Publio Virgilio Marone

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Publio Virgilio Marone

Publio Virgilio Marone, in latino Publius Vergilius Maro (IPA: /'pu:.blɪ.ʊs wɛr.'gɪ.lɪ.ʊs 'mɐ.roː/) (Andes, 15 ottobre 70 a.C.Brindisi, 21 settembre 19 a.C.), fu un poeta romano.

(LA)
« Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Parthenope; cecini pascua rura duces
 »
(IT)
« Mi ha generato Mantova, il Salento mi ha strappato alla vita, ora Napoli conserva i miei resti; ho cantato pascoli, campi, eroi »
(Epitaffio)

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Virgilio nacque il 15 ottobre del 70 a.C. vicino a Mantova, e precisamente nel villaggio di Andes, località identificata dal XIII secolo con il borgo di Pietole in tal senso si esprime Dante nella Divina Commedia (Purgatorio, 18,83). Altri studi[1] sostengono invece che l'effettivo luogo di nascita sia nella zona di Castel Goffredo.[2] Anche Calvisano intende ritenersi la patria di Virgilio.[3]

La zona di Castel Goffredo, luogo della possibile nascita di Virgilio.[1]

Il padre era un piccolo proprietario terriero arricchitosi tramite l’apicoltura, l’allevamento e l’artigianato, mentre la madre, di nome Magia Polla, era la figlia di un facoltoso mercante, Magio, al cui servizio aveva lavorato il padre del poeta. Virgilio studiò prima a Cremona, poi a Milano, ed infine a Roma lettere greche e latine ma anche diritto. Qui conobbe molti poeti e uomini di cultura e si dedicò alla composizione delle sue opere. Inoltre nella capitale portò a termine la propria formazione oratoria studiando eloquenza alla scuola di Epidio, un maestro importante di quell’epoca. Lo studio dell’eloquenza doveva fare di lui un avvocato ed aprirgli la via per la conquista delle varie cariche politiche. L’oratoria di Epidio non era certo congeniale alla natura del mite Virgilio, riservato e timido, e dunque quantomai inadatto a parlare in pubblico. Infatti, nella sua prima causa come avvocato non riuscì nemmeno a parlare. In seguito a ciò Virgilio entrò in una crisi esistenziale che lo portò, non ancora trentenne, a spostarsi dopo il 42 a.C. a Napoli, per recarsi alla scuola dei filosofi Filodemo e Sirone per apprendere i precetti di Epicuro.

Mantova, Piazza Broletto, statua di Virgilio in cattedra[4]

Gli anni in cui Virgilio si trova a vivere sono anni di grandi sconvolgimenti a causa delle guerre civili: prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta di quest’ultimo a Farsalo (48 a.C.), poi l’uccisione di Cesare (44 a.C.) in una congiura, e lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e Cassio) dall’altra, culminato con la battaglia di Filippi (42 a.C.). Egli fu toccato direttamente da queste tragedie: infatti la distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi mise in grave pericolo le sue proprietà nel Mantovano ma sembra che, grazie all'intercessione di personaggi influenti (Pollione, Varo, Gallo, Alfeno e lo stesso Augusto), Virgilio sia riuscito (almeno in un primo tempo) ad evitare la confisca. Si spostò poi a Napoli.

Dopo il successo delle Bucoliche, venne in contatto con Mecenate ed entrò a far parte del suo circolo, che raccoglieva molti letterati famosi dell’epoca. Il vate frequentava le tenute terriere di Mecenate, che egli possedeva in Campania nei pressi di Atella ed in Sicilia. Attraverso Mecenate, Virgilio conobbe Augusto e collaborò alla diffusione della sua ideologia politica. Divenne il maggiore poeta di Roma e dell’impero.

Morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. (calendario giuliano), di ritorno da un viaggio in Grecia[5], secondo i biografi per le conseguenze di un colpo di sole. Prima di morire, Virgilio raccomandò ai suoi compagni di studio Plozio Tucca e Vario Rufo di distruggere il manoscritto dell’Eneide, perché, per quanto l'avesse terminata, non aveva fatto in tempo a rivederla. Ma i due consegnarono i manoscritti all’imperatore, e l'Eneide, anche se reca tuttora evidenti tracce di incompiutezza, divenne in breve il poema nazionale romano.[6]

I resti del grande poeta furono poi trasportati a Napoli, dove sono custoditi in un tumulo tuttora visibile, sulla collina di Posillipo. Purtroppo l’urna che conteneva i suoi resti andò dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre epitaffio: Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces; ovvero: "Mi generò Mantova, la Calabria (il Salento) mi rapì: ora mi custodisce Partenope (Napoli); cantai i pascoli (le Bucoliche), i campi (le Georgiche), i condottieri (l’Eneide)".

Opere[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della letteratura latina (31 a.C. - 14 d.C.).

Un primo gruppo di opere (noto dal Cinquecento come Appendix Vergiliana[7]) sarebbe stato composto tra il 44 a.C. ed il 38 a.C., tra Roma e Napoli, ma buona parte della critica moderna tende ad escludere la paternità virgiliana:[7]

  • Alla spicciolata (Catalepton);[7]
  • La focaccia (Moretum);
  • Canti a Priapo (Priapea);
  • Epigrammi (Epigrammata): che comprendono le Rose (Rosae), Sì e no (Est et non), Uomo buono (Vir bonus), Elegiae in Maecenatis obitu, Hortulus, Il vino e Venere (De vino et Venere), Il livore (De livore), Il canto delle Sirene (De cantu Sirenarum), Il compleanno (De die natali), La fortuna (De fortuna), Orfeo (De Orpheo), Su sé stesso (De se ipso), Le età degli animali (De aetatibus animalium), Il gioco (De ludo), De Musarum inventis, Lo specchio (De speculo), Mira Vergilii experientia, Le quattro stagioni (De quattuor temporibus anni), La nascita del sole (De ortu solis), Le fatiche di Ercole (De Herculis laboribus), La lettera Y (De littera Y), ed I segni celesti (De signis caelestibus).
  • L'ostessa (Copa) (solo secondo il biografo Servio);[7]
  • Maledizioni (Dirae);
  • L'airone (Ciris);[7]
  • La zanzara (Culex);[7]
  • L'Etna (Aetna);[7]
  • Storia romana (Res romanae), opera solo progettata e poi abbandonata;

Opere successive:

  • Bucoliche (Bucolica): composte tra il 42 e il 39 a.C. a Napoli, sono una raccolta di dieci componimenti detti "egloghe" di stile perlopiù bucolico e che seguono il modello del poeta siciliano Teocrito.[8] Le Bucoliche, che significa canti dei bovari, sono dunque costituite da dieci egloghe: la prima è un dialogo tra due contadini, Titiro e Melibeo. Melibeo è costretto ad abbandonare la sua casa ed i campi, che diverranno la ricompensa di un soldato romano. Titiro invece può restare grazie all'influenza di un potente (forse Ottaviano, o un nobile della sua cerchia, come Asinio Pollione); la seconda egloga contiene il lamento d'amore del pastore Coridone, che si strugge per il giovane Alessi; la terza egloga è una tenzone poetica fra due pastori, svolta in canti alternati detti amebèi; la quarta egloga è dedicata a Pollione ed è la celebre profezia circa la nascita di un puer il cui avvento rigenererà l'umanità; la quinta è il lamento per la morte di Dafni, il "principe dei pastori" (Elio Donato); nella sesta il vecchio Sileno canta l'origine del mondo; nella settima Melibeo racconta la gara di canto tra due pastori; l'ottava egloga contiene due canti d'amore ed è dedicata ad Asinio Pollione; la nona egloga è molto simile alla prima, ma vi si canta un esproprio di terre definitivo (i due protagonisti sono Lìcida e Meri) e la decima è dedicata a Gallo e ne celebra gli amori infelici. Varo, Gallo e Pollione furono tre potenti governatori della provincia Cisalpina presso cui il poeta aveva forse sperato di trovare favore per rientrare in possesso delle proprie terre perdute durante l’esproprio.
  • Georgiche (Georgicon) libri): composte a Napoli in sette anni (tra il 37 a.C. ed il 30 a.C.) e suddivise in quattro libri. È un poema didascalico sul lavoro dei campi, sull’arboricoltura (in particolare della vite e dell’olivo), sull’allevamento e sull'apicoltura come metafora di un’ideale società umana.[9] Ciascun libro presenta una digressione: il primo le guerre civili, il secondo la lode della vita agreste, il terzo la peste degli animali nel Norico, il quarto libro si conclude con la storia di Aristeo e delle sue api (questa digressione contiene la famosa favola di Orfeo e Euridice) .Secondo il grammatico tardoantico Servio, nella prima stesura delle Georgiche, la conclusione del IV libro era dedicata a Cornelio Gallo ma, caduto questi in disgrazia presso Augusto, Virgilio avrebbe concluso l’opera in modo diverso. L’opera fu dedicata a Mecenate. Si tratta sicuramente di uno dei più grandi capolavori della letteratura latina e l’espressione più alta dell’autentica e vera poesia virgiliana. I modelli qui seguiti sono Esiodo e Varrone.
  • Eneide (Aeneis): poema epico composto forse fra Napoli e Roma, in dieci anni (tra il 29 a.C. ed il 19 a.C.) e suddiviso in dodici libri. Opera monumentale, considerata dai contemporanei alla stregua di un’Iliade latina, fu il libro ufficiale sacro all’ideologia del regime di Augusto sancendo l’origine e la natura divina del potere imperiale. Naturalmente il modello fu Omero. Essa narra la storia di Enea, esule da Ilio e fondatore della divina gens Iulia. Il poema rimase privo di revisione, e nonostante Virgilio prima di partire per l’Oriente ne avesse chiesto la distruzione e ne avesse vietato la diffusione in caso di sua morte, esso fu pubblicato per volere dell’imperatore.[10] Nel XV secolo il poeta Maffeo Vegio compose in esametri il Supplementum Aeneidos, cioè il tredicesimo libro a completare il poema virgiliano.

Fortuna[modifica | modifica sorgente]

Monumento a Virgilio - Piazza Virgiliana, Mantova

La fama del vate dopo la morte fu tale che egli fu considerato una divinità degna di ricevere onori, lodi, preghiere, e riti sacri. Già Silio Italico (appena un secolo dopo), che acquistò la villa e la tomba di Virgilio, istituì una celebrazione in memoria del Mantovano nel suo giorno di nascita (le Idi di Ottobre). In tal modo questa celebrazione si tramandò anno per anno nei primi secoli dell'era volgare, diventando un punto di riferimento importante soprattutto per il popolo napoletano che vide in Virgilio ("Vergilius") il suo secondo patrono e spirito protettore della città di Napoli, dopo la vergine Partenope. Ai suoi resti (cenere ed ossa), conservati nel sepolcro da lui stesso concepito secondo forme e proporzioni pitagoriche, fu attribuito il potere di proteggere la città dalle invasioni e dalle calamità. Nonostante le divinità pagane venissero dimenticate, di Virgilio si mantenne comunque intatto il ricordo, e le sue opere furono interpretate cristianamente.

Egli divenne in particolare un simbolo dell’identità e della libertà politica di Napoli: fu per questo che nel XII secolo i conquistatori normanni, col consenso interessato della Chiesa di Roma, acconsentirono ad un filosofo e negromante inglese di nome Ludowicus di profanare il sepolcro di Virgilio con lo scopo di rimuovere ed asportare il vaso con le sue ossa, al fine di indebolire e sottomettere Napoli al potere normanno distruggendo l’oggetto di culto che era la base simbolica della sua autonomia. I resti di Virgilio furono salvati dalla popolazione che li trasferì all’interno di Castel dell'Ovo, ma in seguito vennero qui sotterrati e nascosti per sempre ad opera dei Normanni. Da allora i napoletani ritennero che il potere protettivo del Poeta verso la città fosse vanificato. E la storia di Napoli (caratterizzata da lunghe dominazioni straniere e dalla mancanza di autonomia) nei secoli successivi al XII sembra confermare la loro convinzione.

Virgilio con l’Eneide tra Clio e Melpomene

Il ricordo di Virgilio però, soprattutto nel popolo napoletano, rimase sempre vivo. Alla fama di sapiente per la tradizione colta, con il tempo si affiancò quella di mago nella tradizione popolare, inteso come uomo che conosce i segreti della natura e ne fa uso a fin di bene. Di tale interpretazione ci resta un corpus basso-medievale di leggende che hanno come sfondo soprattutto le città di Roma e Napoli: ad esempio, tanto per citarne una, quella che lo vede costruttore del Castel dell'Ovo magicamente edificato sopra il guscio di un uovo magico di struzzo che si sarebbe rotto solo quando la fortezza fosse stata definitivamente espugnata, oppure quella che riguarda la creazione e l'occultamento sotterraneo di una specie di palladio (una riproduzione in miniatura della città di Napoli contenuta in una bottiglia vitrea dal collo finissimo) che per magia protesse la città dalle sciagure e dalle invasioni finché non fu trovato e distrutto da Corrado di Querfurt, cancelliere dell’imperatore Enrico VI inviato nel XII secolo a conquistare il Regno di Sicilia (che allora comprendeva anche la città di Napoli).

Durante l’Alto Medioevo Virgilio fu letto con ammirazione, il che permise alle sue opere di essere tramandate completamente. L’interpretazione dell’opera virgiliana utilizzò largamente lo strumento dell’allegoria: al poeta fu infatti attribuito un ruolo di profeta di Cristo, basandosi su un brano delle Bucoliche (la IV ecloga) annunciante la venuta di un bambino che avrebbe riportato l'età dell'oro e identificato per questo con Gesù.

Virgilio venne quindi rappresentato come vate, maestro e profeta nella Divina Commedia (Purgatorio, canto XXII, vv. 67-72) da Dante Alighieri, il quale ne fece la propria guida attraverso i gironi dell'Inferno e del Purgatorio.

« O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m' ha fatto cercar lo tuo volume. »
(Inferno, Canto I, 81-83)

Virgilio da Dante al Rinascimento[modifica | modifica sorgente]

La presenza di Virgilio è costante nello svolgimento della letteratura italiana. L'eco della sua poesia risuona sovente nelle opere dei nostri più grandi scrittori.

Per Dante, l'Eneide diviene modello di alta poesia, fonte di ispirazione di tanti suoi versi. È vero, egli avverte il fascino anche di altri grandi autori del passato, di "Omero, poeta sovrano" di " Orazio satiro", "Ovidio", "Lucano", e poi "Tullio e Lino e Seneca morale" (Inferno, 4, 102 e passim), ma è Virgilio la sua guida, Virgilio "l'altissimo poeta" (ibid.,80). Dante riconosce la grandezza morale, il peso del pensiero antico e nella sua opera fa confluire insieme i valori dell'umanesimo classico e quelli cristiani. Si può considerare pertanto il primo umanista della nostra letteratura: un discepolo di Virgilio, al di là del pensiero medievale.[11] Dalla lettura delle sue opere apprese il senso di partecipazione al dolore universale, la pietas, intesa quest'ultima nel senso morale di adesione al cielo sì, ma anche di attenzione ai valori della terra. Egli si accosta al mantovano non solo per capire "come l'uom s'eterna", ma anche per perfezionare lingua e stile.

Con diversa e più moderna sensibilità si avvicina a Virgilio un cultore degli studia humanitatis come Francesco Petrarca. Il dolore umano alla scuola del poeta antico trova innumerevoli rivoli per elevarsi in una poesia soavemente malinconica. Da lui deriva l'amore per le belle lettere, la nobiltà dei sentimenti e del pensiero, da lui l'arte della perfezione stilistica. La lingua italiana diviene, come vuole de Sanctis, "la dolcissima delle lingue"[12] Intuisce e tramanda ai posteri i più alti segreti della poesia del mantovano. Virgiliano nell'anima, vive a lui unito nello spirito, gli dedica epistole. Petrarca venne salutato come il nuovo Virgilio, modello di poeta, elegante, raffinato: si colloca tra i più grandi lirici di tutti i tempi.

Nell'Umanesimo è ancora Virgilio, unitamente a Cicerone, l'autore più amato, più ricercato come guida di maestria linguistica. Con il ritorno al mondo classico nasce la nuova civiltà in cui confluisce l'antica e, nel contempo, una nuova visione della vita e del mondo.

La lingua latina per tutta la prima metà del Quattrocento domina incontrastata nella nostra letteratura, ed è una letteratura elegante, che raggiunge come per miracolo forme umanissime. Si pensi alle Neniae, le celebri ninne-nanne che il Pontano scrive per il suo bambino; alle Sylvae del Poliziano, ben due dedicate a Virgilio: Manto, carica di suggestioni e risonanze dell'antica bucolica in cui si celebra la poesia pastorale, e il Rusticus, che si ispira invece alle Georgiche, ricolma di immagini e di echi virgiliani. Il Poliziano, complice Virgilio, viene ritenuto il lirico più elegante che abbia scritto in latino.

Della riscoperta del mondo antico non solo la lingua latina viene a giovarsi, ma anche la lingua volgare quando si torna a prediligerla. Jacopo Sannazaro, considerato il "Virgilio cristiano" per il suo De Partu Virginis, nell'Arcadia riproduce la classica bucolica in una lingua armoniosa, piena di fluidità e di malinconia. Che dire poi della Fabula di Orfeo del Poliziano? Orfeo ed Euridice come nelle Georgiche rivivono nella nostra letteratura il loro dramma d'amore in un canto accorato, di estrema eleganza. Non può infine non riportare a Virgilio quella sorta di immersione nell'universo e nella natura presente nella favola del giovane Julio nelle Stanze, così come la Giostra richiama la mente al senso di vaga malinconia delle ombre virgiliane della sera.[13]

Ancor più determinante è l'influsso di Virgilio nel Rinascimento. Il volgare, assurto a piena dignità letteraria, affronta temi alti, impegnativi e viene adottato dai grandi scrittori del tempo. Il riferimento è all'Ariosto e al Tasso.

L'Eneide non poco contribuisce a portare l'Orlando Furioso alle più alte vette della poesia rinascimentale e l'Ariosto tra i più grandi artisti del secolo. Qui Cloridano e Medoro ritrovano il fascino, l'umanità di Eurialo e Niso a rappresentare un sentimento alto come l'amicizia, nobile come la fedeltà; e molte analogie si possono trovare nella caratterizzazione dei guerrieri uccisi nel sonno dalle due coppie. Angelica vive all'unisono con la natura che la circonda, ama le cose semplici e umili, effonde intorno un sentimento virgiliano di pace, di serenità, appena velato di malinconia. Per non riferire di altri temi comuni ai due poeti: l'amore, la giovinezza, l'eroismo, la religione della vita, la rappresentazione dell'animo umano in tutte le sue variazioni.

E veniamo a Torquato Tasso, che da Virgilio eredita finezza e musicalità del dire. Le ingenue parole di Aminta, allorché descrive il primo sbocciare di un amore nuovo nella favola pastorale che da lei prende il nome (atto I, scena II), riportano insistentemente al mondo idillico popolato di prati, ninfe, pastori, boschi, nel quale regna una lieve, sospesa virgiliana malinconia. Il candore di Galatea torna a risplendere nella delicata figura di Erminia, che si desta al "garrir" degli uccelli tra alberi e fiori mentre "scherzan" con l'onda al suon di "pastorali accenti" (Gerusalemme Liberata, VII, 5 e 6, passim). Al pari di Didone, Armida, creatura piena di mistero riscopre l'umanità nel dolore e nell'amore. Come l'eroica Camilla, desta commozione la fiera Clorinda. Nell'opera tutta aleggia quel senso di tristezza per il quale molti hanno ritenuto la Liberata il poema italiano forse più vicino all'Eneide[14]

Al sommo poeta latino sono intitolate l'Accademia Nazionale Virgiliana ed il Liceo Classico di Mantova. Il Liceo, fondato nel 1584, è tuttora considerato uno dei più prestigiosi licei classici d'Italia.

La leggenda virgiliana[modifica | modifica sorgente]

Come stretto amico di personaggi di potere e di grandissima influenza come l'imperatore Augusto, del governatore provinciale Gaio Asinio Pollione e del ricco Gaio Cilnio Mecenate, secondo leggende medioevali di scarsa o nessuna attendibilità, il grande poeta avrebbe potuto beneficare in molti modi la città di Napoli in cui tanto amava risiedere.

I suoi biografi medioevali infatti ci narrano che fu Virgilio a consigliare all’imperatore di costruire un acquedotto (proveniente dalle sorgenti nei pressi di Serino nell’avellinese) che servisse questa ed anche altre città, come Nola, Avella, Pozzuoli e Baia.

Inoltre avrebbe esortato Augusto a creare per Napoli una rete di pozzi e fontane per l’approvvigionamento idrico, un sistema fognario di cloache e complessi termali terapeutici a Baia e Pozzuoli, per cui fu anche necessario scavare un grandioso traforo nella collina di Posillipo, l’odierna "Grotta di Posillipo", nota per tale motivo fino al XIV sec. come "Grotta di Virgilio".

Tomba di Virgilio, Parco Vergiliano a Piedigrotta (Napoli)

Infine, Virgilio, essendo grandemente appassionato di divinazione e del mondo della religione in generale (come traspare anche dalle sue opere letterarie), avrebbe fatto installare due sculture di teste umane in marmo, una maschile e allegra, l’altra femminile e triste, sulle mura della città e precisamente ai lati della porta di Forcella al fine di fornire un presagio casuale fausto o infausto (una sorta di innocua cefalomanzia minerale) per i cittadini di passaggio.

Con l’allargamento delle murazioni orientali in epoca aragonese, le teste furono trasferite nella lussuosa villa reale di Poggioreale, ma andarono però perdute a causa della distruzione del complesso.

Come riportano i suoi più antichi biografi, Virgilio aderì al neopitagorismo, corrente filosofica e magica allora molto diffusa nella Magna Grecia, ed in particolare a Neapolis, una delle poche città del Meridione che dopo la conquista romana aveva conservato la sua vita culturale genuinamente ellenica.

In quanto filosofo neopitagorico e mago gli sono attribuite diverse immagini magiche e talismani volti alla protezione della città di Napoli che tanto amò, secondo alcuni biografi medievali e rinascimentali.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Davide Nardoni, La terra di Virgilio in Archeologia Viva, N.1/2, gennaio-febbraio 1986, pp. pag.71-76.
  2. ^ Piero Gualtierotti, Castel Goffredo dalle origini ai Gonzaga, Mantova, 2008.
  3. ^ Battista Guerreschi, Storia di Calvisano, pp.24-37, Montichiari, 1989.
  4. ^ Sulle lapidi sottostanti è scolpito: "+ Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Partenope. Cecini pascua, rura, duces" e "+ Millenis lapsis annis D(omi)niq(ue) ducentis / bisq(ue) decem iunctis septemq(ue) sequentibus illos / uir constans a(n)i(m)o fortis sapiensq(ue) benignus / Laudarengus honestis moribus undiq(ue) plenus / hanc fieri, lector, fecit qua(m) conspicis ede(m). / Tunc aderant secu(m) ciuili iure periti / Brixia quem genuit Bonacursius alter eorum, / Iacobus alter erat, Bononia quem tulit alta."
  5. ^ La morte del poeta ispirò allo scrittore austriaco Hermann Broch il romanzo La morte di Virgilio.
  6. ^ Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, p.192.
  7. ^ a b c d e f g Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, p.183.
  8. ^ Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, pp.184-186.
  9. ^ Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, pp.187-191.
  10. ^ Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, pp.191-199.
  11. ^ Augustin Renaudet, Dante humaniste, Paris, Les Belles Lettres 1952.
  12. ^ Francesco De Sanctis, Saggio critico su Petrarca, a cura di E. Bonora, Bari, Laterza, 1954 (seconda edizione), p.89.
  13. ^ Annagiulia Angelone Dello Vicario, Il richiamo di Virgilio nella poesia italiana, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1981, p. 39 ss.; cfr. anche Raffaele Spongano, Due saggi sull'Umanesimo, Firenze, Sansoni, 1964; Eduard Norden, Orpheus und Eurydike, in «Sitzungsber. der deutschen Akad. der Wiss., Philol. hist. Kl.», XII, 1934, p. 626 ss.
  14. ^ Pio Rayna, Le fonti dell'Orlando Furioso, Firenze, Sansoni, 1956; Giorgio Petrocchi, Virgilio e la poetica del Tasso, in «Giorn. di Filol. XXIII, 1971, p.1 ss.»; Eugenio Donadoni, Torquato Tasso. Saggio Critico, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1936 (sec. ediz.), p. 296 e passim ; Annagiulia Angelone Dello Vicario, Virgilio in Ariosto e Tasso, in Il richiamo di Virgilio nella poesia italiana, op. cit., p.69 ss.; Walter Binni, Metodo e poesia di Ludovico Ariosto e altri studi ariosteschi, Firenze, La Nuova Italia Editrice, 1996 .

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Opere
Storiografia moderna
  • AAVV, Itinerari virgiliani. Raccolta di saggi promossa dal Comitato nazionale per le celebrazioni del bimillenario virgiliano, a cura di Ettore Paratore, Milano, Silvana, 1981
  • AAVV, Atti del Convegno mondiale scientifico di studi su Virgilio (Mantova Roma Napoli: 19-24 settembre 1981), a cura dell'Accademia Nazionale Virgiliana, Milano, Mondadori, 1984
  • AAVV, Enciclopedia Virgiliana, diretta da Francesco Della Corte, Roma, ed. Enciclopedia Italiana, 1984-1991
  • Annagiulia Angelone Dello Vicario, Il richiamo di Virgilio nella poesia italiana. Momenti significativi, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1981.
  • Alessandro Barchiesi, La traccia del modello. Effetti omerici nella narrazione virgiliana, Pisa, Giardini, 1984.
  • Cyril Bailey, Religion in Virgil, Oxford, Clarendon Press, 1935.
  • André Bellessort, Virgile et Dante, in «Le Correspondant», 319, 1930, p. 481 ss.
  • Karl Büchner, Virgilio. Il poeta dei Romani, Brescia, Paideia, 1986. [Stuttgart, Alfred Druckenmuller, 1955].
  • Domenico Comparetti, Virgilio nel Medio Evo, con prefazione di Giorgio Pasquali, Firenze, "La Nuova Italia" Editrice, 1943 (II edizione).
  • Pierre De Nolhac, Virgile chez Pétrarque, in «Rev. des Deux Mondes», 1930, p. 547 ss.
  • Francesco Della Corte, Virgilio, Milano, Mondadori, 1939.
  • Tommaso Fiore, La poesia di Virgilio, Bari, Laterza, 1946 (seconda edizione).
  • Tenny Frank, Virgilio, Lanciano, Carabba, 1930.
  • Pierre Grimal, Virgilio. La seconda nascita di Roma, Milano, Rusconi, 1986.[Paris, Arthaud, 1985]
  • Piero Gualtierotti, Castel Goffredo dalle origini ai Gonzaga, Mantova, 2008.ISBN non esistente.
  • Battista Guerreschi, Storia di Calvisano, Montichiari, 1989. ISBN non esistente
  • Richard Heinze, La tecnica epica di Virgilio, Bologna, Il Mulino, 1996 [Leipzig, 1914].
  • William F.J. Knight, Virgilio romano (Roman Vergil), trad. di O. Nemi e H. Furst, Milano, Longanesi, 1949 [London, 1944, II edizione]
  • William F.J. Knight, Vergil's, secret art, in «Rivista di cultura classica e medievale» IV, 1964, p. 121 ss.
  • Angelo Monteverde, Virgilio nel Medio Evo, in «Studi medioevali» V, 1932, p. 266 ss.
  • Davide Nardoni, La terra di Virgilio, in «Archeologia Viva» N.1/2, pag.71-76, 1986.
  • José Oroz Reta, Virgilio y los valores del clasicismo y del humanismo, in «Helmantica», XXIV, 1973, p. 209 ss.
  • Ettore Paratore, Virgilio, Roma, Faro, 1945.
  • Ettore Paratore, Storia della letteratura latina, Firenze, Sansoni, 1979.
  • Luciano Perelli, Storia della letteratura latina, 1969, ISBN 88-395-0255-6, Paravia.
  • Giorgio Petrocchi, Virgilio e la poetica del Tasso, in «Giorn. di Filol»., XXIII, 1971
  • Giancarlo Pontiggia, Maria Cristina Grandi, Letteratura latina. Storia e testi, Milano, Principato, marzo 1996, ISBN 9788841621882.
  • Pio Rayna, Le fonti dell'Orlando Furioso, Firenze, Sansoni 1956.
  • Augustin Renaudet, Dante humaniste, Paris, Les Belles Lettres, 1952.
  • Vladimiro Zabughin, Virgilio nel Rinascimento italiano da Dante a Torquato Tasso, Bologna, Zanichelli, 1921-23.
Traduzioni recenti
  • Tutte le opere. Versione, introduzione e note di Enzio Cetrangolo. Con un saggio di Antonio La Penna. Firenze, Sansoni, 1967.
  • Opere, traduzione di Carlo Carena, Torino, UTET, 1971.
  • Bucoliche, traduzioni di:
    • Luca Canali, Milano Rizzoli, 1978;
    • Mario Geymonat, Milano, Garzanti, 1981;
    • Massimo Cescon, Milano, Mursia, 1986;
    • Marina Cavalli, Milano, Mondadori, 1990.
  • Georgiche, traduzioni di:
    • Alessandro Barchiesi, Milano, Mondadori, 1980;
    • Luca Canali, Milano, Rizzoli, 1983;
    • Mario Ramous, Milano, Garzanti, 1982;
  • Eneide, traduzioni di:

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