la memoria e il senno, dacché mangiano in continuazione dei fiori afrodisiaci. Anche alcuni amici di Odisseo mangiano il fiore, e non sanno più che sono. Odisseo ordina la partenza immediata da quella terra, e così la nave, mancando di vettovaglie, è costretta ad approdare nell'isola successiva. Si tratta dell'isola dei Ciclopi, e Odisseo, entrato con i compagni in una caverna per cercare del cibo, si ritrova in trappola. La cava è la casa del ciclope Polifemo, che dichiara di voler mangiare tutti, e di non intendere rispettare le leggi sacre dell'ospitalità. Odisseo nei giorni di prigionia medita a come scappare, e così scorge un tronco di legno che fa appuntire affinché il mostro venga accecato. Di conseguenza Odisseo fa bere a Polifemo del vino, bevanda che il colosso non conosce, e che presto ama tantissimo, fino a finirne ubriaco. Quando Polifemo cade addormentato. Odisseo lo acceca e così riesce a scappare con i compagni superstiti non appena il ciclope apre la porta di pietra della spelonca per far pascolare le sue pecore.
Odisseo pensa di essere in salvo, perché chiede aiuto al dio Eolo, signore dei venti, che gli dona una sacca piena di tutti i venti del mondo, che lo riporteranno in casa. Tuttavia il comando di Eolo è di non aprire per nessun motivo la sacca; i compagni di Odisseo però, credendo che dentro di essa vi sia un tesoro che il loro comandante vuole nasconderli, scatenano involontariamente una gran burrasca.

Ulisse e i compagni accecano Polifemo, da un'anfora di Eleusi

La prossima isola dove Odisseo e i compagni naufragano è quella della maga Circe, che trasforma in porci i soldati mandati da Odisseo in ricognizione, dopo averli attratti nel suo palazzo incantato. Odisseo, con consiglio del dio Ermes, ingerisce un farmaco che gli impedisce di essere trasformato in bestia dalla maga non appena questo lo avrà invitato a bere una pozione. Odisseo minaccia la donna, comandandole di restituirgli i suoi compagni. Circe però finisce innamora di Odisseo, e lo costringe dolcemente a rimanere con lei per oltre un anno. Quando finalmente Odisseo si rende conto dell'inganno, Circe finalmente decide di esaudire i suoi desideri. Tuttavia la donna, essendo maga, prevede terribili sventure per l'eroe, e così gli consiglia di recarsi negli Inferi dall'anima dell'Indovino Tiresia per saperne di più sul suo destino. Odisseo obbedisce, ed oltre a Tiresia, nella dimora di Ade scopre anche le anime di Agamennone, di Achille, di Aiace Telamonio e di Anticlea, sua madre, morta nell'attesa di rivedere il figlio tra le sue braccia. Odisseo apprende anche che i Proci si sono installati abusivamente bella sua casa e che gli stanno insidiando la moglie e il figlio. Tornato sulla Terra, immediatamente parte dopo aver reso onore al copro del soldato giovane Elpenore, morto tragicamente da poco.

Ulisse tra Scilla e Cariddi in un dipinto di Johann Heinrich Füssli

La prima impresa di Odisseo da affrontare è l'attraversamento dell'isola delle Sirene, mostri femminei dal bellissimo canto che fanno schiantare le navi dei malcapitati sulle rocce. Odisseo, dopo aver spalmato della cera sulle orecchie dei compagni, si fa legare all'albero maestro per curiosità di udire il canto delle Sirene. La prossima impresa è lo sbarco all'isola di Sicilia, dove pascolano dei buoi sacri al dio Apollo. Gli eroi non devono uccidere nessuna vacca, tuttavia la fame prende i compagni di Odisseo, che uccidono le bestie mentre l'eroe dorme, scatenando l'ira del dio. Durante l'attraversamento dello stretto dell'isola verso la Grecia infatti, la nave di Odisseo viene sconvolta dagli attacchi dei mostri marini Scilla e Cariddi, che fanno rimanere vivo solo l'eroe, che finisce nell'isola di Ogigia, prigioniero d'amore della ninfa Calipso, che lo tiene con sé per nove anni. Qui Odisseo termina il suo racconto alla mensa del re Alcinoo.
Dal tredicesimo canto del poema fino al ventiquattresimo si parla del ritorno di Odisseo ad Itaca grazie alla benevolenza di Alcinoo. Sulla spiaggia, Odisseo viene avvicinato dalla dea sua protettrice Atena, che gli fa assumere le sembianze di un vecchio mendicante affinché non venga riconosciuto dai traditori né dai Proci. Odisseo viene riconosciuto solo da Eumeo, il suo guardiano di porci, dal vecchio vane Argo, dal figlio Telemaco quando torna da Pilo, ed infine dalla vecchia nutrice Euriclea quando Odisseo si fa accogliere a palazzo dai Proci. Odisseo medita la vendetta, mentre la regina Penelope è messa sempre più alle strette da Antinoo, il capo dei pretendenti. Infatti una tenda che era tessuta in continuazione dalla regina per il suocero Laerte, che cuciva di giorno e disfaceva di notte per poter ricominciare il mattino seguente, affinché i Proci con questo voto non l'attaccassero, ora è stata smascherata e dunque Penelope non può più ritirarsi indietro. La donna però si ribella e proclama che chi riuscirà a vincere una gara con l'arco potente di Odisseo potrà prenderla in sposa. I pretendenti cercano di tendere l'arco, ma invano. Allora si fa avanti il lacero Odisseo, sbeffeggiato da tutti, che in un sol colpo, dopo aver ottenuto l'autorizzazione dalla regina, brandisce l'arma e con la freccia centra il bersaglio, abbandonandosi poi alla vendetta, trafiggendo tutti i pretendenti e le serve che si sono vendute ad essi.

Odisseo è di nuovo padrone della sua isola e del suo palazzo,e Penelope lo riconosce solo quando l'eroe, giunto in camera, le domanda chi abbia sposato il letto nuziale, che l'eroe aveva intagliato nel tronco di un ulivo. Dopo la notte d'amore e di festeggiamenti, Odisseo fa visita al vecchio padre Laerte, che lo credeva morto, e poi si accorda con Atena per una nuova spedizione verso l'ignoto.

Il testo d'Omero come enciclopedia del mondo greco[modifica | modifica wikitesto]

Per secoli nel mondo greco il testo di Omero era considerato come fonte di ogni insegnamento e anche nei secoli successivi i poemi omerici oltre che prodigiose creazioni poetiche, sono altresì straordinarie fonti per la comprensione delle consuetudini politiche, delle tecniche metallurgiche, edilizie, dei consumi alimentari delle popolazioni mediterranee in età protostorica.

I versi di Omero hanno assicurato agli archeologi mille fili per l'interpretazione dei reperti di scavo nelle sfere più lontane della vita civile. Se, peraltro, l'Iliade non propone elementi significativi per lo studio della prima agricoltura e dell'allevamento nel mondo egeo, l'Odissea fornisce alcuni elementi di rilievo assolutamente singolare: ospite del re dei Feaci, Odisseo ne visita gli orti, vero prodigio di agricoltura irrigua, sbarcato a Itaca si arrampica tra i boschi e giunge alla porciliaia costruita dal proprio servo Eumeo, un autentico "impianto di allevamento" per 600 scrofe, quindi migliaia di suinetti: autentico precorrimento degli allevamenti moderni. Due cultori autorevoli dell'agricoltura primitiva, Antonio Saltini, docente di storia dell'agricoltura, e Giovanni Ballarini, docente di patologia veterinaria, hanno proposto, in base ai versi di Omero, due stime contrapposte dell'entità delle ghiande che potevano produrre i querceti di Itaca, del numero di suini che l'Isola fosse, quindi, in grado di mantenere.[7]

Incontrando il padre, Odisseo gli ricorda, quindi, le piante diverse che il vecchio gli aveva donato per il suo primo giardino, menzionando 13 varietà di pero, 10 di melo, 40 di fico e 50 di uve diverse, la prova dell'intensità della selezione cui l'uomo aveva già sottoposto le specie fruttifere all'alba del primo millennio a.C.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Ad Omero è stato intitolato il cratere Homer, sulla superficie di Mercurio e un asteroide, 5700 Homerus.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Joachim Latacz, Homer. Der erste Dichter des Abendlands, Artemis Verlag Munchen und Zurich 1989. Omero il prima poeta dell'occidente, traduzione a cura di Mauro Tosti-Croce. Laterza, Roma-Bari 1990.ISBN 88-420-3592-0
  • Walter J. Ong, Oralità e scrittura, Il Mulino, 2011. ISBN 978-88-15-00964-7.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Omero
  2. ^ Storie II 53
  3. ^ Umberto Albini, Fritz Bornmann, Mario Naldini, Manuale storico della Letteratura greca, Le Monnier, 1977, pag. 31-35.
  4. ^ locuzioni greche
  5. ^ Mòira in Vocabolario – Treccani
  6. ^ Umberto Albini, Fritz Bornmann, Mario Naldini, Manuale storico della Letteratura greca, Le Monnier, 1977, pag. 37-38.
  7. ^ Antonio Saltini Storia delle scienze agrarie (2010) ISBN 978-88-96459-09-6

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