Carlo Michelstaedter

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Carlo Michelstaedter in un suo autoritratto

Carlo Raimondo Michelstaedter (anche Michelstädter) (Gorizia, 3 giugno 1887Gorizia, 17 ottobre 1910) è stato uno scrittore, filosofo e letterato italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Michelstaedter nasce a Gorizia, ultimo di quattro figli, da un'agiata famiglia di origini ebraiche. Il padre, Alberto, dirige l'ufficio goriziano delle Assicurazioni Generali ed è presidente del Gabinetto di Lettura goriziano. È un uomo colto, autore di scritti letterari e di conferenze, rispettoso delle usanze tradizionali ebraiche, ma solo formalmente, per rispetto borghese: egli è, anzi, un laico, un «tipico rappresentante della mentalità materialistica dell'Ottocento»[1]. L'ebraismo non sembra quindi incidere molto sulla formazione culturale di Carlo, che scoprirà solo più tardi e con non poca meraviglia di avere un antenato cabalista[2]. Tra gli altri membri della famiglia è da ricordare Carolina Luzzatto, prima donna italiana ad aver diretto un quotidiano.

Iscritto al severo Staatsgymnasium cittadino, fa propria la rigida Bildung asburgica. Con le traduzioni dal greco e dal latino il giovane Michelstaedter ha i primi approcci con la speculazione filosofica. A iniziarlo sono il suo professore di filosofia, Richard von Schubert-Soldern, fautore del solipsismo gnoseologico, secondo il quale tutto il sapere va ricondotto alla sfera del soggetto; e l'amico Enrico Mreule, ex compagno di classe, che gli fa conoscere Il mondo come volontà e rappresentazione, di cui resterà traccia soprattutto ne La Persuasione e la Rettorica. Nella soffitta di Nino Paternolli, oltre a Schopenhauer, leggerà e discuterà, con gli amici Nino e Rico, i tragici e i presocratici, Platone, il Vangelo e le Upanishad; e poi ancora Petrarca, Leopardi, Tolstoj, e l'amatissimo Ibsen.

Conclusi nel 1905 gli studi ginnasiali, Carlo progetta di iscriversi a giurisprudenza; in seguito abbandona l'idea e si iscrive alla facoltà di matematica dell'Università di Vienna. Ma l'anima è già – per dirla con Leopardi – «nel primo giovanil tumulto» verso un altrove ch'egli non riesce a riconoscere nella ferrea logica matematica. Si iscrive al corso di Lettere dell'Istituto di Studi Superiori di Firenze, città in cui vivrà per quasi quattro anni e dove conoscerà, fra gli altri, Gaetano Chiavacci, futuro curatore delle sue Opere, e Vladimiro Arangio-Ruiz, che diventerà in seguito un noto filosofo accademico. Continua a ritrarre, fra tratto espressionistico e schizzo caricaturale, la varia umanità in cui s'imbatte, sia nei mesi di studio che nei periodi di vacanza al mare e in montagna. Scrive moltissimo, in modo quasi ossessivo, dalle lettere ai familiari (in particolare alla sorella Paula) alle recensioni di drammi teatrali. Nel 1909 un evento luttuoso segna la sua vita: la morte, per suicidio, del fratello Gino (di dieci anni più vecchio), emigrato a New York[3]. Due anni prima si era suicidata anche una donna da lui amata, Nadia Baraden. Nell'ottobre dello stesso anno l'amico Enrico Mreule parte per l'Argentina. Questa partenza è segnata da un evento significativo, una sorta di passaggio del testimone: Carlo si fa consegnare da Rico la pistola che portava sempre con sé.

Tra il 1909 e il 1910, completati gli esami, ritorna a Gorizia e inizia la stesura della tesi di laurea, assegnatagli dal docente di letteratura greca, Girolamo Vitelli, concernente i concetti di persuasione e di retorica in Platone e Aristotele. La sua attività è febbrile: oltre alla Persuasione scrive anche la maggior parte delle Poesie e alcuni dialoghi, tra cui spicca il Dialogo della salute. Il suo isolamento diventa pressoché totale, mangia pochissimo e dorme per terra, come un asceta; vede solo la sorella e il cugino Emilio. Comunica al padre che dopo la tesi «non avrebbe fatto il professore, ma che appena laureato sarebbe andato al mare», forse a Pirano o a Grado.

Il 17 ottobre 1910, dopo un diverbio con la madre, impugna la pistola lasciatagli da Rico Mreule e si toglie la vita. Sul frontespizio della tesi aveva disegnato una "fiorentina", una lampada ad olio, e aggiunto in greco: apesbésthen, «io mi spensi».

Amici e parenti pubblicarono le sue opere e raccolsero i suoi scritti, ora alla Biblioteca Civica di Gorizia.

Michelstaedter è sepolto nel cimitero ebraico di Rožna dolina (Valdirose in italiano), oggi nel comune sloveno di Nova Gorica, a poche centinaia di metri dal confine con l'Italia.

Pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Una foto di Carlo Michelstaedter
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi La Persuasione e la Rettorica.

La breve vita di Michelstaedter scorre - come risulta dall'Epistolario - all'insegna di una volontà di vivere continuamente illuminata dal desiderio di un altrimenti e di un altrove metafisico che fa di lui, già in giovane età, un impulsivo, un irrequieto esploratore di linguaggi e di mezzi espressivi, capace di spaziare dalla pittura alla poesia passando per le ripide vette della filosofia.
Nell'apologo dell'aerostato incluso ne La Persuasione e la Rettorica, l'essenza del pensiero occidentale, la rettorica, viene fatta risalire da Michelstaedter a un "parricidio": quello di Aristotele nei confronti di Platone. Questi, nella metafora costruita da Michelstaedter, escogita un mechánema, una macchina volante per abbandonare il "peso" del mondo e giungere all'Assoluto. Maestro e discepoli riescono a librarsi negli alti spazi del cielo, ma restano a metà strada, fra una mera contemplazione dell'essere e del tempo e la nostalgia della terra e delle cure mondane. A riportarli sulla terra ci pensa allora un discepolo più scaltro e intraprendente degli altri, Aristotele, il quale, tradendo il maestro, fa scendere il mechánema restituendo così a tutti «la gioia d'aver la terra sicura sotto i piedi» (La persuasione e la rettorica, p. 115). Questa nostalgia del mondo intelligibile platonico fa quindi di Michelstaedter un discepolo di Schopenhauer, più che di Nietzsche.

La costituzione della metafisica è per lui una storia di "rettorici" tradimenti, la vicenda di una verità dai grandi "persuasi" tanto proclamata agli uomini quanto da questi disattesa e inascoltata. «Quanto io dico», scrive Michelstaedter ne La persuasione e la rettorica, «è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole. Lo dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle, ma Aristotele li trattò da naturalisti inesperti; lo disse Socrate, ma ci fabbricarono su 4 sistemi... lo disse Cristo, e ci fabbricarono su la Chiesa»[4].
La persuasione è la visione propria di chi ha compreso la tragicità della finitezza e ad essa vuol tener fermo, senza ricorrere a quegli «empiastri» – i kallopísmata órphnes, gli «ornamenti dell'oscurità» – che possano lenire il dolore scatenato da tale consapevolezza. L'essere è finitezza che si rivela solo nella dimensione tragica di una presenza abbacinante, ma gli uomini rigettano questa tragica consapevolezza ottundendosi, pascalianamente, nel divertissement.
Persuaso è chi ha la vita in sé, chi non la cerca alienandosi nelle cose o nei luoghi comuni della società perdendo l'irrinunciabile hic et nunc del proprio esserci, ma riesce «a consistere nell'ultimo presente»[5], abbandonando quelle illusioni di sicurezza e di conforto che avviluppano chi vive abbagliato dalle illusioni create dal potere, dalla cultura, dalle dottrine filosofiche, politiche, sociali, religiose. È questa «la via preparata» dalla quale a tutti fa comodo non discostarsi troppo; è questo restare perennemente attaccati alla vita - la philopsychìa - a far sì che la "rettorica" trionfi sempre. La vita, soffocata dalla ricerca dei piaceri, della potenza, finanche dalla presunzione filosofica di possedere la via e quindi la vita stessa, non vive, perché in ogni istante ciascuno rimane avvolto dalle cure per ciò che non è ancora o dal rimpianto per ciò che non è più, mancando sempre l'attimo decisivo, quello che i greci chiamavano kairós, il tempo propizio. Perciò nella vita facciamo esperienza della morte, di quella «morte nella vita» cantata – quasi una danse macabre – nel Canto delle crisalidi: «Noi col filo / col filo della vita / nostra sorte / filammo a questa morte»[6].

Il pensiero di Michelstaedter procede di conseguenza, per liberare il potenziale di tragicità dell'esistenza, attraverso violente contrapposizioni concettuali (persuasione-rettorica, vita-morte, piacere-dolore), senza alcun tentativo di mediazione dialettica. Michelstaedter respinge, con un gesto iniziatico, l'idea di costruire una dottrina sistematica della persuasione e della salute, in quanto «la via della persuasione non è corsa da 'omnibus', non ha segni, indicazioni che si possano comunicare, studiare, ripetere. Ma ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e nel proprio dolore l'indice, ognuno deve nuovamente aprirsi da sé la via, poiché ognuno è solo e non può sperar aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che t'è dato»[7]. La salvezza individuale è possibile solo in una singolarità irripetibile, irriducibile, concentrata in sé.

Il solipsismo di Michelstaedter è perciò radicale: non ci sono vie, non ci sono cammini, c'è solo il viandante che nel deserto dell'esistenza è «il primo e l'ultimo», crocefisso al legno della propria sufficienza e schiacciato dalla croce di falsi bisogni. Poiché il mondo è negatività assoluta, al pensiero non resta che negare questa stessa negatività rifiutando i dati dell'immanenza: «Solo quando non chiederai più la conoscenza conoscerai, poiché il tuo chiedere ottenebra la tua vita»[8]. Si tratta di una sentenza di sapore quasi buddistico: non a caso Mreule enfatizzerà la figura dell'amico descrivendolo come «il Buddha dell'occidente»[9].

Produzione artistica[modifica | modifica wikitesto]

La produzione poetica e quella pittorica di Michelstaedter possono essere considerate un prolungamento e un completamento di questo sentimento tragico e mistico. Come nel verso poetico egli tenta di esprimere l'inesprimibile, di dire con parole ciò che sfugge al sistema di segni codificato e perciò già da sempre istituito retoricamente, così nel segno pittorico, nello schizzo rapido e scherzoso come nel ritratto composto e meditato, traluce l'impossibilità di giungere a quella che Parmenide chiamava «la ben rotonda verità»: non siamo giocati solo dalle parole, ma anche dalle immagini di una realtà fatta di colori e di forme che ci sfuggono nella loro immediatezza e alterità, «come chi vuol veder sul muro l'ombra del proprio profilo, in ciò appunto la distrugge»[10]. Anche l'arte e la poesia, come la retorica filosofica, si rivelano infine per quello che sono: fragili orpelli di cui si orna l'oscurità dell'essere e che ogni linguaggio escogitato dall'uomo sarà sempre impotente a esprimere.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ P. Michelstaedter-Winteler, Appunti per una biografia di Carlo Michelstaedter
  2. ^ Michelstaedter si riferisce, nell'Epistolario, al bisnonno Isacco Samuele Reggio, 1784-1855, confondendolo con il padre di questo, Abram Vita Reggio
  3. ^ S.Campailla, "Il segreto di Nadia B.", Marsilio, 2010. Da articoli di cronaca americani dell'epoca, si apprende che il suicidio avvenne con un colpo di pistola alla tempia destra.
  4. ^ La persuasione e la rettorica, p. 35
  5. ^ La persuasione e la rettorica, p. 89
  6. ^ Poesie, p. 54
  7. ^ La persuasione e la rettorica, p. 104
  8. ^ Opere, p. 781
  9. ^ C. Magris, Un altro mare, p. 95
  10. ^ Il dialogo della salute, pp. 63-64

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Biografie e studi critici
  • Acciani Antonia, Il maestro del deserto. Carlo Michelstaedter, Progedit, Bari 2005.
  • Arbo Alessandro, Carlo Michelstaedter, Studio Tesi, Pordenone 1996 (Civiltà della memoria 20).
  • Arbo Alessandro, «MICHELSTAEDTER, Carlo Raimondo (Ghedalia Ram)» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 74, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2010.
  • Giuseppe Auteri, Metafisica dell'inganno, Università degli Studi, Catania 2002.
  • Aurelio Benevento, Scrittori giuliani. Michelstaedter, Slataper, Stuparich, Otto/Novecento, Azzate 1992.
  • Giorgio Brianese, L'arco e il destino. Interpretazione di Michelstaedter, Abano Terme (PD), Francisci 1985; nuova edizione riveduta e ampliata, Milano, Mimesis, 2010.
  • Giuseppe A. Camerino, La persuasione e i simboli. Michelstaedter e Slataper, Liguori, Napoli 2005.
  • Valerio Cappozzo, La passione di Carlo Michelstaedter (1887-1910), Les Cahiers d'Histoire de l'Art n°2, Parigi 2004.
  • Valerio Cappozzo, Il percorso universitario di Carlo Michelstaedter dall'archivio dell'Istituto di Studi Superiori, in Aa.Vv., Un'altra società. Carlo Michelstaedter e la cultura contemporanea, a cura di S. Campailla, Marsilio, Venezia, 2012, pp. 20–31.
  • Carlo Michelstaedter. Un'introduzione, a cura di Luca Perego, Erasmo Silvio Storace e Roberta Visone, AlboVersorio, Milano 2005.
  • Carlo Michelstaedter. L'Essere come Azione, a cura di Erasmo Silvio Storace, AlboVersorio, 2007.
  • Sergio Campailla, Controcodice, Edizioni Scientifiche Italiane, pp. 77–85, Napoli 2001.
  • Sergio Campailla, Pensiero e poesia di Carlo Michelstaedter, Patron, Bologna 1973.
  • Sergio Campailla, A ferri corti con la vita, Comune di Gorizia 1981.
  • Marco Cerruti, Carlo Michelstaedter, Mursia, 2. ed. Milano 1987 (Civiltà letteraria del '900. Sez. italiana).
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  • Nicola Cinquetti, Michelstaedter. Il nulla e la folle speranza, Edizioni Messaggero, Padova 2002 (Tracce del sacro nella cultura contemporanea, 25).
  • Paola Colotti, La persuasione dell'impersuadibilità. Saggio su Carlo Michelstaedter, Ferv, Roma 2004.
  • Giuseppe D'Acunto, La parola nuova. Momenti della riflessione filosofica sulla parola nel Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004.
  • Martino Dalla Valle, Dal niente all'impensato. Saggio su Carlo Michelstaedter, Imprimitur, Padova 2008.
  • Daniela De Leo, Michelstaedter filosofo del "frammento" con Appunti di filosofia di Carlo Michelstaedter, Milella, Lecce 2004.
  • Daniela De Leo, Mistero e persuasione in Carlo Michelstaedter. Passando da Parmenide ed Eraclito, Milella, Lecce 2001.
  • Roberta De Monticelli, Il richiamo della persuasione. Lettere a Carlo Michelstaedter, Marietti, Genova 1988.
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  • Laura Furlan, Carlo Michelstaedter: l'essere straniero di un intellettuale moderno, Lint, Trieste 1999 (Vie di fuga 6).
  • L'immagine irraggiungibile. Dipinti e disegni di Carlo Michelstaedter, a cura di Antonella Gallarotti, Edizioni della Laguna, Mariano del Friuli 1992.
  • Galgano Andrea, Carlo Michelstaedter. Il vortice del nulla, in Mosaico, Roma, Aracne, 2013, pp. 163–166.
  • Mario Gabriele Giordano, Il pensiero e l'arte di Carlo Michelstaedter, in "Riscontri", I(1979),1. Ora, revisionato, in Id., Il fantastico e il reale. Pagine di critica letteraria da Dante al Novecento, Napoli, Edizioni Scientifiche italiane, 1997.
  • Innella Francesco, Michelstaedter: frammenti da una filosofia oscura, Ripostes, Salerno-Roma 1995 (I tascabili).
  • L'inquietudine e l'ideale. Studi su Michelstaedter, a cura di Fabrizio Meroi, Edizioni ETS, Pisa 2010.
  • Vincenzo Intermite, Carlo Michelstaedter. Società rettorica e coscienza persuasa, Firenze Atheneum (collana Collezione Oxenford, 2008.
  • Claudio La Rocca, Nichilismo e retorica. Il pensiero di Carlo Michelstaedter, ETS, Pisa 1984 (Biblioteca di "Teoria" 2).
  • Claudio Magris, Un altro mare, Garzanti, Milano 1991.
  • Biagio Marin, Ricordo di Carlo Michelstaedter, in Studi Goriziani, vol. XXXII [1962], pp. 4 sgg.
  • Aldo Marroni, Filosofie dell'intensità. Quattro maestri occulti del pensiero italiano contemporaneo, Mimesis, Milano 1997 (IF. Itinerari filosofici).
  • Aldo Marroni, Carlo Michelstaedter e l'estetica del 'farsi fiamma', in Estetiche dell'eccesso. Quando il sentire estremo diventa grande stile, Quodlibet, Macerata, 2012;
  • Fabrizio Meroi, «Michelstaedter, Carlo» in Il contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 2012.
  • Angela Michelis, Carlo Michelstaedter. Il coraggio dell'impossibile, Città Nuova, Roma 1997. (Idee 113).
  • Francesco Muzzioli, Michelstaedter, Milella, Lecce 1987.
  • Antimo Negri, Il lavoro e la città. Un saggio su Carlo Michelstaedter, Lavoro, Roma 1996. (I grandi piccoli 11).
  • Rosalia Peluso, L'identico e i molteplici. Meditazioni michelstaedteriane, Loffredo, Napoli 2011.
  • Piero Pieri, Il pensiero della poesia. Carlo Michelstaedter e il Romanticismo della tragedia, Nautilus, Bologna 2001.
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  • Piero Pieri, "Il rischio dell'autoinganno (Una errata attribuzione di incisione a Carlo Michelstaedter)", in «Metodi e ricerche», anno VII, n. 1, gennaio-giugno 1988.
  • Piero Pieri,"La scienza del tragico. Saggio su Carlo Michelstaedter", Bologna, Cappelli, 1989.
  • Piero Pieri, "Nello sguardo della trascendenza. Intorno alla figura dell'ermafrodita e del satiro nella Persuasione di Michelstaedter", in «Intersezioni», a. X, n. 1, aprile 1990.
  • Piero Pieri, "Due diverse ma non opposte interpretazioni de «La persuasione e la retorica» di Carlo Michelstaedter", in Studi sulla modernità, a cura di F. Curi, Bologna, Clueb, 1989.
  • Piero Pieri, "Per una dialettica storica del silenzio. La “vergogna” del filosofo e l'autoinganno dello scrittore", in Aa.Vv., Eredità di Carlo Michelstaedter, Forum, Udine, 2002, pp. 225–235.
  • Piero Pieri, "La differenza ebraica: grecità, tradizione e ripetizione in Michelstaedter e altri ebrei della modernità", nuova edizione, Pendragon, Bologna, 2002.
  • Piero Pieri, "Michelstaedter nel '900. Forme del tragico contemporaneo", Transeuropa, collana «Pronto intervento», Massa, 2010.
  • Antonio Piromalli, Michelstaedter, La Nuova Italia, 2. ed. Firenze 1974. (Il castoro 19-20).
  • Paolo Pulcina, Carlo Michelstaedter: estetica. L'illusione della retorica, le ragioni del suicidio, Atheneum, Firenze 2004.
  • Giuseppe Pulina, L'imperfetto pessimista. Saggio sul pensiero di Carlo Michelstaedter, Lalli, Poggibonsi 1996. (Materiali di filosofia e pedagogia).
  • Giuseppe Pulina, "L’incompiuta imperfezione. Note sul pessimismo di Michelstaedter", in «Storia, antropologia e scienze del linguaggio», Università degli Studi di Cassino, anno XIII, fasc. 1-2, gennaio-agosto 1998, pp. 209-218.
  • Giuseppe Pulina, "Capitini e Michelstaedter: un dialogo sulla persuasione", «Quaderni di Satyāgraha», N. 9, gennaio-giugno 2006, pp. 195-206.
  • Maria Adelaide Raschini, Michelstaedter, Marsilio, Firenze 2000.
  • Maria Adelaide Raschini, Michelstaedter. La disperata devozione, Cappelli, Bologna 1988.
  • Antonio Russo, "Gaetano Chiavacci interprete di Michelstaedter", Aa.Vv., Carlo Michelstaedter un secolo dopo, Padova, 2012, pp. 111–131.
  • Laura Sanò, Le ragioni del nulla. Il pensiero tragico nella filosofia italiana tra Ottocento e Novecento, Città aperta, Troina (En) 2005.
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  • Licia Semeraro, Lo svuotamento del futuro. Note su Michelstaedter, Milella, Lecce 1986.
  • Giovanni Sessa, “Oltre la persuasione. Saggio su Carlo Michelstaedter”, Settimo Sigillo, Roma 2008, ISBN 9788861480391
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  • Roberta Visone, "L'incidenza di Schopenhauer sul pensiero di Carlo Michelstaedter", Liguori editore, 2006 [Archivio di Storia della Cultura, vol. XIX]
  • Roberta Visone, "La via alla persuasione come deviazione dalla noluntas" [in: AA. VV. "Carlo Michelstaedter. L'Essere come Azione", a cura di Erasmo Silvio Storace, AlboVersorio, 2007]

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