Spedizione ateniese in Sicilia
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| Spedizione Siciliana | |||||||||||
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| Parte della Guerra del Peloponneso | |||||||||||
Mappa della spedizione ateniese in Sicilia. |
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| Schieramenti | |||||||||||
| Siracusa, Sparta e Corinto | Atene, Katane | ||||||||||
| Comandanti | |||||||||||
| Gilippo, Ermocrate | Nicia e Lamaco, poi Demostene ed Eurimedonte | ||||||||||
| Effettivi | |||||||||||
| 15.000 tra opliti, arcieri e cavalieri | Prima spedizione: 30.000 uomini di cui 5000 opliti, 1300 arcieri e 300 cavalli. 134 triremi e 130 navi da trasporto [1]. Seconda spedizione: 73 triremi, 5000 opliti, 3000 arcieri, per un totale di 15.000 uomini[2]. |
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| Perdite | |||||||||||
| non si hanno cifre precise | su 50.000 uomini solo 7000 superstiti, poi fatti schiavi a Siracusa | ||||||||||
| Alcibiade dapprima al comando della spedizione ateniese, passò nei ranghi delle forze spartane in difesa di Siracusa. | |||||||||||
| Guerra del Peloponneso |
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| Sibota – Potidea – Calci – Naupatto – Tanagra – Olpe – Pilo – Sfacteria – Delio – Anfipoli – Mantinea – Spedizione in Sicilia – Sime – Cinossema – Cizico – Notium – Arginuse – Egospotami – Naxos |
La spedizione ateniese in Sicilia fu un'iniziativa militare ateniese durante la Guerra del Peloponneso, che ebbe luogo tra il 415 e il 413 a.C.. Essa è considerata come una delle più imponenti spedizioni militari dell'antichità ma anche il più grande errore tattico militare della storia antica; l'esito finale infatti fu la completa disfatta delle forze ateniesi a causa di della sottovalutazione dei rischi e degli imprevisti. Sicché dopo le prime vittorie ateniesi, l'esercito siracusano sostenuto dall'astuzia del generale spartano Gilippo riuscì clamorosamente a capovolgere le sorti della guerra.
Al termine della spedizione, della grande armata partita da Atene solo pochi furono i sopravvissuti, i quali finirono i loro giorni imprigionati nelle latomie siracusane dove, tra stenti e sofferenze, andarono incontro a facile morte. Questa sconfitta, oltre a mutare le sorti della storia della Sicilia, segnò l'avvio del definitivo declino militare e politico di Atene, successivamente conquistata da Sparta.
[modifica] Casus belli
[modifica] Dopo la pace di Nicia
Nel 421 a.C. si era conclusa la prima fase della Guerra del Peloponneso grazie alla Pace di Nicia che aveva decretato, per 50 anni, la cessazione delle ostilità tra Sparta e Atene ripristinando lo Status quo ante bellum. Atene avrebbe quindi dovuto cedere le città di Pylos e Citera in cambio della citta di Amphipolis, mentre la città di Schione che aveva rotto l'alleanza con Atene per allearsi con Sparta durante la guerra del Peloponneso, sarebbe dovuta tornare sotto controllo ateniese. Nonosante gli accordi, ben presto sorsero forti attriti tra spartani e ateniesi. La pace di Nicia prevedeva infatti che una delle due fazioni, scelta a sorte, in segno di buona volontà facesse il primo passo restituendo una delle città che spettavano all'avversario. Quando peró tocco a Sparta iniziare per prima, a causa della scarsa fiducia che riponeva in Atene, si rifiutó di restituire Amphipolis e di conseguenza Atene non liberò Pylos.
In realtà la pace era da considerarsi come una tregua che avrebbe reso possibile il riarmo delle parti belligeranti e la successiva ripresa della guerra. Di fatto sia Sparta che Atene, nonostante avessero formalmente stipulato un accordo di pace, si trovavano in una situazione di conflitto, che se da un punto di vista non gli permetteva di sfidarsi in campo aperto tramite una nuova guerra, d'altro canto non gli proibiva di contrastare gli interessi dell'avversario tramite l'aiuto delle poleis alleate. Di conseguenza molti cittadini di spicco atenesi furono contrari alla pace, in quanto ritenevano servisse solamente a dare maggiori possibilitá di riarmo ai nemici. Primo tra tutti a sostenere questo punto di vista era Alcibiade, uno dei maggiori sostenitori della spedizione ateniese in Sicilia. Il conflitto di interessi tra le città di Segesta e Selinunte poteva quindi fornire un ottimo pretesto per agire contro gli interessi degli spartani in Sicilia. Selinunte, infatti, aveva allargato la propria zona di influenza a discapito della rivale Segesta grazie all'aiuto di Siracusa, che era quindi decisa a rivendicare il proprio potere con l'aiuto della potente Atene.
[modifica] Il pretesto della guerra tra Selinunte e Segesta
In questo contesto storico e politico nel 416 a.C., scoppiò una guerra tra le poleis siceliote di Selinunte e Segesta, la prima alleata di Siracusa e da questa prontamente appoggiata, la seconda alleata di Atene; il conflitto, causato da dispute territoriali, volse in breve tempo a favore di Selinunte. A quel punto Segesta, colonia di origine calcidese, cercò da Atene l'aiuto necessario per vincere lo strapotere di Siracusa e delle colonie ad essa alleate sull'isola. Il rischio era infatti che una vittoria su Segesta potesse determinare l'egemonia della città di Aretusa sull'intera Sicilia; Siracusa infatti manteneva il potere su Leontini, Katane (l'odierna Catania) e le altre colonie della Sicilia orientale. Un intervento di Atene contro Siracusa avrebbe certamente ridimensionato l'egemonia della città nell'isola e avrebbe altresì indebolito Sparta che all'epoca si riforniva di derrate alimentari da Siracusa.
Anche se le città di Siracusa ed Atene non si trovavano in una situazione di conflitto, gli emissari inviati da Segesta ad Atene riferirono che la città dorica di Siracusa una volta sconfitta Segesta avrebbe potuto allearsi con Sparta: anche questa di origini doriche, per sconfiggere definitivamente Atene. Un attacco preventivo per evitare tale evento sarebbe quindi stato assolutamente necessario dal punto di vista degli emissari di Segesta, anche perchè la cittá di Segesta si sarebbe fatto carico di tutte le spese di una guerra, ricompensando la città di Atene con oggetti di valore in oro ed argento. Convinti dagli argomenti forniti dagli emissari di Segesta gli ateniesi promisero agli emissari di Segesta il loro supporto.
Questo disegno strategico portava la firma di Alcibiade, un ex allievo di Socrate dotato di talento e di brillanti capacità oratorie. L'ipotesi era certamente ardita, anche perché per la prima volta nella storia si sarebbe affacciata la possibilità di aprire un fronte di guerra parallelo contro la storica rivale Sparta: un'intuizione strategica successivamente adottata dai Romani nella Seconda guerra punica e che troverà grande fortuna fino all'età contemporanea.
[modifica] I preparativi
[modifica] Ad Atene
Dopo la richiesta di aiuto, Atene inviò a Segesta degli emissari i quali ricevettero una ottima accoglienza: furono mostrate loro tutte le ricchezze della città e gli fu offerto persino un compenso per la loro venuta; tornati quindi ad Atene, riferirono delle grandi ricchezze di Segesta, valido motivo per preparare un intervento militare da cui avrebbero tratto dei benefici economici[3]. Quello che peró gli emissari di Atene non sapevano, era che Segesta si era fatta imprestare da altre città molte delle richezze loro mostrate e che quindi la ricompensa che avrebbero potuto risquotere era solamente una frazione delle ricchezze che avevano visto. Si avviarono quindi una serie di assemblee per decidere sull'eventuale intervento in favore della colonia, nella prima assemblea furono subito votati i capi spedizione: Alcibiade, Nicia e Lamaco.
Alcibiade, sostenitore della spedizione, pensava che la minaccia nei confronti di Siracusa avrebbe avuto l'effetto di affamare Sparta poiché avrebbe bloccato l'invio del grano proveniente dall'isola; la città, infatti, sarebbe stata cinta da un assedio strettissimo, sia per terra che per mare che avrebbe indubbiamente avuto grosse ripercussioni economiche anche alle città alleate. Ma il sostegno di Alcibade alla spedizione non era legato solo ad un interesse patriottico ma ad accrescere i consensi politici che gli avrebbero aperto la strada alla carriera politica. Sotto questo aspetto Alcibiade era un freddo calcolatore, dedito soprattutto ai propri interessi personali.
Nicia era invece più cauto, e manifestava le maggiori avversità nei confronti della spedizione[4]. Egli considerava il piano troppo insidioso a causa del ventilato ampliamento del teatro di guerra il quale avrebbe portato il conflitto in una terra lontana e con l'appoggio di poche città. Inoltre i rifornimenti dell'armata, a totale carico dei sicelioti, costituivano un problema di non poco conto poiché un contingente così potente avrebbe potuto essere impiegato in guerre più vicine alla madrepatria, specialmente dopo che la Persia aveva iniziato apertamente a finanziare Sparta[5]. Infine Lamaco, il più bellicoso e avventato tra i due, era invece d'opinione nettamente favorevole alla spedizione.
Nell'assemblea quindi si discusse in maniera approfondita l'opportunità della spedizione. Nicia, parlò della pericolosità dell'intervento militare a causa della lontananza dalla patria e del rischio di non riuscire a sostenere un nuovo fronte di guerra. Alcibiade sostenne invece l'opportunità di intervenire onde piegare Siracusa e conquistare persino l'intera Sicilia. Dopo un lungo dibattito l'assemblea si mostrò palesemente favorevole alla guerra, tanto da indurre Nicia a suggerire l'invio un contingente indipendente il quale non dovesse rischiare l'invio futuro di ulteriori aiuti:
| « [Siracusa e Selinunte] dispongono di numerose divisioni oplitiche, ranghi completi di arcieri e lanciatori di giavellotto, una marina poderosa di triremi, un'infinità di gente pronta ad armarle. Depositi finanziari robusti: privati, cui s'aggiungono le riserve auree dei santuari, specie a Selinunte. A Siracusa inoltre affluiscono i tributi di popolazioni barbare in suo potere. Sul piano strategico vantano su di noi questa supremazia significativa: un nerbo potente di cavalli nel loro organico. Poi possono contare su raccolti propri di grano, senza preoccuparsi d'importarne... » | |
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(Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Libro VI)
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Egli suggerì quindi di schierare 100 triremi, e una fanteria pesante composta da non meno di 5.000 opliti tra ateniesi e alleati: inoltre si necessitava di reparti di frombolieri e arcieri ateniesi e cretesi. Alla fine decisione di armare al meglio la spedizione fu presa, predisponendo una dotazione militare doppia rispetto a quella inizialmente considerata.
[modifica] A Siracusa
Nella città siciliana alle prime avvisaglie di un attacco ateniese fu convocato un pubblico consiglio dove, tra scettici e timorosi, si dibatterono le azioni da intraprendere. Il generale Ermocrate suggerì di prepararsi ad un eventuale attacco cercando alleanze tra tutti i possibili alleati: Cartaginesi, Siculi, Lacedemoni, Corinzi e persino in Italia. Inoltre suggeriva l'invio di unità navali per contrastare già da Taranto le prime flotte ateniesi in arrivo.
Atenagora invece, scettico nei riguardi della ventilata spedizione, considerava improbabile da parte ateniese l'errore militare di aprire un altro fronte nella guerra del Peloponneso: per questa ragione accusò Ermocrate di allarmismo e di voler rovesciare la repubblica di Siracusa, probabilmente perchè sospettava un imminente richiesta di poteri eccezionali[6][7]. In ogni caso, al termine della riunione, il consiglio decise di valutare le forze in campo e di allertare le truppe[8].
[modifica] Scandalo delle erme
| Per approfondire, vedi la voce Scandalo delle erme. |
Mentre fervevano i preparativi per la partenza della spedizione nella notte tra il 20 e il 21 maggio del 415 a.C. furono mutilate alcune erme ad Atene. Questo atto sacrilego suscitò molto clamore tra il popolo, e fu considerato come un segno premonitore di sventura; altri invece lo consideravano come un atto di sobillazione da parte di Alcibiade contro il governo democratico, basandosi più che altro, sul suo carattere scapestrato e libertino. Con buona probabilità queste accuse erano sostenute dai nemici politici di Alcibiade che lo consideravano una rivale assai pericoloso; lo Stato quindi emise una taglia per scovare i colpevoli.
A fronte del grave atto di accusa Alcibiade chiese di farsi giudicare subito da un tribunale, in modo da liberarsi da ogni accusa prima della partenza. Ma si decise di rinviare la decisione e permettere comunque al comandante militare di partire.
[modifica] La spedizione
[modifica] Alleati e nemici
Con l'avvio della spedizione lo scenario strategico era divenuto questo:
- Alleate di Atene: Lega di Delo, Segesta, Katane, Agrigento, Naxos, Thurii, Metaponto
- Alleate di Siracusa: Sparta, Corinto, Himera, Camarina, Selinunte e Gela;
- Neutrali: Messina e Reggio Calabria.
[modifica] La partenza della spedizione
La spedizione ateniese partì nel giugno del 415 a.C. dal Pireo con una forza di 30.000 uomini, 6400 truppe da sbarco e ben 134 triremi.
| « Disponevano in tutto di centotrentaquattro triremi, oltre a due navi di Rodi a cinquanta remi (tra esse cento erano attiche, di cui sessanta unità veloci; il rimanente per trasporto truppe; il resto della flotta apparteneva a Chio e agli altri alleati). In tutto gli opliti erano cinquemilacento (tra cui millecento ateniesi forniti dalle classi di leva cittadine, settecento erano teti imbarcati come combattenti sulle navi; gli altri partecipavano in qualità di alleati: parte tributari, parte Argivi, cinquecento, parte milizie di Mantinea, che con le truppe mercenarie assommavano a duecentocinquanta). Complessivamente gli arcieri erano quattrocentottanta (tra cui ottanta provenienti da Creta); c'erano poi settecento frombolieri di Rodi, centoventi fuoriusciti di Megara con armatura agile. Seguiva da ultimo un solo bastimento per trasporto di truppe a cavallo, con trenta cavalieri a bordo. » | |
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(Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Libro VI)
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Gli ateniesi possedevano una salda tradizione marinara che gli avrebbe garantito il dominio sui mari, tuttavia rispetto ai reparti siracusani erano sforniti di cavalleria; per questa ragione le truppe risultavano più vulnerabili sugli scontri di terra: a questo limite si cercò di far fronte con l'acquisto di cavalli presso le colonie. Di converso, l'esercito siracusano era male organizzato e istruito da generali poco efficaci: solo il successivo arrivo di Gilippo da Sparta, avrebbe mutato le sorti della guerra.
La spedizione radunò tutte le forze in campo a Corfù prima di prendere il largo verso il mare Ionio, e secondo Tucidide essa fu tra le più vaste che la città di Atene vide. Ma la spedizione in viaggio verso la Sicilia non incontrò grande accoglienza tra le città della Magna Grecia. Le città non erano disposte ad offrire truppe, e in alcuni casi come Taranto e Locri, non ricevettero neanche il supporto logistico. Solo Reggio Calabria consentì loro di sostare presso le coste e di allestire un campo. Ma la città, pur concedendo ristoro, si dichiarò neutrale.
[modifica] Le consultazioni prima della guerra
Quando i tre capi della spedizione si consultarono a Reggio per decidere quali azioni intraprendere, emersero subito delle divergenze. Nicia pensava di mantenere strettamente gli ordini imposti, difendendo Selinunte tramite appoggio militare: quindi un impegno breve e limitato. Lamaco invece pensava di attaccare direttamente Siracusa, considerando l'effetto sorpresa e la concreta speranza di farla capitolare liberando finalmente le città della Sicilia assoggettate. Alcibiade infine, intendeva cercare l'appoggio economico e militare delle città siceliote, acquistando anche dei cavalli che avrebbero rafforzato gli schieramenti dell'esercito.
Fu così che si scelse il piano di Alcibiade e, dopo varie titubanze, fu trovata in Catania l'unica città disposta a concedere appoggio logistico; tutte le altre rifiutarono, temendo le future ritorsioni di Siracusa[9]. Nel frattempo giunse la notizia che non c'era alcun tesoro a Segesta, e che i segestani avevano ingannato la delegazione di diplomatici in visita. Sicché cessando l'interesse strettamente economico verso la Segesta, l'unico obiettivo possibile erano i tesori di Siracusa.
[modifica] La guerra
[modifica] La partenza di Alcibiade
Mentre le truppe ateniesi iniziavano le manovre di guerra, giunse da Atene la Salaminia, che recava l'invito per Alcibiade a far ritorno in patria per essere processato. Alcibiade non esitò a tornare in patria, mutando inevitabilmente le sorti della spedizione. Ma nel corso del viaggio, avendo intuito una possibile congiura da parte dei suoi nemici in patria, scelse di allontanarsi dall'imbarcazione Ateniese all'altezza di Locri. Giunto poi a Sparta preferì chiedere asilo politico tradendo di fatto la sua patria. Con questa fuga il tribunale ateniese emanò un immediata sentenza, infliggendo la condanna a morte.
La partenza di Alcibiade determinò quindi un doppio comando delle truppe, da una parte quelle di Nicia e dall'altra quelle di Lamaco. In un primo momento le forze ateniesi (mantenendo la base militare a Catania) si mossero verso Segesta, veleggiando lungo la costa tirrenica della Sicilia. Cercarono dapprima rifugio ad Himera senza essere ricevuti, quindi conquistarono Hykkara schiavizzando gli abitanti. A quel punto una parte delle truppe di terra tornò verso Catania e un'altra si mosse verso Segesta.
[modifica] La battaglia di Siracusa
| Per approfondire, vedi la voce battaglia di Siracusa. |
Dopo le prime conquiste sul versante tirrenico, le forze si concentrarono su Siracusa cominciando la battaglia con uno stratagemma ateniese: dopo aver atteso la cavalleria siracusana dalle parti di Catania, mossero via mare e sbarcarono senza resistenze a sud della città nel Porto Grande di Siracusa, nei pressi del tempio di Zeus dove allestirono subito un accampamento.
| « I Siracusani schierarono per intero le divisioni di opliti su uno spessore di sedici file: erano sul terreno le forze siracusane al completo e gli alleati presenti (innanzitutto i Selinuntini, con il nerbo più consistente, poi i cavalieri di Gela, duecento uomini in tutto, e la cavalleria di Camarina, circa venti uomini con il rinforzo di una cinquantina d'arcieri). La cavalleria siracusana fu spostata all'appoggio del fianco destro: agivano non meno di milleduecento armati a cavallo. Al loro fianco i lanciatori di giavellotto. Nel campo ateniese dove ci si accingeva per primi alla fase d'attacco, Nicia passando in rivista i contingenti dei diversi paesi, poi rivolto all'intero esercito arringò gli uomini con esortazioni... » | |
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(Tucidide, La Guerra del Peloponneso, VI libro.)
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Al primo scontro tra i due eserciti, i siracusani ebbero la peggio, perdendo circa 260 uomini contro i 50 nel fronte ateniese. Dopo la prima sconfitta la cavalleria fece rapido ritorno tra le mura della città per rafforzare nuovamente l'esercito; i siracusani infatti, pur con un esercito meno esperto di quello ateniese, possedevano il vantaggio della rapidità di spostamenti.
[modifica] La pausa invernale
Ma giunta presto la pausa invernale, i combattimenti dovettero cessare col ritiro di parte delle truppe ateniesi verso Catania. I quel frangente i siracusani poterono approfittare per riprendersi dalle perdite subite, erigere bastioni di difesa e cercare altri alleati in soccorso. Per questa ragione furono mandati ambasciatori a Corinto e Sparta (ottobre-novembre 415 a.C.).
Mentre i Corinzi decisero di correre in soccorso dei Siracusani, gli spartani preferirono inviare soltanto ambasciatori in città per impedire qualsiasi accordo con gli Ateniesi[10]. Tuttavia venuti a conoscenza della presenza di Alcibiade nella città spartana, ottennero dall'ex generale ateniese preziosi consigli per affrontare al meglio i nemici. Altri ambasciatori siracusani furono poi inviati a Camarina, dove Ermocrate parlò ai Camarinesi esortandoli all'aiuto.
Nel frattempo gli ateniesi avevano tentato un assalto contro Messene, senza tuttavia riuscire nell'intento e ripiegando poi su Naxos. La guerra ormai assumeva un'importanza crescente anche per il nuovo ruolo assunto da Alcibiade che, passando tra le file degli Spartani, suggeriva l'invio di truppe per difendere strenuamente la Sicilia dagli invasori: caduta Siracusa infatti, il dominio ateniese si sarebbe inevitabilmente allargato anche alla regione del Peloponneso. Grazie a queste esortazioni fu inviato a sostegno della città l'esperto generale spartano Gilippo: una mossa che avrebbe segnato comunque un ribaltamento nelle sorti del conflitto.
[modifica] L'assedio
Con l'arrivo della primavera giunsero anche i rinforzi ateniesi che, trovata sistemazione nel vicino porto di Thapsos, permisero la ripresa degli attacchi. Essi ebbero inizio a Megara Iblea con l'incendio dei campi e l'aggressione dei borghi vicini. Sicché Siracusa, temendo ormai un imminente assedio, designò Diomilo alla testa di un gruppo di 600 opliti per condurre interventi rapidi sul fronte dell'Epipoli, sul lato nord della città. Ma al primo scontro con gli ateniesi, i siracusani persero metà del gruppo di opliti assieme allo stesso Diomilo. Gli ateniesi, a quel punto, poterono stanziarsi sull'altura del Labdalo[11], nell'altopiano dell'Epipoli, dove ormai potevano controllare i movimenti dell'intera città. Inoltre avanzando dal Labdalo verso Tiche, gli ateniesi eressero un muro difensivo che avrebbe dovuto tagliare la città sino al mare impedendole qualsiasi comunicazione con l'esterno. L'assedio in atto determinò subito l'isolamento politico ma anche fisico della città: fu così tagliata l'acqua degli acquedotti e ogni possibilità di rifornimento.
Per contrastare la costruzione del muro che avrebbe spento qualsiasi speranza di sopravvivenza, i siracusani attaccarono subito senza tuttavia riuscire a vincere l'organizzata cavalleria ateniese. Così, rinunciando a nuovi attacchi frontali, i siracusani costruirono un muro di sbarramento in modo da arrestare la costruzione ateniese. Ma al primo contrattacco ateniese il muro fu abbattuto, costringendo i siracusani a costruirne un secondo che fu nuovamente conquistato. A quel punto un ulteriore attacco siracusano consentì la riconquista della posizione con l'accerchiamento delle 300 truppe ateniesi comandate dal generale Lamaco, il quale morì proprio in quella circostanza.
Così al comando ateniese rimase così solo Nicia, che, dopo aver subito la distruzione di 300 metri di muro appena conquistato, riuscì a capovolgere subito la situazione e riprenderne nuovamente la costruzione, creando addirittura un doppio muro difensivo. Inoltre, a causa ad uno degli attacchi frontali degli ateniesi da nord, i siracusani furono distratti da un incendio di armamenti appiccato dagli stessi invasori. In questo modo una parte della flotta ateniese poté veleggiare da Thapsos al Porto grande di Siracusa e ormeggiare senza troppe resistenze tutta la flotta: le manovre di assedio alla città erano ormai completate (era l'estate del 414 a.C.)[12].
[modifica] L'intervento spartano e il rovesciamento della guerra
Dopo aver sostituito i comandanti a causa della loro incapacità a difendere la città, l'assedio divenne talmente drammatico e privo di speranze da stabilire in sede politica l'avvio di trattative con Nicia. Ma con l'arrivo del comandante spartano Gilippo a Siracusa al seguito di rinforzi e viveri, il morale dei siracusani mutò improvvisamente. Ricomposto un esercito di 2000 opliti, formato da uomini provenienti da Himera, Selinunte e Gela, Gilippo riorganizzò le difese al meglio.
L'esperienza militare di Gilippo si palesò sin dai primi scontri iniziati nel punto lasciato sguarnito dagli ateniesi nel lato nord della città. Grazie ad efficaci manovre offensive i siracusani superarono i costruendi muri ateniesi per impossessarsi della strategica base di Labdalo. In questo modo i siiracusani poterono riprendere la costruzione del contromuro nell'Epipoli che causò inevitabilmente ulteriori scontri; nel primo di essi gli ateniesi ebbero la meglio poichè la lotta avvenne tra gli spazi ristretti delle due mura difensive dove la potente cavalleria di Gilippo non poteva intervenire. Ma nel secondo scontro, fu grazie alla cavalleria che i siracusani ottennero un clamoroso successo, dimostrando una grande supremazia tra gli spazi ampii.
Anche se caricati dalle ultime vittorie, i siracusani chiesero ulteriori soccorsi alle città vicine che inviarono alcune navi in aiuto. La stessa cosa fece Nicia inviando un messaggio in patria dove spiegava l'esigenza di massicci rinforzi: la situazione del suo esercito infatti sembrava volgere al peggio in quanto iniziavano a scarseggiare di rifornimenti e di ricambi delle imbarcazioni.
[modifica] La seconda battaglia di Siracusa
[modifica] La battaglia navale nel porto grande
I siracusani tentarono ulteriori attacchi contro gli ateniesi questa volta sul versante del Plemmirio dove v'era un accampamento strategico con cui controllavano l'ingresso delle navi al porto. Il piano prevedeva un attacco combinato sia da terra che da mare, muovendo 35 triremi dal porto grande e 45 dal porto piccolo, i siracusani distrassero gli ateniesi, mentre da terra le truppe di Gilippo erano pronte alla conquista; ma la scarsa esperienza della marina siracusana dette pochi risultati e solo grazie all'assalto da terra le posizioni furono fortunatamente conquistare.
Con questa sconfitta la vita all'esercito ateniese divenne subito difficile, perché ormai aveva perso il controllo dal mare del porto della città, ma soprattutto perché aveva non possedeva più viveri e ricambi, nonché un luogo sicuro dove mettere in secca le fragili triremi. Alla già difficile situazione si aggiunse il preoccupante schieramento delle triremi siracusane all'imboccatura del porto in modo da bloccare ogni via di fuga o di approdo via mare. In questo modo l'esercito ateniese aveva perso la possibilità di ricevere rifornimenti dal mare e da terra, a causa delle incursioni della cavalleria che bloccava il passaggio di uomini da Catania.
[modifica] Il soccorso ateniese
A fronte del drammatico appello di Nicia, Atene inviò rapidamente una nuova spedizione di soccorso comandata da Eurimedonte e Demostene[13] con una dotazione di 73 triremi, 5000 opliti, 3000 arcieri, per un totale di 15.000 uomini. I rinforzi giunsero a Siracusa nel giugno del 413 a.C.; e fu Demostene ad assumere il comando ateniese, essendo Nicia infermo a causa di una pestilenza scoppiata tra le truppe. L'arrivo dei rinforzi, di consistenza pari alla spedizione stessa, destò un'immediato sconforto tra i siracusani.
Pronti al contrattacco, gli ateniesi conquistarono la fortezza dell'Eurialo raggiungendo presto il contromuro siracusano che fu progressivamente distrutto. Poi avanzando di notte sull'altopiano siracusano vi furono numerosi scontri che determinarono nel buio notturno, ripetuti casi di lotte tra commilitoni non in grado di riconoscersi in quelle condizioni; questo assurdo massacro fece perdere agli ateniesi circa 2500 soldati, più del 25% delle forze di fanteria pesante!
Dopo le pesanti perdite sull'altopiano dell'Epipoli, Demostene decise di ritirare il contingente per salvare le rimanenti truppe anche perché nel frattempo erano scoppiate delle epidemie che decimavano ulteriormente l'esercito. Ma a causa di un eclissi di luna verificatosi il 27 agosto del 413 a.C., sorse tra le truppe un senso di sconforto nonché il crescente rifiuto a combattere: Nicia infatti assai incline alle superstizioni, aveva ritenuto l'eclisse come premonitore di eventi infausti; così ascoltando il consiglio degli indovini, decise improvvisamente di rinviare la ritirata verso Catania che nel frattempo, proprio a causa dell'annunciato ripiegamento, aveva sospeso l'invio dei viveri[14]. Successivamente gli ateniesi, convinti che l'unica possibilità di salvezza risiedesse nel forzare il blocco per mare, decisero di caricare tutti i soldati nelle imbarcazioni, lanciandosi al contrattacco. Il 10 settembre del 413 a.C., approfittando di un giorno festivo per Siracusa (dedicato ad Eracle) si decise di cominciare l'azione. Per cercare di forzare il blocco navale nacque all'interno del porto grande una caotica battaglia marittima condotta entro ristrettissimi spazi di manovra. Sicché la marina ateniese impedita nei movimenti fu annientata dagli assalti dei soldati siracusani condotti da nave a nave, e oltre all'affondamento e all'incagliamento di molte imbarcazioni, si ebbe anche la morte del comandante Eurimedonte.
[modifica] La fuga mortale via terra
Essendo impossibile qualsiasi fuga via mare a causa della distruzione dell'intera flotta e del blocco navale siracusano, gli ateniesi cercarono di fuggire verso l'entroterra abbandonando negli accampamenti i compagni feriti. Dopo tre giorni di attesa infatti, onde evitare il rischio di imboscate, le stanche truppe ateniesi fuggirono verso Catania a piedi, marciando di notte per non essere intercettati: erano ormai rimasti in 40.000.
Ma l'attenta cavalleria di Gilippo, dopo averli intercettati a ridosso dei monti Climiti, li costrinse a cambiare per fuggire verso sud in direzione di Gela. Per guadagnare tempo accesero dei fuochi facendo credere d'essere accampati, mentre fuggivano di notte tra le campagne siracusane.
Stanchi, demoralizzati e privi di viveri, i soldati furono comunque decimati dalle continue imboscate, dal lancio di dardi e giavellotti. Inoltre la lunga fila di uomini in fuga determinò la separazione in due gruppi: quello più avanzato, comandato da Nicia, era costituito da truppe scelte e molto disciplinate; mentre la parte più arretrata, guidata da Demostene, era composta da truppe scarsamente addestrate ed indisciplinate: questa imprudenza diverrà fatale.
| « Durante la notte, Nicia e Demostene, tenuto conto delle condizioni pietose in cui si trovavano le truppe per la mancanza di vettovaglie e per il gran numero dei feriti a seguito dei ripetuti attacchi nemici, decisero di accendere fuochi quanti più fosse possibile e di battere in ritirata con l'esercito, non per la via che avevano deciso precedentemente, ma in senso contrario a quello dove c'era il blocco dei Siracusani, cioè verso il mare. La direzione generale di questa strada non portava le truppe a Catania, ma dalla parte opposta della Sicilia, verso Camarina e Gela e altre città, greche e barbare. Accesi dunque molti fuochi, marciavano di notte. Ed ecco che fra le truppe si diffuse un grande panico, come suole accadere in genere agli eserciti, specialmente se numerosi, quando marciano di notte in terra ostile e col nemico alle costole. Le truppe di Nicia, in testa alla colonna, restavano salde e perciò si avvantaggiarono di molto, mentre quelle di Demostene, che costituivano il grosso, più della metà dell'esercito, s'erano sparpagliate e avanzavano in disordine. All'alba, tuttavia, giungono in vicinanza del mare, e imboccano la strada detta di Eloro, con l'intento di guadagnare il fiume Cacipari e quindi, lungo il fiume, di inoltrarsi nell'interno. » | |
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(Tucidide, La guerra del Peloponneso Libro VII)
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Dopo aver attaccato e vinto un presidio siracusano sul guado del fiume Cacipari, le armate ateniesi oltrepassarono anche il fiume Erineo. Ma la retroguardia di Demostene venne circondata dalla cavalleria siracusana e bersagliata a distanza: decimata dagli attacchi fu costretta alla resa. Nel frattempo l'avanguardia ateniese, composta da circa 8.000 opliti pesantemente armati, aveva raggiunto le alte e franose sponde del fiume Asinaro. I Siracusani e gli Spartani all'inseguimento degli Ateniesi, consigliarono a Nicia di gettare le armi proprio come aveva fatto Demostene. Scegliendo di non arrendersi, le truppe furono esposte al continuo bersagliamento di dardi e giavellotti, che ebbero l'effetto di aumentare il caos tra le file dei superstiti. Accalcati sulle rive del fiume, senza aver organizzato alcuna protezione di coda, gli ateniesi ruppero dapprima le file per dissetarsi, causando la morte per annegamento di alcuni o per calpestamento di altri; mentre altri soldati verranno successivamente uccisi dalla dissenteria di cui le putride acque del fiume erano erano un facile veicolo[15]. Con questi elementi la mattanza orchestrata dai Siracusani ebbe successo.
Di fronte alla decimazione avvenuta sulle rive del fiume, Nicia, al fine di risparmiare vite umane comunicò a Gilippo la resa delle truppe, purché a queste fosse risparmiata la vita.
[modifica] La disfatta ateniese
I superstiti divennero tutti prigionieri finendo i loro giorni all'interno delle latomie, le cave di pietra siracusane, costretti ai lavori forzati sino alla morte o al meglio venduti come schiavi. In quei luoghi infatti, privi di riparo dal caldo del giorno e dal freddo della notte, non lasciarono alcuno scampo per i prigionieri che sottoposti a dure condizioni di lavoro, morirono quotidianamente in gran numero tra le malattie e le sofferenze.
I generali Demostene e Nicia vennero giustiziati dopo un breve processo, nonostante la contrarietà di Gilippo, mentre i restanti sottufficiali vennero venduti come schiavi. Solo pochi sbandati riuscirono a raggiungere Gela e Lentini confondendosi con la folla. Dei 50.000 uomini inviati da Atene, ne sopravvissero solo 7000, ma in pochissimi tornarono in patria per raccontare l'ecatombe dell'armata ateniese.[16]
L'imponente vittoria fu poi ricordata dai siracusani, che decretarono il giorno 26 del mese Carneo (il 10 settembre del nostro calendario) una celebrazione annua in onore della ricorrenza chiamata Asinarie[17]; fu edificato inoltre un monumento nei pressi del fiume Asinaro, molto probabilmente da identificarsi con la cosiddetta della Colonna Pizzuta[18], posta nei pressi dell'antica città di Eloro.
| « Questo riuscì l'evento bellico più denso di conseguenze per i Greci, in tutto l'arco della guerra e, almeno secondo il mio giudizio, il più grandioso in assoluto tra i fatti della storia greca registrati dalla tradizione: quello che garantì il maggior trionfo alla potenza vincitrice e inflisse agli sconfitti la ferita più mortale. Disastrose disfatte, su tutti i fronti; tormenti di ogni sorte, acuiti allo spasimo. Fu insomma una distruzione radicale: è proprio questa la parola; e vi scomparve l'esercito, si dissolse la marina, e nulla si riuscì a salvare. E pochi della folla partita un giorno fecero ritorno a casa. Ecco, furono questi gli avvenimenti sul suolo della Sicilia. » | |
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(Tucidide, VII, 87)
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[modifica] Le ragioni della sconfitta
Molti storici hanno dibattuto sulle ragioni di una sconfitta di tali proporzioni. Bisogna certamente considerare la sottovalutazione dei rischi e la presenza di molteplici fattori di errore: innanzi tutto vi era la colpevole evidenza di non aver chiarito gli obiettivi tra gli stessi generali, che si trovarono in disaccordo sulle tattiche da adottare e perfino sul significato da dare alla stessa spedizione. Va ricordato infatti che Nicia era già partito sostenendo la sua contrarietà alla spedizione, mentre Alcibiade richiamato in patria troppo prematuramente, era condizionato da manifeste ambizioni personali; al cospetto di Nicia, Lamaco era invece distante ed avventato. Inoltre, la lontananza del teatro delle operazioni dalla madrepatria acuì le difficoltà logistiche e la predisposizione di un'accoglienza da parte delle comunità locali. Tutti questi fattori hanno certamente contribuito a far sì che l'enorme spedizione fosse in realtà una scelta avventata.
Tra le cause del disastro in Sicilia Andocide[19] annovera l'ottusa politica estera degli Ateniesi, che avevano la cattiva abitudine di indulgere ad alleanze deboli pretendendo poi di condurre guerre per conto di altri[20].
Isocrate [21] sosteneva che l’impresa fu un atto di follia, perché gli Ateniesi non si vergognarono d’inviare un’armata contro chi mai aveva loro recato offesa, sperando così di dominare facilmente la Sicilia. Mentre Plutarco[22] pone l'accento sui contrasti interni: affermava, ad esempio, che gli Ateniesi erano già da tempo pronti ad inviare un’altra spedizione in Sicilia, ma che a frapporre molti indugi fossero state le invidie politiche per i primi successi di Nicia. Così, solo nell’inverno del 414 a.C., si decisero a fornire il necessario aiuto.
Cornelio Nepote [23] e Plutarco [24], sostenevano che la vera causa del fallimento stava nell'estromissione di Alcibiade. Mentre per Polibio [25] la colpa ricadeva sulla superstizione di Nicia, resa evidente durante l'episodio dell'eclissi di luna.
[modifica] Le conseguenze politiche
La disfatta di Atene ebbe un'enorme eco in patria. Grande fu il trauma per la sconfitta, che costrinse Atene a ricostituire nuovamente quell'esercito e quella flotta interamente scomparse a Siracusa. Inoltre furono avanzate critiche nei confronti dei generali militari, dei politici e persino degli indovini, responsabili di una sconfitta dalle proporzioni inaccettabili. La prestigiosa città attica aveva profuso un grande impegno nella ricerca della vittoria, dando fondo a tutte le sue risorse, sia in termini di armamento, che di denaro: ma da questa disfatta non si riavrà più.
Enormi furono le conseguenza politiche di questa disfatta. Tra esse la rinuncia di Atene a ulteriori mire espansionistiche nel Mediterraneo lasciando, ad esempio, spazio ai Cartaginesi che cercarono di approfittare di questa situazione per riprendere le loro conquiste in Sicilia. Venne a mancare inoltre la credibilità, nonché la sua fama di protettrice delle città della Ionia che già assoggettate dalla Persia, Atene aveva affrancato al termine della Seconda guerra persiana. Di queste città i re persiani desideravano ardentemente la riannessione ai propri possedimenti. Per tal motivo Sparta venne finanziata dalla Persia, proprio per rimuovere l’ostacolo rappresentato da Atene[26] determinando, in cambio del dominio sulla Ionia, il successivo ingresso dell'impero Persiano tra gli alleati di Sparta e Siracusa, con l'affiancamento agli Spartani di una flotta da guerra Persiana. Inoltre, durante gli scontri, le città inizialmente neutrali, optarono per un'alleanza con Sparta, considerando imminente la vittoria di quest'ultima su Atene. La disfatta ateniese quindi rappresentò un colpo mortale inferto alle casse della Lega di Delo, all’arsenale e – soprattutto – alla sua credibilità politica, determinando tra i membri ulteriori ribellioni contro la stessa alleanza delle città.
Si può certamente dire che la disfatta ateniese, oltre ad aver trasformato il regime democratico in un'oligarchia per la progressiva perdita di credibilità, abbia anticipato quella che sarà la successiva occupazione spartana di Atene nel 404 a.C., con l'instaurazione del regime dei Trenta tiranni.
[modifica] Note
- ^ Tucidide VI libro, 43
- ^ Tucidide VII libro, 42
- ^ « La stagione seguente, all'aprirsi della primavera, l'ambasceria ateniese fece ritorno dalla Sicilia; e al suo seguito tornarono i segestani, recando con sé sessanta talenti di argento non coniato, che rappresentavano il soldo di un mese per gli equipaggi di quelle sessanta navi di cui avevano in proposito di sollecitare l'invio. L'assemblea si raccolse subito in Atene, e poté udire dalla bocca dei segestani e degli ambasciatori della propria città, tra il cumulo delle altre affascinanti fandonie, questa di particolare spicco: che quanto a finanze nei tesori dei santuari e in quello statale giacevano depositi ingenti subito disponibili.» Tucidide, Guerra del Peloponneso VI libro.
- ^ Diodoro Siculo (13, 27, 3): riferisce che Nicia era prosseno di Siracusa e intratteneva rapporti politici e di ospitalità con i personaggi più ragguardevoli della città siceliota. Per questa ragione, nonché per la poca convinzione nel dover condividere il comando della spedizione col rivale Alcibiade, Nicia era tra i più contrari alla spedizione.
- ^ http://www.andromaca.altervista.org/la%20spedizione%20in%20Sicilia.htm
- ^ http://rivista.ssef.it/site.php?page=20050905152518365&edition=2005-07-01
- ^ da Le vie del classicismo di Luciano Canfora da Google Books
- ^ Alcune fonti: un passo dell’Erissia opera dello pseudo-Platone e nell'orazione La pace con i Lacedemoni di Andocide, si racconta che all'epoca fossero in corso trattative diplomatiche dirette fra Atene e Siracusa in merito alla questione Segestana. Tuttavia le opere in questione vengono ritenute poco attendibili a causa della dubbia paternità della prima e della presenza di imprecisioni nell'altra.
- ^ Tucidide (6,51,2;7,14,2 e 57,11) e da Diodoro Siculo (13,4,4-5)
- ^ L'atteggiamento spartano si spiega con la condotta avuta da Siracusa nel 431 a.C. allo scoppio del conflitto peloponnesiaco, quando, a fronte di una richiesta di aiuto militare, la città ritenne opportuno non concedere né uomini né finanziamenti. Tucidide, 6, 73, 2; 88, 8 e 10.
- ^ Il labdalo dal Dizionario topografico della Sicilia (1820)
- ^ Il primo intervento subacqueo della storia
- ^ In realtà a Demostene venne anche impartito l’ordine di unirsi a Caricle e di prendere parte alle operazioni militari sulle coste della Laconia. (Tucidide 7, 20, 2)
- ^ Questo è il commento che Leopardi fa dell'episodio nella sua Storia dell'Astronomia: «Questo generale ateniese assediava con poco felice esito Siracusa. Per salvar la sua armata risolvé di scioglier l'assedio e di abbandonare la Sicilia. A mezza notte, mentre si è sul punto di far vela, la luna si eclissa totalmente. Nicia, così superiore ai pregiudizi come fortunato, si spaventa, si confonde, consulta gl'indovini. Questi decidono che fa d'uopo differir la partenza di tre giorni [...]. Si ubbidisce all'autorevole decisione: ma i nemici mostrano ben tosto che quei lunatici interpreti hanno errato nel loro calcolo. La sventura presagita dalla eclissi arriva prima del tempo destinato alla partenza: i nemici escono dalla città, attaccano gli Ateniesi, li sconfiggono, fanno prigionieri i loro due generali, Nicia e Demostene, e li condannano a morte dopo aver distrutto tutto il loro esercito.»
- ^ Parti della battaglia sull'Assinaro descritta da Tucidide
- ^ Plutarco racconta un aneddoto nella vita di Nicia secondo cui i prigionieri ateniesi in grado di recitare Euripide venissero rilasciati dai soldati siracusani, segno che l'autore greco era molto amato a Siracusa.
- ^ Serafino Privitera, Storia di Siracusa
- ^ http://www.galeloro.it/it/territorio/patrimoniocu/sitiarcheologici/pacu0008.html
- ^ 3, 30.
- ^ L’oratore rammenta che gli ambasciatori di Siracusa, prima dell'avvio delle ostilità, proposero ad Atene rapporti di amicizia, facendo rilevare che l'opzione della pace portato maggiori vantaggi rispetto all'opzione di allearsi con Segesta e Katane.
- ^ 8, 84-85
- ^ Nic. 20, 1
- ^ Alc. 6, 2
- ^ Alc. 32, 4
- ^ 9, 19, 1-3
- ^ http://www.homolaicus.com/storia/antica/grecia/grecia_classica/33.htm
[modifica] Bibliografia
[modifica] Fonti primarie
- Tucidide. Guerra del Peloponneso. nei libri VI e VII. ISBN 880452667X
- Plutarco nelle Vite Parallele di Nicia e Alcibiade
- Diodoro Siculo nella Bibliotheca historica.
[modifica] Fonti secondarie
- Domenico Musti. Storia Greca . 11aa ed. Roma-Bari, 2002 . EAN13 9788842075141
- Il disastro ateniese in Sicilia di Luigi Piccirilli (Scuola normale superiore di Pisa)
- La tradizione extratucididea relativa alla spedizione ateniese in Sicilia del 415-413 di Luigi Piccirilli
- Serafino Privitera. Storia di Siracusa. Siracusa, EDIPRINT. ISBN 8872310490
- Sebastiano Amato. Dall'Olympieion al fiume Assinaro. La seconda campagna ateniese contro Siracusa (415-413 a. C.) parte I. Editore Micheli, 2005. ISBN 8889453028
- Sebastiano Amato. Dall'Olympieion al fiume Assinaro. La seconda campagna ateniese contro Siracusa (415-413 a. C.) parte II. Editore Micheli, 2006. ISBN 8889453036
- Italico L. Troja. La disfatta degli ateniesi. L'origine del declino dei greci in Sicilia. Firenze, Firenze Libri Atheneum, 2004. ISBN 887255232X
- Connop Thirlwall, A History of Greece 1836 da Google Books
- Donald Kagan. The Peace of Nicias and the Sicilian Expedition. Cornell University Press, 1981. ISBN 0-8014-1367-2
- Donald Kagan. The Fall of the Athenian Empire. Cornell University Press, 1987. ISBN 0-8014-1935-2
[modifica] Documentari televisivi
- L'assedio di Siracusa, 413 a.C. da History Channel
[modifica] Voci correlate
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Spedizione ateniese in Sicilia
[modifica] Collegamenti esterni
- testo integrale delle Guerre del Peloponneso. URL consultato il 12/06/2008.
- La spedizione su youtube. URL consultato il 12/06/2008.
- Ritorno a Siracusa. URL consultato il 12/06/2008.
- (EN) L'assedio di Siracusa. URL consultato il 12/06/2008.
- (EN) Sicilian expedition. URL consultato il 12/06/2008.

