Archiloco

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Busto di Archiloco

Archiloco (in greco Ἀρχίλοχος, Archílochos; Paro, 680 a.C. circa – 645 a.C. circa) è considerato il primo grande lirico greco[1] e il giambografo più famoso[2].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Archiloco nacque alla fine dell'VIII secolo a.C.[3] o nella prima metà del VII secolo a.C.[2] (probabilmente intorno al 680 a.C.) nell'isola di Paro nelle Cicladi[2]. Il padre era un nobile, Telesicle[2], mentre la madre, secondo la tradizione, era una schiava tracia di nome Enipò. Tale nome potrebbe essere fittizio, in quanto nato da un'assonanza con il sostantivo greco ἐνιπή, enipè (ingiuria), e dunque riconducibile alla sua attività di poeta giambico[2], mentre l'origine servile della madre è probabilmente solo una diceria.

Il nonno (o bisnonno), Tellis, alla fine dell'VIII secolo a.C. partecipò al trasferimento del culto di Demetra a Taso: per tale motivo Pausania, nel descrivere la Lesche degli Cnidi, a Delfi, ricorda che in essa Polignoto di Taso (V secolo a.C.) raffigurò anche lo stesso Tellis, posto accanto alla sacerdotessa Cleobea, fautrice dell'introduzione a Taso del culto di Demetra.

Agorà di Taso, colonia paria fondata dal padre di Archiloco

Archiloco visse probabilmente nel periodo che va dal 680 a.C. al 645 a.C. in quanto in una sua opera viene menzionata un'eclissi di sole probabilmente avvenuta il 6 aprile 648 a.C., che sconvolse gli abitanti dell'Egeo e alla quale egli assistette mentre si trovava a Taso, una colonia dei Paro. Inoltre l'accenno alla distruzione di Magnesia al Meandro, avvenuta nel 652 a.C., e il sincronismo stabilito dagli storici antichi tra la sua attività poetica e il regno del lido Gige, lasciano pochi dubbi ai critici moderni.

Nella seconda metà del VII secolo a.C., durante il grande movimento di colonizzazione ellenica, i Pari colonizzarono a nord l'isola di Taso, ma dovettero sostenere lunghe lotte contro i barbari del continente e contro le colonie delle città rivali tra cui la vicina Nasso. Archiloco, figlio del fondatore della colonia tasia, combatté in tali guerre e ne cantò le vicende.

In una sua famosa elegia si mostra rattristato per la perdita del cognato morto in mare in un naufragio. Sua è la prima raffigurazione allegorica della politica come il naufragio di una nave, che verrà ripresa da poeti successivi come Alceo e Quinto Orazio Flacco.

In un altro componimento si lamenta della vita a Paro, invitando dei conoscenti a lasciarla, e sostiene che a trattenerlo nella vicina Nasso non basti né il dolce vino, né il suo vitto peschereccio. Giunse a Scarpanto e a Creta; verso Nord visitò l'Eubea, Lesbo, il Ponto.

Come da lui stesso affermato in alcuni frammenti, si guadagnò da vivere facendo il soldato mercenario. La tradizione vuole che perse la vita in un combattimento contro Nasso, ucciso da un certo Calonda.

Personalità[modifica | modifica wikitesto]

Sulla base dei pochi frammenti rimasti dell'opera archilochea, la tradizione ha tracciato un profilo di Archiloco: individualista, litigioso, trasgressivo e anticonformista. Secondo molti però, tale interpretazione vizia in senso autobiografico i caratteri satirici della poesia giambica: in spregio della morale del tempo, Archiloco afferma di aver gettato lo scudo ed essere fuggito per salvarsi la vita, ripromettendosi di comprarne uno nuovo: alla negazione dei topoi dell'ethos eroico, si affianca l'affermazione di una visione pragmatica tipica del lavoro mercenario. Rifiutò anche la καλοκἀγαθία (kalokagathia), sintesi tradizionale di bellezza e virtù.

L'amore[modifica | modifica wikitesto]

Si racconta che amò una fanciulla di Paro, di nome Neobule ("Oh, se potessi così toccar la mano di Neobule")[4], promessagli in sposa dal padre Licambe, che però poi negò il matrimonio. La tradizione vuole che nei propri versi avrebbe attaccato tanto pesantemente il padre della fanciulla da indurre lui e la figlia a impiccarsi. La storicità di tale episodio è assai dubbia, in quanto si tratta di un topos letterario assai ricorrente, presente anche in un altro poeta giambico, Ipponatte.

Fu il primo poeta di tutta la letteratura occidentale a rappresentare l'amore come tormento. Il violento erotismo della sua poesia, seppur meno oscenamente crudo che in quella ipponattea, assieme allo spregio dei valori tradizionali, gli valse aspri rimproveri da parte degli antichi e degli autori contemporanei. L'amore gli ispira le sensazioni più disparate, dalla tenerezza, alla bellezza, fino alla sensualità e agli sfoghi irati per gli amori delusi.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

(GRC)
« ὦ λιπερνῆτες πολῖται, τἀμὰ δὴ συνίετε
ῥήματα »
(IT)
« O miserabili cittadini, ascoltate dunque
le mie parole »
(Frammento 109 West - Trad. Bruno Gentili)

Delle sue opere restano circa 300 frammenti che furono ordinati dai grammatici alessandrini secondo il metro utilizzato: Archiloco scrisse elegie, giambi, tetrametri trocaici, asinarteti, epodi. La quantità di libri scritti è incerta, ma si ritiene ve ne furono almeno uno di elegie, tre di giambi, e forse altri. La maggior parte dei frammenti a noi è pervenuta per via indiretta, ma alcuni, i più estesi e lacunosi, in forma papiracea. I frammenti superstiti di Archiloco vengono convenzionalmente raggruppati nel seguente modo[5]:

  • frammenti legati all'esperienza biografica
  • componimenti di carattere gnomico e riflessivo
  • versi caratterizzati dallo psògos e dall'invettiva
  • versi di stampo erotico

I destinatari principali della poesia archilochea erano gli ἑταῖροι (hetàiroi), i membri della sua consorteria aristocratica, suoi compagni d'armi[6]. Le occasioni concrete di riunione erano i simposi[6].

Mito[modifica | modifica wikitesto]

Una parte di rilievo della lirica archilochea ebbe anche carattere obbiettivo e addirittura narrativo. Archiloco si situa all'origine non solo della lirica, ma soprattutto della melica, che trattava di mitologia. Cantò le leggende di Eracle, di Achille, di Euripilo e del pario Coiranos salvato da un delfino. Come linguaggio era inoltre considerato dagli antichi come il più vicino a Omero.

Favola[modifica | modifica wikitesto]

Come il mito è considerato la rappresentazione ideale della vita umana, allo stesso modo ne è la rappresentazione volgare il mito animale: la favola. Gli scarsi frammenti ci dicono che le favole della volpe e dell'aquila o della scimmia erano trattate da Archiloco con grande ampiezza a tal punto che consentiva discorsi diretti tra animali protagonisti, invocazioni a Zeus e forse il riferimento esplicito alla realtà. La figura della volpe compare per la prima volta proprio con questo poeta.

Metrica[modifica | modifica wikitesto]

Archiloco è ritenuto l'inventore del giambo, ma probabilmente tale verso è più antico dell'autore stesso. Egli fu il primo a utilizzarlo in larga scala e molti poeti successivi come Saffo, Alceo, Anacreonte e i latini Catullo e Orazio lo presero come modello. I ritmi giambici e trocaici erano i più vicini alla lingua viva, a quella parlata nelle processioni. Ad Archiloco si deve inoltre la creazione della prima strofa (epodo). L'epodo archilocheo, il distico della poesia giambica, risulta dall'accoppiamento di un verso semplice o composto, con uno generalmente più breve.

Lingua e stile[modifica | modifica wikitesto]

La lingua di Archiloco è la lingua omerica. Egli però la sottopone a un processo continuo di transcodificazione, spesso violentemente rappresentativo (carattere ironico anti-omerico). I pregi stilistici sono esaltati da Quintiliano: brevità, efficacia espressiva e moltissimo sangue. Inoltre nelle reliquie compare una geniale ricchezza tropica (metafore, similitudini).

Lo ψόγος (psògos)[modifica | modifica wikitesto]

I versi caratterizzati dallo ψόγος (biasimo) e dall'invettiva erano composti in metro giambico: per questo motivo con "poesia giambica" si intende, in senso lato, una poesia di tono satirico e canzonatorio; poeti giambici o giambografi sono detti gli autori di versi faceti, ingiuriosi o osceni. Al contrario, i componimenti elegiaci trattano motivi autobiografici ed evitano ogni oscenità; tuttavia, nell'accezione moderna di poesia archilochea, si tende ad assimilare componimenti giambici e componimenti elegiaci: da ciò ne deriva un'immagine unitaria di Archiloco[6].

Le invettive, in Archiloco, tendevano innanzitutto a denunciare aspetti deformi della realtà a lui contemporanea, criticando o deridendo persone e fatti non per distruggere, ma anzi per costruire e affermare quei principi e quei valori che erano o avrebbero dovuto essere condivisi da tutti. È proprio nei frammenti elegiaci che la denuncia si intreccia con la riflessione e l'esortazione[7]: esempi eclatanti sono il fr. 1 West, in cui Archiloco ci riferisce la sua doppia vocazione e "investitura"; il fr. 5 West, sullo scudo abbandonato; il fr. 13 West, noto come "l'elegia del naufragio"[7].

Nelle invettive di Archiloco quelli che apparentemente sembrano attacchi o scherni sono in realtà schiette e risentite denunce dei molteplici aspetti negativi del mondo: il poeta, in questo modo, non va inteso come un individualista, maledetto e irridente personaggio, bensì come un convinto assertore di valori, come la modestia, la lealtà, l'amicizia, l'equilibrio, la misura, che erano ampiamente condivisi e non avevano nulla di eversivo.

La persona loquens[modifica | modifica wikitesto]

Molto caratteristico di Archiloco, è l'uso della persona loquens, un personaggio terzo cui vengono attribuiti fatti personali, ideali o considerazioni del poeta.

Ne abbiamo un esempio nel frammento riguardante l'uomo, che poi verrà identificato da Aristotele come il falegname Carone, che afferma di non provare alcun'ambizione o invidia delle ricchezze di Gige o delle imprese compiute dagli dei, né aspira ai grandi poteri della tirannide, poiché "queste cose sono ben lontane dagli occhi miei". Secondo Aristotele l'uso della persona loquens era usato dai poeti per esprimere un'opinione o un ideale che era in contrasto con quelli della società in cui vivevano. Ricordiamo però che il poeta tra VII e VI secolo a.C. parlava spesso a nome della "comunità" o del gruppo a cui apparteneva; gli ideali che lui o la "persona loquens" esprime sono condivisi da altri.

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Archiloco fu un grande innovatore anche nel campo della musica: a lui secondo la tradizione si deve l'invenzione della parakataloghè, il recitativo musicale tipico della poesia giambica dove la voce narrante era cioè accompagnata da uno strumento a corda o a fiato, senza arrivare al canto spiegato vero e proprio. A tutt'oggi, però, non è ancora chiaro in cosa quest'ultimo si differenziasse dal recitativo dell'epica.

Giudizi su Archiloco[modifica | modifica wikitesto]

Archiloco ebbe molta fama; fu infatti modello ispiratore per molti poeti e artisti: su tutti, Anacreonte, Alceo, Saffo e Orazio; studiato nelle scuole, imitato, copiato e canzonato dai comici, discusso da filosofi e sofisti, artista sommo per Platone, fonte per gli storici. Raccolse lodi presso i greci d'ogni luogo e fu considerato da Quintiliano come unico e sommo maestro di stile.

Nel grande naufragio delle letterature classiche anche l'opera di Archiloco, tramandata e studiata attraverso tutta l'antichità greco-latina, è andata perduta. I frammenti pervenutici li dobbiamo a citazioni di scrittori e antologisti antichi, e a un monumento epigrafo.

Claudio Eliano, filosofo e scrittore in lingua greca, in una delle sue opere, la Ποικίλη ἰστορία (Varia Historia), riporta il seguente discorso di Crizia, uomo politico ateniese di fede aristocratica della fine del V secolo a.C.:

« Se costui [Archiloco] non avesse diffuso fra gli Elleni una tale fama di sé, noi non sapremmo che era figlio di una schiava, Enipò, né che per povertà e per angustie lasciò Paro e si recò a Taso, né che, giunto qui, si rese nemici tutti, e neanche che parlava male degli amici non meno che dei nemici”. [Crizia] aggiunge: “Oltre a ciò non sapremmo nemmeno, se non l'apprendessimo da lui, che fu adultero, né che fu sensuale e litigioso, né – il che è la più grande vergogna – che abbandonò lo scudo. Dunque Archiloco non fu buon testimone di se stesso, lasciando di sé una tale opinione e una tale fama”. Tali accuse non sono mie, bensì di Crizia[senza fonte] »

Anche Pindaro, nella Pitica II, critica pesantemente il poeta di Paro; lo definisce:

« amante del biasimo, che s'ingrassa con l'odio dalle gravi parole »

Aristotele, nel secondo libro della Retorica, ricorda[8]:

« per quanto maledicente, i concittadini di Paro lo onorarono »

Anche Eraclito testimonia che le opere di Archiloco erano recitate in pubblico, non meno di quelle di Omero ed Esiodo. L'ostilità di Eraclito nei confronti di Omero e Archiloco ("Omero è degno di esser frustato e cacciato via dalle gare e con lui Archiloco" [DK 22B42]) è una critica alla cultura tradizionale che seduce le menti dei molti senza comunicare una conoscenza iniziatica, in grado di condurre l'uomo al di là dell'umano[9]. Tuttavia, lo storico latino Velleio Patercolo lo definì il vero inventore della poesia giambica e il poeta più grande nel suo genere[2]: infatti gli antichi considerarono unanimemente Archiloco un grandissimo giambografo, nonostante i vari dibattiti emersi sulla personalità e l'indole dell'autore. Il filosofo e grecista tedesco dell'Ottocento Friedrich Wilhelm Nietzsche, ne La nascita della tragedia, scrive[10]:

« Su ciò l'antichità stessa ci dà un chiarimento intuitivo, quando in opere di scultura, gemme, eccetera pone l'uno accanto all'altro, come progenitori e portatori di fiaccola della poesia greca, Omero e Archiloco, con il fermo sentimento che solo questi due siano da considerare nature originali in modo ugualmente pieno, da cui continua a sgorgare un torrente di fuoco per tutta quanta la posterità greca. Omero, il vecchio sognatore sprofondato in sé, il tipo dell'artista apollineo, ingenuo, guarda ora stupito la testa appassionata di Archiloco, il battagliero servitore delle Muse, selvaggiamente sospinto nell'esistenza: e l'estetica moderna ha saputo aggiungere solo, interpretando, che qui all'artista «oggettivo» è contrapposto il primo «soggettivo» »

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Nietzsche, 1876, op. cit., 41.
  2. ^ a b c d e f Privitera - Pretagostini, op. cit., 84
  3. ^ Pintacuda - Trombino, op. cit., 24
  4. ^ Iambi et Elegi graeci ante Alexandrum cantati, vol. I, M. L. West, Oxford 1971, fr. 118: εἰ γὰρ ὣς ἐμοὶ γένοιτο χεῖρα Νεοβούλης θιγεῖν.
  5. ^ Pintacuda - Trombino, op. cit., 26-27
  6. ^ a b c Pintacuda - Trombino, op. cit., 27
  7. ^ a b Pintacuda - Trombino, op. cit., 28
  8. ^ Pintacuda - Trombino, op. cit., 26
  9. ^ Eraclito, op. cit., 98
  10. ^ Nietzsche, 1876, op. cit., 39-40

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonio Aloni, Le Muse di Archiloco: ricerche sullo stile archilocheo, Copenhagen, 1981.
  • Massimiliano Ornaghi, La lira, la vacca e le donne insolenti, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2009, ISBN 978-88-6274-157-6.
  • G. Aurelio Privitera, Roberto Pretagostini, Storie e forme della letteratura greca, Milano, Einaudi Scuola, 1997.
  • Giovanni Tarditi, Archiloco: introduzione, testimonianze sulla vita e sull'arte, testo critico, traduzione, Roma, Edizioni dell'Ateneo, 1968.
  • Giuseppe Rosati, Scrittori di Grecia - Età arcaica, Sansoni per la scuola.
  • Friedrich Wilhelm Nietzsche, La nascita della tragedia, 26a edizione, Milano, Adelphi Edizioni, 2007.
  • Eraclito, Dell'Origine, a cura di Angelo Tonelli, 2a edizione, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2005, ISBN 88-07-82073-0.
  • Mario Pintacuda, Roberta Trombino, Hellenes (vol. 2), Palermo, G. B. Palumbo Editore, 2007, ISBN 978-88-8020-219-6.

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