Tucidide

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Busto di Tucidide

Tucidide (in greco antico Θουκυδίδης, traslitterato in Thūkydídēs[1]; demo di Alimunte, 460 a.C. circa – dopo il 404 a.C. -o secondo altri dopo il 399 a.C.-) è stato uno storico e militare ateniese, uno dei principali esponenti della letteratura greca grazie al suo capolavoro, La Guerra del Peloponneso.

Questo accurato resoconto sulla grande guerra tra Atene e Sparta (431 - 404 a.C.) è considerato[2] - in termini di modernità - uno dei maggiori modelli narrativi dell'antichità, sicuramente uno dei primi esempi di analisi degli eventi storici secondo il metro della natura umana, con l'esclusione quindi dell'intervento di ogni divinità.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato ad Atene, dalla nobile famiglia dei Filaidi (suo padre era Oloro, del demo attico di Alimunte, imparentato con Cimone, figlio di Milziade) intorno al 460 a.C. e fervente sostenitore dello statista Pericle, Tucidide svolse un importante ruolo come stratega della flotta di Atene nella guerra contro Sparta sul mare Egeo settentrionale. Accusato di tradimento per aver fallito la spedizione di soccorso alla battaglia di Anfipoli, gli toccò (o scelse volontariamente) l'esilio in Tracia dove trascorse gran parte della vita.

Non è però chiaro se, invece, Tucidide avesse deciso di rimanere ad Atene, restando escluso dalla vita politica. Secondo una accurata indagine storica e filologica di Luciano Canfora, Tucidide era presente ad Atene nel 411, forse partecipe del tentativo di colpo di stato oligarchico, e avrebbe assistito al processo contro il suo principale artefice, Antifonte.[3] Quindi avrebbe lasciato Atene e ritiratosi in Tracia avrebbe frequentato la corte del re macedone Archesilao a Pella, insieme ad altri fuoriusciti come Euripide.

Nei lunghi anni di esilio (o di permanenza in incognito ad Atene) Tucidide riordinò i suoi scritti raccogliendoli nella sua articolata e sofferta opera: un insieme di otto libri che compongono la Guerra del Peloponneso, profondo e analitico resoconto cronologico del conflitto che oppose fra il 431 a.C. e il 404 a.C. Sparta ed Atene, tese entrambe ad un controllo sulla Grecia.

La concezione storiografica[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Tucidide

Secondo Tucidide lo storico ha il compito di fornire, a chi partecipa e guida la vita politica della comunità, gli strumenti per interpretare il presente e prevedere gli sviluppi futuri dei rapporti tra le polis. Tale previsione è resa possibile, egli ritiene, dal fatto che esiste, nella storia umana, una costante fondamentale, che è la natura (φύσις, "physis"): data l'esistenza di questa costante, è possibile delineare l'esistenza di leggi che regolano deterministicamente il comportamento degli uomini aggregati socialmente prendendo spunto dalla concezione ippocratica della medicina.

La principale caratteristica della natura umana è il desiderio inesauribile di accrescimento, che non può essere né limitato né contrastato se non da una forza uguale e contraria. L'accrescimento (αὔξησις, "áuxesis"), ossia la tendenza ad aumentare la propria potenza, è il tratto caratteristico e indissolubile della società umana organizzata politicamente: di conseguenza, quando, all'interno di un territorio circoscritto geograficamente, si vengono formando due centri di potere - nel caso greco le due polis di Sparta e Atene - è certo che queste due entità tenderanno ad accrescere la propria forza, ad espandersi, a sottomettere le polis più deboli, finché le reciproche sfere di influenza entreranno inevitabilmente in conflitto. Non sono possibili altri esiti se non la guerra di annientamento: trattati di pace, accordi di convivenza, alleanze potranno avere luogo, ma solo per tempi e modi limitati, perché il desiderio di accrescimento non può che comportare il desiderio di annientare il rivale.

L'analisi di Tucidide fornisce questa spiegazione alla guerra del Peloponneso e questo è lo strumento di indagine che Tucidide fornisce agli storici e ai cittadini della polis: in ogni tempo e in ogni luogo, la politica si esplicherà attraverso rapporti di forza e la guerra sarà il naturale esito del confronto tra due centri di potere collocati all'interno di uno stesso territorio.

Riconoscendo la centralità della guerra nella storia umana, Tucidide riconosce anche l'importanza delle basi materiali grazie alle quali gli uomini si fanno la guerra, vale a dire il denaro. Senza denaro non si fa la guerra. Tucidide lo afferma esplicitamente all'inizio della sua opera nei discorsi pronunciati da Archidamo a Sparta e da Pericle ad Atene, i quali considerano le riserve finanziarie l'elemento essenziale per sostenere una guerra di grandi dimensioni. Senza di esse non è possibile armare un esercito, pagare i soldati, costruire una flotta, sostenere un assedio. In Tucidide la storia è diretta dagli uomini e dalle risorse materiali, non dagli dei o da considerazioni di ordine diverso.

Opere e discorsi (Ἔργα καὶ λόγοι)[modifica | modifica wikitesto]

La Guerra del Peloponneso[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra del Peloponneso (Tucidide).

I libri che compongono il racconto di Tucidide - redatti in maniera non sequenziale - sono tramandati, come del resto quelli di Erodoto, sotto il nome seriore di Storie o, semplicemente, Guerra del Peloponneso. L'opera distingue e tratta tre fasi del conflitto: 1) lo scontro tra i due colossi Atene e Sparta dal 431 a.C. al 421 a.C. (anno della pace stipulata dall'uomo politico e generale ateniese Nicia); 2) la sventurata spedizione ateniese in Sicilia iniziata nel 415 a.C. e conclusa nel 413 a.C. con la distruzione della flotta nel porto di Siracusa da parte delle truppe del comandante spartano Gilippo; 3) la prosecuzione del conflitto fino al 411 a.C.

Nelle intenzioni di Tucidide la narrazione sarebbe dovuta proseguire fino 404 a.C., cioè fino alla fine della guerra del Peloponneso. Nell'indagine condotta da Canfora si presume che una parte finale del resoconto di Tucidide, quello relativo agli anni 410 - 404, sia da identificare nel I e II libro delle Elleniche di Senofonte.[4]

Contenuto delle Storie[modifica | modifica wikitesto]

  • I Libro: si apre con una sezione denominata "Archeologia" che sintetizza la storia della Grecia a partire dai primi abitanti fino all'età di Tucidide. Segue una promessa metodologica utile per comprendere l'opera, in quanto l'autore chiarisce il fine che si è proposto e il metodo di indagine utilizzato. Si passa poi agli antefatti che portarono all'ostilità tra Atene e Sparta.
  • II Libro: descrive i primi tre anni di guerra peloponnesiaca (431-429 a.C.). Qui si narra di Pericle e, di notevole importanza è l'orazione funebre tenuta dal medesimo,per commemorare i caduti del primo anno di guerra.
  • III Libro: copre il periodo dal 428 al 426 a.C., durante il quale gli spartani invasero per la terza volta l'Attica e rasero al suolo Platea, dopo aver massacrato la popolazione locale. Importanti sono anche i fatti di Corcira che spinsero Tucidide a riflettere sul sovvertimento di tutti i valori umani a causa della guerra.
  • IV Libro: protagonista di esso è il triennio 425-423 a.C., l'Attica viene invasa nuovamente dagli spartani, la guerra in Sicilia viene momentaneamente conclusa, e gli Ateniesi ottengono alcuni successi.
  • V Libro: esso si spinge fino al 416 a.C. La tregua tra Sparta e Atene durò meno di sette anni, provocata da violazioni da parte di entrambe. Fatto peculiare di questo libro, è che esso dà l'impressione di essere stato solamente abbozzato.
  • VI-VII Libro: sono dedicati alla narrazione dell'impresa in Sicilia con una breve introduzione sulla storia dell'isola.
  • VIII Libro: l'ultimo libro narra degli avvenimenti compresi tra il 413-411 a.C. La narrazione si sofferma inoltre sul colpo di stato dei Quattrocento che rovesciò la democrazia Ateniese e impose l'oligarchia.

Altre opere[modifica | modifica wikitesto]

Tucidide indicò con chiarezza i suoi criteri metodologici (Hist. I, 20, 23), in due principi generali, fili conduttori di tutta l'opera.

  1. Una concezione ciclica della storia, dalla quale deriva la necessità di conoscere il passato per poter comprendere il presente e, nei limiti dell'umano, prevedere il futuro; la storia quindi è κτῆμα ἐς αἰεί (Ktêma es aei, possesso perenne), ha cioè dei principi universali che sono validi per ogni epoca.
  2. L'intento di comporre un'opera storiografica assolutamente libera da esigenze estetiche delle akroaseis, ma basata sul vaglio critico delle fonti, lontana dunque da quella di Erodoto incentrata ancora sul mito e sul trascendente; la storiografia tucididea infatti circoscrive il suo campo d'azione ad eventi recenti, ricorrendo all'αὐτοψία (autopsía "attestazione personale"), processo che implica l'inserimento di eventi vissuti in prima persona dall'autore: caratteristico in questi frangenti è l'uso del verbo greco οἶδα (óida "so per aver visto)".

In piena fedeltà a questi principi, lo storico si propone di indagare in primo luogo i fatti, τὰ πραχθέντα (ta prachthenta), descrivendo con questo termine due categorie:

  • Τὰ ἔργα le azioni vere e proprie innescanti l'evento.
  • οἱ λόγοι i discorsi dei protagonisti che ne costituiscono la premessa o la conseguenza, attraverso cui Tucidide analizza psicologicamente l'autore, cercando di scoprire le cause che lo muovevano.

Le azioni, dunque, sono, all'occhio dello storico, frutto di decisioni umane, preparate, difese o giustificate attraverso λόγoι. Le azioni sono causate da tre motivi della physis umana:

  • Tὸ δέος la paura, l'istinto di autoconservazione dell'uomo che lo spinge a compiere azioni terribili pur di salvare la propria vita.
  • Ἡ τιμή il desiderio di onore e prestigio.
  • Ἡ ὠφελία l'utilità.

In nome del primo l'uomo è portato a difendersi, per i restanti ad attaccare, con un unico risultato; la guerra. Tucidide si distacca così dal resto della logografia greca, gettando le basi per la storiografia moderna.

I discorsi[modifica | modifica wikitesto]

I discorsi sono la testimonianza che Tucidide, nonostante il carattere scientifico della sua opera,subì una certa influenza da parte della cultura orale-aurale tipica dell'epica.Ai discorsi egli attribuisce tale importanza da ritenere che i lettori dovessero essere informati circa i criteri su cui si è basato per la loro stesura.

Essi vengono espressi in forma diretta e si mostrano uno strumento necessario per la ricerca del vero,in quanto il loro scopo è quello di rendere il più probabile verosimile possibile,quanto fu effettivamente detto in determinate circostanze. Risultano così lontano dai discorsi di impronta sofistica. Evitano allo storico di intervenire personalmente nella narrazione, contribuendo così a conferire un'impressione di distacco e imparzialità,in quanto sono gli stessi personaggi a spiegare i motivi ,i retroscena,le cause e le finalità degli avvenimenti.

L'esposizione di essi, rappresenta quindi altro livello di ricerca del vero,tuttavia essi sono caratterizzati da una costante tensione interna e dalla ricerca del pathos.

In tal senso Tucidide fallisce il suo obbiettivo di tenersi lontano dagli influssi dell'epica, in quanto l'argomento delle Storie ha una natura epica per il ruolo svolto dai casi "dolorosi".

La tipologia dei discorsi è: dimostrativa e agonale. I discorsi dimostrativi descrivono eventi o situazioni che si prestano a considerazioni di tipo ideologico e politico;i discorsi agonali enunciano tesi per poi confutarle con argomentazioni opposte. Un esmpio di questi discorsi è quello tenuto da Pericle per commemorare i caduti del primo anno di guerra.

Il dominio della Tyche all'interno delle Storie[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante l'assoluta centralità dell'uomo nelle Storie, l'agire umano incontra un ostacolo nell'intervento della Tyche, intesa come variabile drammaticamente connessa al corso degli eventi terreni.

Perciò la fallibilità umana è uno degli elementi della natura mortale, "Per natura degli uomini,sia come privati cittadini sia come organismo politico, sono indotti a errare e non esiste legge che glie lo possa impedire" (3,45,3).

La Tyche perciò veglia affinché l'uomo non creda di poter dominare il futuro, anche la storia, fornisce una casistica di eventi tanto ampi, da creare la certezza che esistono alcuni punti fermi definibili come leggi, nonostante il futuro non si possa prevedere.

Lo stile di Tucidide[modifica | modifica wikitesto]

Tucidide non è un autore di facile lettura: il carattere speculativo della sua opera trova infatti espressione in una prosa densa e irregolare, con periodi complessi. Le caratteristiche peculiari del suo stile sono un ampio uso di variatio e di antitesi. Tucidide inoltre - contrariamente a Erodoto, che si era preoccupato di esprimersi in modo semplice - indulge all'andamento narrativo.

Altro punto rilevante del suo stile lo troviamo nella contrapposizione tra il "clinico" distacco nei confronti della realtà narrata in taluni passi, e invece un'intima partecipazione emotiva ai fatti descritti in altri. Esempi significativi di ciò sono la descrizione della peste di Atene, nella quale lo storico adotta il primo stile, e il tragico episodio della spedizione ateniese in Sicilia, in cui invece mostra, seppure con la consueta compostezza, tutto il suo rammarico per la drammatica sorte dei soldati compatrioti.

Il suo stile risultava complesso anche per gli antichi commentatori, come Dionigi di Alicarnasso, il quale non condivideva la fama dello storico.

Tucidide e la sofistica[modifica | modifica wikitesto]

Pur risultando eccessivo parlare di una dipendenza del pensiero di Tucidide da quello dei sofisti, con questi egli ebbe in comune l'intento paideutico indirizzato alla formazione dell'uomo politico: infatti a chi governa sono necessari dei piani d'azione razionali e fondati sulla conoscenza della realtà perciò a questi risulteranno preziose le indicazioni provenienti dalle riflessioni circa i principi ricavabili dal racconto di Tucidide.

Il più importante principio è la relatività della nozione di "giusto", affermata dagli Ateniesi ai Meli che chiedono loro di essere ascoltati sul tema della giustizia:" sappiamo, noi e voi, che nelle discussioni fra gli uomini ciò che è giusto funge da metro di giudizio solo se tra le parti vi è un uguale stato di necessità, altrimenti i più potenti vanno avanti per quanto possano e i più deboli cedono di altrettanto."

Tale realismo assoluto e cinico sembra quasi anticipare il pensiero machiavellico ed è scaturito dalla guerra del Peloponneso, che come racconterà l'autore, si tratta di una guerra combattuta senza esclusione di colpi.

Il pensiero politico di Tucidide[modifica | modifica wikitesto]

Dato il criterio di imparzialità che lo scrittore si pone, potrebbe risultare difficile ricostruirne il pensiero politico, che può, tuttavia, essere compreso da un brano in particolare: le demagogie di Pericle. Tucidide infatti esprime, anche se discretamente, un apprezzamento dell'opera dello statista ateniese: difatti, di quest'ultimo apprezzava le scelte politiche e l'organizzazione dello stato, facendo così trasparire il proprio pensiero, moderato e conservatore allo stesso tempo. Una sorta di conciliazione tra democrazia ed autorità dello stato. Tucidide (II 65) elogia Pericle sostenendo che la sua scelta di non cercare lo scontro campale con gli Spartani e limitarsi a saccheggiare le coste nemiche sfruttando la propria superiorità navale costituiva una saggia decisione che alla lunga avrebbe sfiancato il nemico ed assicurato la vittoria finale di Atene. Secondo lo storico, tuttavia, gli Ateniesi non seguirono scrupolosamente le indicazioni di Pericle e dopo la sua morte si lanciarono in imprese troppo ambiziose, prima fra tutte la spedizione in Sicilia, la quale si concluse in un disastro e privò Atene delle sue migliori risorse umane e materiali accelerandone la sconfitta militare. Si tratta di una secca condanna della politica seguita dai democratici radicali dopo la morte di Pericle. Tra i personaggi più invisi a Tucidide vi erano i demagoghi Cleone ed Iperbolo, fortemente stigmatizzati nell'opera dello storico. Tucidide si rivela essere un democratico moderato quando definisce la costituzione dei Cinquemila del 411 a.C. come la migliore forma di governo mai avuta da Atene. Si trattava di una giusta commisurazione di democrazia ed oligarchia (metria xynkrasis), che tuttavia ebbe vita breve, poiché nel 410 a.C. fu restaurata la democrazia radicale invisa allo storico.

Per Tucidide, inoltre, l'uomo politico deve conoscere le istanze razionali ed emotive che coesistono nell'essere umano, e deve saperle conciliare anche con l'elemento della "casualità".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ma in italiano l'accentazione è Tucìdide, in accordo con la prosodia latina.
  2. ^ ad esempio in Oswyn Murray, La Grecia delle origini, Il Mulino, 1996, pag. 31.
  3. ^ Canfora, op. cit..
  4. ^ Canfora, op. cit..

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Ida Biondi, Didascalica
  • Luciano Canfora, Il mistero Tucidide, Adelphi 1999

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]