Biblioteca di Alessandria

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Coordinate: 31°12′32″N 29°54′33″E / 31.208889°N 29.909167°E31.208889; 29.909167

Antica Biblioteca di Alessandria, l'interno.

La Biblioteca reale di Alessandria fu la più grande e ricca biblioteca del mondo antico ed uno dei principali poli culturali ellenistici.

Andò distrutta nell'antichità, probabilmente più volte tra l'anno 48 a.C. e il 642 d.C.; in suo ricordo è stata edificata, ed è in funzione dal 2002, la moderna Bibliotheca Alexandrina.

La Biblioteca di Alessandria fu costruita intorno al III secolo a.C. durante il regno di Tolomeo II Filadelfo. Questo polo culturale, annesso al Museo, era gestito da un προστάτης (sovrintendente), ruolo di grande autorità. Il sovrintendente era nominato direttamente dal re (il primo filologo ad occupare tale carica fu Zenodoto di Efeso). Questi dirigeva una squadra di preparatissimi grammatici e filologi che avevano il compito di annotare e correggere i testi delle varie opere. Di ciascuna opera si redigevano delle edizioni critiche, che venivano poi conservate all'interno della Biblioteca. Si suppone che al tempo di Filadelfo i rotoli conservati fossero circa 490.000 (quando non bastò più lo spazio, venne costruita una seconda struttura, la Biblioteca del Serapeo).[1]

Origini[modifica | modifica sorgente]

La Biblioteca di Alessandria fu fondata dai Tolomei, una dinastia greco-egizia che trae le sue origini, nel 305 a.C., da uno dei "diadochi" di Alessandro Magno.
È probabile che l'ideazione della biblioteca sia stata di Tolomeo I Sotere[2], che fece edificare anche l'annesso tempio delle Muse, il Museo. La biblioteca fu arricchita nel tempo tra IV e I secolo a.C.

Questo fatto sarebbe comprovato dalla Lettera di Aristea[3], la quale attribuisce l'iniziale organizzazione della biblioteca a Demetrio Falereo, amico di Teofrasto e allievo di Aristotele, la cui biblioteca sarebbe servita da esempio per l'ordinamento di quella di Alessandria.

Secondo le fonti, Demetrio fu cacciato da Tolomeo II (figlio di Tolomeo I) all'inizio del suo regno ed è quindi probabile che i lavori di costruzione della biblioteca iniziarono già sotto Tolomeo I.

Sicuramente è da attribuire al Filadelfo l'impulso dato all'acquisizione di opere, soprattutto con il cosiddetto "fondo delle navi". Questa raccolta deve il suo nome al fatto che, secondo un editto faraonico, tutti i libri che si trovavano sulle navi che sostavano nel porto di Alessandria dovevano essere lasciati nella biblioteca in cambio di copie.

Da ricordare che fu in questo periodo (III secolo a.C.) che fu intrapresa la traduzione in greco dell'Antico Testamento che era scritto in ebraico, e che divenne nota come Septuaginta o "Bibbia dei Settanta".

Al tempo di Tolomeo III dovevano esistere già due biblioteche: la più grande, all'interno del palazzo reale, era adibita alla consultazione da parte degli studiosi del Museo, mentre la seconda, più piccola e destinata alla pubblica lettura, si trovava all'esterno della corte, nel tempio di Serapide, il "Serapeum".[1]

Si presume che al tempo di Filadelfo i rotoli conservati nella biblioteca maggiore fossero circa 490.000, mentre quelli della biblioteca del Serapeo ammontavano a circa 42.800.

L'esatta consistenza libraria della Biblioteca di Alessandria, come anche il numero degli autori dei libri, è sconosciuta, dato che molti rotoli potevano contenere più opere e molti di questi potevano essere duplicati.

Bibliotecario periodo
Zenodoto di Efeso 282 - 260 (?) a.C.
Callimaco di Cirene (?) 260 (?) - 240 (?) a.C.
Apollonio di Rodi (?) 240 (?) - 230 (?) a.C.
Eratostene di Cirene 230 (?) - 195 a.C.
Aristofane di Bisanzio 195 - 180 a.C.
Apollonio Eidografo (?) 180 - 160 (?) a.C.
Aristarco di Samotracia 160 (?) - 131 a.C.

Il primo direttore della biblioteca fu Zenodoto di Efeso, famoso per l'edizione critica dei poemi di Omero ed al quale si deve la sistemazione in ordine alfabetico del patrimonio librario.

La prima catalogazione delle opere contenute nella biblioteca si deve forse a Callimaco di Cirene, invitato da Tolomeo I ad unirsi al circolo di intellettuali della corte alessandrina.

La sua grande opera, i Pinakes o «Tavole delle persone eminenti in ogni ramo del sapere con l'elenco delle loro opere», è probabilmente una versione dell'elenco per categorie redatto per il catalogo della biblioteca reale.

Dopo la direzione di Apollonio Rodio, nella seconda metà del III secolo a.C. fu a capo della biblioteca il grande geografo Eratostene, che, a differenza dei predecessori, contribuì all'aumento dei trattati di ambito scientifico.

Fu comunque nella prima metà del II secolo a.C. con Aristofane di Bisanzio ed Aristarco di Samotracia che la lessicografia e la filologia alessandrina toccarono l'apice della loro fortuna.

Dopo la metà del II secolo le complesse vicende interne e i disordini sociali non permisero ai Tolomei di proseguire la politica culturale dei predecessori e la Biblioteca ed il Museo persero progressivamente il ruolo che avevano ricoperto in passato.[1]

Distruzione della biblioteca[modifica | modifica sorgente]

Fonti antiche e moderne identificano quattro possibili occasioni dove sarebbe potuta intervenire una distruzione parziale o totale della Biblioteca:

  1. L'incendio del 48 a.C. di Giulio Cesare;
  2. L'attacco di Aureliano intorno al 270 d.C.;
  3. Il decreto di Teodosio I del 391 d.C.;
  4. La conquista araba del 642 d.C.

La conquista di Giulio Cesare[modifica | modifica sorgente]

Le fonti riguardanti la fine della Biblioteca di Alessandria sono contraddittorie ed incomplete e rendono ardua una ricostruzione condivisa dell'episodio e della sua datazione. La prima notizia di un incendio che distrusse almeno parte del patrimonio librario concerne la spedizione di Giulio Cesare in Egitto. In seguito ai disordini scoppiati ad Alessandria, un incendio si sviluppò nel porto della città ed avrebbe danneggiato la biblioteca.

Dei sedici scrittori che hanno tramandato notizie sull'episodio, dieci, fra cui lo stesso Cesare nella Guerra alessandrina, Cicerone, Strabone, Livio, Lucano, Floro, Svetonio, Appiano ed Ateneo non riportano alcuna notizia relativa all'incendio del Museo, della Biblioteca o di libri. Sei di questi forniscono notizie dell'incidente come segue:

  1. Seneca (49) afferma che furono bruciati 40.000 libri.
  2. Plutarco (c. 117) dice che il fuoco distrusse la grande Biblioteca.
  3. Aulo Gellio (123 - 169) riporta la notizia di 700.000 volumi bruciati.
  4. Cassio Dione Cocceiano (155 - 235) informa che furono incendiati i depositi contenenti grano ed un gran numero di libri.
  5. Ammiano Marcellino (390) scrive di 700.000 volumi (septigenta voluminum milia) bruciati.
  6. Paolo Orosio (c. 415) conferma il dato di Seneca: 40.000 libri.

Di tutte le fonti, Plutarco, nelle Vite parallele - Cesare, è l'unico che parla della distruzione della biblioteca riferita esplicitamente a Giulio Cesare[4].

Prove dell'esistenza della biblioteca dopo Cesare[modifica | modifica sorgente]

Iscrizione dedicata a Tiberio Claudio Balbillo (~79 d.C.) che conferma l'esistenza della Biblioteca nel I secolo, come affermano le fonti classiche.

La testimonianza di una completa distruzione della biblioteca nel corso della guerra alessandrina sarebbe inficiata non solo dalla discrepanza delle fonti, ma anche da altri indizi, che indurrebbero a pensare ad una perdita parziale e non alla distruzione del patrimonio librario.

L'interpretazione più plausibile è che solamente i libri depositati in un magazzino nei pressi del porto furono accidentalmente distrutti dal fuoco. Questa ipotesi sarebbe suffragata da altre fonti, che fanno supporre che la biblioteca fosse ancora in piedi anche successivamente all'episodio narrato. Si sa infatti che Strabone, durante il suo soggiorno in Egitto (25 a.C.-20 a.C.) lavorò nella biblioteca e che un ampliamento degli edifici fu realizzato da Claudio (41-54 d.C.).[1]

La continuità storica della biblioteca sarebbe comprovata anche da un'iscrizione databile alla metà del I secolo d.C. e dedicata a Tiberio Claudio Balbillo, che avrebbe ricoperto un incarico supra Museum et ab Alexandrina bibliotheca.

Dal momento che non si ha nessuna autentica e sicura prova di una distruzione cesariana, le ipotesi sulla fine della Biblioteca di Alessandria rimangono le altre tre.

La guerra di Aureliano contro Zenobia[modifica | modifica sorgente]

La distruzione della biblioteca è collocata dal alcuni storici al tempo del conflitto che oppose l'imperatore Aureliano alla regina Zenobia di Palmira, verso il 270. Nel corso dei feroci scontri ingaggiati nella città di Alessandria, fu raso al suolo il Bruchion, quartiere della città dove si trovavano la reggia e, al suo interno, la biblioteca.[1]

L'editto di Teodosio I[modifica | modifica sorgente]

In alternativa a questa teoria alcuni studiosi, basandosi su fonti che attestano la sopravvivenza del Museo fino al IV secolo, hanno ipotizzato che la distruzione della biblioteca vada ricondotta ad una data vicina al 400.[1]
Secondo questa interpretazione, la fine della Biblioteca di Alessandria e del Museo sarebbe collegata a quella del Serapeo, la biblioteca minore di Alessandria, distrutto in seguito all'editto dell'imperatore Teodosio I del 391, ostile alla cosiddetta "saggezza pagana"[5]. Secondo altri studiosi quest'ipotesi sarebbe originata invece da una confusione tra le due biblioteche di Alessandria. E dunque la Biblioteca maggiore di Alessandria sarebbe sopravvissuta anche a questo episodio.

La conquista araba dell'Egitto[modifica | modifica sorgente]

Fonti più tarde narrano che nel 642 il generale Amr ibn al-As, comandante delle truppe arabe che avevano appena conquistato l'Egitto, distrusse la biblioteca di Alessandria e i libri in essa contenuti su ordine del califfo Omar.

Abd al-Latif (1162–1231) afferma che la biblioteca fu distrutta da Amr, su ordine del terzo Califfo Omar.[6]

Il racconto è riportato anche da Al-Qifti (1172-1248) nella Storia degli Uomini Dotti: si ritiene che sia questo il testo su cui Bar Hebraeus basò la sua versione della storia.[7]

La più lunga versione del racconto è rintracciabile nella Historia Compendiosa Dynastiarum, opera dell'autore Siriano di religione Cristiana Bar-Hebraeus (1226-1286), anche noto come Abu'l Faraj. L'opera fu tradotta in arabo e fu integrata da materiale proveniente da fonti arabe, come si è specificato precedentemente. Nel testo[8] racconta che un non meglio identificato "Ioannes Grammaticus" chiese a Amr che fare con i "libri nella biblioteca reale". Amr scrisse a Omar per averne istruzioni e "Il califfo rispose: «In quei libri o ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono presenti nel Corano sono inutili, se non sono presenti allora sono dannose e vanno distrutte». Gli Arabi perciò bruciarono i libri per alimentare le caldaie dei bagni per i soldati ed essi bastarono per sostenere il fuoco per sei mesi"[9]

Al-Maqrizi (1364 – 1442) menziona brevemente il racconto, parlando del Serapeo.[10]

In analogia con questo racconto, Ibn Khaldun (1332 - 1406) riporta che Omar ordinò la distruzione dei libri delle biblioteche dell'impero persiano appena conquistato.[11]

Nel 1713 il monaco Eusèbe Renaudot giudicò il racconto della distruzione della biblioteca ad opera degli arabi falso; nei secoli, altri studiosi condivisero le conclusioni di Renaudot: Edward Gibbon nel XVIII secolo, Alfred J. Butler nel 1902, Victor Chauvin nel 1911, Paul Casanova e Eugenio Griffini nel 1923[12].

Nel 1990 l'orientalista Bernard Lewis ha suggerito che il racconto non sia autentico, ma che la sua origine sia dipesa dalla sua utilità per la propaganda del condottiero islamico Saladino, il quale nel 1171 dichiarò di aver distrutto la collezione fatimide di libri eretici ismailiti al Cairo nel quadro della restaurazione del sunnismo, giustificando il suo gesto con un esplicito richiamo all'ordine di Omar di distruggere la biblioteca alessandrina. Lewis ritiene che la storia del califfo Omar che approvava la distruzione della biblioteca potesse rendere il gesto di Saladino più accettabile per la sua popolazione.
A contraddire questa ipotesi esiste la testimonianza dello storico arabo al-Maqrizi (1364 -1442) che, nel suo Khitat[13] ricordava come lo svuotamento dei 100.000 volumi della Dār al-hikma e della sua Khizānat al-kutub ("Tesoro dei libri") fosse cominciato ben prima dell'epoca di Saladino, poco dopo la morte di Al-Afdal Shahanshah, ultimo autorevole esponente del cosiddetto "vizirato militare". I soldati turchi dell'Imam fatimide, in mancanza del loro soldo, andarono infatti a trafugare nel 1068 i libri per rivenderli sul florido mercato dei bibliofili, strappando in vari casi il cuoio delle rilegature per rattoppare le suole dei loro stivali.[14]
Lewis ha più recentemente trattato la questione, ribadendo la sua posizione, nel saggio «The Arab Destruction of the Library of Alexandria» contenuto nel libro collettaneo apparso nel 2008, What happened to the Ancient Library of Alexandria?, a cura del direttore della nuova Bibliotheca Alexandrina, Ismail Serageldin[12].

Luciano Canfora[15] afferma che gli arabi avrebbero cagionato seri danni alla biblioteca.
Franco Cardini[16] concorda con il Canfora ed afferma che taluni studiosi di oggi tendono ad eliminare le fonti che non godono di buona stampa nel mondo musulmano.
Secondo il Cardini, le distruzioni della biblioteca accertate storicamente sarebbero due: nel III e nel VII secolo.
Egli scrive che: «il corso più probabile degli avvenimenti secondo la critica storica, filologica e archeologica recente è questo: (…)

  • 48-47 a.C.: primi danni, collaterali a un incendio che vide Giulio Cesare come corresponsabile;
  • III secolo: incendio della biblioteca. Successiva ricostruzione nel IV secolo. La biblioteca si arricchisce dei nuovi volumi della celebre scuola alessandrina. Il fondo tocca i 40.000 volumi.
  • 642: distruzione definitiva da parte degli arabi[17]».

Elenco dei capo-bibliotecari della Biblioteca di Alessandria[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f Lionell Casson, Libraries in the Ancient World, Yale University Press (2001), passim e s.v. ISBN 978-0300097214 (EN) ; consultato anche in trad. ital., Biblioteche del mondo antico, Sylvestre Bonnard (2003). ISBN 978-8886842563 (IT)
  2. ^ Secondo un'usanza tipica della politica di propaganda della dinastia tolemaica è verosimile che l'importanza del ruolo del primo faraone tolemaico sia stata offuscata a favore del figlio Tolomeo II.
  3. ^ Lettera di Aristea. 9
  4. ^ Plutarco, Vita di Cesare, 49.6
  5. ^ I pagani asserragliati nel grande tempio di Apollo furono trucidati. Cfr. Carlo Rovelli "Cos'e' la scienza. La rivoluzione di Anassimandro", Mondadori, 2011.
  6. ^ De Sacy, Relation de l’Egypte par Abd al-Latif, Paris, 1810: "Sopra la colonna dei pilastri c'è una volta sostenuta da questa colonna. Penso che questo edificio sia il portico dove Aristotele insegnava, e dopo di lui (dove insegnavano ndr) i suoi discepoli; e che questo (edificio ndr) era la scuola che Alessandro costruì quando edificò questa città, e dove era collocata la biblioteca che Amr ibn-Alas bruciò, su ordine di Omar". Vedi Google books [1]. Traduzione inglese del testo francese di De Sacy da [2]. Altre versioni del testo di Abd-el-Latif in lingua inglese [3].
  7. ^ Samir Khalil, «L’utilisation d’al-Qifṭī par la Chronique arabe d’Ibn al-‘Ibrī († 1286)», in : Samir Khalil Samir (Éd.), Actes du IIe symposium syro-arabicum (Sayyidat al-Bīr, septembre 1998). Études arabes chrétiennes, = Parole de l'Orient 28 (2003) 551-598. Una traduzione inglese del passaggio in cui l'autore parla della biblioteca, opera di Emily Cottrell dell'Università di Leida, è leggibile qui.
  8. ^ Edward Pococke, Bar Hebraeus: Historia Compendiosa Dynastiarum, Oxford, 1663. Testo arabo, traduzione in latino. Questa è l'unica edizione e traduzione mai spampata dell'opera. Nel 1650 Pococke aveva tradotto precedentemente il passaggio concernente la fine della biblioteca nel suo Specimen Historiae Arabvm; sive, Gregorii Abul Farajii Malatiensis De origine & moribus Arabum succincta narratio, in linguam latinam conversa, notisque è probatissimis apud ipsos authoribus, fusiùs illus., operâ & studio Edvardi Pocockii. Oxoniae: 1650: excudebat H. Hall. Quest'ultima opera era una raccolta di estratti di testi arabi inediti a quel tempo, pubblicata per verificare se vi fosse un interesse verso la materia da parte dei potenziali lettori.
  9. ^ Ed. Pococke, p.181, traduzione a p.114. Testo in inglese e latino qui. Passo in latino: “Quod ad libros quorum mentionem fecisti: si in illis contineatur, quod cum libro Dei conveniat, in libro Dei [est] quod sufficiat absque illo; quod si in illis fuerit quod libro Dei repugnet, neutiquam est eo [nobis] opus, jube igitur e medio tolli.” Jussit ergo Amrus Ebno’lAs dispergi eos per balnea Alexandriae, atque illis calefaciendis comburi; ita spatio semestri consumpti sunt. Audi quid factum fuerit et mirare."
  10. ^ Alfred J. Butler, The Arab Conquest of Egypt and the Last Thirty Years of the Roman Dominion, Oxford, 1902, Chapter 25, p.401 f.: (testo in inglese) "Thus speaking of the Serapeum he says, ‘Some think that these columns upheld the Porch of Aristotle, who taught philosophy here: that it was a school of learning: and that it contained the library which was burnt by `Amr on the advice of the Caliph Omar’ (Khitat, vol. i. p. 159)."
  11. ^ Quoted by Wahid Akhtar (tr), Murtada Mutahhari-quddisa sirruh, Alleged Book Burnings in Iran and Egypt: A Study of Related Facts and Fiction, in al Tawhid vol 14, No. 1 Spring 1997. Ibn Khaldum scrisse (testo in inglese): "It is said that these sciences reached Greece from the Persians, when Alexander killed Darius and conquered Persia, getting access to innumerable books and sciences developed by them. And when Iran was conquered (by Muslims) and books were found there in abundance, Sa’d ibn Abi al-Waqqas wrote to `Umar ibn al-Khattab asking his permission to have them translated for Muslims. ‘Umar wrote to him in reply that he should cast them into water, “for if what is written in those books is guidance, God has given us a better guide; and if that which is in those books is misleading, God has saved us from their evil.” Accordingly those books were cast into water or fire, and the sciences of the Iranians that were contained in them were destroyed and did not reach us."
  12. ^ a b "The Arab Destruction of the Library of Alexandria: Anatomy of a Myth", di Bernard Lewis.
  13. ^ al-Mawāʿiẓ wal-iʿtibār fī dhikr al-khiṭaṭ wal-athār ed. Ayman Fuʾād Sayyid, 6 voll., Londra, al-Furqān Islamic Heritage Foundation, 2002-2004.
  14. ^ Claudio Lo Jacono, Storia del mondo islamico (VII-XVI secolo) - Il Vicino Oriente, Torino, Einaudi, 2003, p. 292.
  15. ^ Luciano Canfora, La biblioteca scomparsa, 1986.
  16. ^ Franco Cardini, Avvenire, 26 luglio 2009.
  17. ^ Franco Cardini, op. cit..

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Questa voce è parte della serie
Biblioteche antiche
Biblioteca di Efeso
Impero Romano:

Si segnala anche

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