Simonide

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Probabile raffigurazione di Simonide in un mosaico pompeiano.

Simonide, in greco Σιμωνίδης (Isola di Ceo, 550 a.C. circa – Agrigento, 467 a.C.), è stato un poeta lirico greco antico. Fu l'iniziatore della seconda fase della lirica corale, che comprende, oltre a lui, anche Pindaro e Bacchilide. La sua opera, fortemente innovativa, è caratterizzata da una grande attenzione per le riflessioni etiche, ma è allo stesso tempo influenzata dal clima culturale creatosi a seguito dell'instaurazione delle tirannidi, che prevede che il componimento corale sia influenzato dalle esigenze del committente oltre che dal pubblico e dall'occasione della performance.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Simonide nacque nel piccolo paese di Iuli, sull'isola di Ceo, nelle Cicladi. Dopo essersi distinto come poeta nella sua terra natale, fu chiamato ad Atene dal tiranno Ipparco, figlio di Pisistrato: egli, facendosi promotore di una politica di "mecenatismo", aveva infatti favorito la riunione attorno a sé di numerosi artisti. Nella città dell'Attica Simonide si trattenne fino al 514 a.C.: dopo l'assassinio di Ipparco da parte dei tirannicidi Armodio e Aristogitone, iniziò a girovagare spostandosi da una località all'altra della Grecia. Giunse così in Tessaglia, presso la corte degli Scopadi e degli Alevadi, e fece poi ritorno ad Atene nel periodo delle guerre persiane (490-479 a.C.).[1]

Dopo la fine del conflitto, Simonide si spostò in Sicilia, dove la permanenza di governi tirannici favoriva la pratica del mecenatismo e "offriva una dimora adatta alla personalità"[1] del poeta lirico. Qui operò presso la corte di Gerone I di Siracusa e di Terone di Agrigento. Morì in età molto avanzata nel 467 a.C.; secondo la tradizione, fu sepolto ad Agrigento.[1]

Sulla figura di Simonide, caratterizzata da elementi di forte novità, fiorì già in età antica una ricca aneddotica: al lirico fu attribuita l'invenzione di una tecnica mnemonica che permettesse di imprimere i dati nella memoria tramite la fissazione di alcuni punti di riferimento visivi. Tale notizia deriva da un aneddoto ambientato al tempo della permanenza di Simonide presso il re tessalo Skopas: questi avrebbe rimproverato il lirico di aver dedicato troppo spazio all'esaltazione di Castore e Polluce in un suo componimento, e lo avrebbe di conseguenza invitato a esigere dalle due divinità la metà del compenso che egli stesso avrebbe dovuto dargli. Nello stesso momento, a Simonide sarebbe stato comunicato che due giovani lo attendevano fuori dal palazzo: mentre egli andava ad accoglierli, il palazzo sarebbe crollato, seppellendo tra le macerie lo stesso Skopas con i suoi commensali. Mentre sembrava impossibile riconoscere i morti, i cui volti erano rimasti sfigurati, Simonide sarebbe stato l'unico a identificarli, avendo perfettamente memorizzato il posto che essi occupavano attorno alla tavola.[2]

Opera[modifica | modifica sorgente]

Simonide compose molteplici inni, epinici, elegie, epicedi, encomi e ditirambi. La sua vasta opera fu ordinata dai filologi alessandrini in base all'occasione della performance cui i componimenti erano destinati; sono a oggi pervenuti circa 150 frammenti di estensione ridotta, ad eccezione del frammento 11 West, pubblicato nel 1992 ed esteso per oltre quaranta versi: in esso si conserva parte del proemio dell'elegia composta per celebrare la vittoria ottenuta dallo spartano Pausania contro i Persiani nella battaglia di Platea. Tra i numerosi epigrammi attribuiti a Simonide - sebbene molti siano di dubbia autenticità - un numero considerevole fu realizzato nel periodo del secondo soggiorno ad Atene, quando Simonide, adattandosi alle necessità impostegli dalla situazione politica, non rifiutò di esaltare l'atto dei tirannicidi Armodio e Aristogitone, uccisori dell'amico e protettore Ipparco, esaltando il nuovo ordinamento democratico.[1]

Secondo Erodoto, Simonide fu l'autore dell'epigramma leggibile su un'epigrafe alle Termopili:

(GRC)
« ὦ ξεῖν', ἀγγέλλειν Λακεδαιμονίοις ὅτι τῇδε
κείμεθα τοῖς κείνων ῥήμασι πειθόμενοι »
(IT)
« O viandante, annuncia agli Spartani che qui

noi giacciam per aver obbedito alle loro parole. »

(Erodoto, Storie, VII, 228)

Famoso il suo encomio per i morti della Battaglia delle Termopili (fr. 531 Page):

(GRC)
« τῶν ἐν Θερμοπύλαις θανόντων

εὐκλεὴς μέν ἁ τύχα, καλός δ'ὁ πότμος,
βωμὸς δ'ὁ τάφος, πρὸ γόων δὲ μνᾶστις, ὁ δ'οἶκτος ἔπαινος·
ἐτάφιον δὲ τοιοῦτον οὔτ'εὐρὼς
οὔθ'ὁ πανδαμάτωρ ἀμαυρώσει χρόνος.
ἀνδρῶν ἀγαθῶν ὅδε σηκὸς οἰκέταν εὐδοξίαν
Ἑλλάδος εἵλετο· μαρτυρεῖ δὲ καὶ Λεωνίδας,
Σπάρτας βασιλεύς, ἀρετᾶς μέγαν λελοιπὼς
κόσμον ἀέναόν τε κλέος. »

(IT)
« Dei morti alle Termopili
gloriosa la sorte, bella la fine,
la tomba un'ara, invece di pianti, il ricordo, il compianto è lode.
Un tal sudario né ruggine
né il tempo mangiatutto oscurerà.
Questo sacello d'eroi valorosi come abitatrice la gloria
d'Ellade si prese. Ne fa fede anche Leonida,
il re di Sparta, che ha lasciato di virtù grande
ornamento e imperitura gloria. »
(Simonide, fr. 531 Page)

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

  • Si fa riferimento all'aneddoto per cui gli viene attribuita l'invenzione di una tecnica mnemonica per imprimere le informazioni nella memoria nel saggio di Joshua Foer, L'arte di ricordare tutto[3].
  • Viene citato nel primo libro della Repubblica di Platone, con un tono sotteso di critica ed ironia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Casertano; Nuzzo, op. cit., p. 509.
  2. ^ Casertano; Nuzzo, op. cit., p. 508.
  3. ^ Joshua Foer, L'arte di ricordare tutto, Milano, Longanesi, 2011, pp. 9-10, ISBN 928-88-304-3256-7 .

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Letteratura critica
  • Mario Casertano, Gianfranco Nuzzo, Storia e testi della letteratura greca. Vol. 1, Palermo, Palumbo Editore, 2003, ISBN 978-88-8020-493-0.
  • (DE) G. Christ, Simonidesstudium, Friburgo, 1941.
  • M. Detienne, I maestri di verità nella Grecia arcaica, Roma-Bari, Laterza, 1977.
  • (DE) Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, Sappho und Simonides, Berlino, 1913.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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