Nicia

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Nicia (Atene, 470 a.C.Siracusa, 413 a.C.) è stato un militare e politico greco antico, figlio di Nicerato.

Indice

[modifica] Biografia

Nicia apparteneva ad una casata aristocratica ed era uno dei cittadini più in vista di Atene. La sua famiglia aveva diritti di sfruttamento di parte delle miniere d'argento del Laurion, la maggior fonte di ricchezza della città dopo i traffici mercantili.
Senofonte riporta che la sua famiglia possedeva circa 1000 schiavi (quindi erano i maggiori proprietari di schiavi di tutta la Grecia), gran parte dei quali era impiegato, dietro pagamento di congruo affitto, nello sfruttamento delle stesse miniere. Collega di Pericle, si distinse più volte nello strategato per una serie di successi nella Guerra Archidamica, riuscendo con la sua condotta prudente, che più tardi fu tacciata di viltà, ad evitare sconfitte o non rendersi inviso al popolo ateniese, sempre sospettoso degli aristocratici.

Sotto il suo comando fu conquistata Citera, potenziale minaccia contro la Laconia; vinse o sottomise molte delle città della Tracia che si erano ribellate. Costrinse i megaresi ad asserragliarsi nella loro città e conquistò l'isola di Minoa; da lì prese il porto di Megara, Nisea e, proseguendo in territorio corinzio, sconfisse l'esercito corinzio comandato da Licofrone, che perse un migliaio di uomini. Commise però l'errore fatale di rifiutare il comando contro gli spartani rimasti isolati a Sfacteria, che fu attribuito a Cleone il più deciso sostenitore della guerra a oltranza che, tra la sorpresa generale, ottenne uno sfolgorante successo. In seguito però Cleone, continuando la sua politica aggressiva, condusse gli ateniesi al disastro di Anfipoli che aprì le porte alle trattative con Sparta. Nicia contribuì in modo determinante alla stesura del trattato che poneva fine alla Guerra Archidamica o prima parte della Guerra del Peloponneso, che infatti è convenzionalmente chiamata Pace di Nicia.

[modifica] La spedizione contro Siracusa

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Spedizione in Sicilia.

All'apice del suo successo politico e militare, Nicia poteva sperare di godersi i suoi successi e le sue ricchezze a lungo. Personalmente favorevole ad una alleanza con gli Spartani, fu spinto su posizioni sempre più moderate dalla politica aggressiva dei Demagoghi e di Alcibiade che sfociò nella spedizione contro Siracusa. Nicia, pur avversandola fortemente, in quanto non si trattava di una spedizione adatta alla sua abituale prudenza, e adducendo motivi di salute (Plutarco parla di una malattia ai reni) non poté evitare di esserne messo a capo. La spedizione perse ben presto l'altro comandante eletto, Alcibiade, principale istigatore dell'impresa, che per evitare le conseguenze del richiamo in patria a causa dello scandalo delle erme si consegnò agli spartani. Nicia, ormai comandante unico, guidò la spedizione verso Siracusa con grande prudenza, rimandando indefinitamente l'assedio alla città e addirittura passando l'inverno a Katane (Catania) per curarsi i reni, dando così modo alle disorganizzate ma numerose forze siracusane di prepararsi alla difesa grazie anche all'arrivo di generali spartani, lì inviati su consiglio di Alcibiade.
Iniziato finalmente l'assedio, diede prova di sagacia tattica e strategica e anche di valore personale, ma si rese conto ben presto che la spedizione ateniese era ormai divenuta inadeguata di fronte all'ormai organizzata potenza dell'avversario. Inoltre la sua pur saggia strategia fece sì che il cerchio di opere ossidionali intorno alle mura della città - le più grandi del mondo, con un perimetro di circa 36 km - non fosse ancora del tutto chiuso all'arrivo, come sempre in ritardo, del contingente di soccorso guidato dal generale spartano Gilippo che con forze largamente inferiori riuscì ad entrare nella città sotto il naso degli Ateniesi. Pur essendo stato avvertito dell'avvicinarsi di Gilippo, Nicia erroneamente sottovalutò lui e le sue truppe, giudicandole di scarso numero ed efficacia. Visto lo scacco e sempre meno convinto della riuscita dell'impresa cercò di fare leva su queste difficoltà per ottenere il suo richiamo in patria o il ritiro della spedizione, ma il partito estremista riuscì a far votare una spedizione di soccorso che addirittura superava in potenza la spedizione originale, minando gravemente le capacità di resistenza di Atene.

Dopo la sorpresa iniziale, probabilmente condivisa in ugual misura dai Siracusani e da Nicia, l'assedio riprese guidato con l'abituale saggia prudenza da Nicia, che riteneva non fosse opportuno rischiare tanta parte dell'esercito ateniese per una spedizione così lontana dalla madrepatria. I Siracusani, rianimati dagli aiuti e guidati con mano ferma dal professionista spartano, abbandonarono le trattative segrete e ricominciarono a contrastare gli assedianti con crescente successo, riorganizzando inoltre la flotta con accorgimenti dettati dall'esperienza e dalla necessità di dare battaglia in acque ristrette. Nonostante Nicia cercasse di evitare di rischiare il tutto per tutto in una battaglia, gli altri strateghi, preoccupati per la possibile cattiva accoglienza in patria, vollero cercare ad ogni costo uno scontro decisivo, portando così al disastro navale nella battaglia del porto di Siracusa.
A questo si aggiunse il celebre episodio dell'eclissi di luna che a causa degli auguri e di Nicia, notoriamente superstizioso, (Plutarco definisce la superstizione un tratto dominante del suo carattere) causò un altro fatale ritardo all'inizio della ritirata. Nicia, sempre più malato, cercò di ritirare il suo esercito via terra passando nelle zone interne - allora pressoché inesplorate - della Sicilia. Lungo gli argini del fiume Asinaro, il suo esercito fu circondato da quello siracusano con l'aiuto provvidenziale delle avanguardie dell'esercito della vicina Akrai e con tattiche da "guerriglia" mordi-e-fuggi, e fu via via sterminato. Nicia, catturato vivo nei pressi della Fattoria di Polyzelos, nonostante Gilippo desiderasse adornarne il suo trionfo al ritorno a Sparta, fu ucciso dagli strateghi siracusani, che probabilmente volevano evitare che le trattative segrete che erano andate avanti durante tutto l'assedio venissero alla luce (413 a.C.).

Il suo esercito catturato in gran parte fu sterminato dalle malattie e dalla fame nelle Latomie presso Siracusa. I contraccolpi interni di questa sconfitta determinarono il crollo militare e civile di Atene.

[modifica] Curiosità

Nicia con buona probabilità soffriva di nefrite o meglio di calcolosi renale, male che lo avrebbe tormentato durante tutta la campagna militare siciliana[1].

[modifica] Fonti

Le principali fonti sulla Vita di Nicia sono Tucidide (Guerra del Peloponneso) e Plutarco (Vite Parallele Nicia e Crasso). Quest'ultimo cita come sue fonti principali i due storici siciliani Filisto e Timeo.
Mentre Tucidide, che conobbe Nicia di persona ed è contemporaneo degli avvenimenti, lo descrive come una figura tragica che l'iniziale buona sorte spinge poi all'immeritato disastro; Plutarco, forse sulla scorta delle sue fonti, lo accusa più esplicitamente di essere un codardo e di essere succube di superstizioni e Auguri. Nell'episodio dell'Eclissi, mentre Tucidide punta il dito sugli auguri, Plutarco ritiene che a costringere l'esercito ad attendere "tre volte nove giorni" prima di iniziare la ritirata sia stato solo Nicia.

[modifica] Note

  1. ^ TUC 7, 15, 1; cf. 6, 102, 2; 7, 77, 2; PLUT., Nic., 17, 3; cf. 5, 5; 18, 1; 19, 10; 26, 4.
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