Letteratura greca

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.
Uno dei papiri di Ossirinco, con alcuni dei più importanti esempi della letteratura dell'antica Grecia.

La letteratura greca, espressione dell'antica Grecia e della sua ricchissima cultura, è tra gli elementi fondanti dell'idea moderna di Occidente e di gran parte della cultura occidentale.

Età arcaica (X-VI secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Oinochoe, Tardo Geometrico I, 740 a.C, proveniente dalla necropoli del Dipylon, (Atene NM 192).

L'inizio tradizionale della storia greca avviene intorno al 2800-2100 a.C. (età del Bronzo), molto dopo la reale nascita della civiltà greca, datata all'età della Pietra intorno all'VIII-IV millennio a.C. La civiltà più antica, quella minoica, nasce intorno al 2700-1450 a.C., mentre la prima certamente greca è quella micenea. Nel 1100 a.C. avviene l'invasione dorica, una popolazione di provenienza sconosciuta ma di certe origini greche; segue il medioevo ellenico, che termina con l'importazione dell'alfabeto alla metà dell'VIII secolo a.C. In corrispondenza di ciò avviene un forte incremento demografico ed una colonizzazione delle coste dell'Asia Minore: questo comporta la nascita delle prime polis, nonché delle prime legislazioni scritte, come fa Licurgo a Sparta.

Con le invasioni doriche si ha un regresso nella scrittura, durante tutto il medioevo ellenico: dai primi elementi di scrittura sillabica del Lineare B, individuati dall'architetto inglese Michael Ventris nel 1952, datati al II millennio a.C., si arriva ai primi esempi di scrittura a dopo il 750 a.C., come la Coppa di Nestore o l'oinochoe proveniente dal Dipylon (ora ad Atene, NM 192)[1]. L'invenzione dell'alfabeto, dovuta per lo più all'introduzione delle vocali fenice, risale mitologicamente a Cadmo, fondatore di Tebe, che le introdusse in Beozia, la sua terra. Ma prima di Omero sono attestate diverse composizioni: λίνος (canti in onore di Lino, come lamento), ὑμέναιος (canto nuziale, anche imeneo), παιήων (discorso celebrativo, peana), θρῆνος (canto funebre, treno). Anche Cicerone afferma che "fuerunt ante Homerum poetae".

Omero[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Omero.
Homer Caetani, copia romana (II secolo a.C.), Parigi, Louvre.

Come riferisce Giambattista Vico, Omero è il simbolo dell'attività letteraria di un'intera cultura. È ormai certo che le sue opere siano prima state composte oralmente, poi pubblicate in maniera aurale (per recitazione), ed infine sarebbe avvenuta la trasmissione orale e poi scritta. I suoi sono libri di cultura, cioè ne rispecchiano le componenti religiose, civili, belliche, sociali. Indicazioni bibliografiche ci sono state trasmesse dalle Vite, prima del testo letterario, il De vita et poesi Homeri dello Pseudo-Plutarco, una voce nel lessico bizantino Suda, nonché un'altra citazione nelle Storie di Erodoto. È considerato tradizionalmente cieco, poiché il poeta è sempre veggente, e vede con l'occhio interiore. Le sue due grandi opere sono l'Iliade (secondo il Trattato del Sublime, l'opera della giovinezza), sugli eventi degli ultimi giorni del decimo anno della guerra di Troia, e l'Odissea (l'opera della vecchiaia, sempre secondo il Sublime), un νόστος, il ritorno in patria lungo dieci anni, con una struttura narrativa molto complessa (Odisseo è infatti il narratore di sé stesso).

Se la prima opera analizza la guerra in tutti i suoi aspetti, la seconda conferisce particolare importanza ai motivi geografici. È presente un forte antropomorfismo, una rappresentazione delle divinità con tratti totalmente umani. Dodds identifica una forte aggressività guerriera, motivata dalla difesa dell'onore, esempio della cultura della vergogna, quale sarebbe quella greca (poi, interiorizzata, in cultura della colpa). La lingua utilizzata, composta prevalentemente da dialetto ionico ed eolico, è definita omerica per la particolarità del linguaggio, con uno stile molto semplice e lineare funzionale alle attese del destinatario. In tutta l'opera prevale l'esametro, e la presenza assoluta di due leggi ritmiche: il divieto di esatta divisione in due del verso (divieto di pausa dopo il terzo dattilo) e il ponte di Hermann (divieto di pausa dopo la prima breve del quarto dattilo): tutto ciò evidenzia una cronologia del verso certamente precedente all'VIII secolo a.C. La questione omerica nasce con i Chorizontes Xenone ed Ellenico nel III secolo a.C., quando ipotizzano due differenti autori per le opere omeriche: nel VI secolo a.C. Pisistrato aveva unito in unico corpus i canti epici di Omero, aggiungendone alcune parti, in occasione della festa ateniese delle Panatenee. Sulla redazione dell'opera la prima ipotesi è del 1664, con D'Aubignac e il suo Conjectures académiques ou disseration sur l'Iliade, cui seguono Vico con Della discoverta del vero Omero (1774), Wood e il suo Essay on the original genius of Homer (1769) e pochi anni dopo, nel 1795, Wolf con i Prolegomena ad Homerum, tutte sull'ipotesi di una tradizione orale precedente alla redazione omerica.

Le due ideologie principali vedono contrapposti gli analitici e gli unitari: i primi credono ad una redazione differente, come la teoria del nucleo (Hermann), la teoria dei canti singoli (Lachmann), la teoria della compilazione (Kirchoff), mentre i secondi vedono negli espedienti compositivi e nei richiami a distanza un unico autore, forse Omero. Oggi si crede che vi sia unità, ma non in senso moderno. Fra gli elementi più importanti, i cosiddetti versi formulari identificati da Milman Parry nel 1928, e soprattutto quelle incongruenze narrative, gli scandali analitici, come il personaggio di Pylaiménes, che muore e risorge, e lepisodio del nono libro dell'Iliade, in cui l'ambasceria di Agamennone per Achille, che vede protagonisti Fenice, Odisseo ed Aiace, parla in modo duale.

Esiodo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esiodo.
Esiodo e la Musa, Eugène Delacroix (XIX secolo), Parigi, Palazzo Borbone.

Esiodo è il primo individuo storico, cioè ci parla di sé all'interno delle proprie opere con una forte autoidentificazione. Sappiamo che col padre parte da Cuma, in Asia Minore, per giungere via mare ad Ascra, in Beozia; altre fonti ci dicono che non fece mai alcun viaggio per mare, e quindi è possibile che sia nato nella stessa città. Il poeta è comunque collocabile al principio del VII secolo a.C. Il suo unico viaggio di cui si avrebbe conferma è ad Eubea, in Calcide, in occasione di giochi funebri in onore di Anfidamante. La "Teogonia" è un'opera d'argomento religioso, ma in maniera differente dalla concezione moderna: l'autore non intende spiegare nulla, ma considera gli dei come una realtà di fatto. La tradizione teogonica è diversa da quella di Omero, ma è dello stesso tipo, segno di una chiara valenza panellenica. Altro elemento fondamentale è l'investitura personale delle Muse: nell'opera risaltano il dato biografico e soprattutto la dichiarazione poetica. Opera non molto unitaria, poiché segue una concezione personale, è "Le opere e i giorni", che si dilunga su due grandi argomenti: la giustizia e il lavoro.

Tratta materia umile con il verso tipico dell'epos, l'esametro: si tratta infatti di un'opera epica, non di un poema didascalico. Inoltre il patrimonio proverbiale è molto folto. La mancanza di oralità (a differenza del caso omerico) è dovuta innanzitutto all'aspetto cronologico (la scrittura doveva essere già presente), e poi ad una tradizione omerica ormai pervenuta. L'unità su cui si dibatte è messa in discussione dalle sezioni alternative, veri e propri doppi utilizzati dagli aedi durante le narrazioni. Altre opere minori, di dubbia attribuzione, sono "Il catalogo delle donne", una storia dell'umanità sulle figure femminili, legato nella narrazione al termine della Teogonia, e lo "Scudo di Eracle", sulla vicenda di Alcmena ed Eracle. Altri scritti vengono oggi considerati apocrifi (Precetti di Chitone, Astronomia, Aigìmios, Melampodia, Discesa all'Ade di Pirìtoo, Nozze di Ceìce). Allo stato attuale degli studi la critica letteraria tende ad un'interpretazione unitaria dei testi, ossia una redazione finale completa, ma con una lunga tradizione precedente orale.

Lirica greca arcaica (VII-V secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lirica greca.

La lirica riguarda tutta la poesia non epica: gli antichi ne distinguono il giambo (per l'uso del metro giambico), l'elegia (per l'uso dei distici elegiaci) e la melica (cantata). La lirica si suddivide inoltre in base al pubblico e all'occasione: corale per feste religiose ed agoni ginnici, monodica per solisti, soprattutto durante i simposi. Il simposio è il luogo politico in cui s’incontrano gli appartenenti ad un'eteria: è il momento in cui il pasto diventa una celebrazione formalizzata. Ma bisogna ricordare che tutta la poesia antica è d’occasione. Modi di resa della parola erano il parlato (poesia, dialogo nel dramma), il recitativo (epos, elegia, giambo) ed il canto (lirica monodica, dramma). I principali strumenti musicali erano a corda (phorminx per l'epos, kithàra, lyra, bárbiton per i simposi), a fiato (aúlos, sálpinx per scopi militari) e a percussione (týmpana, kýmbala).

Gli antichi avevano una sensibilità maggiore al contesto musicale: tanto è vero che questa era controllata giuridicamente. Oltre ai celebri autori di Lesbo, si ricorda Terpandro, a cui si deve l'introduzione della lira moderna a sette corde, il canto per occasioni conviviali in metro lirico, nonché l'invenzione dello scolio simposiale e del bárbiton, strumento per eccellenza del simposio. Altro personaggio è Arione, vissuto alla corte del tiranno Periandro, che introdusse il coro dei satiri, nonché grandi innovazioni nel ditirambo.

Poeti giambici (VII-VI secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Poesia giambica.

La poesia giambica era un tipo di poesia simposiale della Grecia arcaica nata intorno al VII secolo a.C., caratterizzata da turpiloquio, invettiva, osceno e ridicolo. Prende il suo nome dal metro che la caratterizza, il giambo appunto, caratterizzato da ritmo ascendente e rapido. L'inventore di questo genere di poesia è ritenuto unanimemente Archiloco di Paro, e i suoi maggiori esponenti sono Ipponatte di Efeso e Semonide.

Comunemente i giambi erano caratterizzati da argomenti e toni realistici e come detto il tratto specifico era l'attacco personale, l'irrisione, la derisione, l'invettiva. Essa tuttavia non è da vedere come un genere di poesia negativa, in quanto criticando certe cose, esorta a fare l'opposto. La poesia giambica si recitava in parakataloghè, la voce narrante era cioè accompagnata da uno strumento a corda o a fiato, senza arrivare al canto spiegato vero e proprio.

Archiloco[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Archiloco.

Archiloco nacque nell'isola di Paro nelle Cicladi, da un nobile, Telesicle, e da una schiava tracia di nome Enipò (tuttavia il nome potrebbe essere fittizio, nato da un'assonanza con il sostantivo greco enipè, ingiuria, e dunque riconducibile alla sua attività di poeta giambico).

La famiglia era legata al culto di Demetra: non solo Paro è ricordata come importante centro del culto demetriaco già nell'inno omerico A Demetra, ma Pausania nel descrivere la Lesche degli Cnidi, a Delfi, ricorda che in essa Polignoto di Taso (V secolo a.C.) vi aveva raffigurato accanto alla Sacerdotessa Cleobea, di cui si dice che abbia introdotto a Taso il culto di Demetra, anche Tellis, di cui si narrava che Archiloco fosse discendente (cfr. Pausania, 10, 28, 3).

Archiloco visse probabilmente nel periodo che va dal 680 a.C. al 645 a.C. in quanto in una sua opera viene menzionata l'eclissi di sole del 6 aprile 648 a.C., che sconvolse gli abitanti dell'Egeo e alla quale egli assistette mentre si trovava a Taso, una colonia dei Pari. Nella seconda metà dell'VIII secolo a.C., durante il grande movimento di colonizzazione ellenica, i Pari colonizzarono a nord l'isola di Taso, ma dovettero sostenere lunghe lotte contro i barbari del continente e contro le colonie delle città rivali tra cui la vicina Nasso. Archiloco, figlio del fondatore della colonia tasia, combatté in tali guerre e ne cantò le vicende.

Irrequieto nell'indole, trascorse buona parte della sua vita in mare. In una sua famosa elegia si mostra rattristato per la perdita del cognato morto in mare in un naufragio. Sua è la prima raffigurazione allegorica della battaglia come di una "paurosa tempesta". Archiloco condusse un'esistenza segnata da ogni tipo di stento, non perché fosse vero ma solo per compiangersi. Invitava tutti a lasciare Paro e a trattenerlo nella vicina Nasso non bastò né il dolce vino né il suo vitto peschereccio. Giunse a Scarpanto e a Creta; verso nord visitò l'Eubea, Lesbo, il Ponto.

Come detto, Archiloco si guadagnò da vivere facendo il soldato mercenario, cosa che afferma egli stesso nelle sue poesie. La tradizione vuole che perse la vita in combattimento, ucciso da un certo Calonda, mentre combatteva per la sua patria contro Nasso.

Semonide di Amorgo[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Semonide.

Semonide visse nella prima metà del VII secolo a.C. a Samo. Faceva parte della nobiltà samia, tanto che partecipò come ἡγεμών, condottiero, nella spedizione per fondare la colonia greca di Amorgo: da qui il nome Semonide Amorgino. Di lui possediamo pochi frammenti, che riguardano riflessioni sulla vita degli uomini, oppure sul catalogo delle donne. Il primo argomento è proprio una considerazione su come debba essere condotta la vita dagli uomini: egli dice che secondo lui la vita non è altro che una serie di sofferenze, che si concluderanno con la morte. Pertanto critica gli uomini che si affannano alla ricerca di vane gioie, e proprio quando egli si propone di consigliare una giusta condotta di vita, il frammento si interrompe, lasciando il dubbio sul pensiero del poeta.

Il secondo è uno ψόγος γυναικῶν (in greco biasimo delle donne): egli elenca una serie di dieci categorie di donne, tutte con caratteristiche dannose alla vita dell'uomo (la donna scrofa, la donna asino ecc.) poiché le prendono dall'animale del quale portano il nome. Solo una però è la donna adatta ad ogni uomo: la donna ape, fedele e laboriosa. Questo catalogo delle donne ed anche il loro biasimo era già presente in Esiodo, che aveva narrato il mito di Pandora, (ed anche scritto appunto un catalogo delle donne che si erano unite a dèi generando semidèi e viceversa). Tutto ciò viene ripreso da Semonide con toni più decisi, e anche con l'utilizzo del dialetto ionico quotidiano.

Ipponatte[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ipponatte.

Ipponatte nacque ad Efeso nella seconda metà del VI secolo a.C. da una famiglia aristocratica, come possiamo ricavare dai suoi testi e dal suo nome, che in greco significa "signore di cavalli" (l'allevamento di cavalli era praticato solo dai nobili). Proprio per la sua appartenenza al ceto nobiliare fu esiliato dai tiranni Atenàgora e Coma e visse a Clazomene. Ebbe inoltre dei forti contrasti con due scultori, Bùpalo e Atènide, forse perché lo avevano rappresentato con caricature ridicole. A questi rivolse allora dei violentissimi giambi, che, secondo la tradizione, li avrebbero spinti al suicidio per la vergogna. La critica all'inizio individuava in Ipponatte una persona spregevole, frequentatore di ladri e prostitute, a causa dei suoi testi, ricchi di questi elementi. Però attualmente si è riconosciuto al poeta efesino una grande raffinatezza nel parodizzare i proemi dell'Iliade e dell'Odissea, ma anche nel citare inni religiosi, facendo così cadere l'ipotesi di un poeta non aristocratico e malfamato.

Il suo pubblico era quello delle eterie del simposio, e a lui si attribuisce l'invenzione del trimetro giambico scazonte, o zoppicante. Egli infatti ruppe il ritmo troppo armonioso che riteneva adatto agli elogi e non alla poesia scòptica, cioè irrisoria. Anch'egli, come Semonide usa lo ionico quotidiano. Tra gli dèi più citati nei suoi versi troviamo il dio Hermes, definito Μαιαδεύς, figlioletto di Maia, citando appunto l'inno religioso a lui dedicato.

Elegia arcaica (VII-VI secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Essa nasce presumibilmente in Ionia intorno all'VIII secolo a.C., infatti come per l'epica i suoi frammenti più arcaici databili intorno al VII secolo a.C. presentano una forma già raffinata. L'elegia greca si qualifica come il prodotto poetico di una classe nobiliare o aristocratica, nell'ambito del simposio, che nel VII secolo a.C. aveva una enorme importanza politica e sociale, implicando sia il confronto tra gli uguali che quello tra ospitanti e ospitati.

Certamente il contesto in cui l'elegia si sviluppa presuppone;

  1. una stretta connessione con l'esecuzione orale, e dunque un costante riuso e comunicazione mnemonica e agonale,
  2. il contesto del simposio, luogo di incontro aristocratico, privato e non legato ad esigenze di ritualità sacrale. In esso la componente di intrattenimento e di comunicazione impegnata erano inestricabilmente legate. Si aggiunga che l'elegia è dunque costantemente poesia d'occasione, connotata dunque dalle circostanze in cui viene recitata.

La natura dattilica dei suoi versi la connette direttamente alla poesia epica, ma gli argomenti cantati sono in realtà molto diversificati: esortazioni e ammonimenti nell'elegia guerriera di Callino e Tirteo, temi amorosi in Mimnermo, accenti sentenziosi e morali in Teognide, temi politici in Solone, temi civili in Semonide.

La presenza di temi guerreschi e politici destinati a una collettività ha sollevato il dubbio che l'elegia potesse essere connessa ad un contesto esecutivo diverso dal simposio. A Sparta è documentata la tradizione arcaica di recitazioni agonali di elegie di Tirteo nei συσσίτια (sissizi) o presso la tenda dei re durante le campagne belliche.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Elegia greca e Lirica greca.
Callino di Efeso[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Callino.

Callino nacque ad Efeso all'inizio del VII secolo a.C.; probabilmente poetò un po' anteriormente rispetto ad Archiloco, giacché lo storico Stobeo afferma che Callino conobbe Magnesia ricca e fiorente mentre Archiloco la conobbe in degrado. Visse in un periodo molto difficile poiché la sua città dovette affrontare le invasioni di popoli barbari quali i Cimmeri e i Treri; proprio contro di loro il poeta esorta i giovani a combattere.

Egli ritiene che il vero valore per un guerriero sia quello di combattere per la propria patria, per la famiglia e per i figli: il protagonista dei suoi frammenti non è un singolo eroe in cerca di gloria e onore, bensì un intero popolo guidato da istinti patriottici. Callino si rivolge principalmente ai giovani, invogliandoli a combattere e a difendere la propria città; egli infatti ritiene che i giovani non siano a conoscenza di ciò che accade realmente, sono convinti di vivere in pace mentre è la guerra che la fa da padrona. Callino mutua da Omero il registro linguistico, ma le sue opere hanno un contenuto differente.

Tirteo[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tirteo.

Visse probabilmente intorno al VII secolo a.C. Si suppone che avesse origini spartane o quanto meno laconiche.

L'opera: dei suoi scritti, ordinati dagli alessandrini in cinque libri, sono conservate per tradizione indiretta, alcune ampie elegie "parenetiche" cioè di esortazione alla gloria guerresca e frammenti di un'elegia dedicata alla Eunomìa (il Buongoverno) nella quale si celebra la costituzione attribuita al leggendario Licurgo. Perduti sono andati i cosiddetti canti di marcia, grazie ai quali gli opliti spartani giungevano con una formazione compatta di fronte al nemico. Tirteo divenne l'unico autentico interprete del sistema culturale e ideologico spartano. Nel caso di Tirteo il simposio non ha la caratteristica di essere un uditorio ristretto, bensì composto in realtà dagli stessi commilitoni riuniti nella celebrazione del banchetto collettivo.

Stile: provando ad attribuire l origine di Tirteo non a Sparta ma ad Atene o a Mileto, gli antichi intendevano spiegare le ragioni del dialetto epico-ionico nel quale furono redatte le elegie ma nel quale è difficile fossero state originariamente composte, in quanto destinate ad un uditorio spartano e quindi in lingua dorica. Secondo lo studioso Bruno Gentili un'ipotesi va ricercata nella possibilità che le varie elegie ben diffuse in Attica, si siano ionizzate linguisticamente nel corso del tempo. Altri che sostengono invece l'iniziale forma ionica portano come spiegazione la possibile presenza di una sorta di "koinè" ereditata dalla precedente età micenea e successivamente tramandata dal repertorio formulare omerico.

Solone[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Solone.

Solone (640-560 a.C.) era un aristocratico ateniese. Fu nominato arconte nel 594 a.C. con l'incarico specifico di pacificare la città. Solone sul piano sociale aboli le ipoteche sui terreni (grazie alla "seisàcteia" ovvero sgravio dei pesi) e la schiavitù per debiti. Inoltre Solone attuò sul piano politico-istituzionale una divisione della popolazione in 4 classi in base al reddito posseduto. -la prima classe era costituita dai pentacosiomedismi (coloro che avevano un reddito annuo di 500 medimni di cereali 0 500 metremi di olio) che raggruppava la grande aristocrazia. -la seconda classe era quella dei cavalieri (300 medimni) ovvero coloro che erano in grado di sfamare un cavallo e far parte della cavalleria; questa classe raggruppava la media aristocrazia e i ricchi commercianti. -la terza classe era quella degli zeugiti, piccoli proprietari terrieri che avevano una reddita annua di 200 medimni, utile per allevare una coppia di buoi (zeugos=coppia di buoi aggiogata) -la quarta classe era quella dei teti che, con una reddita di meno di 200 medimni, lavoravano come braccianti o "operai". Inoltre questa riforma prevedeva anche la partecipazione dei teti all'ecclesia, l'assemblea popolare aperta ai cittadini maggiorenni. I cittadini maggiori di 30 anni invece potevano accedere all'eliea, tribunale popolare che poteva fare ricorso contro le decisioni dei magistrati. Grazie alla riforma di Solone si poté avere per la prima volta un dialogo reale tra aristocrazia e demos. Oltre che ad abile uomo politico Solone fu anche un letterato ed un poeta.

Mimnermo[modifica | modifica sorgente]

Scarse sono le notizie sulla vita di Mimnermo. Dal lessico bizantino Suida è detto nativo di Colofone o di Smirne, due città della costa ionica dellAsia Minore. Poeta di elegie secondo la tradizione alessandrina fu considerato un esperto di tale genere letterario. Il suo stato sociale parrebbe aristocratico, come indicherebbe anche il nome (Colui che resiste sull'Ermo) che potrebbe alludere alle gesta di un guerriero suo avo nella guerra contro i Lidi.

Opera: testimonianze antiche attribuiscono a Mimnermo il ruolo di auleta e aulodo, cioè suonatore e probabilmente anche cantante delle proprie elegie. A questo è attribuito la stesura del poema elegiaco Smirneide, che trattava della storia della città e della battaglia vittoriosa degli smirnei contro i lidi. Il poeta alessandrino Callimaco (III secolo a.C.) distingue nettamente due fasi della produzione di Mimnermo, le cosiddette elegie tenui, composizioni brevi e molto simili agli epigrammi e quella che lui definisce la "grande donna" riferendosi al poema, lungo e formalmente poco curato.

Tematiche: l'antitesi giovinezza-vecchiaia è il sigillo personale della tematica di Mimnermo, triste visione della vita, dove una volta terminata per l'uomo l'età della giovinezza non resta nel panorama desolato di una triste esistenza altra via d'uscita se non la morte. Da non ritenere però che la sensibilità del poeta elegiaco conducesse ad un disinteresse della dimensione civile e politica in quanto i suoi stessi componimenti, trovavano ascolto e si esplicavano all'interno della dimensione simposiaca.

Teognide[modifica | modifica sorgente]

Teognide è stato un poeta greco antico. Nacque probabilmente a Megara Nisea, nel Peloponneso, tra il VI secolo a.C. ed il V secolo a.C. da famiglia aristocratica. Ebbe ogni bene confiscato e dovette fuggire dalla patria in seguito alla vittoria politica della fazione democratica. Si rifugiò quindi a Megara Iblea, colonia siciliana di Nisea, tornando poi nella terra natale ancora dilaniata dalle lotte interne. Presso gli antichi godé fama di essere il migliore tra i poeti elegiaci, a tal punto che ogni produzione gnomica e sentenziosa di tal genere, qualora fosse di autore incerto, veniva attribuita a Teognide. Di lui resta una silloge di poco meno di 1400 versi dedicata a Cirno, il giovane eromenos da lui amato, affinché volesse seguire gli insegnamenti della virtù aristocratica.

Focilide[modifica | modifica sorgente]

Focilide di Mileto è stato un autore greco attivo nella seconda metà del VI secolo a.C.; di lui non si sa pressoché nulla, anche se sono giunti ad oggi ampi frammenti della sua opera. Scrisse infatti una raccolta di sentenze morali in esametri che risultano autografate dallo stesso autore con l'espressione καὶ τόδε Φωκυλίδεω, anche questo (proverbio) è di Focilide. Da citare un frammento nel quale si fanno derivare ciascun tipo di donna da un animale particolare: la bella dal cavallo, l'indifferente dal maiale, l'operosa dall'ape. Focilide compose anche un poemetto didattico di circa 230 esametri, forse spurio, e in realtà attribuibile all'età alessandrina in quanto contenente precetti estratti dall'Antico Testamento e contrari all'etica greca; questo scritto ebbe comunque un grande successo nelle scuole dell'antichità.

Senofane[modifica | modifica sorgente]

Secondo la tradizione, l'iniziatore dell'eleatismo fu Senofane di Colofone. Nato probabilmente nel 580 e il 565a.c., visse a lungo nei vari paesi della Grecia. Compose opere di poesia, dirette soprattutto contro Omero e contro Esiodo, e intramezzò i propri versi con riflessioni teologiche e filosofiche.

Il punto di partenza di Senofane è una critica risoluta contro l'antropoformismo religioso proprio delle credenze comuni dei Greci. «Gli uomini - afferma Senofane - credono che gli dei abbiano avuto nascita e hanno voce e corpo simile al loro» (frammento 14). Per Senofane c'è una sola divinità, ed essa «non somiglia agli uomini né per il corpo né per il pensiero» (frammento 23). Quest'unica divinità si identifica piuttosto con l'universo, è un Dio-tutto e ha l'attributo dell'eternità: non nasce e non muore ed è sempre la stessa. Infatti, se nascesse, ciò significherebbe che prima non era; ma ciò che non è neppure può nascere, né può far nascere nulla.

Lirica monodica (VII-VI secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lirica greca, Lirica monodica e Musica dell'antica Grecia.

La lirica è monodica quando è organizzata in brevi strofe, regolarmente ripetute per non più di 30-40 versi, ed è affidata ad una voce solista. L'esecuzione del poeta era accompagnata dal suono della lira. Il dialetto usato in questo tipo di componimento era quello dell'autore stesso, un'eccezione nella lirica greca. I più importanti esponenti della lirica monodica furono Alceo, Saffo e Anacreonte, tutti del VI secolo a.C. Tuttavia la loro produzione appare il frutto maturo di una tradizione più lunga, di cui intravediamo soltanto qualche linea: ad esempio nel VII secolo a.C. ricordiamo Terpandro ed Arione. Il primo aveva operato soprattutto nel campo della musica ed aveva inventato la lira a sette corde. Si sarebbe poi trasferito a Sparta, dove avrebbe fondato la prima scuola di musica. Arione operò a Corinto, dando piena dignità al canto ditirambico, che appartiene tuttavia alla lirica corale.

Alceo[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Alceo.
Saffo e Alceo, Lawrence Alma-Tadema (1881).

Grande poeta è stato Alceo, da molti considerato nemico dei tiranni, mentre era il semplice oppositore della fazione nemica vincitrice a Lesbo: la sua opera mirava infatti alla coesione del gruppo politico, con una celebrazione interna ed una propaganda contro gli avversari. Lui nasce a Mitilene, sull'isola di Lesbo, alla fine del VII secolo a.C. Quando era giovane sale al potere il tiranno Melancro, appoggiato dai suoi fratelli; in seguito la stessa fazione sarà vittoriosa portando al potere Pittaco. In uno scontro fra Mitilene ed Atene per il possesso del promontorio Sigeo, nei pressi di Troia, abbandona le celebri armi per salvarsi. Alceo ingiuria Pittaco di tradimento, ma dopo il suo governo non si hanno più notizie del poeta: la tradizione lo vuole morto in battaglia.

Gli inni aprivano ogni simposio, molto apprezzati dagli Alessandrini, tutti incentrati sulla tematica mitologica. I carmi di lotta, soprannominati στασιωτικά, erano solitamente invettive contro i rivali politici ed esortazioni a combattere: meta principale di questi attacchi era Pittaco. Un discorso a parte si dedica ai frammenti dell'allegoria della nave, nei quali la nave è la città, il mare le vicende politiche, la tempesta le battaglie: sarà un'allegoria fondamentale, apprezzata anche da Teognide, Orazio e Dante. Abbiamo anche carmi erotici, propriamente di amore cantato, in quelli definiti carmi metasimposiali, ossia che trattano del simposio in un canto simposiale. È presente anche l'antisimposio, ossia l'esortazione ad infrangere le regole stesse del banchetto (bere in pieno giorno, gozzovigliare la notte, accompagnarsi con gente indegna), comunque intrecciato alla tematica politica. Alceo ebbe fortuna per lo più in epoca arcaica e classica come fornitore di testi per il simposio.

Saffo[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Saffo.
Saffo che legge (440 a.C.), Atene, Museo Archeologico.

Saffo è la prima voce femminile del mondo classico: nasce ad Ereso, sempre a Lesbo, forse intorno al 630 a.C. Sposa un uomo ricchissimo di nome Cèrcila, da cui ha la figlia Clèide, che compare in un frammento famoso. È miticamente non bella, motivo per il quale, secondo la leggenda, si getta dalla rupe di Lèucade dopo essere stata rifiutata dal traghettatore Faone. Il tiaso era l'istituzione in cui esercitava la funzione di educatrice, per preparare le ragazze al matrimonio e alla vita coniugale, tutte allieve di grandi famiglie.

La poesia saffica è prevalentemente d’amore, anche se non si discosta dalla funzione paideutica e religiosa. I carmi di congedo, a cui appartiene anche la cosiddetta "ode della gelosia" citata nel Trattato del Sublime, descrivono soprattutto l'allontanamento e il ricordo, in cui compaiono frequentemente elementi cultuali. Quello dell'amore omosessuale è solamente un equivoco, poiché le occasioni e motivi poetici sono molto più vari, che un rifugio di amori intimistici. Gli epitalami sembrano invece rivolti ad un pubblico più ampio, e dunque composti per l'esecuzione corale: ma è presente fortemente anche l'elemento popolare, con scherzi, immagini maliziose, ed apostrofi patetiche. Saffo è fedele, come Alceo, al dialetto locale ed è quasi integralmente omerica.

Anacreonte[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Anacreonte.
Anacreonte, marmo (II secolo), Parigi, Louvre.

Anacreonte è lontano dall'impegno politico di Alceo, segno soprattutto degli ambienti dove operò e della differente richiesta dell'uditorio: era un poesia finalizzata all'intrattenimento leggero. Nasce a Tei, città ionica dell'Asia Minore, probabilmente intorno al 570 a.C., da cui parte a venticinque anni perché attaccata dal generale Ciro Arpago; fonda dunque una colonia ionica sulla costa della Tracia. Soggiorna presso il tiranno Policrate di Samo e, una volta ucciso dai Persiani, viaggia fino ad Atene presso il figlio di Pisistrato, Ipparco, fino al suo assassinio nel 514 a.C. Dopo una breve parentesi in Tessaglia vi ritorna, celebrato da Crizia, uno dei Trenta Tiranni; tradizionalmente muore in tarda età intorno al 485 a.C.

Anche lui è autore di carmi metasimposiali, in cui celebra i simposi. I suoi carmi, molto legati alla tematica erotica, mostrano una ricerca della sorpresa, che ottiene con naturalezza inscenando un rapporto con la divinità. Tipica è una certa sensualità, che è soltanto parzialmente documentata dato lo stato e le modalità di conservazione dei suoi componimenti. Quando parla di personaggi bassi e popolani, si mostra come un osservatore divertito e a volte ironico, come sarà anche il suo pubblico. Anche se non traspare, la tematica politica doveva essere molto presente. Lo stile è strettamente funzionale ai contenuti: usa l'omerismo per conferire un tono parodistico ed ironico.

Lirica corale (VII-VI secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

I canti corali greci accompagnati da strumenti musicali e dalla danza sono già descritti in Omero; questi riferimenti attestano la grande antichità di questo genere letterario, che ebbe la sua acme nel VI-V secolo a.C. e che fu anche quello che si potrasse più a lungo nel tempo, almeno fino al V secolo d.C.

Le fonti antiche attribuiscono le fasi conclusive di questa evoluzione a due poeti di Lesbo: Terpandro e Arione. Il primo è conosciuto soprattutto perché aumentò le corde della lira da 4 a 7 e fondò una scuola di musica a Sparta. Il secondo, Arione, perché elevò il ditirambo corale a dignità d'arte e introdusse dei satiri che parlavano in prima persona. Inserì anche nella tematica lirica il motivo mitico.

Gli antichi distinsero diversi tipi di poesia corale[senza fonte], anche se oggi le caratteristiche di queste distinzioni sfuggono. Una prima differenza intercorreva tra canti in onore degli dei e canti per uomini. Tra i primi erano:

l'Inno, rivolto a varie divinità; il Peana, proprio del culto di Apollo; il Ditirambo, sacro a Dioniso; il Partenio, cantato da fanciulle vergini e dedicato ad Artemide; il Prosodio, canto passionale; l'Iporchema, la cui funzione era riservata ad accompagnare la danza. Dedicati agli uomini erano:

l'Encomio, in onore di persone segnalatesi in diverse circostanze; l'Epinicio, riservato ai vincitori delle gare sportive.

Un carattere intermedio tra sacro e profano era rivestito da:

il Threnos, eseguito nelle cerimonie funebri; l'Imeneo e l'Epitalamio, cantati nelle cerimonie nuziali. Lo strumento di accompagnamento musicale era la lira o il flauto.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lirica greca.
Alcmane di Sardi[modifica | modifica sorgente]

Alcmane di Sardi (in greco Ἀλκμάν) è stato un poeta greco antico vissuto nella seconda metà del VII secolo a.C. Giunse a Sparta come schiavo. Liberato studiò alla scuola di Terpandro e visse nella città gran parte della sua vita. La produzione poetica dell'autore venne raccolta dai filologi alessandrini in sei libri. L'ordine dato ai libri è oscuro ad eccezione dei primi due libri che contenevano i Parteni.

Alcmane di Sardi studiò generi vari. Celebri sono i suoi Parteni, ossia una forma leggera di lirica corale che svaria nei temi dalla solenne proposizione di un mito a motivi scherzosi o umoristici. I Parteni (da παρθένος, "vergine") venivano eseguiti da un coro di fanciulle nei rituali iniziatici che articolavano il processo di educazione della gioventù spartana, in particolare per le ragazze. Un tema ricorrente nei Parteni è l'amore. Scopo di questo procedimento pedagogico era infatti il compito delle ragazze nella società, di mogli e di madri e dunque era di fondamentale importanza delle leggi che regolano la sfera dell'eros. Notevoli sono i frammenti che descrivono la quiete di un paesaggio notturno in Laconia o il lamento del poeta che vorrebbe essere un cerilo, vale a dire il maschio degli alcioni che una volta invecchiato viene trasportato dalle femmine sul mare. Nel XIX secolo tornò alla luce un intero Partenio che celebrava la vittoria dei Dioscuri sugli Ippocoontidi.

Di Alcmane resta un centinaio di frammenti. È il primo poeta a sostituire la grande strofe corale composta da strofe, antistrofe ed epodo all'impostazione breve della lirica lesbica. La poesia corale è rivolta all'intera collettività, dunque l'uditorio di Alcmane era la comunità cittadina. Il poeta diventa il portavoce della vita associata e la poesia veniva cantata nelle cerimonie religiose di rilevanza sociale e politica.

Il dialetto di Alcmane è il dorico letterario caratteristico della lirica corale e presenta molti elementi comuni all'epos e alla lirica eolica. Frequenti sono gli elementi dialettali che completano l'impasto linguistico.

Stesicoro di Imera[modifica | modifica sorgente]

Stesicoro, restituito da ritrovamenti recenti, è una figura interessante della letteratura greca perché scrive epica nel verso e nella strofe lirici. La lirica successiva avrà una narrativa epica meno realizzata, usata come supporto ad altri argomenti. Per Stesicoro l'epos è l'argomento principale del canto.

La Suda dà per i suoi estremi biografici le date 632-553 ca (sarebbe morto negli anni della 56ª Olimpiade) ma come in molti altri casi le informazioni biografiche sono incerte. Il Marmor Parium parla del poeta con date inaccordabili alla Suda. Stesicoro viene paragonato ad Omero per grandezza da Simonide che fu dunque suo successore.

La città d’origine del poeta omerico è per varie fonti Imera, una colonia fondata da Zancle, per altri testimoni Metauro/Matauro. Stesicoro ebbe legami dunque con la Magna Grecia; il Marmor Parium descrive il suo arrivo in Grecia ma la sua tomba pare sia nella terra d’origine, a Catania. Scrive temi e argomenti del genere epico e di gran lunghezza (sappiamo dalle note sticometrice ai righi dei papiri) ma in verso lirico. Ad eccezione di alcune parti i suoi versi devono aver subito la selezione delle feste greche, come sarebbe accaduto alle tragedie.

I riferimenti cronologici lasciano molta incertezza; possiamo però dividere l'opera secondo il metro: dattilo-anapesti, dattilo-epitriti misti e puri. La Geroneide racconta dell'eroe Eracle che uccide il mostro Gerione per aver sottratto il bestiame al Sole. Per la critica odierna Stesicoro esibisce una conoscenza geografica di luoghi e città occidentali notevole. Dall'arte figurativa come dal testo di Stesicoro e da alcuni mitografi sappiamo che Gerione è un mostro spaventoso. L'autore fa, in imitazione d’Omero, una descrizione epica pressoché gloriosa della sua morte, con grande ricchezza di particolari e dettagli.

Altro carme con protagonisti eroi dai frammenti incerti è “Cacciatori del Cinghiale”. Seguono “Distruzione d’Ilio” ed “Erìfile”. La “distruzione d’Ilio” raccontava l'ultima battaglia di Ilio e la distruzione da parte degli Achei. L'Erìfile racconta di Anfiarao tradito dalla moglie. I carmi Elena e Palinodia rivestono un certo interesse: nel primo l'eroina Elena messa in cattiva luce tradisce Menelao in ragione di Paride; componendo invece la Palinodia il poeta cambia versione e riabilita Elena: arrivò a Troia solo un “idolo” con i caratteri esterni di Elena.

I carmi noti come Nostoi”richiamano l'Odissea ma con collegamenti degli eroi in cambiamento rispetto alla mitologia omerica: Agamennone viene ricollegato a Sparta e il giovane Oreste (o Agamennone) viene detto Plìstene. La storia del “Papiro di Lilla” narra la spartizione dei beni di Edipo da parte della sua moglie-madre innominata che sia Omero che Sofole fanno morire prima; prevalgono i discorsi diretti. Seguono frammenti del “Cerbero” e della “Scilla”, in alcuni casi di un certo interesse: Stesicoro è il primo ad introdurre un Ercole con la clava e la pelle di leone che è un vero e proprio predone. Questa figura di Ercole è un'innovazione.

È stata spesso svalutata come falsa la notizia che Stesicoro avrebbe composto carmi pederotici, in alcuni casi perfino per i problemi morali che implicherebbe ma è probabile che abbia composto produzioni erotiche per le feste come ha fatto gran parte dei poeti pubblici legati al simposio. Come affermato da Quintiliano Stesicoro fa dell'epica la parte principale del suo canto che sembra appunto un' “epica lirica”. Per questa ragione e per la somiglianza ai poeti di lingua dorica è stato a volte definito poeta “corale”. Stesicoro invade il campo di Omero: cambia il metro dell'epica come un rielaboratore stilistico di miti.

Il passaggio del poeta in Occidente come in Grecia è attestato da varie fonti: pare evidente che lavorò per i più diversi committenti producendo composizioni di varia natura per occasioni locali. Il suo dorico viene mediato in modo da essere rappresentante letterario nell'epos: Stesicoro usa una lingua “dorizzata con parsimonia”. Per Quintiliano ha mancato l'essenzialità di Omero con un eccesso di ricchezza stilistica: mette ogni evento epico in descrizione integrale con ritmo lirico (epici carminis onera lyra sustinentem) e racconta ogni avvenimento con moltissimi particolari.

Il ritmo stesicoreo presenta una variazione rispetto al ritmo omerico: spezzando la continua alternanza breve-breve-lunga della sequenza anapestica trovò come alternativa i dattilo-epitriti. La soluzione di continuità è la presenza del piccolo elemento lunga-breve-lunga che aggrega in maniera variabile alla cellula esametrica. La triade strofe, antistrofe ed epodo che gli antichi attribuivano a Stesicoro è presente nel precedente Alcmane.

La grande fortuna di Stesicoro e la sua notorietà andarono scemando a differenza dei suoi temi; ha nuociuto la complessità della sua metrica, eccessiva per un canto orale che avrebbe continuato in età ellenistica. La rielaborazione di epos passò alla scena drammatica, le vicende mitiche maggiori e minori divennero tragedia. I tragici tenevano in gran considerazione la sua opera, considerata ovvia tanto da nominarla di rado.

Ibico di Reggio[modifica | modifica sorgente]

La scarsa documentazione che ci rimane non permette di vedere nei dettagli il ruolo di Ibico nella letteratura, ruolo che fu comunque molto importante. Nel comune sentire fu considerato un allievo erotico-simposiale di Stesicoro, nonché “poeta di corte” e corale. Oggi si tende a rivedere la prima e l'ultima di queste definizioni. Scrisse carmi simposiali, epica lirica e probabilmente in parte lirica corale.

Nacque a Reggio nella prima metà del VI secolo a.C. da cui espatriò, secondo l'aneddoto, per evitare di diventare tiranno della città: giunse così a Samo alla corte di Policrate dove si trovava Anacreonte. Vari significati può avere la storia della sua morte: mentre viaggiava fu ucciso da briganti ma nei suoi ultimi istanti chiese vendetta ad alcune gru. A teatro un brigante si tradì vedendo una serie di gru e gridando che era “la maledizione di Ibico”; l'episodio poteva darsi per il nome di Ibico, simile a quello di un uccello in greco o per i soldi che fruttavano ad un itinerante le prestazioni poetiche.

La sua fama è legata alla poesia d’amore. Riguardo ai carmi simposiali si tratta significativamente di lodi e furono considerate dagli alessandrini come indirizzate ad un destinatario. È in generale una poesia leziosa. Solo in alcuni casi troviamo invece un indirizzo drammatico della voce narrante, pur rimanendo sul tema d’amore.

Nel campo dell'epica lirica gli stessi antichi in molti casi non sapevano se attribuire la poesia di Ibico a Stesicoro o viceversa essendo sostanzialmente dello stesso tipo. Tuttavia nei versi del poeta Ibico non si nega e non si risparmia la tematica amorosa, che sarebbe stata sottotono in Stesicoro, e la lode di nomi celebri di qualche giovane aristocratico: anche così egli fece fortuna. Stesicoro canta soprattutto gli eroi e le loro azioni, Ibico li usa più esplicitamente come portavoce di una lode.

Fu abitualmente definito corale, una definizione data anche a Stesicoro e ad altri. In realtà la sua non è poesia corale ma monodica anche se tra tante testimonianze abbiamo ancora qualche racconto di episodi corali tratti da Ibico per feste religiose. Era il genere dei carmi religiosi, tra mitico e celebre, tipico di Pindaro o Bacchilide. Ibico usa il dialetto di Stesicoro con una più ricca aggettivazione definita “barocchismo”. Ha una preferenza per la sequenza dattilica e la composizione triadica con strofi semplici. Se gli antichi lo consideravano grande l'eccessivo uso aggettivale sembra infastidire i moderni.

Melica tardoarcaica (VI-V secolo a.C.)[modifica | modifica sorgente]

Per "melica tardoarcaica" si intende l'ultima parte della melica arcaica, cioè quella che comprende all'incirca la seconda metà del VI e la prima metà del V secolo a.C. Nella melica tardoarcaica prevalgono l'epinicio, il threnos, o canto funebre e, in misura minore, il canto religioso, con diverse innovazioni tematiche e stilistiche. La poesia in questo periodo diventa a tutti gli effetti un costoso bene di lusso e i poeti possono comporre per questo o quel ricco committente (aristocratici, tiranni, grandi borghesi) con un sempre maggior guadagno. La lingua rimane prevalentemente omerica, pur con apporti dialettali locali come nel caso di Corinna.

Il richiamo al mito è costante anche se, specie nel caso di Pindaro, esso viene depurato degli elementi più "scandalosi" (ad esempio l'antropofagia) per adattarlo alla committenza, che è ancora prevalentemente aristocratica. Contemporaneamente si va rafforzando la schematizzazione delle figure e la sistematizzazione della retorica. I dattilo-epitriti negli epinici affiancano sempre più spesso le sequenze anapestiche tradizionali dell'epos (mentre in alcuni casi si fa largo uso del dimetro coriambico). La complessità stilistica va rapidamente aumentando fino al cosiddetto "barocco narrativo" di Bacchilide ma la musica d'accompagnamento sembra rimanere severamente uniforme.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lirica greca.
Simonide[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Simonide.

Simonide nasce sull'isola di Ceo delle Cicladi nel 556 a.C.: di lui sappiamo solamente che viaggiò moltissimo. Risiede ad Atene presso Ipparco, da cui si allontana, per poi tornare con le guerre persiane. Infine giunge alla corte di Ierone di Siracusa, dove copre il ruolo di ambasciatore, fino al 468 a.C., quando muore forse a Siracusa. Era un grande autore di epinici, ossia canti che celebravano i vincitori degli agoni sportivi delle grandi feste, di cui viene considerato l'inventore. In questi componimenti è molto forte il carattere popolaresco, probabilmente dovuto alle origini d’improvvisazione popolare di questi carmi. Altro genere forte erano i θρῆνοι, ossia i lamenti funebri, in gran parte inseriti in un rituale celebrativo molto solenne; fra i tanti, il più celebre è quello dedicato alla battaglia delle Termopili.

Ma le sue grandi innovazioni appartengono agli scoli simposiali, in cui oppone per la prima volta dei valori relativi, meno eroici e più umani, alla ricerca di un nuovo ideale. Tocca la sfera della responsabilità individuale: può permettersi tali affermazioni grazie alla grande fama acquisita in tutta la Grecia. La sua capacità di esprimere il pathos è sintetizzata in una delle sue opere più celebri, il Lamento di Danae, campione della sua grande abilità. La lingua dei suoi componimenti è sul solco della tradizione, con la solita deferenza verso Omero; la sua chiarezza viene apprezzata dall'Anonimo del Sublime.

Pindaro[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pindaro.
Pindaro, marmo (V secolo a.C.), Roma, Musei Capitolini.

Pindaro è il celebratore aulico della vittoria sportiva, parte di valori sentiti come perenni: tuttavia lo sport in sé ha in lui poco spazio. Nasce a Cinoscefale, nei pressi di Tebe, fra il 522 e il 518 a.C., forse di nobile famiglia, studia ad Atene; durante questo periodo avvengono le grandi battaglie delle guerre persiane (490 a.C. a Maratona, 480 a.C. a Salamina), ma nei suoi componimenti non se ne trova notizia: Tebe infatti aveva appoggiato i Persiani. Anche lui giunge da Ierone di Siracusa, ma la leggenda biografica lo fa morire nel 438 a.C. L'edizione alessandrina di diciassette libri era costituita da quattro libri di epinici (per le feste Olimpiche e nemee di Zeus, pitiche di Apollo ed istmiche di Poseidone) e di altri canti religiosi, θρῆνοι, carmi simposiali, di cui rimangono pochi frammenti.

Come in Simonide, ritorna il tema della concorrenza fra arte figurativa e poesia, con una netta vittoria della seconda: più che affermazioni ideologiche, si tratta di mera propaganda per la propria attività. Pindaro crede che la poesia sia un'arte innata, elitaria e vede nei destinatari una certa selezione, determinando la cosiddetta stratificazione dei messaggi: pochi possono coglierne il senso profondo. Occasione principale dell'epinicio è la vittoria sportiva ma il mito e l'evento sportivo vengono trattati marginalmente, poiché considerati già noti. Problema della critica moderna e non antica è stato quello della unità dell'epinicio, legato anche ai celebri voli pindarici: ma va ricordato che il tema centrale era la lode del vincitore, tutto il resto non era nient’altro che cornice. I suoi principali committenti erano tiranni, aristocratici, e più in generale ricchi borghesi. Il resto della sua produzione letteraria si divide fra i canti religiose, più abbondanti, e gli encomi funebri, su cui tuttavia Simonide certamente prevaleva. Ci rimangono anche alcuni scolii, in cui intreccia motivi tradizionali a personaggi a cui era legato amichevolmente. Con lui l'epos e il mito tornano alla loro antica funzione, ossia di proporre modelli eroici di comportamento. È un'etica dell'assoluto, contrapposta a quella relativistica di Simonide, quest’ultima presto vincente. La sua lingua è un impasto artificiale di lingua epica ed innesto dorico, pur sempre moderato. La sua opera ha grande fortuna fin dall'inizio.

Bacchilide[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Bacchilide.

Bacchilide, nipote di Simonide, nasce sull'isola di Ceo, coetaneo di Pindaro (intorno al 520 a.C.): fu allievo dello zio, con cui andò in Sicilia. Non si hanno tracce della sua attività posteriori alla metà del V secolo a.C. Di lui abbiamo quattordici epinici, di cui quattro per Olimpia, due per Pito (Delfi), tre per l'Istmo e tre per Nemea: si distingue per l'interesse nei confronti dello sport e per la festa. I suoi sei ditirambi sono quelli che danno più spazio al mito, ognuno con un titolo: l'intitolazione mostra dunque un certo apprezzamento per la narrazione del racconto. Anche lui compose comunque carmi monodici per il simposio, con cui realizza affermazioni metapoetiche. Lo stile è a volte sovrabbondante, con epiteti doppi e tripli: c’è una certa dose di barocco, unito comunque ad un'innegabile eleganza ed una vivida descrizione.

Corinna[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Corinna (poetessa).

Corinna racconta soltanto storie locali beotiche: ma non è una figura regionale benché descriva solamente fatti locali e frequenti meno dei suoi colleghi i centri panellenici. Di lei sappiamo che nasce a Tanagra, e che scrive cinque libri, più alcuni epigrammi e diversi componimenti lirici. La sua è una poesia narrativa, come quella di Stesicoro: dunque epica lirica, e quindi monodica.

Età classica[modifica | modifica sorgente]

La tragedia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tragedia greca.

Sulle origini della tragedia greca, che hanno costituito dall'antichità un tema di ricerca e di dibattito, le informazioni sono lacunose. I primi nomi di autori tragici conosciuti sono il semileggendario Tespi, Cherilo e Frinico. A Tespi dobbiamo l'introduzione di due parti poetiche solistiche, rimase invariate per molto tempo: il prologos, sezione introduttiva che contestualizza l'azione presentando eventuali antefatti e la rhesis, discorso informativo che presenta fatti extrascenici. Abbiamo notizie indirette su una cospicua produzione tragica dell'età classica ma la tradizione manoscritta ha conservato opere di soli tre autori: Eschilo, Sofocle ed Euripide.

La commedia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Commedia antica.

La Commedia antica fiorì durante il V secolo a.C. e nei primi decenni del secolo successivo. Il suo principale esponente, nonché l'unico autore sopravvissuto, fu Aristofane. Antefatti della commedia vengono considerati i canti fallici e le loro improvvisazioni; Κωμωδία deriverebbe da κωμως, il festoso corteo dei seguaci di Dioniso. Alla morte di Sofocle ed Euripide la tragedia sopravvive a stento con risultati discutibili: la commedia durerà invece per oltre un secolo. Il teatro greco è un tipico fenomeno ateniese; tragedia e commedia divennero parti istituzionali delle feste dionisiache.

Le fonti antiche datano l'ingresso della commedia nei concorsi comici delle feste dionisiache dal 486 a.C. e il primo vincitore fu Chionide. Uno schema fisso impostava la commedia:

  • Prologo
  • Pàrodo (entrata del coro)
  • Agone (confronto di opinioni)
  • Parabasi (la scena rimaneva vuota di attori per la sfilata del coro)
  • Esodo

Gli attori potevano fare uso di maschere che deformavano la fisionomia. La comicità della commedia può derivare da diversi fattori quali:

  • Aspetto ridicolo del protagonista
  • Azione ridicola del personaggio
  • Azione ridicola messa in scena
  • Azione comica affidata al linguaggio
  • Comicità nata da eventi concatenati

Nella commedia le trame sono inventate dall'autore(a differenza della tragedia che propone rivisitazioni mitiche) quindi il pubblico avrà l'effetto sorpresa. Ricordiamo inoltre che se nella tragedia il destino domina la vita dell'uomo nella commedia l'uomo è padrone delle sue azioni.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Commedia di mezzo.

La commedia sviluppata nel periodo compreso tra l'ultima commedia di Aristofane (388 a.C.) e la fine dell'età classica è la 'commedia di mezzo'. Di questo tipo di commedia restano 360 frammenti, in gran parte trasmessi da Ateneo di Naucrati.

La filosofia[modifica | modifica sorgente]

La storiografia[modifica | modifica sorgente]

Il termine "Istorie" veniva usato per indicare degli eventi accaduti nel passato; la sua radice era la medesima del verbo "idein" ossia 'vedere' e dunque si riferisce primariamente all'esperienza del testimone oculare. Obiettivo originario delle istorie era dunque il rilevamento dei dati veritieri che attengono alla realtà. Il primo passo verso la storiografia è la logografia, un genere in prosa che mira a raccogliere tutto il patrimonio mitico e leggendario del passato e ordinarlo, dando la prima concezione di storia. Gli storiografi principale dell'età classica sono Erodoto, Tucidide e Senofonte.

Erodoto introduce il concetto della storia come insieme di tutti gli eventi prodotti dall'agire umano che hanno una ripercussione nel presente; i filologi alessandrini hanno diviso la sua opera in nove libri intitolandola "LE STORIE". I primi cinque libri trattano logoi su diverse civiltà e negli altri quattro c'è la parte propriamente storica dove viene affrontata la guerra Greca contro Persia. Non essendoci modelli storiografici prima di Erodoto egli si sente legittimato ad attenersi ad un rigore parziale, suo obiettivo era la verità dei fatti ma non sempre verificava le sue fonti. Accantona le leggende e cerca comunque di fare delle ricerche personalmente, percorrendo il mondo conosciuto e chiedendo informazioni; inserisce discorsi diretti. Nelle sue storie è sempre presente la divinità come causa dell'agire umano.

Tucidide, diversamente da Erodoto, non vuole comporre un'opera per la recitazione bensì vuole lasciare un possesso eterno per l'umanità. Il suo metodo di lavoro è più curato, la sua obiettività integerrima e nelle sue 'storie' l'uomo è padrone del proprio destino e delle proprie azioni, non viene menzionata la dimensione divina. I filologi alessandrini hanno diviso la sua opera in otto libri; il suo progetto di precisione documentaria era rigidamente diviso cronologicamente, iniziava dagli antefatti della guerra del Peloponneso fino ad arrivare alla spedizione ateniese in Sicilia, per poi interrompersi bruscamente.

Nelle 'storie' c'è sempre un retrogusto tragico: Tucidide non dà la certezza del successo all'uomo, alla natura umana è drammaticamente intrinseco il dramma dell'errore. Senofonte anticipa, attraverso forme nuove dei suoi testi, biografie e romanzi storici e pedagogici. Partecipò come mercenario alle spedizioni di Ciro e sulla vicenda scrisse l'"Anabasi" (racconto in sette libri dove parla di sé in terza persona ponendosi al centro della narrazione). "Elleniche" sono un testo propriamente storiografico che narra cinquant'anni di storia greca, iniziando dalla guerra del Peloponneso - avvenimenti narrati di anno in anno che proseguono da dove Tucidide aveva interrotto le sue 'storie'.

Nel "Ciropedia" affronta il problema dell'educazione e della degenerazione dei costumi. Segue la biografia di Ciro. Fa un'indagine sugli ordinamenti dello stato nel "Poroi" e porrà Socrate al centro di alcuni scritti come "Simposio" e "Apologia" senza però dargli quello spessore filosofico che avrà nei testi di Platone. La lingua utilizzata è l'attico, stile semplice e chiaro. Senofonte godette di discreta fortuna ma, come per Erodoto, gli vennero fatte dalla critica accuse di superficialità di pensiero e poca attendibilità del racconto storico.

Oratoria[modifica | modifica sorgente]

L'oratoria è un mezzo per la trasmissione del pensiero ma è pure un potente strumento di persuasione. La tradizione antica suddivideva con rigore i prodotti dell'oratoria secondo i temi e le occasioni dei singoli discorsi, le categorie erano: Deliberativa/Politica, Giudiziaria e Epidittica/Dimostrativa. Nel tipo deliberativo rientrano le orazioni tenute in una sede e con una finalità specificatamente politica, il maggiore oratore di questo genere è Demostene; al genere giudiziario appartengono discorsi di accusa e di difesa nei processi relativi a cause pubbliche e private.

Avevano uno schema rigido dal quale non potevano prescindere che si sviluppava nelle fasi: introduzione - narrazione - discussione e perorazione (fase che doveva ottenere il voto dei giurati). Ricorreva ad argomenti di carattere generale e doveva cercare di suscitare emozioni al fine di avere un esito favorevole; maggiore oratore giudiziario dell'epoca è Lisia. L'oratoria epidittica includeva discorsi pubblici in occasione di feste e cerimonie, sia per defunti e sia encomi alla città; maggiore oratore è Isocrate.

Poesia[modifica | modifica sorgente]

Età ellenistica[modifica | modifica sorgente]

La filologia alessandrina[modifica | modifica sorgente]

Il primo a chiamarsi filologo fu Eratostene di Cirene, intendo non solo il lavoro critico-testuale, ma diversi campi oltre lo studio letterale. Le due grandi istituzioni culturali alessandrine sono il Museo e la Biblioteca, nate su iniziativa dei Tolomei: il primo fu voluto da Tolomeo I, come istituzione religiosa per lo studio, tutelato dalle Muse (da cui il nome). Sulla biblioteca le notizie non sono chiare, ma viene attribuita a Tolomeo II Filadelfo, ma si potrebbe trattare del Serapeion. Con l'espansione di queste istituzione, e l'aumentare dei rotoli raccolti, si necessitò di una certa organizzazione e catalogazione: nascono così le Πίνακες ("Tavole") di Callimaco, centoventi libri su tutti gli autori e le opere di cui si aveva conoscenza. Con l'affluire di edizioni d’autore e di provenienze geografiche diverse, comincia il lavoro dei filologi nel collazionare le diverse versioni.

Licofrone di Calcide, IV secolo a.C., sistemò le opere dei poeti comici. Zenodoto di Efeso (III secolo a.C.), primo sovrintendente della Biblioteca, si occupò degli studi omerici: a lui seguirono Apollonio Rodio (che contestò i risultati del predecessore, nel "Contro Zenodoto") ed Eratostene di Cirene, che giunse ad Alessandria su invito di Tolomeo III dopo il 246 a.C. a comporre il trattato "Sulla commedia antica" in dodici libri, rimanendovi fino alla morte. Aristofane di Bisanzio, che visse fra il 255 ed il 180 a.C., tratta la classificazione dei generi, oltre a diversi studi filologici; a lui seguono Apollonio l'Eidografo (così chiamato perché ordinò la poesia lirica secondo le armonie musicali) ed Aristarco di Samotracia (prima metà del II secolo a.C.), precettore degli eredi al trono fino alla salita di Tolomeo VIII, e il conseguente esilio a Cipro nel 145 a.C.: è conosciuto per un'intesa esegesi, secondo la formula "spiegare Omero sulla base di Omero", ossia attraverso un'accurata conoscenza della lingua stessa e degli strumenti d’analisi contemporanei all'opera. Dopo di lui l'interesse per le questioni testuali diminuì, a favore dello studio sistematico delle parti del discorso e dell'esegesi. Rimanevano comunque altri centri importanti di cultura: Pergamo, attiva fin dal III secolo a.C., ed Antiochia.

Callimaco[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Callimaco.

Callimaco è il primo editore della sua opera: nasce dall'esigenza di costruire attentamente l'opera per un futuro liber poetico. La figura dell'intellettuale, il nuovo canale di cultura (il libro), la mancanza dell'occasione, portano il poeta ad una maggiore libertà, quasi arbitraria. Nasce a Cirene prima del 300 a.C., sotto il regno dei Tolomei: ci è ignota la data di morte, sicuramente dopo il 246 a.C. Lavora lungamente alla biblioteca di Alessandria ma, benché i suoi rapporti con il sovrano siano forti, non ne diventerà mai sovrintende. Ci rimangono integri sei inni e sessantatré epigrammi. Ormai non è più al centro della discussione la bravura, ma la diversità della poetica.

Gli Inni sono composti in esametri, assolutamente estranei alla tecnica omerica, e con un profilo tematico differente dagli inni normali: non è la solita invocazione, ma un episodio del mito del dio che si preferisce alla consueta elencazione di doti e funzioni divine. L'Inno a Zeus (I) è l'immaginaria cornice di riferimento di un simposio di eruditi; lInno ad Apollo (II) tratta invece le origini della città di Cirene; lInno ad Artemide (III) introduce le prerogative della dea attraverso una scenetta di vita quotidiana; lInno a Delo (IV) è un excursus geografico sul vagabondare di Latona; I lavacri di Pallade (V) è in distici elegiaci appositamente studiati per la narrazione del mito di Tiresia ed Atena; lInno a Demetra (IV) tratta ancora un solo episodio, quello della fame insaziabile di Erisittone. Gli Aitia sono una raccolta di elegie in distici elegiaci in quattro libri, che ricostruiscono l'origine di culti, usanze e altro, fra cui il mito di Aconzio e Cidippe, e della Chioma di Berenice.

Si credeva che Callimaco scegliesse varianti remote dei miti, ma non è così: si tratta anzi di miti ben conosciuti, che il poeta citava soltanto marginalmente appositamente per questa ragione. Nei Giambi, diciassette carmi in differenti generi e metri, si evidenzia la sua volontà compositivi assolutamente nuova: il primo è un vero e proprio manifesto di poetica, un esperimento letterario con nuove e audaci combinazioni di forme. LEcale è un epillio, forse scritto perché accusato di non saper comporre un grande poema: è un episodio marginale delle gesta di Teseo, che di ritorno da Maratona, ritrova la vecchia Ecale morta, donna che poco tempo prima l'aveva ospitato. È un racconto eziologico, di cui la vera protagonista è Ecale: un epos che è antiepos. Gli epigrammi, contenuti nellAntologia Palatina, non sono tutti certamente attribuibili a Callimaco; a lui si devono comunque molti altri scritti, di carattere filologico ed erudito. La sua è una lingua omerica aggiornata alle forme e alla produttività della lingua ellenistica; ebbe fortuna prima negli ambienti dotti, e poi grande successo a Roma. Euforione di Calcide fu un suo grande seguace, tuttavia esasperando i tratti del maestro.

Licofrone[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Licofrone.

Licòfrone di Calcide, Λυκόφρων, IV secolo a.C., fu un poeta greco, uno dei poeti della Pleiade. Secondo la tradizione derivata dal lessico di Suda nacque a Calcide in Eubea attorno al 330 a.C. da Socle, Σωκλῆς, e fu adottato dallo storico Lico di Reggio. Il lessico gli attribuisce venti drammi e, seppure con qualche ambiguità, l'Alessandra, Ἀλεξάνδρα, unica opera pervenutaci oltre a qualche altro frammento.

Teocrito[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Teocrito.

Sappiamo poco della biografia di Teocrito: nasce a Siracusa, ma si trasferisce ad Alessandria, dove incontra Callimaco e il Museo. Dalle sue opere è possibile ricostruire la datazione della sua vita: la nascita intorno al 310 a.C. e la morte probabilmente posteriore al 260 a.C. Il suo corpus contiene opere realmente teocritee e dei suoi imitatori: in tutto trentuno carmi e ventiquattro epigrammi. È considerato l'inventore degli idilli, piccoli componimenti, ossia della poesia bucolica: spiega ciò nell'Idillio 7, "Le Talisie", in cui un nobile ed un pastore gareggiano cantando alla maniera bucolica. Nell'Idillio 1, "Tirsi o il canto", in un cui un capraio canta la morte di Dafni e tutta la natura che assiste all'evento, con tratti di idealizzazione (che torneranno con Virgilio); altro idillio importante è il quinto, l'agone bucolico in cui due caprai si sfidano in maniera molto realistica. Altro genere, il mimo, si ritrova negli Idilli 2 ("Le incantatrici") e 15 ("Le siracusane", o "Le donne alla festa di Adone"), con forti colloquialismi e modi di parlare popolari.

Ci sono anche diversi epilli, come negli Idilli 17 ("Tolemèo") e 24 ("Eracle bambino"); si ritrovano anche carmi eolici e diversi epigrammi. La sua poetica è marcata dal realismo campestre, con la tematica pastorale come elemento fondamentale: non si tratta di vero realismo, ma di aderenza alla realtà dei campi. Inoltre particolarità della sua produzione è la mescolanza dei generi letterali, quando mai raffinata. Diversi sono i carmi spuri, riconoscibili generalmente per l'ignoranza che traspare sulla realtà bucolica. Altri poeti bucolici sono Mosco di Siracusa, del II secolo a.C., con il suo epillio Europa, in lingua omerica ma con grazia rococò; Bione di Smirne mostra invece una dettagliatissima narrazione, ricca di grazia, nel suo Epitaffio di Adone. A Teocrito inoltre viene attribuito un piccolo carme figurato, intitolato La zampogna, in parte simile alle Talisie.

Epigramma[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi epigramma.

L'epigramma è l'unica forma di poesia che resta produttiva nell'epoca ellenistica. La poesia si allontana dagli spazi pubblici, e le esigenze di spettacolarità si azzerano: la musica e la poesia si distaccano completamente. La sua struttura era semplice: piccola strofe epodica, ossia un esametro ed un pentametro. Ormai in pochi potevano comprendere le forme complicate della lirica arcaica; i grandi contenuti ormai emigrano verso forme prosaiche. Quella dell'epigramma era la forma ideale: breve e di presa immediata, per contenuti minori o marginali. Il primo a proporre un'antologia fu Meleagro nel I secolo a.C. con la sua Στέφανος ("Ghirlanda"), in cui inserisce opere antiche e personali; ormai questo genere sostituisce l'agone, la sua traduzione libresca. In età arcaica si trattava di una semplice iscrizione, quasi sempre anonima: la cultura del libro permette una crescita delle dimensioni ed un ampliamento dello spettro tematico, dovuto anche alla venuta a mancare dell'occasione. Esistono tre scuole dell'epigramma ellenistico: peloponnesiaca, caratterizzata da una rappresentazione della natura in stile ridondante; ionico-alessandrina, che prediligeva i temi erotici e simposiali, con uno stile più lineare e breve; fenicia, alla ricerca dell'effetto e del pathos attraverso la tecnica oratorica.

Filosofia ellenistica[modifica | modifica sorgente]

Statua di filosofo cinico, copia romana (II secolo a.C.), Roma, Musei Capitolini.

Ciò che caratterizza tutte le nuove filosofie è la preminenza dell'etica, e del ruolo centrale occupato dall'ευδαιμονία: causa principale è la perdita dei punti di riferimento, dovuta alla mancanza di partecipazione nel governo dello Stato, ormai monarchico. In realtà la crisi comincia molto prima, con la guerra del Peloponneso, e con le crisi del platonismo e dell'aristotelismo nelle stesse scuole d’origine. Il ritorno a Socrate viene praticato dal cinismo, fondato da Antistene, anche se più probabilmente si tratta di Diogene. Questa filosofia prende il nome dall'epiteto del cane, attribuito a Diogene per il suo stile di vita e la sua indole; principi fondamentali sono: l'autosufficienza (αυτάρκεια), la distanza dai bisogni e l'indifferenza (αδιαφορία) attraverso l'esercizio e la fatica.

Particolare forma letteraria è la diàtriba (di cui inventore sarebbe Bione di Boristene), breve esposizione di un concetto o di un problema di pratica morale tale da attrarre l'attenzione degli ascoltatori: un tipo particolare di componimenti di questo genere sono quelli di Menippeo di Gàdara, caratterizzati da una fantasiosa vivacità e da una grande capacità inventiva. Lo scetticismo, dalla parola greca omonima per "riflessione", indica una posizione che esprime dubbio o sfiducia nella possibilità umana di conoscere: creatore è Pirrone di Elide, influenzato dall'esperienza del mondo orientale. Bisogna giungere all'astensione cioè all'αφασία, per arrivare all'atarassia, e dunque alla felicità. Zenone di Cizio fonda invece lo stoicismo, che prende il nome dalla Stoà Pecile (Stoà Poikìle), il portico affrescato a nord dell'agorà di Atene. Unione di varie concezioni e dottrine filosofiche, l'elemento che unifica tutto ciò è il concetto di Logos, la ragione universale che costruisce l'essenza del cosmo, identificabile con il Dio supremo, Zeus: è anche il fondamento della vita morale.

Posidonio in seguito sviluppa il concetto di simpatia universale, un rapporto di interrelazione reciproca fra tutti gli elementi del cosmo. L'epicureismo prende il nome dal suo omonimo fondatore: l'idea centrale è quella del piacere negativo, come assenza di dolore e turbamento (αταραξία), un piacere catastematico, ossia derivato dal prefetto equilibrio degli atomi tanto del corpo quanto dell'anima. Il piacere è dunque conseguibile attraverso quattro proposizioni, dette tetrafarmaco: il piacere è facilmente perseguibile, il dolore è facilmente sopportabile, la morte non è niente per l'uomo, gli dèi non sono da temersi. Insieme a ciò, coerentemente, rimane il distacco dalla vita politica; introduce anche, rispetto all'atomismo antico, l'idea della deviazione, il clinamen di Lucrezio, che permette l'incontro-scontro degli atomi che provoca il nascere e perire di tutte le cose. Altre due scuole importanti sono l'Accademia e il Peripato.

Oratoria e retorica[modifica | modifica sorgente]

Rodi è il centro culturale per l'oratoria di primaria importanza, insieme ad Atene ed Alessandria. Tuttavia la perdita della libertà politica aveva portato ad una prevalenza dei generi giudiziario ed epidittico, a scapito di quella deliberativa (limitata alla vita municipale delle città greche). L'atticismo, ossia l'idea di ritorno all'antica grandezza dell'eloquenza con i modelli attici come unico mezzo, è legato anche al patrimonio letterario promosso dal Museo alessandrino e dal lavoro dei filologi. Ermagora di Temno idealizza quattro punti qualificanti del discorso: coniecturae (sulla realtà dell'azione commessa), definitionis (sulla definizione giuridica del fatto), qualitatis (sulla passibilità della pena), translationis (sulla legittimità e la competenza).

La letteratura scientifica ellenistica[modifica | modifica sorgente]

Età imperiale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Letteratura greca imperiale e letteratura greca alto imperiale.

Nell'età imperiale la produzione letteraria fu abbondante, specialmente nei primi due secoli. Attratta da temi grandiosi, subì l'influenza della retorica. Per la storia letteraria hanno importanza Plutarco, che creò modelli di virtù politiche e morali, e Luciano di Samosata, canzonatore delle superstizioni; entrambi, sebbene da posizioni diverse, ravvivarono la cultura classica. Luciano, come già il romano Petronio, fece anche una parodia del romanzo d'avventura.

Il romanzo, derivato da racconti ellenistici, narrava solitamente di due giovani innamorati che, separati dal destino, alla fine si ricongiungono. Nei romanzi conservati (di Caritone, Senofonte Efesio, Achille Tazio ed Eliodoro di Emesa, che scrissero principalmente tra il I e il III secolo, mentre di altri sono stati trovati solo frammenti), l'intreccio presenta l'aspetto più interessante: se le trame sono ingegnose, la situazione sentimentale è invece stereotipata e non si dà mai una vera caratterizzazione dei personaggi.

Fra il III e il V secolo ci fu una rinascita dell'epica con Quinto Smirneo, poeta elegante ma prolisso, e Nonno di Panopoli, il cui poema sulle avventure di Dioniso è l'opera di maggior rilievo in quel periodo. Alla fine del V secolo Museo scrisse il poemetto sulla storia di Ero e Leandro.

La letteratura greca si considera convenzionalmente conclusa nel 529, anno in cui l'imperatore Giustiniano ordinò la chiusura della scuola neoplatonica di Atene. La letteratura successiva in lingua greca è detta letteratura bizantina.

Autori greci[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lista di autori greci.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il più antico esempio di scrittura greca proviene probabilmente da Atene; è stato inciso sulla spalla di una economica oinochoe del Tardo Geometrico I (Atene NM 192), proveniente dalla necropoli del Dipylon e datata intorno al 740 a.C. Cfr. (EN) Jeffrey Mark Hurwit, The art and culture of early Greece : 1100-480 b.C., Londra, Cornell University Press, 1985, pp. 89-90, ISBN 0-8014-1767-8.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Luigi Enrico Rossi, Roberto Nicolai. Storia e testi della letteratura greca. Le Monnier, 2006.
  • Luciano Canfora. Storia della letteratura greca. Laterza.
  • Raffaele Cantarella. La letteratura greca classica. Milano, Rizzoli, 2002. ISBN 88-17-11251-8.
  • Albin Lesky. Storia della letteratura greca. Milano, Il Saggiatore, 1984

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]